Apologia del vuoto

Una sera di tante sere ero distesa sotto le coperte ad aspettare un sonno che non arrivava. C’era la testa che brulicava incessantemente di pensieri scomodi e nello stomaco una sensazione di dolorosa pienezza con relativo senso di nausea, seppur leggero, che mi dava ulteriormente da pensare. Quella sera di tante altre sere ho voluto indagare di più queste sensazioni, arresa al fatto che il sonno non osava presentarsi all’appello.

Per quanto riguarda la testa, si trattava di un groviglio di preoccupazioni che vanno attualmente a finire sullo stesso capo: la tesi. La tesi che per ora è ancora meno di una pagina vuota. Per lo stomaco, si trattava di quel classico cliché per cui sostanzialmente si mangia nel tentativo di riempire un vuoto interiore.
Pieno e vuoto, opposti ma anche continui. Una vita piena di attività ma inaspettatamente priva di emozioni realmente felici, un’apparente assenza di problemi che invece cela miriadi, costellazioni di problemi, una vita di stenti punteggiata di quotidiane magre soddisfazioni. Così vicini, il pieno e il vuoto, che sembra un attimo passare dall’uno all’altro, come con un semplice passo.

E invece no: viviamo nella convinzione costante che ‘vuoto’ non vada bene. Per esempio, un’alimentazione ‘con’ sarà sempre preferibile ad una alimentazione ‘senza’, e non importa se magari in quel ‘con’ c’è qualcosa che ci fa del male, perché l’importante è avere: traiamo la nostra soddisfazione dalla semplice, banalissima idea di non doverci privare di qualcosa. È la nostra deformazione occidentale, la nostra cultura del ‘sempre di più’, della frenesia; e poi ci sono le filosofie orientali, i cantori del poco, dell’essere felici senza volere altro, beatamente ignoranti della nostra contrapposizione secolare dell’essere e del non-essere.

Rovesciamo i luoghi comuni, proviamo a pensare che il vuoto non è solo tale, che non necessariamente il vuoto è nero e fa paura: pensiamo piuttosto al mu (in giapponese), il vuoto orientale, che non è veramente vuoto, non è propriamente non-essere ma un essere in potenza, un’assenza contingente, è energia; è la pagina bianca prima che vi si scriva una parola, l’intervallo tra due note musicali, lo spazio tra le mani che stanno per scontrarsi in un applauso. Come l’universo, che sembra vuoto e invece a quanto pare pulsa di energia invisibile.

Nella dottrina zen (declinazione giapponese di un ramo del Buddhismo nato nel VII-VIII secolo) si va ancora oltre: il vuoto costituirebbe l’essenza stessa e naturale delle cose, visibile solo con il raggiungimento dell’illuminazione. I maestri zen la rappresentano con un cerchio (ensō, in giapponese), simbolo del fluire della vita e dell’universo, un segno morbido con un vuoto (o pieno?) al centro: il vuoto e la forma sono dunque una continuità, un tutt’uno, per cui nello zen cogliere con immediatezza il vuoto significa anche cogliere la forma che vive insieme ad esso.
Anche in Occidente qualcuno, su questa straordinaria idea, ha deciso di rifletterci un po’ su. Yves Klein ha riempito tele e tele di una omogenea pittura blu, solo blu, e nel 1958 ha svuotato la galleria di Iris Clert a Parigi e ha rivestito tutto di smalto bianco, come a dire “Non è semplicemente vuota”; infatti c’è andato anche Albert Camus, che è rimasto impressionato da quel «vuoto pieno di potere». Poi c’è John Cage, che una volta nel 1952 ha dato un concerto per pianoforte in tre movimenti: si è seduto allo strumento, si è sistemato sullo sgabello, e per 4 minuti e 33 secondi non ha fatto niente; poi si è alzato e se n’è andato. Ma quel silenzio non è stato silenzio: si è riempito del rumoreggiare del pubblico in sala, delle imperfezioni sonore dell’ambiente, per cui il vuoto di musica non è stato un vero vuoto. Il vuoto è sempre pieno di qualcosa.

Queste storie dell’arte mi hanno molto suggestionata perché mi sembra di aver passato davvero troppi anni a lottare con questo vuoto che sentivo – che sento ancora –, cercando continuamente di riempirlo: con la vita quotidiana, con le canzoni, i film, i musical, l’arte, i libri, le serie tv, i romanzi e sì, persino con i biscotti; prendo in prestito brandelli di vite e di emozioni da parti e mondi esterni per sentirmi dentro qualcosa, perché sono incapace di percepire che dentro ho già qualcosa, il che significa che non so apprezzare tutto quello che ho, e nemmeno l’assenza di qualcosa che inconsciamente mi alleggerisce. Per esempio, è soprattutto il vuoto che ci dà la possibilità del nuovo: il vuoto è di per sé una ricerca del futuro. E invece continuo a soffrire della mancanza, mi struggo, urlo, non ne so uscire. Sono occidentale, niente mi basta mai. Mi sforzo ancora, cerco di vederla – di vedermi, in effetti – in modo più ‘orientale’: alla continua ricerca della pienezza nel mio vuoto.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Google Immagini, opera di Hakuin Ekaku (1686-1769)]

