“L’uomo flessibile”: ansia esistenziale tra capitale e smart working

Ciascuno di noi è a conoscenza non solo delle conseguenze drammatiche ma anche delle svolte, dei cambiamenti e dei fenomeni nuovi che la pandemia, che ci accompagna ormai da più di un anno, ha portato con sé. E, qualsiasi sia il posto che attualmente occupa nella società, ognuno si è reso conto di quanto l’emergenza sanitaria abbia modificato profondamente dinamiche sociali e lavorative che sembravano più che consolidate.

L’avvento dello smart working ha permesso a milioni di lavoratori di continuare a svolgere le loro mansioni da casa, senza particolari rischi per la salute e con la possibilità, soprattutto per coloro che sono genitori, di gestire la famiglia; dal canto delle aziende, lo smart working ha consentito comunque di mantenere una certa produttività, limitando i danni da totale chiusura.

E se è giusto considerare gli aspetti positivi di un evento, è altresì auspicabile riflettere sulle difficoltà e le contraddizioni che inevitabilmente lo accompagnano, tanto più quando esso rimarca alcune impronte su un percorso già segnato. Infatti, il lavoro a distanza si inserisce perfettamente nel più grande insieme del lavoro flessibile – e flessibilità è uno dei termini che abbiamo sentito più spesso negli ultimi tempi: quando il lavoro stabile, tradizionalmente individuato in quello dell’operaio, ha iniziato a deludere le aspirazioni di molti impiegati, ecco che il Capitale si adegua alla voglia di evasione dalla routine fordista, tramutando la catena di montaggio in un “flusso di informazioni”.

In questi termini si articola, tra gli altri, il pensiero di Mark Fisher, una delle menti più interessanti della contemporaneità che, nel suo illuminante Realismo Capitalista (2018), spiega come lavoro e vita siano diventati inseparabili: «il sistema nervoso viene ristrutturato allo stesso modo della produzione e della distribuzione. Per funzionare, in quanto elemento della produzione just in time, devi saper reagire agli eventi imprevisti e imparare a vivere in condizioni di instabilità assoluta (o «precarietà», come da orribile neologismo)»1.

La prima, ovvia conseguenza di questo stato di completa incertezza è lo sviluppo di un malessere di tipo ansioso nel migliore dei casi, di depressione e sindrome bipolare nelle situazioni di più profonda fragilità. La “leggerezza” del nuovo mondo del lavoro, infatti, segue la stessa dinamica di alti e bassi tipici del Capitale, condizionando la psiche della popolazione: dall’euforia del guadagno e dalla speranza di far carriera nei momenti di espansione, si cade nella cupa disperazione dei periodi di contrazione e crisi economica.
Lo psicologo britannico Oliver James sviluppa questa intuizione nel libro Il capitalista egoista sostenendo, sulla base di studi e dati degli ultimi decenni, che le condizioni di morbilità psichiatrica siano aumentate esponenzialmente proprio nei paesi con politiche neo-liberali, a causa dell’effetto “montagna russa” del sistema economico vigente.

Un ulteriore aspetto da considerare è quello che riguarda la dimensione del controllo. Lavorando da casa in smart working, infatti, è molto complesso per il datore di lavoro supervisionare l’operato e la produzione del suo dipendente, rischiando che egli utilizzi parte del suo tempo pagato per questioni personali (cosa mal vista quand’anche questo comportamento non infici la produttività, anzi in alcuni casi l’aumenti); in questo senso il controllo periodico è stato soppiantato da un monitoraggio capillare e continuo che comporta, come sosteneva il filosofo francese Michel Foucault, una vera e propria «interiorizzazione del controllo e autosorveglianza» che, oltre a incrementare l’ansia generalizzata, comporta «una strana forma di confessionalismo maoista in salsa postmoderna-capitalista, nella quale ai lavoratori viene chiesto di impegnarsi in una costante autodenigrazione simbolica»2, quindi di lavorare se non di più, in maniera più smart.

