USE, USE, USE E POI RE.USE: RIPENSARE IL CONSUMISMO PER COSTRUIRE UNA SOCIETÀ SOSTENIBILE, CON IL FILOSOFO SERGE LATOUCHE, 29 MAGGIO MUSEO SANTA CATERINA – TREVISO
Quasi quattrocento persone – e un centinaio fuori – martedì 7 marzo hanno accolto a Treviso Serge Latouche, economista e filosofo francese, in occasione del primo incontro del Festival Filosofico Pensare il presente tenutosi presso l’Aula Magna dell’istituto Enrico Fermi di Treviso.
Importanti i temi trattati da Latouche durante il suo intervento intitolato Decrescita e futuro, due termini in apparente contrasto tra loro, ma solo superficialmente.
Il ragionamento parte da un quesito sempre più centrale nella nostra quotidianità: quale sarà il nostro futuro? «La risposta – dice Latouche – non va cercata tra gli economisti perché non sanno fare previsioni a lungo termine»: è semplicemente una questione di logica legata alla consapevolezza della caducità del sistema economico che attualmente influenza pesantemente la nostra esistenza tanto da porci su un bivio; come cita Woody Allen: «Siamo arrivati all’incrocio di due strade: una porta alla scomparsa della specie, l’altra alla disperazione totale. Spero che l’uomo faccia la scelta giusta».
Il capitalismo, il consumismo, la crescita sostenibile, sono tutti fattori illusori, appartenenti ad un’epoca iniziata con la rivoluzione industriale ma che ormai da anni ha esaurito la sua spinta motrice per lo sviluppo: uno sviluppo che secondo le logiche di mercato si presenta come infinito ed inesauribile. Così come le stelle, anche le pratiche dell’economia di consumo continuano ad emanare immutate la loro luce nonostante siano “morenti”.
I danni provocati dalla continua domanda di risorse sono incalcolabili, ci stiamo dirigendo verso la sesta estinzione di massa della storia – la quinta colpì i dinosauri sessantacinque milioni di anni fa – ogni giorno scompaiono circa 200 specie di esseri viventi e non ce ne accorgiamo.
Le risorse del nostro pianeta non sono inesauribili, abbiamo a disposizione due miliardi di ettari (su sessanta) per la bioproduzione; un altro elemento “finito” riguarda la capacità di smaltimento dei rifiuti, che non è un problema unicamente legato alle sole grandi città; inquiniamo i mari, i fiumi, i Paesi del sud del mondo, alimentando e facendo prosperare malattie e “disperazione”; infine occorre considerare la fragilità del capitale, la moneta che muove gli scambi commerciali, e che “tampona” con crediti e prestiti la domanda continua di beni fondamentalmente superflui al fabbisogno del singolo individuo: una situazione simile attraverso la formazione di una bolla speculativa dalle proporzioni indefinite causò il crollo dei mercati nel 2008.
«La crescita infinita è inconcepibile, assurda, lo capirebbe anche un bambino di cinque anni», continua il filosofo economista bretone, e tutto ciò dovrebbe portarci a ripensare l’intero sistema economico. Le origini del capitalismo sono erroneamente poste durante l’apogeo delle repubbliche marinare (X-XII secolo), quando in realtà si trattava unicamente di scambi commerciali. Oggi si parla di vera e propria ideologia del consumo, e l’occidentalizzazione del mondo è la sua religione.
L’ultimo punto, ma probabilmente il più fondamentale toccato da Latouche, riguarda la felicità. È proprio questo elemento al centro della «società di abbondanza frugale» all’interno della quale si può vivere senza eccessi anche con lo stretto indispensabile: «il razionale deve lasciar spazio al ragionevole, occorre creare decrescita ed ecosocialismo» contro lo slogan dello sviluppo sostenibile e la sua spina dorsale incentrata, per esempio, sull’obsolescenza tecnologica, sull’accumulo e sullo spreco.
La domanda sorge spontanea: togliendo linfa vitale alla globalizzazione, verrà meno anche il lavoro? Secondo Latouche no. Nuovi impieghi e nuove professioni risulterebbero dalla nuova concezione di un’economia più locale e meno globale, più diversificata e meno omologata. Le parole d’ordine sono: rilocalizzare, riconvertire e ridurre; sviluppare senza esagerare, ripensare il settore primario – quello dell’agricoltura – per una migliore disponibilità di risorse, diminuire anche l’orario di lavoro: «questi sono gli ingredienti della felicità».
