Hanno diritti gli animali? Contraddizioni tra etica e diritto

Il festival Pensare il presente prosegue e per un momento sposta l’attenzione dalle tematiche di vita squisitamente umane al mondo degli animali; questo interesse verso il mondo “altro” rispetto all’uomo ritornerà anche nell’evento Uomo e ambiente di sabato 25 marzo.

La serata Diritti animali di mercoledì 15 marzo ha visto come ospiti Luigi Tarca, professore ordinario di filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Sara De Vido, docente di diritto internazionale presso il medesimo ateneo, e Monica Gazzola, avvocato ed autore del libro Per gli animali è sempre Treblinka edito da Mimesis (2016). La conferenza è stata sul finale arricchita dall’intervento del noto filosofo Peter Singer, in videoconferenza dall’Australia.

Il dialogo tra la filosofia ed il diritto è stato particolarmente importante ed efficace poiché ha sollevato fin da subito una grande contraddizione: la riconosciuta sofferenza animale contestualmente però ad un suo continuo sfruttamento da parte dell’uomo per i propri scopi utilitaristici. Per esempio, ciò fa sì che la direttiva europea 2010/63/UE, che riconosce agli animali la «capacità di provare ed esprimere dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato», ugualmente consenta la vivisezione, limitandosi piuttosto a circoscriverla in modo più deciso solo per quanto riguarda le scimmie antropomorfe. In altre parole, si concentra sulla tutela di ciò che, pur inumano, è il più vicino possibile all’umano.

Lo sguardo dell’uomo nei confronti dell’animale è sempre retroflesso: il fatto che anche l’uomo sia un animale non viene mai veramente preso in considerazione a livello coscienziale. Per molto tempo la filosofia occidentale ha accantonato la questione animale in quanto non considera gli animali facenti parte della comunità morale: l’uomo è creatore dell’etica e del sistema dei valori, dunque tutto ciò che non è umano ne è escluso.
A questa teoria antropocentrica del valore, il filosofo americano Tom Regan ha sostituito una teoria antropogenica del valore: pur partendo dal medesimo presupposto per cui l’uomo è genesi dell’etica, si sostiene che proprio in quanto tale egli è in grado di estendere la considerazione morale anche ad altri soggetti. Non ci si chiede più dunque se gli animali abbiano una morale: si applica ad essi il principio etico per cui se un essere è senziente ed è dunque in grado di provare sofferenza (come l’uomo), esso ha il diritto di non provare tale sofferenza (come l’uomo). Anche Peter Singer sposa e ribadisce questo concetto: «L’esclusione degli animali dalla sfera morale non è giustificabile razionalmente, è frutto di puro e semplice pregiudizio specista».

Ecco infatti che talvolta si sente parlare di “uccisione” o di “sofferenza inumana” degli animali. Inumana. Il nostro sentire è dunque un metro di giudizio che si applica anche agli animali: qualcosa che noi uomini non potremmo mai sopportare, anche il suo solo pensiero, nemmeno gli animali possono. Animali mutilati, scuoiati, sventrati, sottoposti a tracheotomie, trapanazioni craniche, iniezioni di sostanze tossiche, e nel frattempo vigili: tutto questo è inumano, e dunque anche “inanimale”.

Ci sono già delle alternative alla sperimentazione animale nel campo della medicina, ma prima di arrivare con la tecnologia ad una soluzione definitiva in tal senso bisogna arrivarci con l’anima. È un cammino che inizia dalla base, ovvero l’alimentazione: non esiste una vera e propria necessità biologica di mangiare carne e quasi un miliardo di persone su questa Terra ce lo dimostrano ogni giorno. Bisogna solo rivalutare l’idea assodata da secoli di tradizioni che gli animali non vivono per l’uomo: hanno una vita propria e il loro scopo di vita è vivere.

Suona davvero così strano che lo scopo di un essere vivente (e per di più senziente) sia semplicemente vivere?

Giorgia Favero

Articolo scritto in occasione dell’incontro Diritti animali svoltosi mercoledì 15 marzo ed organizzato dal festival di filosofia Pensare il presente, a Treviso dal 7 al 30 marzo 2017.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Alle illusioni del capitalismo Serge Latouche risponde con la decrescita

Quasi quattrocento persone – e un centinaio fuori – martedì 7 marzo hanno accolto a Treviso Serge Latouche, economista e filosofo francese, in occasione del primo incontro del Festival Filosofico Pensare il presente tenutosi presso l’Aula Magna dell’istituto Enrico Fermi di Treviso.

