Dall’amore alla morte

– Pesava meno di 20 chili. Mai vista una cosa del genere – 

Queste furono le parole dei medici che si erano occupati della cinquantacinquenne di Pavia. Laura Carla Lodola era ridotta ad uno scheletro quando è stata ricoverata in ospedale. E’ morta ieri mattina per lo stato grave di denutrizione.
Ha trascorso anni di sofferenza, di mancanza di cibo, di acqua e di una vita normale. Il convivente sessantenne – Antonio Calandrini – è il colpevole di questo massacro ed è ora in carcere con le accuse di sequestro di persona e abbandono di incapace. E’ stato proprio lui a chiamare l’ambulanza il 27 Gennaio, quando la donna era ormai priva di coscienza, sostenendo che fosse la compagna a non voler mangiare.

Questa vicenda di cronaca dal triste epilogo ci porta ad una riflessione.
Perché? Cosa spinge un uomo che anni prima decide di convivere con una donna a tenerla rinchiusa portandola in fin di vita? Esiste un motivo che possa giustificare un gesto del genere?

Non credo proprio. Nulla può giustificare violenza. Nulla può giustificare sevizie e torture. Nulla può giustificare la parola umiliazione addossata ad un corpo già ridotto al limite della vita. Nessuna Donna non merita di essere chiamata tale, nessuna Donna merita di non poter urlare il proprio dolore. Nessuna di noi, di Voi. Io, Lei, Tu che stai leggendo. Nessuna.

Con il passare del tempo i segni risultano sempre più evidenti, lo stato di salute e il male provocato rimbalzano su quel corpo; come si può guardare in faccia una donna ridotta a pesare poco più di 15 chili e non fare nulla? Possiamo cercare una risposta, ma dubito saremo in grado di trovarne una valida.

Il mio pensiero in questa tragica storia va soprattutto a questa Donna; il mio pensiero va a chiedersi se non avesse davvero l’opportunità di chiamare aiuto, se le fosse stato tolto dal compagno ogni mezzo possibile per farsi sentire. Se non fosse così sarebbe davvero triste pensare che Laura – invasa dalla paura o dal malessere – non riuscisse a chiedere aiuto, rassegnandosi invece della sua condizione. Una condizione che non mi sentirei di chiamare “Vita”, una condizione che non sarei in grado di definire linearmente. Una condizione che spaventa ognuna di noi, una condizione che è da combattere da parte di Tutte Noi. Non in una somma, ma in una sintesi di forza.

Donne violentate, maltrattate, uccise e sequestrate:

IO DICO BASTA. E TU?

Katia Maistro

[immagini tratte da Google Immagini]

Il Coraggio di Rinascere

Stava camminando lungo la via di casa, il sole risplendeva e lei, stupita, si accorse che stava sorridendo. Non lo credeva possibile, non più ormai, non avrebbe mai pensato che dalla sua anima ferita potesse nascere un sorriso.

Il sole le sfiorava i tratti del volto e non riuscì a non pensare a tutto ciò che era successo fino a quel momento, fino a ciò che l’aveva condotta a quel sorriso disperatamente cercato senza successo per anni.

La sue mente corse indietro nel tempo, le immagini di quell’orrore durato una vita intera si affollarono, quasi facendo a gara a quale dovesse riapparirle per prima.

Si sentono spesso storie di ragazze che, cresciute nella violenza domestica, inconsciamente, perpetuano il modello relazionale genitoriale.

Era terrorizzata che ciò potesse accaderle, ma non da sempre, soltanto da un po’ di anni a questa parte, da quando aveva capito realmente che le famiglie non erano come la sua. Sì, perché la sua rappresentava l’eccezione che conferma la regola, nonostante le avessero insegnato per tutta la vita che quell’inferno fosse la regola.

Lei, una di quelle ragazzine così desiderose di essere amate; lei, che si lanciava a capofitto in troppe relazioni con persone discutibili, che sfruttavano le sue debolezze a loro piacimento, per puro divertimento.

