Il contratto sociale: Rousseau e la contemporaneità

<p>defocused crowd of people --- Image by © Images.com/Corbis</p>

È indubbio che l’Occidente stia vivendo un momento molto interessante della sua storia politica: anche grazie al concretizzarsi di alcuni scenari socio-politici che si credevano impossibili, assurdi, si ha un risveglio – forse lento, forse ancora iniziale – della coscienza politica dei cittadini occidentali. C’è voglia di occuparsi di politica e si è tornati a parlarne quotidianamente: quel che manca, a volte, son le categorie con cui interpretare alcuni fenomeni politici e la discussione pubblica diventa chiacchiericcio. In un sistema di mondi possibili ve n’è uno in cui ogni cittadino è adeguatamente informato a proposito di ciò di cui parla, in cui il discorso pubblico si colloca opportunamente rispetto ai fenomeni di cui si fa interprete. Questo mondo è ben lungi dall’essere identificabile con il nostro, in cui viviamo una tensione, un conflitto tra la voglia di partecipare al discorso pubblico e l’inadeguatezza della formazione generale dei cittadini: tra gli esiti di questo conflitto, vi sono alcune forme insane di partecipazione politica. Diciamo insane per intendere quelle forme di partecipazione alla cosa pubblica che mancano l’obiettivo, che illudono il cittadino di avere una qualche influenza sulla dimensione politica del mondo in cui vive.

Come si può risolvere questo conflitto e rendere possibile per tutti, cioè per chiunque abbia voglia di formarsi adeguatamente, la partecipazione al discorso pubblico?

Bisogna tornare a riflettere sulle origini della comunità politica in cui il cittadino si propone di agire, tentare di comprendere le ragioni di questa estraneità che la generalità delle persone vive rispetto ad essa, per poi ricalibrare adeguatamente le forme di partecipazione: la politica – intesa qui in senso ampio – va evolvendosi a ritmi serrati e non è pensabile che i cittadini non elaborino forme di azione e discorso politico altrettanto evolute, a meno che non si voglia rinunciare del tutto a questa dimensione. La qual cosa significherebbe accettare tacitamente una qualsiasi forma di dispotismo, poiché verrebbe meno la forza politica del cittadino e, con essa, il principale limite di ogni limite costituito.

Per riflettere circa la formazione della comunità politica, è opportuno farsi guidare da quei pensatori che hanno dedicato a questo tema il meglio della loro riflessione filosofica.

Uno tra questi è senza dubbio Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che ha riflettuto a proposito dei momenti costitutivi della comunità politica, quelli in cui gli esseri umani entrano a far parte di un grande e unico corpo politico, attraverso la stipulazione di un contratto sociale. Quanto v’è di peculiare nella riflessione di Rousseau, a ben vedere, è il fatto che il cittadino debba rinunciare del tutto alla propria sovranità, di cui godeva in stato di natura, senza con ciò subire alcuna diminuzione: la cittadinanza riconsidera tutti e sana ogni deficit di potere. È nella partecipazione alla vita della comunità che l’essere umano è pienamente autonomo e libero: e ciò è possibile per il fatto che il cittadino partecipa alla nascita della comunità di cui sarà parte, esercitando in prima persona il proprio potere.

Ciò che sembra mancare alla nostra contemporaneità è la disponibilità ad assumersi, da parte di troppi singoli, porzioni seppur ridotte di responsabilità: a tale resistenza fa da contraltare, ad ogni modo, la richiesta sempre più forte di spazi d’azione critica rispetto alla vita politica. Sembra, cioè, che alcuni cittadini vivano una relazione posticcia con la propria comunità, alla cui ideale fondazione non prendono parte, restando inevitabilmente in una situazione conflittuale tra i propri desideri e le condizioni di attuabilità degli stessi.