Alessandro Basso
Articolo scritto in occasione del primo incontro Decrescita e futuro (martedì 7 marzo) del festival di filosofia Pensare il presente, a Treviso dal 7 al 30 marzo 2017.
Alle illusioni del capitalismo Serge Latouche risponde con la decrescita giugno 30th, 2023Alessandro Basso
Incontriamo Luca Mercalli a Internazionale di Ferrara, in un’aula universitaria vuota, in attesa che si riempia di giovani e giornalisti desiderosi di imparare, desiderosi di essere coinvolti. Gli elementi che lo contraddistinguono ci sono tutti: il sorriso, la camicia e il papillon; quando parla, si percepisce la passione che lo coinvolge nelle tematiche ambientali, di questo mondo sofferente ed ignorato, ed anche noi, inevitabilmente, ne veniamo subito coinvolte.
Luca Mercalli è un climatologo torinese da molti anni impegnato nella divulgazione delle istanze ecologiche e promotore di una presa di coscienza da parte del singolo verso una riduzione del nostro impatto ambientale sul mondo. Da anni collabora con la RAI per la quale ha condotto nel 2015 il programma Scala Mercalli, mentre dal 2003 che è presente come ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa. È inoltre autore di diversi libri nonché di articoli pubblicati su riviste specializzate e testate più divulgative come La stampa e Repubblica; nel 1993 ha fondato la rivista Nimbus, del quale è direttore.
In questi ultimi anni la sensibilità nei confronti del nostro ecosistema sta aumentando, ma non è ancora abbastanza. Perché a suo parere è così difficile l’instaurarsi di un’etica ambientale che venga percepita in maniera forte dai singoli?
Forse perché ci sono prima di tutto delle attitudini antropologiche da sconfiggere – dico delle attitudini ma forse sono più dei vizi, dei difetti: noi siamo una specie che non è abituata a guardare al lungo periodo, tendiamo ad affrontare i problemi sul cortissimo periodo e solo quelli che sono immediatamente vicino a noi. Quando parliamo di crisi ambientale parliamo invece di un problema globale ed anche gigantesco, rispetto al quale sembra esserci anche un atteggiamento di rimozione dovuto ad un senso di impotenza, anche perché parliamo di problemi che spesso sono rimandati negli effetti a decine di anni dopo e che quindi non vediamo direttamente. Questi sono problemi che storicamente hanno sempre interessato l’uomo; ricorre persino nei classici dell’antichità il fatto di non riuscire a progettare un futuro quando già si vedono i semi del dramma, della tragedia prima: pensiamo soltanto alla figura di Cassandra, condannata a non essere mai creduta pur dicendo la verità, in quanto profeta di sventure. Pur offrendo la possibilità di prevenire i grandi problemi del mondo, l’uomo la sdegna e rifiuta questo avvertimento, preferendo invece il giocattolo del momento: il cavallo di Troia è un dono bello, nuovo, splendente e luccicante come i doni che ci sono oggi nelle vetrine dei negozi, e adesso come allora si preferisce il dono oggi, anche se è truccato, invece che riflettere e andare a vedere dentro quali possono essere i pericoli. Io direi che il consumismo di oggi è il cavallo di Troia e il danno ambientale è il trucco che c’è dentro e che noi non vediamo. Quindi ritengo che ci sia questa fortissima difficoltà da parte dell’individuo ad affrontare la visione progettuale e forse anche un pochino di rinunce o di cambiamenti nelle abitudini per evitare grossi problemi dopo. Questo tipo di attitudine viene poi sfruttato invece dal mercato: esso asseconda queste attitudini e quindi alimenta un circuito senza fine che invece di tendere a risolvere il problema finisce col peggiorarlo.
Si può dunque parlare di etica ambientale, intendendo dunque per essa l’attuazione di una serie di comportamenti etici nei confronti delle tematiche ambientali?
Certo, si parla di etica evidentemente perché già a livello di individuo ci sono delle azioni che potrebbero essere fatte pensando soltanto ciò che è giusto. Pensiamo ad una cosa banale: non buttare i rifiuti nell’ambiente o fare la raccolta differenziata lo riconosciamo come un atto giusto, e in effetti è scientificamente inoppugnabile, non c’è nessuno che possa dire che è un’opinione, è una cosa giusta di per se stessa; eppure noi spesso non lo facciamo e ci rifugiamo dietro mille alibi che possono essere ‘non ho tempo’, ‘sono distratto’, ‘ho cose più importanti da fare’, ‘se lo faccio io però lo devono fare anche gli altri’, ‘se non lo fanno gli altri perché io devo essere il primo’… cioè si cerca ogni genere di piccolo alibi per non fare una cosa per altro assolutamente semplice, figuriamoci quelle complesse.