Importanti i temi trattati da Latouche durante il suo intervento intitolato Decrescita e futuro, due termini in apparente contrasto tra loro, ma solo superficialmente.

Il ragionamento parte da un quesito sempre più centrale nella nostra quotidianità: quale sarà il nostro futuro? «La risposta – dice Latouche – non va cercata tra gli economisti perché non sanno fare previsioni a lungo termine»: è semplicemente una questione di logica legata alla consapevolezza della caducità del sistema economico che attualmente influenza pesantemente la nostra esistenza tanto da porci su un bivio; come cita Woody Allen: «Siamo arrivati all’incrocio di due strade: una porta alla scomparsa della specie, l’altra alla disperazione totale. Spero che l’uomo faccia la scelta giusta».

Il capitalismo, il consumismo, la crescita sostenibile, sono tutti fattori illusori, appartenenti ad un’epoca iniziata con la rivoluzione industriale ma che ormai da anni ha esaurito la sua spinta motrice per lo sviluppo: uno sviluppo che secondo le logiche di mercato si presenta come infinito ed inesauribile. Così come le stelle, anche le pratiche dell’economia di consumo continuano ad emanare immutate la loro luce nonostante siano “morenti”.

I danni provocati dalla continua domanda di risorse sono incalcolabili, ci stiamo dirigendo verso la sesta estinzione di massa della storia – la quinta colpì i dinosauri sessantacinque milioni di anni fa – ogni giorno scompaiono circa 200 specie di esseri viventi e non ce ne accorgiamo.

Le risorse del nostro pianeta non sono inesauribili, abbiamo a disposizione due miliardi di ettari (su sessanta) per la bioproduzione; un altro elemento “finito” riguarda la capacità di smaltimento dei rifiuti, che non è un problema unicamente legato alle sole grandi città; inquiniamo i mari, i fiumi, i Paesi del sud del mondo, alimentando e facendo prosperare malattie e “disperazione”; infine occorre considerare la fragilità del capitale, la moneta che muove gli scambi commerciali, e che “tampona” con crediti e prestiti la domanda continua di beni fondamentalmente superflui al fabbisogno del singolo individuo: una situazione simile attraverso la formazione di una bolla speculativa dalle proporzioni indefinite causò il crollo dei mercati nel 2008.

«La crescita infinita è inconcepibile, assurda, lo capirebbe anche un bambino di cinque anni», continua il filosofo economista bretone, e tutto ciò dovrebbe portarci a ripensare l’intero sistema economico. Le origini del capitalismo sono erroneamente poste durante l’apogeo delle repubbliche marinare (X-XII secolo), quando in realtà si trattava unicamente di scambi commerciali. Oggi si parla di vera e propria ideologia del consumo, e l’occidentalizzazione del mondo è la sua religione.

L’ultimo punto, ma probabilmente il più fondamentale toccato da Latouche, riguarda la felicità. È proprio questo elemento al centro della «società di abbondanza frugale» all’interno della quale si può vivere senza eccessi anche con lo stretto indispensabile: «il razionale deve lasciar spazio al ragionevole, occorre creare decrescita ed ecosocialismo» contro lo slogan dello sviluppo sostenibile e la sua spina dorsale incentrata, per esempio, sull’obsolescenza tecnologica, sull’accumulo e sullo spreco.

La domanda sorge spontanea: togliendo linfa vitale alla globalizzazione, verrà meno anche il lavoro? Secondo Latouche no. Nuovi impieghi e nuove professioni risulterebbero dalla nuova concezione di un’economia più locale e meno globale, più diversificata e meno omologata. Le parole d’ordine sono: rilocalizzare, riconvertire e ridurre; sviluppare senza esagerare, ripensare il settore primario – quello dell’agricoltura – per una migliore disponibilità di risorse, diminuire anche l’orario di lavoro: «questi sono gli ingredienti della felicità».

Alessandro Basso

Articolo scritto in occasione del primo incontro Decrescita e futuro (martedì 7 marzo) del festival di filosofia Pensare il presente, a Treviso dal 7 al 30 marzo 2017.