Si scottò, in quel momento, ripercorrendo gli errori della sua esistenza, sentì ancora il dolore delle mille lacrime versate, che come spilli le trafiggevano il cuore, perché credeva di essere sbagliata, perché credeva di non meritare nulla se non una relazione malata e infelice come quella dei suoi genitori.

La violenza non si manifesta colpendo unicamente le persone direttamente coinvolte, coloro che restano e non vanno, coloro che a volte soccombono sotto il peso della mancanza di autostima. La violenza colpisce anche chi non ne è direttamente investito, chi – come i figli – resta a guardare dallo spioncino della serratura.

E le conseguenze di ciò che si vede possono essere atroci quanto quelle provocate dalla violenza verbale o da un pugno sferrato.

Lei a questo ci pensava in continuazione.  Non aveva potuto farne a meno da quando era riuscita a comprendere le dinamiche di ciò che la circondava e a distaccarsene; quelle dinamiche che pur restavano lì, insieme a lei, ed era stata in grado di costruirsi un suo mondo, nel quale quel dolore agonizzante e paralizzante non poteva entrare. Nessuno poteva entrare nel suo mondo, nessuno fino a quella sera d’estate.

Lei, al primo sguardo, aveva sentito qualcosa; un legame, quasi fosse stato il destino. Faticò a capirlo subito, faticò a comprendere ed accettare la natura di quell’alchimia, impiegò anni prima di lasciarsi andare, di far entrare questo qualcuno nel suo mondo ovattato.

Passarono quattro anni prima, durante i quali si rafforzò e intensificò un legame talmente intimo da permettere ad entrambi di mostrarsi per quello che erano, senza paure né riserve, fino a quando non misero da parte tutti i timori e si lasciarono andare; riuscirono a lasciare lo spazio vitale a quell’amore così forte e profondo da sacrificarsi per non intaccare la vita dell’altro.

E a quel punto lei si guardò la mano e vide quel piccolo cerchietto d’oro, un minuscolo cerchietto, che si sarebbe perso nel vasto mondo della crudeltà e delle sofferenze che le aveva dato vita, che simboleggiava l’inizio di un’esistenza reale, fondata su sentimenti a lei sconosciuti fino a quell’istante, fino a che lui non ebbe il coraggio per entrambi di abbracciarla per non lasciarla più.

Il suo sorriso arrivava da tutto questo, da un’infanzia malata in un ambiente altrettanto malato, dalla forza che dimostrò nello staccarsi da quelle anime portatrici di dolore, da quell’affidarsi – per la prima volta – totalmente ad un’altra persona, sapendo che il suo mondo si sarebbe proiettato verso qualcosa di più grande, un qualcosa capace di farla respirare davvero.

Non è altro che una riflessione, non è altro che un misero –  in confronto allo dispiegarsi di una realtà molto più vasto – riassunto della rivincita di una ragazza che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, che ha provato talmente tanto dispiacere nel vedere i suoi genitori gettare la propria vita in un vortice di sofferenze, che non voleva accadesse lo stesso a lei. Non voleva che un giorno i suoi figli potessero vivere ciò che aveva traumatizzato lei.

La violenza, nostro malgrado, ha risvolti che vanno ben oltre i segni fisici, come abbiamo sempre cercato di spiegare grazie alla nostra rubrica.

E la violenza non sempre vince: ci sono donne che hanno il coraggio di ribellarsi, ci sono figli e figlie così forti da tagliare quel cordone ombelicale e quel legame così profondo coi propri genitori, per potersi liberare dalla catene di una violenza che a loro è sempre stata imposta, senza la possibilità di una scelta.

Vorremmo iniziare il nuovo anno con la speranza di poter scrivere mille storie del genere, mille storie che lascino spazio alla speranza e regalino al lettore un sorriso, un sorriso nel vedere che, molte volte, la violenza non sconfigge.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà