The Young Pope: Sorrentino sui limiti della Chiesa di papa Francesco

Un papa che fuma in continuazione. Una suora, che lo ha cresciuto, appassionata di basket e che come pigiama indossa una maglia con la scritta “I’m virgin, but this is a very old shirt”. Un cardinale di stato tifoso sfegatato del Napoli, che va su tutte le furie se qualcuno allude alla dipendenza da cocaina di Maradona. Come sempre Sorrentino calca la mano sulle assurdità dei suoi personaggi, per renderli più umani, più vicini. Ma The Young Pope, la sua nuova serie tv, è anche una riflessione, seria e profonda, sulla Chiesa.

Al centro dell’opera vi è Lenny Belardo, eletto a 43 anni al soglio pontificio. Malgrado la giovane età, Lenny ha delle idee conservatrici: è duramente contrario all’aborto, vuole cacciare gli omosessuali dalla Chiesa e ristabilire la messa in latino. Il papa di Sorrentino sembra quasi istaurare un dialogo a distanza con Papa Francesco, per negare tutte le sue modernizzazioni.

Infatti sin dalla scelta del nome, papa Francesco ha inaugurato una Chiesa di amore e misericordia, che ha affrontato temi tabù per aprirsi alla modernità e risultare accogliente per tutti. Una scelta vincente, visto che Francesco ha invaso televisioni e giornali, risultando ad esempio l’uomo più amato dagli italiani nel 2014.

Eppure la Chiesa è davvero cambiata? Prendiamo le ormai famosissime dichiarazioni di Bergoglio sull’omosessualità: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». La frase è stata letta come una storica apertura, peccato però che nel recente dibattito riguardo alla legge sulle unioni civili in Italia il cardinal Bagnasco abbia parlato del rischio di «compromettere il futuro dell’umano» e lo stesso Francesco abbia affermato «Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».  Ecco allora che la bella e potente frase rimasta nella memoria di tutti assomiglia più a uno slogan vincente che a una nuova linea della cristianità.

Concentriamoci ora sulle alcune dichiarazioni ancora più recenti, tramite cui il pontefice ha permesso a tutti i sacerdoti di assolvere l’aborto. Anche questa è stata letta come un’apertura memorabile, ma basta soffermarsi un secondo sulle parole di Bergoglio per capire che la condanna della Chiesa all’interruzione di gravidanza non è cambiata poi molto. Nel suo discorso Francesco ha infatti precisato «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente». La condanna della Chiesa quindi non è mutata, semplicemente si è concesso un paternalistico perdono alle donne incappate in questo “grave peccato”.

Il punto insomma è che la Chiesa di Belardo, nel suo rigore fuori moda, appare molto più coerente di quella di Francesco, che cerca di correre verso la modernità senza muoversi davvero. Le dichiarazioni di Bergoglio sembrano spesso un modo per nascondere dietro una vernice colorata una sostanza che permane immutata. Francesco presenta una Chiesa che si sforza di accogliere tutti con contenuti facili. Pensiamo per esempio al discorso in piazza San Pietro in cui parlò della misericordina, una scatola a forma di medicinale contenente un rosario e la presentò come una medicina necessaria allo spirito. Banalizzare in questo modo i contenuti per renderli appetibili a tutti, trasformando il concetto di misericordia in una trovata pubblicitaria, probabilmente attrae più fedeli in piazza, ma rischia di mettere in secondo piano il vero contenuto della Chiesa, il senso del sacro.

Lo stesso Belardo nella serie tv afferma «le pubbliche piazze sono riempite, ma non i cuori». Pio XIII insiste per avere una Chiesa amata da meno persone ma con più intensità, che metta al centro il mistero perché il dubbio e la sofferenza sono necessarie per cercare Dio. Il rischio di una chiesa così pop è che questa sia abbracciata superficialmente da un gran numero di persone, ma sentita da poche. È un pericolo che anche alcuni all’interno della cristianità stanno avvertendo, come il cardinale Burke che, mettendo in dubbio la linea perseguita dal papa, afferma «La fede non può adeguarsi alla cultura, ma deve richiamarla alla conversione. Siamo un movimento ‘contro culturale’, non popolare».

 

Lorenzo Gineprini

 

[Immagine tratta da una scena della serie]

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Maldestra ed inattuale analisi del dibattito politico nel mondo sociale contemporaneo

Il dibattito politico andrebbe analizzato nella sua prima accezione: dalla presa del corpo nell’evento e dalle sue prime pulsazioni, dalle sensazioni e dai suoi effetti nella sua pratica, nonché dallo spazio che occupa. Il dibattito è innanzitutto dibattito non solo fra idee, visioni e termini linguistici ma tra posizioni. Quindi è fondamentale identificare lo spazio che il nostro corpo occupa e nel quale intrattiene dibattiti con gli altri corpi, con i suoi vicini. Ecco qui il primo assunto: un dibattito ha luogo se si è consci del proprio spazio e della posizione che questi assume in presenza di un altro spazio e di un’altra posizione inconscia. Il dibattito diviene politico solo in un clima di scontro, cioè quando la posizione e lo spazio a noi prossimo non può essere capito o non è utile renderlo spiegabile, nemmeno al nostro più intimo Io: occupare uno spazio è sempre il primo passo per uno scontro di posizioni e se il nostro antagonista occupa uno spazio inconsistente ed una posizione inspiegabile non farà altro che il nostro gioco; la dialettica politica contemporanea lo sa bene e si da sempre un gran da fare nel rendere torbido il panorama alla base elettorale. La politica contemporanea è un pò una rievocazione della grande guerra: di posizione, muove masse inconsistenti e variegate al suo interno, infiammabile, di sperimentazione e soprattutto oggi come non mai, globale. Ogni posizione politica contemporanea tiene conto, sin dove le conviene, della sua diversità di idee e di sentimenti: ne cavalca l’onda se la marea che la sospinge è di grande numero o di grande valore economico – sociale viceversa oscura persino la sua stessa visione e rende cupe le trame dell’avversario. Non è mai essa stessa una marea, piuttosto ne riprende i connotati mostrandone un’immagine: la politica contemporanea trasforma gli archetipi della vita sociale ed economica facendone stereotipi di semplice fattura e di facile comprensione. Si abbassano i livelli e le astrazioni nei dibattiti politici contemporanei e se ne fa un paniere di gustose idealizzazioni e prima che queste si possano compiere, vengono superate: non c’è tempo per vivere, o si supera o si annichilisce! La vita politica contemporanea è un’abbondanza di linguaggi ibridi – moderni e post-moderni – di volontà e di idee di stampo futuristico; di nostalgie nazionaliste e di un anarchico mondialismo. La politica subisce fortemente l’influenza dell’economia e l’economia subisce i moti e le pulsioni sociali e non perché economia e società siano in stretto legame bensì perché non si è fatto altro che dare alla società sempre più i connotati di un semplice fattore economico. Il pessimismo filosofico ottocentesco e le caustiche previsioni di una primordiale sociologia erano piccoli segnali d’allarme di un brusco, lento e pericoloso ribaltamento dei valori dell’uomo.

Politica e mondo della comunicazione si limitano a tradurre il reale anziché trasmutare l’irrealtà delle nostre idee in azioni reali, programmatiche e pragmatiche. Non regolano bensì vengono regolate; non illuminano ma vengono arse dall’intensità dei lumi della ragione contemporanea. Oggi, la politica si è trasformata in perfetto ideale subordinato all’economia. Da questa configurazione sembra proprio che i concetti marxiani abbiano avuto la meglio ed invece non è così: i modi di produzione dell’economia e del mercato si moltiplicano al pari dell’innovazione tecnologica ma ogni sovrastruttura – continuando con la terminologia di Marx – non riceve impulsi per un naturale ricambio o un altrettanto naturale superamento. I concetti quali sociale, politica, cultura, valore oggi più che mai non riescono a star dietro al mondo economico e tecnologico contemporaneo: l’arretratezza in campo culturale e sociale entra in comunione con i fenomeni di secolarizzazione e di eccesso di razionalizzazione, creando un cocktail sociale dal sapore nichilista. A resistere e ad evolversi rimane solo l’economia, la quale – non so se coscientemente o incoscientemente – è riuscita a coniugare il pensiero di stampo marxista con il pensiero liberista avvallando così un pensiero ultra-razionalista. L’uomo contemporaneo coniuga fini e mezzi con estremo raziocinio tanto da dimenticare tutto il resto che lo circonda. In conclusione l’economia contemporanea si è fatta ideale di primo livello, inglobando a sé tutti i vecchi ideali, subordinando i prodotti sociali quali la politica, la cultura, lo spirito ed approfittando della contemporanea svalutazione dei valori legati alla corporeità umana, strumentalizzandone il senso, la rappresentazione, la fisica, la chimica. Il totalitarismo liberista, qui maldestramente enunciato, non ha ideali di fondo, manifesti sociali, dogmi e valori da promuovere; tutto ciò che il passato umano ha offerto si reincarna in lui ritornando sotto nuove vesti. La civiltà contemporanea domina sulla terra sotto le mille e più ideologie, ognuna complementare dell’altra; si serve del mercato e dell’economia per disincantare l’uomo dai vecchi valori proponendo una semplice, arguta e spietata scappatoia: il calcolo e l’utile tradotto in surplus. Utilizza i suoi stessi tragici effetti – nichilismo e materialismo – per elevarsi ad unica ragione e speranza futura: il panorama dell’uomo, oggi, è volutamente sgombro ma al tempo stesso affollato.