Molto spesso tuttavia l’informazione non risulta adeguata né sufficiente rispetto alle tematiche che stiamo discutendo, non solo riguardo la possibile attuazione di determinati comportamenti, ma difetta anche di chiarezza circa la questione stessa, lo stato attuale della natura, del clima e dell’ambiente in senso lato. Se a ciò aggiungiamo una mancata ricerca e presa di coscienza da parte del singolo, la situazione non sembra auspicare un cambio di mentalità. Quali sono gli interventi possibili a livello d’informazione?
L’informazione ha ignorato questi problemi per lungo tempo e spesso li ha addirittura minimizzati, mettendoli anche in dubbio in modo però non costruttivo; ancora oggi li tratta come un elemento marginale della vita sociale, mettendo piuttosto in primo luogo il mercato, l’economia, i rapporti tra gli uomini… insomma, i piccoli litigi della politica e della vita sociale, piuttosto che indagare il nostro rapporto di specie con la biosfera e con il resto del pianeta, che è condizionato da leggi fisiche e non dal nostro volere. Questo è già un grave vizio iniziale che impedisce la formazione della coscienza nelle persone; teniamo anche in mente che i problemi ambientali sono complessi anche da un punto di vista scientifico, quindi dovremmo dare un surplus di informazioni invece che di meno. È particolarmente importante riuscire a comunicare alle persone i rischi che corriamo e il fatto che sono un po’ a scoppio ritardato, ma che poi sono irreversibili, quindi se non li correggiamo oggi, i danni poi saranno drammatici; spesso invece questo viene visto come un ‘guastare la festa’, oltre all’andare in conflitto con un certo tipo di economia.
Poca informazione vuol dire quindi poca consapevolezza da parte delle persone e quindi una scarsissima incisività negli interventi che dovrebbero risolvere questi problemi. Gli anni passano, tutte queste cose si sapevano già 30-40 anni fa e stiamo perdendo quindi un tempo prezioso.
Nel suo libro Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità (Chiarelettere, 2011) lei sottolinea come il cambiamento può essere possibile, se questo parte dal nostro piccolo, dalle nostre case… Racconta quindi il suo cammino verso la resilienza, ovvero la capacità reattiva delle persone nei confronti delle avversità. Come fare arrivare più efficacemente questo messaggio nelle azioni di vita quotidiana?
La cultura è una delle vie, ma sappiamo che è lenta nel dare gli effetti e purtroppo non interessa tutta la popolazione: la cultura infatti interessa chi è recettivo, mentre c’è una grande parte di popolazione che non è a contatto con le fonti culturali perché si auto-esclude, considerando che oggi grazie a internet avremmo la possibilità di accedere a tutta la cultura dell’umanità, ma se la respingo, se non leggo, se non mi documento, chiaramente ne sono escluso. Ci sono poi anche coloro che pur conoscendo questi problemi li rifiutano a priori per un meccanismo ideologico che può essere di arroganza personale. Quindi io credo che sia importante che ci siano percorsi individuali che creino dei buoni esempi per tutti, ma questi devono essere percepiti poi parallelamente dalla politica di modo che li trasformi in prassi, in procedure che vengono normate: solo grazie alla normativa, e quindi al diritto e alla legislazione, questi processi possono investire poi tutta la popolazione. Bisogna quindi partire dalle consapevolezze individuali di piccole isole d’avanguardia che poi però dovrebbero diventare la prassi di giurisprudenza che realizzi una buona legge, che dica per esempio: “adesso la raccolta differenziata la fate tutti, perché se la fanno loro la potete fare anche voi”. Purtroppo questo raramente succede.
Buona volontà individuale e azione istituzionale, quindi. Quanto incidono a livello culturale le politiche e le governance degli Stati? Pensiamo per esempio agli accordi di Parigi che recentemente sono stati ratificati anche da Stati Uniti e Cina, che sono i più grandi produttori d’inquinamento al mondo1. Quale influsso hanno dunque sul comportamento dei cittadini questi accordi, che forse vengono percepiti anche un po’ distanti?
