Pure coincidenze? Jung e la sincronicità

Non vedevamo Giulia dai tempi del liceo. Quando è stato il momento di invitarla alla cena di classe, dopo ben vent’anni dalla fine dell’esame di maturità, risultava introvabile. Abbiamo utilizzato ogni mezzo per rintracciarla: i social, le conoscenze in comune, gli elenchi telefonici. Nulla, di Giulia nemmeno l’ombra. Poi un giorno riceviamo il suo numero di telefono per caso e veniamo a sapere che abita a un chilometro da me, in una via un po’ persa vicino al bosco. Mai vista in tutti questi anni. Dopo la cena di classe ho incontrato Giulia dappertutto: in banca, al supermercato, per strada. La cosa è durata cira una settimana. Poi non l’ho più vista.

Coincidenze, direte voi. Dio-incidenze affermerebbe chi ha una profonda fede religiosa. Sincronicità dice Jung, ossia «concidenze significative per le quali la nostra conoscenza non ha spiegazioni causali da offrire» (C.G. Jung, La sincronicità, 1980).
Ci sono eventi, persone, emozioni che attivano in noi un tipo di conoscenza che non sottostà alle leggi causali, ma non per questo è da ritenersi meno significativa. È come se esistesse un substrato comune, una rete invisibile che unisce tutti gli esseri viventi, Jung l’ha definita «inconscio collettivo» (Ibidem), che  viene raggiunta e attivata da processi spesso inconsci o comunque non traducibili razionalmente.

Come si spiega il fatto che Giulia era sparita per tutti quegli anni? E soprattutto, perché dopo la cena di classe, è ricomparsa insistentemente per giorni? Durante la cena, probabilmente, si è instaurato un clima di profonda intimità. Sono stati ricordati momenti significativi, esperienze che avevano dato un contributo notevole alla formazione dei presenti. Tutto questo ha scatenato un potere creativo, ha dato la possibilità a ognuno di toccare corde comuni e agire su di esse. Non stiamo parlando di magia, ma di una sorta di potere empatico che, se sviluppato, potrebbe renderci persone migliori, capaci di entrare in sintonia con l’altro, invece di giudicarlo.
Non si tratta di rinunciare alla nostra facoltà di pensare che ci caratterizza come uomini, ma di accantonare per un attimo l’ossessivo bisogno di spiegazioni, dal quale a volte ci lasciamo dominare, per entrare in comunione con l’altro da noi. Infatti, prosegue Jung,

«il principio causale ci dice che la relazione tra causa ed effectus è una relazione necessaria. Il principio di sincronicità afferma che i termini di una coincidenza significativa sono legati da un rapporto di contemporaneità e dal senso» (Ibidem).

Un amore travolgente spesso è irrazionale, perché è qualcosa che va oltre la ragione e ci scuote  più in profondità. Quando si ama in modo autentico, succedono cose straordinarie. Lo stesso accade con la fede, intesa come totale adesione a un progetto. Spesso ci succede di avere un obiettivo ma, nel momento in cui passiamo al vaglio tutte le possibilità di realizzarlo, lasciamo penetrare in noi il dubbio. In questo modo gli ostacoli prevaricano il potere di realizzazione. Se invece crediamo in qualcosa in maniera totale e non vincolata da dubbi di natura razionale, spesso possiamo attingere a una forza più grande.

Jung ha dedicato molte energie al tentativo di giustificare la sincronicità, di darle una valenza di verità, anche con riferimenti al Taoismo in cui la forte distinzione tra causa ed effetto che caratterizza il pensiero occidentale non è presente. «Per noi», dice Jung, «i particolari contano in sé e per sé; per lo spirito orientale essi integrano sempre un quadro generale» (Ibidem). L’auspicio è di diventare capaci di attivare in noi quella forza che ci permette di cogliere i legami, di entrare in sintonia con il mondo.

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Federico Beccari via Unsplash]

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Lo svagato. Il divertissement contemporaneo

«Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera»
B. Pascal, Pensieri e altri scritti di e su Pascal, 1987.

Così Pascal definiva il dramma dell’uomo moderno, per il quale l’incapacità di saper restare da solo con se stesso spinge il soggetto a ricercare fuori da sé ciò che, invece, abita prima di tutto in sé.
È così che nasce il divertissement pascaliano, ovvero «quel che principalmente ci impedisce di pensare a noi stessi e che ci porta, senza che ce ne accorgiamo, a perderci» (Ivi). La distrazione è ciò che ci porta a far di tutto, purché non si pensi. E sebbene oggi siano cambiati i connotati formali, quel principio è rimasto totalmente intatto.