Quello che è richiesto al lavoratore in smart working, in sintesi, non è più solo un impegno produttivo, ma addirittura emotivo, tale per cui egli diventa tutt’uno con la sua professione e tutto il suo tempo, in maniera conscia o inconscia, diventa dominio del Capitale. Il solo modo per uscire da questa condizione di minorità, come suggerito da Fisher, è quello di leggere i disturbi psichici correnti e sempre più diffusi non come condizioni mediche personali da curare singolarmente, ma come sintomo di un problema sociale e di un antagonismo reale che vanno assolutamente ripoliticizzati e, quindi, risolti in pubblica piazza, svelando ciò che veramente li causa, ossia il Capitale. È un compito assolutamente difficile ma necessario, se è vero ancora che sarebbe sempre meglio lavorare per vivere e non vivere per lavorare.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- M. Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Roma 2018, p.79.

2- Ivi. p.108.
[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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Il mondo del fitness: tra estetica e trasformazione

“Ho odiato ogni minuto di allenamento, poi ho detto: Soffri ora e vivi il resto della vita da campione”. Testimoniava così Muhammad Alì nel 1964, uno dei più apprezzati pugili statunitensi della storia. È proprio da questa frase che intendo partire per analizzare una delle più diffuse pratiche di modifica, addomesticamento e trasformazione del corpo: il fitness.

La ginnastica è stata da sempre espressione delle finalità biopolitiche dei governi statali per controllare e ammansire i corpi, con il loro culmine durante i totalitarismi. Le attività sportive, per loro stessa logica interna, mirano a dotare il soggetto di particolari competenze fisiche, concentrando l’attenzione sul gesto atletico e sulla sua esecuzione, sulla prestazione eccezionale ai fini della competizione. In queste pratiche il miglioramento del corpo è subordinato alla qualità dell’esercizio sportivo. Il fitness, invece, si differenzia radicalmente dall’atletismo poiché lo stile e la prestazione hanno un valore strumentale ai fini del rimodellamento del corpo e della sua trasformazione. Oggi le pratiche fisico-ricreative risultano de-politicizzate, poiché non sono più pratiche statali volte a uniformare i corpi in vista di obiettivi politici. Le pratiche del fitness, piuttosto, si edificano sui desideri e sui bisogni dei singoli che scelgono di frequentare la palestra.

Le palestre di oggi si presentano sempre più come “isole urbane”, spazi separati e attentamente organizzati per rendere il tempo trascorso al loro interno come “tempo per se stessi”. In questi luoghi ci si estranea dal mondo esterno e si entra in un tessuto relazionale e sociale a sé stante. L’esercizio fisico è l’attività centrale, attorno al quale gravitano attività di rilassamento e momenti di socialità e confronto tra i clienti. Oggi, infatti, la palestra per il fitness è pensata non solo per far bene al corpo, ma anche per essere uno spazio nel quale il soggetto può esprimersi nel modo che gli è più proprio, può svagarsi e rigenerarsi.

Per comprendere la nascita e l’esplosione del fitness dobbiamo guardare agli Stati Uniti degli anni Settanta, in cui si assiste alla nascita di un tipo di ginnastica ricreativa, l’aerobica, improntata a valori sociali nuovi. Vengono a crearsi spazi collettivi nei quali il corpo si plasma secondo i canoni dettati dalla cultura pop del momento: una silhouette sottile, un aspetto fisico slanciato e armonico. Le motivazioni personali diventano l’unico obiettivo. Contemporaneamente cresce l’importanza del fitness, che si configura come attività volta a esprimere i desideri e le volontà del soggetto. Il fitness non fa distinzioni di genere, non detta regole e ben si sposa con la nascente tendenza alla commercializzazione: è l’individuo a scegliere di aver bisogno o meno della palestra, esprimendo una domanda, alla quale il mondo del fitness risponde.

Oggi le palestre si sono lasciate alle spalle le ambizioni atletiche prima e di adeguamento estetico poi delle prime fan dell’aerobica. Quella che sembra esponenzialmente aumentare è l’ansia di conformazione, la ricerca dell’approvazione altrui, la competizione all’interno del gruppo di pari per l’allineamento ai suoi standard. Il successo della pratica del fitness va inquadrato nel crescente consumo di beni e servizi legati al miglioramento e alla trasformazione del corpo, derivati da un diverso rapporto con la corporeità, fondato sulla disinibizione e sull’esteriorità.

Tuttavia, le interpretazioni a cui si presta il fenomeno del fitness non sono univoche.