Salvatore Musumarra

Classe 1987, impegnato nei settori comunicazione e media, grafico editoriale e laureando in Scienze per la Comunicazione presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania. Contributor presso alcune realtà radiofoniche siciliane e attivo in diverse correnti artistiche tra cui dadaismo, costruttivismo, futurismo. Appassionato di filosofia e sociologia e particolarmente legato agli scritti di Friedrich Nietzsche ed al filone delle filosofie della vita.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Socrate in azienda

La Filosofia è tacciata di esser qualcosa di distante dalla vita pratica, qualcosa che manca di concretezza e che rende chi ne è interessato del tutto incapace di confrontarsi con le problematiche che sorgono dalla vita quotidiana, troppo impegnati a guardare il cielo e i massimi sistemi questi esseri inadatti alla vita si troverebbero in balia delle circostanze, persi in fantomatici mondi e nelle loro elucubrazioni mentali.

Ma le cose stanno davvero così?

Nella consulenza aziendale si stanno facendo sempre più strada delle figure ibride a cavallo tra la Filosofia, le Scienze dell’Uomo e l’Economia, che è afferente molto più all’ambito delle materie umanistiche che a quelle prettamente scientifiche in senso stretto. Stuoli di Socrate si aggirano per le imprese facendo quesiti, ponendo domande e aiutando gli imprenditori a partorire maieuticamente nuove idee per migliorare il proprio business.

Mentre in molti si nutrono di stereotipi e additano la Filosofia come qualcosa di avulso dalla realtà ecco che stuoli di nuovi professionisti trovano oggi impiego nel settore della Analisi di Business e della Consulenza Aziendale.

Ma come mai tutto questo? L’analisi non può essere infatti ricondotta unicamente al modello delle scienze della natura cioè alla creazione di un modello sulla base di parametri quantitativi tratti dall’indagine di un campo omogeneo di fenomeni dal quale trarre delle leggi di funzionamento. Sarà quindi necessario prendere a modello le scienze umane.

Il caso in oggetto, l’ “Azienda”, riguarda prima di tutto la storia di persone, delle biografie, da analizzare in quanto organizzazione umana che interagisce con un sostrato materiale, analizzare un’impresa significa rifarsi a multilivelli narrativi dove nella metanarrazione biografica si innesteranno altri livelli narrativi che il ricercatore non potrà certo ignorare, salvo restituire un modello che non coglie l’oggetto stesso che si vorrebbe esaminare.

In queste indagini si tengono quindi conto di due indicazioni metodologiche liberamente tratte da Jean-Paul Sartre:

La sindrome del cameriere: è celebre l’episodio che racconta di come Sartre mentre risiedeva in una stanza di albergo si ritrovò una persona in camera e gli chiese “E chi è lei?” questi gli rispose “Sono il cameriere”, Jean-Paul non convinto della risposta ribadì “No, lei non è il cameriere, lei fa il cameriere, ma chi è lei?”. Gli analisti e gli stessi intervistati tendono a concentrare l’attenzione solo sulle funzioni esplicate da un soggetto, ma è ragionevole credere che vi sia un disegno di senso più ampio che incornicia l’agire, bisogna quindi avere un approccio olistico che valuti l’integralità della persona.