Su questo tema è possibile ritrovare numerosi spunti di riflessione in Lina Maria Ugolini, nel suo ultimo libro Lo Svagato (2020). Docente titolare di Analisi delle forme poetiche e drammaturgia presso il conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria, la Ugolini è scrittrice, poetessa e contafiabe, musicologa.
L’esigenza de Lo Svagato nasce a partire dall’analisi della società contemporanea. A causa dell’avvento tecnologico, fondamentalmente siamo tornati indietro anziché andare avanti e, da soggetti del progresso, ne siamo diventati oggetti, lasciandoci a tratti fagocitare dalla novità, dimenticando la nostra sana coscienza critica. Siamo diventati tutti un po’ svagati.

Chi è lo svagato?
Per la Ugolini, lo svagato è «un perfetto non pensante imbecille» (L.M. Ugolini, Lo Svagato, 2020) reso tale da quella che, nella superficie, sembra essere l’evoluzione della società umana ma che, nel suo profondo, determina piuttosto, come ben sottolinea l’autrice, il vero e proprio processo involutivo della natura umana. Dall’avvento del capitalismo alla nascita dei nuovi mezzi di trasporto, al cibo veloce e al mondo del web: per l’autrice lo svagato è colui che, davanti a tutto questo, subisce ma soprattutto sceglie spesso di passare dalla parte di chi si serve degli strumenti e delle innovazioni, alla parte di chi serve a far in modo che essi davvero funzioninoChiaro è, nel testo, il riferimento al nichilismo: il soggetto, spinto dalla foga di diventare un Oltreuomo ed illudendosi di poter spingere tutto alla massima prestazione, non si è reso conto che ha perso di vista se stesso. Il tragico è che non vede più neanche gli altri.

Le nostre relazioni, infatti, oggi sono liquide: siamo tutti iperconnessi eppure tutti più distanti; non guardiamo più, bensì visualizziamo per essere visualizzati; non parliamo guardandoci negli occhi, bensì messaggiamo per ottimizzare i tempi. Non sappiamo più perdere il tempo necessario a non perderci.
Lo svagato, come sottolinea bene l’autrice, è abitante della società contemporanea. Egli però è, allo stesso tempo, uno specchio dove ciascuno può trovare riflessa un po’ della propria immagine perché, sebbene con diverse sfumature, lo svagato siamo noi.

Lo svagato siamo noi quando ci illudiamo che le nostre mancanze più profonde possano essere colmate da una materia esterna che è frutto di un’ossessiva ricerca di perfezione e, contemporaneamente, fuga dalla parte più vera ed intima di noi stessi. Nonché la più bella.
Lo svagato siamo noi quando vendiamo la nostra identità pur di avere un posto nella vetrina dell’omologazione dei social.
Lo svagato siamo noi quando perdiamo di vista l’altro e restiamo a contemplare il nostro ego dimenticandoci che, per citare il mito platonico, siamo completi solo quando troviamo la nostra metà, che non è esclusivamente intesa in termini spiccatamente romantici, ma è la vita donata e spesa amando con passione gli uomini, scoprendo che, soltanto chinandoci verso le ferite dell’altro, saremo in grado di curare anche le nostre.
In questi mesi di lockdown, a causa degli effetti della pandemia, qualcosa sembra essere cambiato e lo svagato nel Nichilismo diventa così, per l’autrice, lo svagato nel rimpianto, dove «le promesse, le lusinghe di realtà aumentata […] non valevano, né servivano se rapportate al bisogno di un vero abbraccio» (Ivi).

Tutto questo, oggi, sarà in grado di aiutarci a riprendere in mano ciò che siamo? Chissà se lo svagato, come la Ugolini ben lo definisce, saprà ritornare ad essere un attento conoscitore e divulgatore di amore e speranza, il cui unico e vero divertimento non è lo svago insensato bensì la gioia intelligente e piena di una vita in cui il cuore resta il principio e la fine di ogni invenzione sociale e tecnologica.
Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit Priscilla Du Preez via Unsplash]

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La metafora è una cosa seria

Il linguaggio, sia esso verbale o non verbale, è una delle dimensioni della nostra esistenza in cui, volenti o no, costruiamo la nostra identità. Il linguaggio è qualcosa di potente, espressivo, enigmatico e non si può nemmeno ridurre a sola struttura, infatti:

L’uso della lingua non è per nulla l’uso di uno strumento. Viviamo nella lingua come in un elemento, così come i pesci vivono nell’acqua (Gadamer 1990, 89).