Per alcuni si configura come pratica per modificare il corpo e produrre autonomamente una propria identità; per altri invece è il trionfo del narcisismo consumistico. A emergere sono la smania di adeguarsi a canoni estetici spesso irraggiungibili e impersonali e l’autocelebrazione della propria forma fisica. Mettere il corpo al centro della propria identità significa sottolineare la presenza di un residuo individuale sul quale poter esercitare potere decisionale autonomo. La stessa manipolazione del corpo può essere dettata dalla volontà di riconoscimento del singolo all’interno di un microgruppo (ad esempio quello dei culturisti), oppure dal bisogno di visibilità dell’individuo nel più ampio tessuto sociale, per evitare il rischio della solitudine.

L’ossimoro funambolico nel quale il singolo è chiamato a barcamenarsi oggi è quello dell’esaltazione prometeica individualista e della responsabilità di adeguarsi ai canoni estetici della società per non subire l’isolamento. La corda è tesa e l’equilibrio può mancare da un momento all’altro.

 

Maria Cristina Mennuti

Maria Cristina Mennuti, 21 anni, di Corato (BA), dove vivo attualmente.
Studio Filosofia all’Università di Bari e mi nutro di curiosità. Sono alla costante ricerca di un dialogo tra la filosofia e gli altri linguaggi, per questo mi piace esplorare strade disciplinari poco battute.
Con un libro sotto il braccio e uno zaino in spalla guardo al futuro. Nel presente scrivo per il magazine online “OublietteMagazine” e mi impegno per il territorio in cui vivo, convinta che la bellezza salverà il mondo.

 

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Causalità, Superstizione, Correlazione

La superstizione è una caratteristica di popoli antichi e tradizionali. È un dono ereditario che si trasmette di generazione in generazione e si sostanzia in un insieme di cose da fare e da non fare. Se si chiede il perché si faccia così invece che diversamente, la risposta è un semplice perché-di-sì. La psicologia del superstizioso meriterebbe di essere studiata a fondo; essa pare la ri-emergenza di una mentalità magica e pagana, assopita, ma non del tutto estirpata nonostante gli sforzi dal cristianesimo e dell’Illuminismo.

La forza sociale della superstizione non va sminuita, essa è capace di rovinare reputazioni e vite. Questa forza è tanto stupida che irrazionale e maliziosa. Di questa ci parla in forma letteraria Pirandello nella commedia La patente, in cui il protagonista Chiàrchiaro si è modellato nello stereotipo dello iettatore per soddisfare la pressione sociale che così lo vuole.

Ciò che ci interessa oggi però è una distinzione, che per quanto banale il superstizioso non è capace di tenere ferma e che può aiutarci forse a farci penetrare più a fondo nel suo mondo. La differenza tra causalità e correlazione è proprio ciò la cui ignoranza genera il pensiero superstizioso. Essa più o meno è la differenza che sussiste tra il rapporto tra due avvenimenti che si susseguono talvolta in concomitanza, e il rapporto tra due avvenimenti in cui il primo causa il secondo.

In un contesto di generale ignoranza come quello in cui da sempre l’uomo si trova e da cui cerca di smarcarsi, egli deve distinguere le volte in cui la concomitanza è semplice casualità e le volte il cui invece la concomitanza indica una connessione più pregnante e significativa: un rapporto di causalità. Per chi osserva non c’è nessun tipo di differenza tra i due casi, semplicemente ci si accorge di una contemporaneità di avvenimenti e si cerca di stabilire che tipo di relazione ci sia tra i due.

La superstizione entra in gioco proprio a questo punto, ossia quando ritengo che ci sia un rapporto causale tra due fatti solo casualmente concomitanti. Questo tipo di errore del pensiero è chiamato solitamente cum hoc ergo propter hoc, ossia “con ciò quindi a causa di ciò”.