“L’inferno sono gli altri”: è l’interpretazione dell’Io sartriana; esso non si presenta come una sostanza chiusa in se stessa, al contrario essa è senza alcun dubbio una struttura relazionale che per sua stessa essenza è aperta al mondo esterno e all’altro. Noi, in tal senso, siamo nel mondo e viviamo ognuno diversamente il rapporto con la realtà, vale a dire con quello che comunemente chiamiamo “mondo esterno”, l’altro da noi. La relazione corre il rischio di essere falsata se chi indaga al posto di mettersi in ascolto proietta le proprie categorie sul caso di studio.

L’analista deve comportarsi in azienda come una sorta di Socrate, avere cioè un approccio maieutico che permetta all’azienda di far emergere la sua natura e non viceversa di proiettare le proprie idee o i propri preconcetti su di essa, un buon metodo da tenere presente è quello della Tabula Rasa o dell’epoché ampiamente noto nell’ambito dell’epistemologia che consta nel tentare quanto più possibile di “sospendere il giudizio” per lasciarsi imprimere come se si fosse una sorta di pellicola da ciò che si sta osservando. Si noterà infatti che nella stesura di questo report tale metodologia emerge anche nella costruzione dello stesso, si partirà infatti dallo studio di persone e cose per poi andarne a studiare le loro interazioni fino a restituire all’interno di una dimensione sistemica l’anatomia nell’azienda, uso deliberatamente il termine anatomia perché ogni narrazione su una cosa come ricorda Hegel implica necessariamente dissezionarla, astrarla e quindi sottrarla alla sua dimensione vitale. Le imprese sono degli organismi complessi e il loro studio implica necessariamente studiarne non solo le parti, ma soprattutto le interazioni tra esse.

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La Consulenza Filosofica, intervista a Eugénie Vegleris

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La mia esperienza professionale mi orienta da tredici anni verso la stessa problematica

filosofica, molto aristotelica: il passaggio dalla riflessione alla volontà, dalla volontà alla

deliberazione, dalla deliberazione all’azione. Sostengo, con l’appoggio di prove, che l’approccio della filosofia pratica è più efficace dell’approccio psicanalitico. E sento che questa superiore efficacia trovi radici nella natura del pensiero. Il pensiero produce e maneggia concetti e non immagini: libera l’individuo dal peso diretto delle cose.

 

Così, Eugénie Vegleris descrive in un articolo la propria esperienza professionale.

La Vegleris, consulente filosofica presso diverse aziende francesi, ha abbandonato l’insegnamento nelle scuole per fare della “fede filosofica” la propria professione, fondando la Filosofia Aziendale.

Interviene, utilizzando la filosofia come metodo di comunicazione, di creazione di progetti e risoluzione di problemi, in molte associazioni francesi, nelle aziende o nei confronti di persone singole.

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La Filosofia fa parte della sua vita: cosa significa per lei “filosofare”?

Domanda difficile…filosofare consiste nel cercare il senso di quello che facciamo, viviamo, di quello che ci succede; è ciò che ci permette di essere sempre aperti per costruire il significato delle cose.

Lei ha fatto l’insegnante per molti anni e poi è passata alla consulenza filosofica: qual è stato il suo percorso e cosa l’ha spinta ad intraprendere la consulenza?

In realtà non c’è stata nessuna spinta!

Semplicemente ero disperata dall’insegnamento: avevo insegnato per 10 anni amavo gli allievi, mi piaceva il mestiere, ma non potevo più sopportare la gestione della scuola francese, perché era diventata antifilosofica, perché, per esempio,  non dava più la possibilità di uscire dalla scuola con gli allievi per andare al museo, al cinema…e, a mio avviso, la filosofia è e deve essere, un dialogo sul mondo!

Così ho abbandonato l’insegnamento senza sapere cosa fare ma avendo sempre in testa come obiettivo la mia libertà; un giorno ho saputo per caso che c’era un consulente filosofico a Parigi collegato a Gerd Achenbach, il fondatore tedesco della consulenza filosofica, così sono andata a incontrare entrambi e ascoltando quello che loro facevano mi sono detta, senza sapere esattamente cosa fosse la consulenza filosofica, che volevo fare proprio quello!