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

IL REPUBBLICANO CHE È IN NOI

A settant’anni dal referendum del 2 giugno 1946

Michael Sandel, una delle menti filosofiche più brillanti sulla scena mondiale e professore ad Harvard, ci ha ricordato, di recente (in Giustizia. Il nostro bene comune, Feltrinelli 2010), che accanto ai doveri naturali e universali, come rispettare l’altro o non commettere ingiustizie, che avvertiamo come esseri razionali, e agli obblighi che assumiamo volontariamente, ci sono doveri di solidarietà, che non abbiamo scelto o contrattato, ma che discendono dall’appartenere ad una comunità specifica e dalla responsabilità di essere concittadini. Oltretutto, questi doveri sono fondamentali per una narrazione di noi stessi e delle nostre vite, per rintracciare il senso delle nostre azioni e aspettative nella storia o nelle storie di cui ci troviamo a far parte. Infatti, solo astrattamente possiamo considerarci soggetti monadici che si limitano a negoziare interessi e diritti con gli altri. La memoria storica è appunto uno di questi doveri, anche quando è terreno di conflitti o tensioni latenti e non solo di condivisioni e pacificazioni.

Come tutte le feste nazionali, ma forse più di altre, la festa del 2 giugno serve a rinsaldare la memoria condivisa della comunità e a fornire alcune coordinate morali alle nostre esistenze di membri di quella comunità; a ricordare il primo rito democratico che, col referendum del 1946, la nazione italiana celebrava dopo la ferita del trauma totalitario e la lacerazione di una guerra civile, che si era intrecciata con la guerra di liberazione. Per noi, “Repubblica” significa lealtà al nuovo corso democratico e pluralista imboccato dopo la guerra e il rifiuto di una monarchia che scelleratamente aveva aperto le porte al fascismo, si era compromessa con il suo progetto di distruzione degli istituti liberali e con le velleità belliciste, che, soprattutto, dopo l’8 settembre 1943, determinarono quel collasso della nazione che gli storici non tardarono a chiamare “morte della patria”. Anche se con la fragilità e la mestizia di una “creatura povera”, come Corrado Alvaro ebbe a definire l’Italia in quell’anno, la patria cominciava a rinascere proprio dopo l’esito referendario a favore della repubblica, nonché dopo il varo della costituzione repubblicana e le prime elezioni politiche del 1948.

Prima congelati e intossicati dalla retorica patriottica e imperialista della dittatura fascista e, poi, andati in frantumi all’indomani del 25 luglio e dell’8 settembre, Stato e identità nazionale si rimettevano in piedi e si riconfiguravano con gli ideali repubblicani dell’autodeterminazione popolare e della trasformazione consapevole e democratica della società, il cui elemento strutturante sarebbe stato negli anni avvenire, nel bene e nel male, la mediazione dei partiti di massa. Seguendo l’onda del secondo dopoguerra ma sicuramente in modo più rapido e profondo di altre nazioni europee, a causa del senso di colpa di aver creato nel cuore dell’Europa, dopo la Grande Guerra, un modello politico autoritario alternativo allo Stato liberale, l’Italia repubblicana si apprestava a liquidare il nazionalismo e a sostituirlo con un “patriottismo costituzionale”, che venne rinforzato con un nuovo mito fondativo: la Resistenza. Nel 1946, Alberto Moravia scriveva che “la sconfitta ha definitivamente respinto nel passato D’Annunzio e Gentile, l’eroismo nicciano e il nazionalismo barresiano, l’idea di Impero di Roma e quella dello Stato etico”[1]. Si può cogliere l’occasione del settantesimo anniversario della Repubblica italiana, per chiederci più in generale: cosa significa essere ‘repubblicani’ e cosa significa esserlo oggi, agli inizi del XXI secolo?

Nel giro di un secolo e mezzo di storia europea e mondiale, dalla Rivoluzione francese alla Seconda guerra mondiale, l’idea di nazione ha suscitato, allo stesso tempo, il risveglio e il più tremendo sonno della ragione. Lo Stato-nazione moderno è stato l’impasto dialettico di due correnti: il repubblicanesimo e il nazionalismo. Il repubblicanesimo ha immaginato una nazione di cittadini che si riconoscono liberi ed eguali nella formazione della volontà collettiva; il nazionalismo ha immaginato una nazione come comunità di destino, fondata sulla discendenza dallo stesso ceppo etnico, cioè su legami prepolitici.  Il primo ha incoraggiato il senso civico, il sentimento della libertà e della partecipazione, ha legittimato la democrazia; il secondo ha incoraggiato la disponibilità a combattere e a morire per la patria, ma anche il senso dello Stato e della sua indipendenza. Durante l’Ottocento romantico, come testimoniano anche i movimenti risorgimentali, il nazionalismo è stato un potente vettore del repubblicanesimo e dell’affermazione dei principi universalistici della democrazia. Emblematica di questa convergenza è la figura di Mazzini, ad esempio. Ma questa complementarietà è stata drammaticamente spezzata dalla strumentalizzazione del mito nazionale, messo prima al servizio dell’imperialismo e della politica di potenza dalle élites politiche europee tra il 1871 e il 1914 e, poi, da Mussolini e Hitler, al servizio di un progetto totalitario, totalmente incompatibile con i principi repubblicani.  Nella seconda metà del Novecento, dopo i disastri del nazionalismo bellicoso e totalitario e con l’avvento di società multiculturali e multietniche, l’idea di democrazia repubblicana si è sganciata da un concetto “romantico” di nazione intesa come entità naturalistica, che ha conosciuto un progressivo declino.