Certo questa spiegazione lascia insoddisfatti perché si limita a indicare cosa di fatto succede quando qualcuno si lascia andare alla superstizione e non ci dice nulla sul viscerale bisogno umano di cedere in qualche modo ad essa. Il tentativo di eliminare l’angoscia dell’ignoranza attraverso comprensioni azzardate (e spesso scorrette) di ciò che ci circonda sembra essere una costante propria del comportamento umano. Infatti il nesso causale è in un certo senso molto più rassicurante di una semplice coincidenza. Attraverso la conoscenza del nesso causale io so perché qualcosa è successo, so come farlo accadere di nuovo e come evitarlo, in breve mi illudo di controllarlo. Un’altra spiegazione potrebbe essere da trovarsi nel procedere schematico del pensiero umano, per cui esso cerca di leggere l’ignoto attraverso le categorie del noto. Queste potrebbero essere chiavi di lettura del comportamento superstizioso.

Tuttavia entrambe ci sembrano incomplete; da ultimo riteniamo che la superstizione sia uno di quei fenomeni la cui spiegazione richiede di osservare il fondo opaco dell’umanità e che quindi la sua completa decifrazione sia ancora lontana dall’essere raggiunta.

 

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Ritratto di Roma, città di prospettive

Lo sanno tutti, definire Roma come la capitale d’Italia, quantunque insindacabilmente corretto, risulta in un certo senso limitativo, perché Roma è molto più di una grande città e molto più di un agglomerato di sedi istituzionali. Non è certo un caso che nei secoli si sia guadagnata numerosi appellativi, quali “città eterna” e “caput mundi”, afferenti al suo essere centro gravitazionale delle attività politiche, culturali e artistiche dell’intero mondo occidentale. Infatti, a connotare la storia dell’Urbe e di conseguenza il suo aspetto visibile e tangibile, è la presenza pressoché continua e ininterrotta di poteri forti dai tempi di Augusto (ma anche prima) sino ad oggi, e la presenza di questi poteri (in primis quello pontificio) è sempre stata determinante per attrarre nella città importanti personalità che, mediante le loro elevate competenze artistiche e architettoniche, sapessero esprimere manifestamente quel potere medesimo, il quale, alla faccia dei predicati evangelici, doveva permeare in ogni angolo della città per mettere bene in chiaro a chi spettassero i privilegi del controllo e della gestione dello stato.

In questo senso, la creazione a livello urbanistico (e non solo) di grandiosi complessi prospettici che, mediante studiati accorgimenti architettonici, creassero spazi razionalmente ordinati secondo criteri di simmetria e punti di fuga corrispondenti con edifici di alto valore simbolico, è una delle principali manifestazioni visive della volontà, da parte di chi esercitava il potere, di esercitare forme di controllo anche sullo spazio. Questa affermazione si lega indissolubilmente con il concetto di Umanesimo, che si connota, nelle arti, anche con la capacità da parte degli artisti (e dei loro committenti) di controllare e gestire con razionalità lo spazio reale, nel quale l’uomo vive e opera. Questa centralità dell’agire razionale è palese in qualsiasi zona di Roma, a tal punto che le manifestazioni del potere spirituale riescono con fatica a celare l’ardire di coloro che, nell’atto di creazione o modifica di uno spazio, hanno osato indossare gli abiti della divinità e adottare il proprio ordine (quello umano) fondato essenzialmente sulle regole matematiche e geometriche.

Il risultato finale di queste operazioni è sorprendente e visitando Roma ci si accorge così che qualsiasi piazza o grande monumento è incorniciato da un insieme ordinato di volumi che ne amplificano l’importanza e che lo indicano come punto di fuga, come fulcro dello sguardo, come punto focale della scenografia in cui è inserito. Perché, effettivamente, Roma è un po’ un grande teatro, nel quale ci si può perdere passeggiando per le strade secondarie per vedere cosa succede dietro le quinte, per poi tornare sempre tra le grandi piazze e sentirsi “pubblico” in senso stretto, ammirando le grandi scenografie reali di cui è composta. Il Castel Sant’Angelo visto dall’altra sponda del Tevere, con gli angeli di Bernini che ci indirizzano lo sguardo verso la grande mole del fu mausoleo di Adriano invitando lo spettatore ad attraversare il ponte, oppure il Vittoriano, che si impone allo sguardo uscendo dalla stretta via del Corso, o ancora Piazza del Campidoglio, che si apre simmetrica una volta percorsa la scalinata di accesso, o infine la Basilica di San Pietro dal fondo di via della Conciliazione sono solo pochi esempi chiari e ben noti dell’applicazione consapevole e ragionata di questi espedienti.