Sono distanti proprio perché al momento non sono ancora stati tradotti in pratiche quotidiane, e questo per il momento è ciò che mette in dubbio la loro efficacia: un pezzo di carta firmata non è ancora una soluzione di un problema, un problema che passa invece per delle scelte estremamente concrete in termini di risparmi energetico, di uso di combustibili diversi, di energie rinnovabili, di economia circolare, di economia sull’uso delle risorse naturali, di riciclo dei rifiuti. Quindi bene, bicchiere mezzo pieno o forse soltanto un passettino avanti rispetto a più di vent’anni precedenti di vuote chiacchiere; sicuramente ci vuole, è un passaggio formale, ma poi ci vuole quello sostanziale e quindi staremo a vedere se i singoli governi di tutto il mondo saranno capaci di tradurre gli intenti generali dell’accordo di Parigi in fatti concreti che poi investano la vita quotidiana delle persone. La risposta, purtroppo, non gliela so dare.
C’è quindi una lontananza che è soltanto momentanea tra questi accordi e la vita del singolo, nel senso che nel momento in cui un governo accetta l’accordo di Parigi immediatamente deve legiferare al proprio interno perché questi obiettivi vengano raggiunti. Bisognerà vedere se ci sarà la forza di farlo e chi sarà il controllore, perché l’accordo per ora è impostato sulla buona volontà, ma bisogna che ci sia qualcuno che verificherà questi dati.
Prima abbiamo parlato di etica ambientale: qual è il ruolo della filosofia in tutto questo?
Il ruolo della filosofia secondo me è importantissimo e fondamentale, è un ruolo che deve essere riconquistato perché la filosofia è un po’ assente nella nostra vita di oggi, forse era più presente nel passato. Oggi abbiamo bisogno di una filosofia ambientale, una ‘filosofia della crisi ecologica’, che è anche il titolo di un pamphlet uscito nel 1991 del filosofo Vittorio Hösle, che nonostante non abbia più scritto sull’argomento, impostava benissimo la necessità di costruire una filosofia che allontanasse il rischio di collasso dell’umanità. Quindi la posta in gioco è elevatissima, è gigantesca, è la nostra permanenza sulla Terra con un ragionevole benessere per i secoli e per i millenni futuri. E’ necessario che molti più filosofi si riapproprino del ruolo di indicatore della via da percorrere che storicamente la filosofia ha avuto, ma devono anche scendere con i piedi per terra. Io conosco un po’ di filosofia (buona filosofia) che è stata fatta su questi argomenti, penso ad Hans Jonas in Germania, con il principio di responsabilità, ma sono piccole isole di riflessione che non hanno per ora prodotto una presa di coscienza intanto dei filosofi, e poi della società. Ci sono ancora tantissimi filosofi che pensano che questi argomenti non siano importanti e non debbano essere oggetto della loro riflessione, perdendo la loro vita a far ‘spaccapelismo’ su argomenti assolutamente ininfluenti per il futuro dell’umanità.
Giorgia Favero & Elena Casagrande
NOTE:
1. Stati Uniti e Cina hanno ratificato gli accordi di Parigi il 3 settembre 2016; l’Unione Europea li ha ratificati (come Organizzazione Internazionale Governativa) il 4 ottobre 2016 e successivamente anche l’Italia, il 27 ottobre.
Intervista a Luca Mercalli: “Il consumismo è il nostro cavallo di Troia” luglio 20th, 2017lachiavedisophia
Quando ho visto Matrix per la prima volta ero seduto in un cinema, in una giornata assolata di maggio come tante, eravamo seduti sui gradini del cinema perché eravamo arrivati in ritardo e nel buio non eravamo riusciti a trovare dei posti a causa della sala gremita. Avevo 14 anni e stavo seduto accanto alla ragazza più affascinante che avessi visto, uno di quegli “amori” tipicamente adolescenziali. Non sapevo che in quel film di fantascienza si sarebbero coagulati tanti significati e tante questioni che avrebbero poi influito sulla mia generazione. Era il 1999. Era un film strano che parlava di volontà, destino, amore, senso della vita, il tutto coagulato in un blockbuster ben confezionato in pieno stile hollywoodiano.
Qualche anno dopo rimasi colpito, deluso, ma comunque attento per i riferimenti cristologici inseriti in Matrix 2 e 3 e ancora ripenso alla frase che descrive un messia cieco, un simbolo per tutti quelli come lui, patetico, in attesa che qualcuno gli dia il colpo di grazia.
In fondo ripensandoci era proprio un film adolescenziale, senza usare il termine in maniera dispregiativa, anzi, era una enorme storia in salsa cinematografica della Volontà di Potenza di Nietzsche che ha profondamente attraversato la mia generazione, una generazione sorta all’alba della decadenza dell’Occidente e della sua crescita: gli anni ’90 hanno rappresentato il preludio di un declino. La volontà di potenza ci mette un attimo a trasformarsi in volontà di impotenza, indolenza e ozio.