Nella misura in cui si è legato storicamente all’affermazione dello Stato nazionale, il repubblicanesimo deve fare i conti oggi con la crisi irreversibile che ha investito lo Stato nazionale nel mondo globalizzato. Cionondimeno, nel dibattito filosofico e politico americano, alla fine del secolo scorso, ancora molti intellettuali, tra cui lo stesso Sandel, hanno difeso un’idea ‘repubblicana’ ovvero communitarian di politica in opposizione ad un’idea neoliberale di politica. Se per i secondi, il processo democratico ha senso sostanzialmente in funzione della difesa delle libertà negative e dei diritti privati dall’ingerenza dell’apparato amministrativo dello stato, per i primi ha la funzione principale di garantire i modi, istituzionalizzati e informali, con i quali tutti i cittadini ragionano e determinano il bene comune, con un orientamento etico e non solo mirato strategicamente ai propri interessi. Ora, in un mondo nel quale la globalizzazione commerciale, produttiva, finanziaria, dei rischi militari ed ecologici, pone problemi che travalicano le capacità di intervento dello Stato nazionale e richiede l’azione coordinata degli Stati o di organizzazioni superstatali, le sfide che attendono il repubblicanesimo del futuro riguardano la possibilità che i processi democratici funzionino anche al di fuori dei confini dello stato nazione (una scommessa  ancora per l’Unione europea, come sappiamo) e funzionino anche in una collettività non etnicamente omogenea, cioè in una società multiculturale, che è anche la conseguenza di una politica di accoglienza di migranti e rifugiati. Così come riguardano l’esigenza crescente di forme di direttezza della politica, come le ha chiamate Nadia Urbinati (in Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza, Feltrinelli 2013), che si sono affacciate contestualmente alla crisi dei partiti e con le potenzialità comunicative e orizzontali del web e che sembrano cercare una risposta bottom up alla crisi d’impotenza dello stato nazione, in corrispondenza a quella top down degli organismi internazionali o confederali.

Queste sfide future e le loro importanti poste in gioco, non devono far dimenticare però che lo spirito repubblicano rimane l’antidoto al ritorno regressivo di pulsioni nazionalistiche mai sopite del tutto, come dimostrano l’Ungheria e la Polonia e le elezioni presidenziali in Austria. Nel suo ultimo libro, scritto proprio in quel cruciale 1946 e col titolo significativo Il ritorno alla ragione, il filosofo e storico delle idee Guido De Ruggiero, antifascista, liberale e poi azionista, metteva in guardia sul fatto che, per quanto potesse sembrare assurda la sopravvivenza dei nazionalismi dopo la catastrofe che essi avevano provocato con il nazifascismo e con due conflitti mondiali, non era da escludere la loro riemersione, trattandosi di “una realtà, che riposa sul fondo irrazionale della nostra natura, ed è mantenuta in vita dagl’impulsi istintivi e passionali che muovono da essi”. In contrapposizione al nazionalista che è sempre in agguato in noi, allora, bisogna che resti vigile il repubblicano che è in noi, quello a cui faceva appello nel Contratto sociale Jean-Jacques Rousseau, allorquando invitava il cittadino a radicare nel suo “cuore” i principi democratici e le leggi e a “ragionare nel silenzio delle passioni su ciò che l’uomo può esigere dal suo simile e su ciò che il suo simile può esigere da lui”.

Francesco Bellusci

Note

[1] (citato in Emilio Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza 2006)