Man mano, ho tessuto il mio mestiere con l’esperienza, sono un’ autodidatta.

Cos’è la consulenza filosofica?

La consulenza filosofica è l’incontro tra il consulente che ha la fede filosofica, cioè credere assolutamente nell’efficacia del pensiero, e un’altra persona che ha scelto di intraprendere il cammino della conoscenza di se stessa per affrontare le diverse situazioni professionali ed esistenziali.

Lo scopo della consulenza è la libertà dell’altro, facendogli scoprire come può, attraverso la riflessione, superare i limiti superabili e ambire alla propria libertà.

Molti considerano la filosofia astratta e inutile -in Italia la stanno eliminando da molte facoltà-, eppure la consulenza filosofica entra anche nelle aziende: come vengono a coincidere questi due mondi che sembrano opposti?

Sembrano opposti ma non lo sono. La filosofia all’inizio della sua storia era una prassi, Socrate dialogava con diversi professionisti sul senso della loro attività (che cosa è la giustizia? Che cosa è l’educazione? Che cosa è la comunicazione?…) come il lavoro nelle aziende che è una prassi che richiede la decisione, la comunicazione, il management… : tutti i filosofi hanno riflettuto sull’uomo e sul mondo per costruire una politica, una prassi (solo la filosofia di Heidegger non è seguita da una politica ed un’etica). Il primo è stato Platone, più recentemente Hanna Arendt; la tradizione, quindi, prova che la filosofia non era, dunque non è astratta. Lo è diventata per una deviazione universitaria, teorizzandosi sempre di più. In effetti, dopo Cartesio, tutti i filosofi erano professori all’Università e, lontano dall’azione, hanno reso la Filosofia astratta. Più esattamente, I grandi pensatori come Kant, s’interessavano molto all’azione – all’etica ed alla politica. Però, le loro opere erano tanto complesse quando inaccessibili, mentre i pensatori mediocri diventavano astratti per far finta di essere profondi.

La tradizione della filosofia è assolutamente teorico-pratica perché solo il concettualizzare permette di capire la realtà: non è possibile agire sulla realtà senza capirla.

Poiché la filosofia è un approccio di concettualizzazione  della realtà, essa è anche un mezzo per trasformare la realtà. Di conseguenza, la consulenza filosofica diventa la concretizzazione pratica della filosofia.

Etica nell’azienda: il filosofo come riesce ad introdursi in un ambiente che non rispecchia la propria moralità?

L’impresa non è etica, è perfino amorale, non le importa la moralità perché quello che le interessa è il profitto. Tuttavia, le persone che ci lavorano, non sono tutte sottomesse all’ideologia del profitto. Il consulente filosofico approfitta dei direttori che sono convinti della necessità di riflettere e di camminare con il pensiero e non con il calcolo per introdurre la sua attività. Una volta all’interno dell’azienda, il consulente filosofico può agire in accordo con se stesso e, in caso di disaccordo etico,  il suo dovere è di  andarsene via.

Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo? 

Le ragioni sono diverse.

Primo, per curiosità: ho iniziato a fare questo mestiere nelle aziende perché un direttore era curioso di vedere quello che io potevo fare per la sua impresa.

Secondo, per disperazione: succede che ci sia in azienda un problema che nessun consulente classico è riuscito a risolvere e per disperazione il dirigente può pensare che forse il consulente filosofico potrebbe affrontare la difficoltà. In effetti, il filosofo, che non pensa né agisce per schemi prestabiliti, riesce meglio di un consulente/councelling a gestire l l’insolito o/e l’imprevisto.

Terzo, per la simpatia verso la filosofia: molti dirigenti hanno studiato la filosofia e la considerano utile, questo è molto favorevole per potersi introdurre nell’ambiente.

Esiste un metodo universale per la consulenza filosofica?

Credo di no, ogni consulente fa alla sua maniera.

C’è, però, un’etica comune: lo scopo del consulente filosofico non è quello di fare soldi ma di essere utile senza sottomettersi all’ideologia dell’impresa che è assolutamente criticabile.