Penso che la mia generazione abbia delle grandi responsabilità per quanto è accaduto, sta accadendo e accadrà: siamo stati incapaci di dar vita a grandi prese di posizione generazionali, ma anche di dare alle cose una nostra inclinazione, seppur non all’insegna di rotture nette; siamo caduti preda di una anestetizzazione tecnologica, imbambolati da Mediaset e figli del berlusconismo, a prescindere che fossimo pro o contro.
Che fossimo pro o contro siamo pur sempre cresciuti all’ombra della figura di Berlusconi, una figura paradigmatica perché come i nostri genitori la sua generazione si è dimostrata quella dei moderni Crono e come tali non hanno che potuto divorare i propri figli. Gli anni di governo personalistico e finalizzato alla produzione di leggi ad personam più che di leggi per lo sviluppo non ci ha messo al riparo dalla crisi ed anzi hanno catalizzato quanto di peggio ha finito poi per abbattersi sul nostro Paese.
In un’ ottica marxiana i boomers (le generazioni che hanno vissuto la prosperosa epoca del boom economico) hanno fatto quello che i capitalisti fanno con i mezzi di produzione, hanno cioè fagocitato diritti in modo ipertrofico finendo per privare i propri figli e le generazioni future delle medesime opportunità, lo stesso dicasi per quanto riguarda gli impatti ambientali.
Lungi da me tuttavia indicare il male, additare le generazioni passate e sgravare così noi tutti da un onere di responsabilità al quale eravamo chiamati a dare una risposta, perché se le generazioni che ci hanno preceduto non sono state virtuose noi abbiamo peccato di una ignavia ben peggiore, ci siamo infatti ben guardati dal rompere gli schemi e ci siamo invece trincerati nel consumismo e nella moda.
La nostra risposta ai cambiamenti del mondo è stata quella di comprarci l’ultimo Ipad, di tirare per le lunghe lo studio e continuare a farci foraggiare dai nostri genitori. Se da un lato l’aiuto è servito a sostenerci in questi tempi difficili, dall’altro ha avuto l’effetto di renderci apatici e poco inclini a rompere gli schemi costituiti. Siamo stati come gli animali da allevamento, come un animale domestico che non esce mai di casa e come tali non abbiamo mai saputo elaborare una visione del mondo che ci permettesse di crescere al di fuori della pesante ombra dei nostri genitori.
Siamo dei novelli Benjamin Button: privi di progettualità a lungo e medio termine, finiamo per vivere una vita all’incontrario. Se la fine degli studi universitari un tempo significava l’accesso all’età adulta, è qui che il processo si inverte, assistiamo così alla devoluzione, un regresso inquietante quanto diffuso, un perenne rifiuto di confrontarsi con il mondo e prendere in mano il proprio destino.
Spesso vedo ragazzi di ormai quasi trent’anni farsi foto in discoteca che normalmente si era soliti farsi fare quando si avevano quindici o sedici anni, ma al posto di provare vergogna per l’immaturità manifesta tali foto sono invece oggetto di orgogliosa ostentazione. In un mondo dove conta sempre meno essere ciò che si è e conta invece apparire per ciò che la società ha presunto che dovremmo essere.
La mia generazione è fatta di cani di Pavlov, ma a differenza del celebre cane noi siamo restii a imparare dall’esperienza. Più subiamo la nostra impotenza e la vessazione di chi non ha alcuna tutela lavorativa e quindi nessuna dignità umana, più continuiamo ad abbeveraci dalla fonte che sta anche all’origine di tutti i nostri mali. Anziché ribellarci o quanto meno rifuggire gli stimoli negativi, nel migliore dei casi finiamo per chinare il capo diventando gregari e subalterni delle generazioni che ci hanno preceduto, nella vana speranza che prima o poi tocchi anche a noi, come se la nostra mente non avesse registrato che all’alba del nuovo millennio l’aspettativa di vita è tale che è molto più probabile che saremo noi a perire di stenti prima della dipartita di chi oggi regge le leve del potere.