Sarebbe sbagliato tuttavia pensare che questi si limitino al solo ambito urbanistico di vaste proporzioni. L’abile uso di complessi giochi prospettici è onnipresente a Roma ed è ben visibile anche in ambienti privati. L’esempio più lampante è senz’altro quello della galleria di Palazzo Spada, che, grazie alla maestria dell’architetto Borromini, sa ingannare lo spettatore e far sembrare lo spazio più dilatato di quanto sia in realtà. In questo caso, ovviamente, non vi è un’espressa volontà di manifestare il proprio potere e nemmeno quella di sottolineare l’importanza di un dato edificio, ma ancora una volta vi si ritrova la volontà (e la capacità) di gestire lo spazio a proprio piacimento sfruttando fino in fondo le regole della prospettiva e dell’illusione ottica.

Non vi sono quindi dubbi che Roma, più di qualsiasi altra città italiana, sia per eccellenza una città di prospettive, e in quanto tale una città creata dall’ingegno umano per la gloria umana, spesso però filtrata da un concetto di gloria divina che si configura più come giustificazione che come motivazione della creazione di questi spazi. E questo anche (e soprattutto) quando a essere inventato è lo spazio divino.

I soffitti delle due chiese barocche a mio parere più belle della città, quello della chiesa di Sant’Ignazio (dipinto da Andrea Pozzo) e quello della chiesa del Gesù (affrescato da Giovan Battista Gaulli), sono i massimi esempi di cosa significa in arte creare uno spazio fittizio mediante l’illusione ottica: folti gruppi di angeli e beati che volteggiano nel cielo persuadono lo spettatore dell’esistenza di un mondo parallelo, che si pone come (non) logica prosecuzione del mondo reale in cui egli vive e che, mediante l’estensione in pittura delle architetture esistenti (a Sant’Ignazio) o grazie alla rappresentazione di personaggi al di fuori della cornice dell’affresco intenti però a entrarvi (nella chiesa del Gesù), avvicina la sfera celeste al mondo terreno in modo sorprendente. Viene a crearsi così una sorta di “teatro celeste”, che altro non è, tuttavia, che un’altra grande invenzione dell’uomo, che eleva le proprie facoltà al punto di organizzare mentalmente e concretamente lo spazio divino come da lui pensato, e di porre dinanzi al visitatore uno spettacolo che, seppur totalmente umano, qualcosa di miracoloso pur sempre ce l’ha.

Luca Sperandio

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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«JE SUIS CHARLIE» A quasi 10 mesi dalla strage cosa abbiamo dimenticato?

Parigi, 7 gennaio 2015.
Rue Nicolas Appert, numero 10.
Sono le 11.30 del mattino, è in corso la runione di redazione.
Raffiche di arma da fuoco. Silenzio. Morte.
Due uomini armati di AK47 escono dalla redazione, il volto celato da passamontagna.
Scappano in tutta fretta ma incontrano una pattuglia di polizia e poi una seconda.
Altri scontri a fuoco. Ancora Morte.
Riescono di nuovo a fuggire ma poco dopo sono costretti ad abbandonare la macchina a causa di un incidente e si impossessano di un’altra auto
Miracolosamente, nella foga uno dei due perde la propria carta di identità.

Wittgenstein ci insegnava: «su ciò di cui non si può parlare è necessario tacere», e penso che nei giorni successivi all’attentato al giornale satirico francese egli avrebbe ribadito con forza il suo concetto.
Qual è il motivo che ci porta a strumentalizzare così facilmente una strage, a condividerne i video come pazzi sui social, ad alzare anche noi la voce al grido «Je suis Charlie» seguito da un molto meno pacifico «morte ai musulmani»? Perché semplicemente non esprimiamo il nostro cordoglio in silenzio, magari spegnendo televisori, computer e cellulari, meditando singolarmente su quanto accaduto?
Ma com’è che ora “nous sommes tous Charlie”?
Fino a qualche giorno prima, l’irriverenza della redazione aveva dato fastidio a chiunque: destra, sinistra, cattolici, ebrei e musulmani. Certo, a nessuno era venuto in mente di uccidere qualcuno, ma maledizioni, offese e minacce non erano certo mancate – basta pensare alle molotov lanciate contro la sede nel 2011.
Che dire dei giornalisti – e non solo – che di colpo si scoprono amanti della satira?
Che dire della frase che a partire dal 7 gennaio ha avuto tanta fortuna in rete: «non tutti i musulmani sono terroristi, eppure tutti i terroristi sono musulmani»?
Che dire di Mario Borghezio, che ha passeggiato per Milano attaccando copertine di Charlie Hebdo su ogni vetrina di Kebab?