Devo aggiungere che l’impresa mi sembra essere un laboratorio molto interessante per osservare il mondo attuale: trovandosi al centro del mondo che cambia senza pausa, l’impresa è costretta a adattarsi ai cambiamenti mentre le scuole rimangano ancora pure teorie. L’impresa è un luogo attraversato da numerose tensioni e dalle tensioni può sempre nascere qualcosa di nuovo. I progressi nascono dalle crisi -questa è la mia scommessa.

Lei ha il suo metodo di consulenza?

Sì, ho delle linee guida, però poi improvviso rispetto all’ambiente, alla situazione, alle persone…

Questo mestiere mi fa sentire libera perché ho la fede filosofica nelle viscere e so che le persone sono ricche di idee; il consulente agisce sempre in una situazione precisa in cui le persone sono coinvolte e quindi interessate al successo del colloquio con il consulente filosofico. Per questo motivo il filosofo non è mai solo ma è sempre aiutato dalle persone che lavorano con lui!

La consulenza funziona proprio nella reciprocità e questo l’arricchisce.

In Italia la consulenza filosofica non è molto diffusa e ci si affida più agli psicologi, mentre negli USA la figura del consulente è molto richiesta; perché c’è questa diffidenza verso il filosofo in Europa?

Credo che l’Europa sia troppo attenta e sottomessa ai suoi pregiudizi e non sia abbastanza aperta.

Negli USA quando una cosa funziona, viene replicata immediatamente per la sua efficacia, mentre in Europa bisogna prima verificare l’efficacia, poi provare e infine decidere, gli USA provano subito e se va bene continuano, altrimenti smettono: il declino dell’occidente consiste, secondo me, nella diffidenza verso le novità.

Lei afferma che la consulenza filosofica dia libertà all’interlocutore, quella libertà che si prova studiando la filosofia, essendo una ‘disciplina’ che apre la mente a 360 gradi. Questo viene colto nelle aziende dopo che svolge i colloqui?

No. Purtroppo, questo non succede nelle aziende perché l’uso della filosofia nell’azienda è limitato alla chiarificazione e/o risoluzione di una situazione. Quindi la consulenza filosofica presso le imprese  non può aprire la mente a 360 gradi! Ciò nonostante, chi percorre il sentiero della consulenza scopre la bellezza della filosofia e, chi sa, un giorno, fuori dalla azienda….

Quindi secondo lei la filosofia riuscirà mai ad avere l’attenzione che merita nella nostra società?

Questo dipende solo da voi giovani perché credo che il futuro sia solo vostro; e vostro deve assolutamente essere, dunque, il compito di valorizzare e promuovere filosofia. Obiettivo arduo perché la società crede di non aver bisogno della filosofia, crede che la globalizzazione possa farsi così, senza alcuna riflessione. Ma io sono convinta che voi giovani abbiate la possibilità di cambiare le cose.


Comprende per agire, così potremmo riassumere la finalità che si cela dietro l’esperienza della consulenza filosofica di Vegleris.

Comprendere inteso come prendere coscienza di sé, integrando e appropriandosi di ciò che abbiamo di fronte nella nostra vita o in diverse situazioni, ciò che è esterno e estraneo a noi stessi.

Nel momento in cui qualcuno comprende quest’ultimo intraprende qualcosa di nuovo, agisce in vista di un fine, un obiettivo o di un progetto, che sia all’interno del mondo aziendale o semplicemente all’interno della propria vita.

La consulenza filosofica risponde al bisogno vitale di senso, offrendo gli strumenti mentali per un uso efficace del pensiero, pensiero che diventa “dialogo dell’anima con se stessa”; offre uno spazio di dialogo, il cui nucleo è l’uomo come insieme di pensiero, emozione e azione e dove consulente e consultato sono alla pari.

Come esperto nell’interpretazione delle visioni del mondo, il consulente filosofico aiuta i consultanti a scoprire i diversi significati che sono contenuti nei loro modi di vita ed esamina criticamente quegli aspetti problematici che rappresentano le loro difficoltà.

Ran LAHAV

La consulenza filosofica come reale alternativa alla psicoanalisi, nella quale nasce una “relazione”, ed è proprio nel rapporto interpersonale che il discorso filosofico trova una sua realizzazione.

La filosofia insegna ad agire, non a parlare.

Seneca


[Immagini tratte da Google immagini]