Ci hanno detto che il lavoro doveva essere flessibile, ci hanno fatto imparare le lingue e tantissime competenze diverse, ci hanno raggirato usando accattivanti termini anglosassoni come long life learning o learning by doing, ma mi chiedo quanti dei grandi ideologi di questo modo di pensare, quanti professori che ci hanno proposto questo modello di vita e quanti funzionari che hanno stilato protocolli amministrativi che deliberavano in tal senso si sono sottoposti allo stesso trattamento. Quanti di loro hanno veramente provato ad assaggiare la ricetta che avevano preparato per noi e per i loro figli? Penso ben pochi visto che la pubblica amministrazione è piena di gente che non parla nemmeno l’inglese e che per anni non ha fatto altro che ripetere sempre e solo la stessa mansione, senza mai aggiornare le proprie competenze, tanto che se si rimettessero oggi sul mercato del lavoro a stento troverebbero posto come posteggiatori di auto o lavapiatti in un ristorante. Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio e nella Pubblica Amministrazione ci sono ancora tante persone che si aggiornano e combattono ogni giorno per garantire servizi migliori ai cittadini: perché non siamo stati capaci di allearci con loro?
Siamo stata la generazione che ha potuto studiare fino ai gradi più alti della formazione, ci hanno viziati dicendo che eravamo tutti speciali, ma se siamo tutti speciali vuol dire che non lo è nessuno e così il nostro grado di istruzione crescente ha finito con l’unico scopo di far crollare la retribuzione salariale di coloro che potevano essere impiegati nel lavoro cognitivo.
Abbiamo ostinatamente voluto credere alle promesse dei nostri genitori circa il fatto che il mondo fosse un posto facile dove vivere, che eravamo unici e irripetibili e che strabilianti opportunità ci avrebbero atteso, chiusi sotto una amorevole campana di vetro che ci ha tenuti al riparo dal mondo. Abbiamo rimandato un confronto con la realtà destinato ad essere devastante, quella ovattata campana non era altro che una bolla paranoica di mediocrità. Non siamo stati meglio di coloro che si sono affrettati a votare Berlusconi perché persuasi che avrebbe davvero creato – già il termine mi cagiona ilarità – un milione di posti di lavoro, abbiamo preferito credere che creare le nostre opportunità con un po’ di fatica e di sudore. Abbiamo voluto far finta che ci fossero risposte semplici a domande complesse.
In politica e nel lavoro ci siamo relegati noi stessi al margine, ogni volta che abbiamo chinato il capo e ci siamo fatti imboccare, tutte le volte che non abbiamo provato noi stessi a mostrare che le cose potevano essere diverse nascondendoci dietro a una presunta italianità della raccomandazione, ogni volta che non abbiamo anteposto il merito al nostro interesse abbiamo replicato la mediocrità dei nostri padri e delle nostre madri che facendoci trovare sempre la pappa pronta non hanno fatto altro che crescerci deboli e fragili, ma anche supponenti perché mai posti di fronte ai nostri stessi limiti. Così si è costituita la generazione dove tutti siamo speciali, tutti siamo qualcuno, abbiamo tutti vite interessanti e fantastiche, mentre viviamo una condizione miserabile contronatura perché costretti a restare presso i nostri genitori senza la possibilità di svilupparci diventando ciò che siamo come adulti e perché no anche nella senilità.
L’ultimo grande demerito è che non abbiamo saputo restare uniti, ci siamo fatti investire dalle ideologie già precostituite dai nostri padri finendo per farci molto più la guerra tra di noi che provare a imporre una nuova visione delle cose, noi che siamo nati alla fine delle grandi ideologie, dove la religione è più mite nella rigidità, dove il muro di Berlino è caduto, dove se da un lato ci hanno accusati di non credere in niente avevamo invece l’opportunità di credere in tutto con uno sguardo nuovo e invece non abbiamo fatto altro che suonare uno spartito datoci da altri e danzato su quelle stesse note.
Non abbiamo fatto tesoro delle parole di Michael Young che ci ha provato a dire:
«I giovani devono combattere il potere degli anziani invece di allearsi con loro per ricevere favori».
Spero solo che le generazioni che stanno crescendo oggi e che verranno domani imparino dai nostri errori e non ce ne abbiano troppo a male per il mondo che ci apprestiamo a consegnare loro.
Matteo Montagner
[Immagine tratta da Google Immagini]
La mia generazione: abbiamo fallito, avanti il prossimo agosto 3rd, 2016Matteo Montagner
“Si stava meglio quando si stava peggio” quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase? Sembra assurdo ma in questi giorni di vacanza, mi ritrovo spesso a meditare sul significato di queste parole.
Proviamo, per un momento, a liberare la mente da ogni pensiero e sforziamoci di immaginarci in un contesto di guerra. Bombe che cadono dal cielo come stesse piovendo, spari in lontananza, gente che corre senza un ordine, semplicemente vogliono salvare la propria vita. È in questi contesti, secondo me, che si scopre la doppia natura dell’uomo: l’essere violento e l’essere pacifico e talvolta solidale.