Ma ci siamo chiesti cosa ne pensano loro – i musulmani – del gesto estremo compiuto da queste tre persone (sempre che solo di tre persone si tratti)?
Ecco degli estratti:
Dalil Boubakeur, Presidente del Consiglio Francese per il Culto Musulmano: «Ci inchiniamo davanti a tutte le vittime di questo dramma orribile».
Nabil al-Arabi, Segretario della Lega Araba: «l’Islam è contro ogni violenza».
Mohammed Mraizika, Segretario generale dell’Unione delle moschee di Francia: «Nulla, assolutamente nulla, può giustificare o scusare questo crimine».
A loro si aggiungono Tareq Oubrou, Rettore della moschea di Bordeaux, e l’Imam della stessa città, che invitano i musulmani tutti a partecipare alle manifestazioni per «esprimere il loro disgusto».

Tirando le somme, è fin troppo facile cadere in semplicismi o anche solo farsi trascinare dalla corrente, ma in questi momenti più che mai è necessario riflettere in modo “filosofico” (che non a caso in queste situazioni può essere sinonimo di “ragionevole”) ed analizzare in modo razionale la questione.
Non si può negare che il tragico atto sia stato “negativo” – almeno in quanto è stata fatta e subita violenza in modo oggettivo-razionalista, uscendo quindi da un’ottica etico-moralista. Ora, l’indagine filosofica di L.V. Tarca (ad esempio nell’opera “La filosofia come stile di vita”) ci insegna che negare una negazione significa riprodurla, dato che in ogni caso nego qualcosa, anche se quel qualcosa si tratta a sua volta di una negazione.
Nell’atto pratico, proporre una “soluzione” che sia in qualche modo “negativa”, almeno nella misura in cui si contrappone/opera violenza, non può essere una soluzione.
Testimonianza di ciò possono essere le reazioni del mondo arabo di fronte alla pubblicazione del nuovo numero di Charlie Hebdo, volutamente provocatorio. Come afferma l’Huffington Post: «Dal Pakistan all’Algeria, fino alla Giordania e alla Siria è un venerdì della collera quello che si è celebrato nel mondo arabo. Sotto accusa sono le nuove vignette su Maometto pubblicate dal settimanale satirico francese Charlie Hebdo».
Le manifestazioni più violente si sono registrate in Pakistan, dove la polizia ha dovuto intervenire con i lacrimogeni; in Iran, a Gaza e soprattutto in Niger, dove sono state incendiate quarantacinque chiese, cinque hotels, trentasei ristoranti, un orfanotrofio, una scuola e un centro di cultura francese. (Fonte: Internazionale).

Come si può, quindi, rispondere in maniera positiva – nel senso del “puro positivo”, cioè quell’azione che differisce dalla negazione senza però riprodurla e quindi seguendo la teoria della “pura differenza? Un suggerimento di risposta ci può essere dato – paradossalmente? – da Izzed Elzir, Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche italiane (UCOII) e Imam di Firenze: «il mio invito, adesso, di fronte a questo estremismo ed a questo terrorismo, è di rafforzare le energie per aumentare il dialogo ed il confronto».

  1. Severino, nella sua opera “Capitalismo senza futuro”, e gli articoli presenti del testo “Primum Philosophari”, a cura di L. V. Tarca e Laura Candiotto, ci mostrano come un’azione che voglia essere coerente con se medesima non può prescindere dall’analisi di mezzo e scopo: essi devono coincidere. Non si può ottenere un certo risultato se le nostre azioni si discostano da esso. D’altronde ciò ci era già stato mostrato ed insegnato da Gandhi: per ottenere la non-violenza è necessario sì predicarla ma soprattutto metterla in pratica.
    Ecco quindi il puro positivo: cercare il dialogo con chi ci ha “violentato”, perché altrimenti riprodurremo l’azione che abbiamo subito: combattendo la guerra faccio comunque guerra, combattendo un violento opero comunque violentemente, combattendo un ingiusto riproduco l’ingiustizia.