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In chiave di violino: apertura

<p>Immagine tratta da Google Immagini</p>

Questo articolo è una dichiarazione d’intenti, una serie di considerazioni preliminari che vorrebbero introdurne una nuova, futura, serie; che dovrebbero delineare un perimetro, condiviso da più autori, in cui poter ospitare esperienze, narrazioni, riflessioni circa la musica. Il lettore, io spero,  avrà la bontà di intendere queste righe come un’apertura e la pazienza di attendere l’accordatura di tutti gli strumenti coinvolti in questa nostra esperienza. Probabilmente il lettore si chiederà perché si voglia dar vita ad una nuova rubrica sulla musica; perché le si sia dato il nome In chiave di violino; cosa abbia a che fare tutto questo con la filosofia.

Ero seduto alla mia scrivania, quasi due anni fa, alle prese con un testo su cui, in quei giorni, tornavo a più riprese, senza comprenderlo fino in fondo; mi pareva di comprenderne esattamente il dettato ma percepivo una sorta di retrogusto d’incomprensione che mi lasciava insoddisfatto, mi infastidiva, mi impediva di procedere con lo studio: era il Teeteto di Platone; in particolare, poche parole di Socrate mi creavano grandi difficoltà: «Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il thaumàzein. Non vi è altro inizio della filosofia se non questo […]1

Non comprendevo cosa fosse il thaumàzein, di che esperienza di trattasse, come fosse possibile tradurla nella mia lingua madre; era forse paura quella nota dolente che sentivo2?

Nota dolente: qualcosa iniziava a frullarmi per la testa. Chiusi il libro, spensi le luci; avviai la riproduzione musicale casuale sul mio pc e mi lasciai appena scivolare dalla sedia, con la posizione scomposta, gli occhi serrati e le mani giunte: non riesco ad ascoltar musica mentre faccio altro e, mentre ascolto musica, sono incapace di fare attività particolarmente impegnative.

Fa-La: crome che pungolano, girano appena, mettono sugli attenti; Sol: una note dolce e un taglio che interviene lento sulla quiete e prepara all’incalzante e terribile esperienza del dubbio, del discorso argomentativo, della filosofia. Ecco: in una manciata di battute – che pure avevo già ascoltato, senza provare coinvolgimento estetico – riposava quel thauma per cui non trovavo parola3; io ne avevo appena avuto un accenno ascoltando il Concerto per violino in Re minore, op. 47 di Jean Sibelius.

Ripensando a questa esperienza, alcuni giorni fa, ho creduto opportuno riavviare una riflessione che prendesse le mosse dalla magica concretezza della musica: In chiave di violino è dunque uno spazio in cui riflettere insieme, autori e lettori e amici e note.

Dal canto mio, ad oggi ho ascoltato innumerevoli volte le note di quel concerto per violino di Sibelius, provando ogni volta la medesima sensazione, scoprendo a più riprese nuove sfumature4; ma ancora non ho una parola che sappia parlarmi del thauma.

Con voi, lettori, vorrei dunque iniziare a navigare, in ricerca.

Emanuele Lepore

NOTE

1Platone, Teeteto, 155d, in Platone, Tutte le opere, Newton Compton, Roma, 1997.

2Che il thàuma, comunemente tradotto come meraviglia, non sia privo di dolore è stato detto, tempo fa, da Emanuele Severino, di cui si può leggere – a tal proposito- Il giogo, Adelphi, Milano, 1989.

3Per questo scelgo di mantenere la parola nella sua lingua originale; pur sapendo che tradurla forse faciliterebbe il lettore, ritengo che sia qui necessario tenere l’espressione del greco antico.

4Forse le sfumature più nuove sono quelle da sempre sepolte nel nostro profondo.

LIVE KOM 14: Il concerto dal vivo come unico modo per capire davvero Vasco Rossi

Già prima dell’inizio del concerto, quando tutto è ancora ben visibile alla luce del tramonto, prima ancora che arrivi Vasco o che si illumini il palco, quando vedi che lo stadio è già pieno, che è già strapieno, che è proprio colmo, che è addirittura gonfio… Già lì, guardando un centinaio di migliaia di persone che lo acclamano, d’un tratto, ti rendi subito conto di un paio di cose, almeno.

La prima, intanto, è che Vasco, malgrado un tour precedente interrotto per via di alcuni suoi problemi di salute – e malgrado un periodo di Cambia-menti in cui si è mostrato antipatico a moltissimi, inclusi parecchi suoi fan – ha ancora “tutto il suo pubblico”. E non solo: ne ha sempre di più!

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