A questo proposito vi suggerisco un libro ‘I giusti nel tempo del male’ di Svetlana Broz, la nipote di Tito. In questo testo sono raccontate novanta storie di persone buone che con varie modalità hanno saputo salvare vite umane durante la guerra che ha infiammato la ex-Jugoslavia tra il 1992-1995. Tra le pagine di questo libro, scoprirete quanto l’uomo possa essere solidale.
Ora ritorniamo al presente, ritorniamo a voi davanti ad un PC magari con la pancia piena, dopo un’ottima mangiata. Accendete la TV e vi mostrano almeno tre ore al giorno gli immigrati che creano confusione, cittadini disperati e politici che alzano la voce perché vogliono avere ragione.
Vi starete chiedendo quale sia il collegamento possibile tra la prima e la seconda immagine che vi ho presentato, se continuerete a leggere capirete.
Quello che intendo sottolineare è che l’Uomo negli stati di emergenza può agire in due modi: con la forza o con l’intelligenza. L’emergenza, di qualsiasi natura essa sia, la si può affrontare reprimendo forzatamente il problema oppure utilizzando il cuore ed il cervello.
Di fronte a persone che pagano con la vita il viaggio verso un futuro migliore, noi tutti non possiamo stare fermi, o utilizzare questa vicenda per lucrare voti, piuttosto cerchiamo di adoperarci perché ogni essere umano possa avere condizioni di vita migliori.
Direte voi: facile scriverlo in un foglio bianco.
Vi rispondo io: oggi abbiamo tanti mezzi e tanti modi per aiutare le associazioni, i volontari e tutte quelle persone di buona volontà che tendono una mano ai meno abbienti o a chi approda in queste ore nella bellissima Lampedusa o in altri posti.
Oggigiorno abbiamo molte più cose, talvolta anche inutili, e non riusciamo più a vedere le difficoltà di chi vive peggio di noi, perché desideriamo qualcosa di nuovo, solo ed esclusivamente per noi stessi.
Probabilmente siamo narcotizzati da un eccessivo e compulsivo consumismo, questo spinge l’uomo a diventare sempre più egoista e narcisista. Ci si chiude sempre di più in se stessi e si perde il senso di vivere all’interno di una comunità.
È proprio vero, probabilmente, si viveva meglio quando si stava peggio. Si stava meglio quando si era più poveri di cose ma più ricchi nello spirito.
Davide Tonon
Si stava meglio quando si stava peggio. agosto 9th, 2015Ospite
La sentenza di Schumpeter sembra chiara, ma come si innerva nella cultura contemporanea? Prendiamo il celebre film ripreso dal libro di Cormac McCarhy messo in scena dai Fratelli Coen “Non è un Paese per vecchi”.
“Non è un Paese per vecchi” ci racconta una storia che sembra traslabile a tutto il mondo contemporaneo, una condizione di profonda alienazione in cui versano milioni di persone in tutto il mondo, individui che non ce la fanno a reggere l’urto del nuovo che avanza e il vecchio che persiste per forza d’inerzia. Milioni di persone se ne stanno lì, tra l’incudine del vecchio e del passato che non passa e il martello del nuovo pronto ad abbattersi su di loro, una condizione claustrofobica che si traduce esistenzialmente in una bolla paranoica di mediocrità dove le persone esperiscono inadeguatezza e altre sensazioni negative di fronte al mondo che cambia.
Che cosa è successo? Come siamo arrivati qui?
L’indagine dovrebbe partire dalle trasformazioni economiche e sociali come ci suggerirebbe il buon Karl Marx. Con l’avanzare degli anni e il prolungamento della vita, nella terza e nella quarta età (probabilmente se l’andamento demografico continuerà nel trend degli ultimi decenni ce ne sarà anche una quinta) incominciano a emergere le crepe di un processo considerato di fondamentale importanza nel corso dello sviluppo dell’uomo, quello di equilibrazione. Si tratta di un’attività di mediazione che consente all’individuo di affrontare le perturbazioni provenienti dall’esterno coordinando in modo nuovo le proprie azioni. I cambiamenti, le scosse, le novità provenienti dall’ambiente mettono in crisi gli schemi abituali delle persone (modi di pensare, agire, relazionarsi agli altri), le quali, se non vogliono soccombere, sono costrette a mutare questi schemi per trovare un nuovo equilibrio. E’ questo un processo particolarmente attivo nelle prime età della vita che con l’avanzare degli anni e la crescente strutturazione dell’identità soggettiva però diventa meno flessibile fino ad atrofizzarsi.