«L’omofobia, la xenofobia ed il razzismo NON sono satira. Anzitutto perché la satira ha come bersaglio il potere e, in generale, i carnefici, non le vittime. In secondo luogo, gay, neri, uomini con gli occhi a mandorla ecc… si nasce. Non è qualcosa che puoi scegliere. Credere o meno in una divinità, invece, è una scelta. In terzo luogo, il razzismo in Italia è reato (legge 654/1975) e la legge è il limite della libertà di espressione».

Questa la risposta di un navigatore della rete alla prospettiva di un ideale giornale satirico “Salvini League” dai toni xenofobi, omofobi ecc ipotizzato da un altro marinaio in risposta all’articolo apparso su Wired il 09/01/2015 intitolato “L’Italia senza satira e la strage di Charlie Hebdo” redatto da Marco Rizzo.

Ho evidenziato subito quale sia secondo me uno dei punti fondamentali dell’enorme minestrone di idee che ha iniziato la sua lenta cottura a seguito del terribile fatto del 7 Gennaio.
La legge è il limite della libertà di espressione, o, modificando leggermente la formula: il potere è il limite della libertà di espressione. Sembra una cosa da nulla – quasi scontata oserei dire – ma invece a mio modo di vedere è uno dei nodi nevralgici della questione.
Alla domanda: «Ti è consentito proporre teorie ed analizzare cause e conseguenze di ogni fatto?»; tu cosa rispondi?

Sì, ci verrebbe da dire, l’Occidente si vanta da secoli della libertà che scorre nelle sue vene, quasi traesse il suo sostentamento dalle idee delle persone e non dai finanziamenti alle guerre che gli fanno comodo o dai massacri di massa in nome di un altro liquido di colore nero ben più proteico della parola “libertà”.

Nei fatti la risposta è un secco e categorico «NO».

Ormai non ci è più nemmeno consentito chi/cosa piangere. Il filtro delle notizie non è in mano nostra, ma ci precede. E così è naturale che “siamo tutti Charlie” mentre in Nigeria, il giorno seguente all’attacco al giornale satirico francese, Boko Haram ed i suoi soldati compivano la loro più grande strage senza che la cosa ci toccasse minimamente; e qui si temono duemila vittime: donne, uomini e bambini che non avevano offeso nessun profeta.
Un esempio di come la libertà di pensiero abbia vita breve è il semplice titolo di un articolo apparso su “Le Figaro” – giornale conservatore parigino – in segiuto alla strage: «La théorie du complot est l’arme politique du faible », cioè: «la teoria del complotto è l’arma politica del debole». Non voglio entrare nel merito della questione complottista, ma, alla notizia che ciò che ha permesso l’identificazione e quindi successivamente la cattura (in questo caso purtroppo l’uccisione) dei presunti attentatori è stata la perdita delle carte di identità da parte di questi ultimi nella macchina con la quale stavano fuggendo, a me qualche dubbio sulla “versione ufficiale” era sorto.
(Per un approfondimento psicologico sulla questione può essere interessante l’analisi di Nadine Eggimann, psicologa dell’Accademia militare del Politecnico federale di Zurigo, anche se a mio modo di vedere è alquanto semplicistico).

Un altro bell’esempio del lavaggio di cervello mediatico è quello messo alla luce dal progetto “Tra le righe” di Venezia: «Il giorno dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, i nostri giornali ci offrono una carrellata di eloquenti prime pagine. Nulla di nuovo. Come era prevedibile, questa tragica vicenda ha portato anche i media a scadere in una facile generalizzazione. “Macellai islamici”, “Strage islamica contro la libertà”, queste sono alcune delle prime pagine che ci propone la stampa nazionale».

Cos’è, quindi, che abbiamo dimenticato?
Ci siamo dimenticati di indignarci. Non tanto per il fatto in sé, sfido chiunque a non condannare l’attentato, quanto piuttosto per come abbiamo reagito.
Il pensiero e la ragione sono i nostri più grandi alleati dato che anche in catene siamo – potenzialmente – massimamente liberi. Nostro diritto, e dovere, è quello di ragionare, di reagire agli stimoli in maniera ponderata, di non farci dominare dai sentimenti o da ciò che viene espresso dagli altri.