Se il linguaggio sta all’uomo come l’acqua sta ai pesci, le difficoltà nascono quando tentiamo di afferrarlo volendo disambiguare qualcosa che per natura è complesso e vago. Se le singole parole sono gli ingredienti per formare frasi e descrivere concetti, accade spesso che non tutte le parole rimandino a un’entità corrispondente; vi è spesso distinzione fra ciò che diciamo e ciò che intendiamo.

eeeUno degli esempi più emblematici, ma allo stesso tempo attraente di tale slittamento semantico, è l’utilizzo della metafora che costantemente intesse il nostro linguaggio. Le persone sono in grado di distinguere una frase spoglia da figure retoriche da un enunciato che invece ne è pieno, tuttavia, non c’è mai un rigido spartiacque che definisca ciò che è metaforico, letterale o convenzionale. Questo accade perché le metafore sono spesso inconsapevoli; le utilizziamo senza rendercene conto e data la frequenza d’uso altissima finiscono per saturarsi nel linguaggio stesso, proponendosi come delle normali accezioni. Eppure, in ambito neuro scientifico, non c’è nulla di più interessante di esse; analizzarle aiuta a comprendere come costruiamo le nostre mappe concettuali (embodied cognition), com’è strutturato il nostro pensiero (frame, image-schema, categorie, prototipi) e come categorizziamo la realtà.

Cosa dire delle metafore utilizzate dai bambini? In che modo le comprendono? Come le producono?

Dove e Quando le usano?

I bambini vengono considerati dei metaforizzatori competenti, ma è solo a partire dalla pubertà che essi iniziano con disinvoltura a utilizzare un complesso linguaggio metaforico (Gopnik). Tuttavia, è ovvio che il terreno viene preparato già tempo prima e durante la fase di acquisizione del linguaggio vengono gettati i primi semi delle connessioni metaforiche.

I disegni dei bambini sono i primi ad abbondare di metafore non-linguistiche; basti pensare a come costantemente personificano gli oggetti materiali utilizzando colori e immagini.

Le metafore linguistiche hanno invece a che fare con l’elaborazione da parte del pensiero e la conseguente risposta verbale. Durante un allenamento linguistico di filosofiacoibambini, giocando con le singole parole, ad un certo punto ascolto una bambina dire: «cose che si rompono, cose che si rompono… Eh, le cose si rompono quando litigano!». Aveva 4 anni e mezzo. “Le cose si rompono quando litigano” è un chiaro esempio di come, in lei, si sia accesa una proporzione semantica. Il litigio, il litigare (con un possibile risultato di rottura del legame sentimentale) – tipico degli esseri umani – viene agganciato “alle cose” concrete e inanimate, come tavoli, sedie, armadi…fcb

La scuola è senza dubbio interessata alla metafora, ma come al solito lo è solo dal punto di vista nozionistico; inseriti in una frase o in un testo i bambini devono comprendere il significato di alcuni enunciati metaforici. Se un bambino riconosce che l’espressione “mi esce il fumo dalle orecchie” va utilizzato in contesti di ira, rabbia o collera allora ha risposto correttamente, altrimenti no. Ma questo, alla lunga, diviene un problema! Si finisce sempre per dare troppa importanza alle metafore convenzionali (quelle che già esistono), tralasciando l’immensa portata di quelle non-convenzionali e creative.

Le metafore creative sono le più genuine, espressione di plasticità mentale, velocità di pensiero e continua connessione tra ciò che è formato e ciò che ancora non lo è. Numerose ricerche dimostrano che la capacità di produrre metafore creative è maggiore nel periodo prescolare e cala drasticamente nel periodo scolastico, quando, imparando le regole grammaticali i bambini cessano di usare metafore creative poiché considerate lessicalmente scorrette. D’altronde, espressioni come “volo a casa e torno a casa subito” o “Pietro è una roccia”, se prese alla lettera, sono logicamente false o come scrive Umberto Eco (1984) “chi fa metafore, letteralmente parlando mente- e tutti lo sanno”.

Ma da parola nasce parola ed è indispensabile incoraggiare i bambini a un vero e proprio viaggio delle parole; quest’ultimo li aiuterà a prendere coscienza di ciò che accade fuori e dentro di loro, mischiando immagini mentali, simboli, ricordi, situazioni esperienziali ed emozioni provate. Non c’è nulla di meglio nello stimolarli a creare connessioni personali e soggettive, nel produrre associazioni scovando il simile nel dissimile, il noto nell’ignoto, l’astratto nel concreto… Il tutto nella maniera più personale e intuitiva possibile. D’altronde, come già ci ricordava Aristotele nella Poetica:

(…) la cosa più importante di tutte è di riuscire nelle metafore. Soltanto questo infatti non è possibile desumere da altri ed è segno di dote congenita, perché saper comporre metafore vuol dire saper scorgere il simile.

Giorgia Aldrighetti (filosofiacoibambini)

[immagine 1 e 3 di proprietà di Filosofiacoibambini, immagine 2 di Katalin Jobbàgy, Three Levels of Metaphor, 2000]