Che cosa accade, allora, se le perturbazioni provenienti dall’esterno sono troppo forti, rapide e spesso violente e non si ha la forza di padroneggiarle? Si assiste alla dissonanza cognitiva allo stato puro, cioè al divario tra ciò che la persona è abituata a fare e ciò che le si chiede d’imparare a fare, divario che spesso la spinge ad arroccarsi su posizioni arcaiche, che le appaiono l’unica via d’uscita dall’ansia o dalla paura. La nostra società dei consumi, del nuovo, richiede uno sforzo cognitivo e un sapere “troppo” nuovo – email a raffica, messanger, whatsapp, instagram, messaggi, interazioni virtuali, il cellulare che squilla, neologismi che fioccano misti a parole straniere sia nel linguaggio scritto che orale – le persone restano disorientate, l’anziano e non solo è sempre più affaticato e magari spaventato.
Assistiamo a una rivoluzione silenziosa, ma non poco significativa perché cambiano il paesaggio delle nostre Città e il nostro modo di vivere. Una rivoluzione che pone molti interrogativi: come mai, in un momento di crisi come questo, mentre i giornali ci annunciano che si stanno contraendo anche i consumi alimentari, tante persone sono disposte a sborsare soldi per andare a mangiare fuori? Certo, si preferiscono locali a basso costo, dove comunque si spende di più che a casa. E come mai i giovani, in gran parte disoccupati, che non guadagnano e vivono a carico delle famiglie oltre i 30 anni, si possono permettere tali spese? La risposta non è ovviamente semplice. Probabilmente la tendenza a “vivere fuori” ha a che fare con la crisi della famiglia e con l’aumento dei single, che escono per sfuggire alla solitudine. Ma dipende anche dal fatto che molte ragazze e ragazzi oggi non lavorano e quindi la sera non devono rincasare presto, sono liberi di andare in giro e fare tardi. La nostra società ha privato del futuro le nuove generazioni che, prigioniere di un presente che non passa, si ritrovano costrette a una perenne adolescenza forzata. E non è un caso che il modello dei locali da aperitivo si stia estendendo, con i loro cibi veloci ed economici, e siano frequentati soprattutto da adulti. E’ difficile che chi ha figli piccoli esca a mangiare, perché in fondo l’esperienza si presenta faticosa, e i bambini sono più facili da gestire a casa, con i loro giochi, i loro cibi usuali e, soprattutto, la televisione.
L’abitudine a “mangiare e vivere fuori” è segno di una società senza bambini, quindi con poco interesse per una vita familiare, e rivela una radicata abitudine al consumo, che probabilmente in passato si realizzava attraverso spese impegnative: dai ristoranti ai viaggi, dalle moto ai vestiti firmati. Ora che si compra più volentieri all’outlet e si viaggia poco frequentare luoghi di aggregazione come bar e chioschi sembra rimasto l’unico sfogo dell’abitudine al consumo.
Certo anche questi nuovi esercizi creano posti di lavoro, probabilmente molto poco pagati, e sono un modo come un altro per far girare l’economia. Se però ci pensiamo bene essi evidenziano la scarsa inventiva della nostra società che non produce niente di nuovo, ma si limita ad allargare un po’ la possibilità di spesa a basso livello; una spesa che contrae il risparmio, il quale in pochi anni è passato dall’essere una virtù a rappresentare uno dei peccati capitali dei nostri tempi, la fine della progettazione futura, degli investimenti produttivi. In altre parole questi “nuovi” locali che invadono i nostri centri abitati sembrano solo segnalare che abbiamo un popolo che vive “a basso cabotaggio” e cerca vie facili per dimenticare le difficoltà del presente.
Capita a tutti, soprattutto ai giovani, di pensare di avere il mondo in pugno, e a volte è anche vero. Ma nell’attimo stesso in cui uno è convinto che tutto vada per il meglio, ci sono leggi statistiche che lavorano alle sue spalle, pronte a fregarlo.
Charles Bukowski,
Che ne è stato della mia generazione? Che ne è stato degli ultimi Filosofi? Ultimi detentori del senso critico ci siete ancora?
In un’ ottica marxiana i boomers (le generazioni che hanno vissuto la prosperosa epoca del boom economico) hanno fatto quello che i capitalisti fanno con i mezzi di produzione, hanno cioè fagocitato diritti in modo ipertrofico finendo per privare i propri figli e le generazioni future delle medesime opportunità, lo stesso dicasi per quanto riguarda gli impatti ambientali. Read more
Filosofia, rivoluzione generazionale e futuro giugno 11th, 2015lachiavedisophia