Massimiliano Mattiuzzo

[immagine tratta da Google Immagini]

Il gioco dell’abitudine

Sembra che tutto si giochi sul l’abitudine: abituarsi al cambiamento, abituarsi alla presenza o assenza di una persona, abituarsi ad un nuovo luogo, a nuove attività o a nuove persone.
Abitudine come sinonimo di routine, non rimane il tempo per abituarci a un qualcosa che subito siamo chiamati a disabituarci a qualcos’altro. Può considerarsi questo l’effetto del nostro desiderio di regolarità? Della nostra tendenza ad aver tutto sotto controllo? Può l’abitudine essere la nostra risposta ad un profondo desiderio di sicurezza?

Tutti noi abbiamo delle abitudini e siamo abituati ad averne, il solo fatto di essere abituati a qualcosa comporta il non prestarci attenzione o addirittura a non farci caso. Molto spesso riteniamo che l’abitudine e l’abituarci a sia la soluzione perfetta di fronte a dei cambiamenti non voluti, a delle novità che difficilmente accettiamo, alla perdita di tua persona o di qualcosa a noi caro; “l’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose” direbbe Esopo.

Siamo convinti che questa possa ridurre il rischio di eventi accidentali, la possibilità di incontrare ostacoli insormontabili o di vivere situazioni a noi estranee e ingestibili. Sembra che la vita sia il grande gioco delle abitudini, sia buone e cattive che siano.

Il termine abitudine deriva dal latino habitudo, da habitus che indica una nostra qualità o una caratteristica e che deriva a sua volta dal verbo habere, possedere. Abitudine quindi come il possesso di una caratteristica o comportamento stabile, acquisito attraverso la ripetitività o la consuetudine ad essere o agire in un determinato modo. Aristotele definiva l’abitudine

 come una cosa che somiglia alla natura: la natura è ciò che si fa sempre, l’abitudine ciò che si fa spesso Metafisica

Se da un lato è evidente il ruolo fondamentale dell’acquisizione di abitudini all’interno del processo di sviluppo della persona, pensiamo alle conoscenze di tipo pratico-procedurale (saper fare) dall’altro non ci rendiamo conto di quanto l’abitudine spesso diventi una vera e propria strategia di vita. L’abitudine sembra essere la nostra risposta alle sfide che la vita quotidianamente ci pone, il miglior modo per economizzare le nostre energie fisiche e mentali, il mezzo più semplice per reagire a diverse situazioni.

Forse confondiamo troppo spesso l’abitudine con l’avere tutto sotto controllo, emozioni e sentimenti compresi, cerchiamo l’abitudinarietà delle cose perché cerchiamo fondamentalmente la regolarità, la sicurezza, il controllo; vediamo l’abitudine quale luogo sicuro e protetto, attraverso l’abitudine ci sentiamo meno vulnerabili e più forti e con essa teniamo lontano l’ignoto.

Da grandi abitudinari che siamo ci dimentichiamo di apprezzare e riconoscere il valore di tutte le nostre azioni, anche di quelle più semplici, di provare sempre lo stesso entusiasmo delle prime volte; schiavi dell’abitudine ci dimentichiamo di rinnovare ogni giorno l’amore, l’amicizia e l’affetto che ci lega alle persone care della nostre vita e troppo spesso, offuscati dalla routine della nostra vita non riconosciamo più l’importanza della spontaneità, del mettersi in gioco e del rischiare.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine: chi non rischia la certezza per l’incertezza nel seguire un sogno”Pablo Neruda

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini]

Delirio di onnipotenza: tra lavoro e riuscita sociale

Volere è potere.

Quante volte queste tre parole si sono articolate nella nostra mente dandoci la spinta giusta per agire ed affermarci? In quanti casi abbiamo creduto fino in fondo che ogni volta che vogliamo qualcosa, allora possiamo anche ottenerla?

Dai, le capacità le hai, perché non ci provi? Devi solo volerlo!

Siamo continuamente martellati e assillati da una volontà individualistica che ci mantiene intrappolati in un dover essere costante. È questo il clima predominante della società contemporanea. Read more