Preoccupati? #MeToo

Il principio della caccia alle streghe è estremamente semplice e diretto: si crea una categorizzazione di gruppo, si individua al suo interno una sotto-categoria di nemici, si prosegue con la caccia, con la pubblica gogna e, in determinati casi, con l’esecuzione non solo degli appartenenti a detta sotto-categoria, ma anche a chiunque condivida con questi anche un minimo elemento di similitudine.

Il processo nasce chiaramente in ambito religioso, e l’ovvio riferimento è ai processi agli eretici (quasi interamente in ambito cattolico) e, appunto, alle streghe (più che altro in ambito luterano e puritano) che, a partire dall’Europa dell’Alto Medioevo, hanno accompagnato il cristianesimo fino all’America del XVII secolo. Anche qui, da un obiettivo ben mirato e determinato, la “caccia” è degenerata ad una psicosi collettiva. Il dato artista ha raffigurato nel suo affresco un elemento classico, e quindi di origine pagana? È eretico. La tale donna è stata vista dare da mangiare a un gatto del villaggio? È una strega. Come tutti gli estremismi, però, anche quello della caccia alle streghe non è un elemento innato, e perciò limitato, alla religione: il celebre aforisma attribuito a G. K. Chesterton, “Chi non crede in Dio finisce per credere a tutto” vale anche per il fervore religioso e, ovunque una dimensione spirituale propriamente detta viene meno, sono le ideologie, sociali o politiche, ad ammantarsi di un assoluto che diventa però fanatismo.

È questo il caso, storicamente, della campagna anti-comunista lanciata dal senatore Joseph McCarthy negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, con centinaia di scrittori, sceneggiatori, attori e registi messi all’indice per una serie di comportamenti “filobolscevichi”, laddove bastava un cappello inclinato a sinistra piuttosto che a destra per attirare sospetti di simpatie socialiste. È anche il caso, purtroppo, del movimento #MeToo, cominciato negli Stati Uniti come mobilitazione di denuncia di molestie sessuali, a volte perfino stupri, colpevolmente taciuti da una società nemmeno troppo nascostamente misogina e patriarcale.

Tramite internet il movimento si è diffuso a macchia d’olio, già modificandosi una volta arrivato in Europa: in Italia è diventato #quellavoltache, invitando le donne a denunce molto più personali che non la semplice alzata di mano di #MeToo, mentre in Francia si è trasformato nel ben più aggressivo e mirato #BalanceTon-Porc (“denuncia il tuo porco”). Dopo le prime storiche vittorie del movimento, che comprendono le dimissioni di un molestatore seriale del calibro del produttore Harvey Weinstein, questo si è ulteriormente diffuso, trasformato e purtroppo involuto in una ennesima autolesionista caccia alle streghe.

Ha fatto scalpore il sito Babe.net, che ha pubblicato una lettera in cui una donna ha accusato di molestie l’attore Aziz Ansari, descrivendo nel dettaglio una serata in cui, però, di molestie non c’è neanche l’ombra. La celebre femminista canadese Margaret Atwood è stata pesantemente attaccata perché ha “osato” invocare un giusto processo per Steven Galloway, professore della British Columbia University licenziato in tronco dopo un’accusa, non provata, di molestie. Anche il giornalista Andrew Sullivan e il filosofo Slavoj Žižek sono messi alla pubblica gogna dopo aver invitato a non confondere con molestie vere e proprie tutta una serie di esperienze magari spiacevoli ma del tutto innocue, comuni, e certamente non ascrivibili a reato.

Come la lotta agli eretici prima, e quella al comunismo dopo, anche quella contro molestatori o presunti tali ha investito l’ambito culturale. Recentemente, il regista Leo Muscato ha cambiato il finale della Carmen di Bizet, con la protagonista che si fa assassina di Don José “per lanciare un messaggio contro la violenza sulle donne”, mentre oltreoceano è partita una petizione per cambiare nei testi per l’infanzia il finale de La bella addormentata nel bosco, in modo da eliminare quel bacio non richiesto che sa tanto di molestia. Migliaia di persone hanno firmato anche la petizione di Mia Merrill per rimuovere dal Metropolitan Museum of Art di New York il quadro di Balthus Thérèse che sogna, considerato un invito alle molestie su minore.

La degenerazione di una battaglia sociale sacrosanta e troppo a lungo attesa, però, non si ferma qui, e pone già le basi per una psicosi di massa che è già cominciata, al momento in ambiti socioculturali fortunatamente circoscritti. In alcune frange più estreme di gruppi che si richiamano al movimento, è ormai sufficiente essere nati maschi per essere identificati come nemici del popolo di #MeToo, in una sorta di inquietante eco del femminismo militante rivoluzionario di Valerie Solanas e della sua invocata “rivoluzione di genere”. Rispetto alle precedenti, questa specifica caccia alle streghe avrebbe almeno il pregio di essere molto più facile ed autoevidente: difficile sbagliare (o difendersi), quando la colpa è essere un rappresentante di metà del genere umano.

 

Giacomo Mininni

 

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La Terror Haza di Budapest: quando il terrore diventa realtà

Oggi, chi lavora nel campo museale o cura mostre d’arte si trova ad affrontare numerosi problemi di natura estetica e didattica: creare installazioni che valorizzino le opere esposte, rendere la struttura bella ma agevole al pubblico, istituire dei percorsi tematici che aiutino a comprendere gli autori e raggiungere l’osservatore medio, che intenditore d’arte non è. Purtroppo le scelte estetiche che vengono poste in atto, spesso non riescono ad avvicinarsi ai più, i quali, pur rimanendo colpiti sul momento, dimenticano dopo poco il fil rouge della mostra e, passate alcune settimane, non riescono a ricordare nemmeno le opere cardine delle collezioni che sono state esposte.

Un esempio  che contrasta con quest’ultima affermazione è facilmente riscontrabile in un noto museo di Budapest: si tratta della Terror Haza, una sorta di casa-museo nella quale vengono ricordati gli orrori e le vittime del regime comunista.

L’uomo medio che entra per la prima volta in questa struttura viene in primo luogo toccato dall’impianto stesso: una sorta di abitazione, quasi un ambiente familiare, costituito da più piani e diverse stanze. La sensazione che prevale non è quella di un classico museo, freddo e distaccato, istituzionale per così dire, ma di un ambiente raccolto, nel quale l’osservatore non si può perdere.

Il percorso che viene costruito è ad una via e ciò permette di seguire un filo logico, una strada ben definita. Il visitatore è dunque condotto in un’escalation di emozioni, ogni stanza ricorda un pezzo di storia ed è resa suggestiva sia nel gioco di luci, sia negli elementi che la compongono.

Quest’ultimi, in particolare, sono a loro volta disposti in modo da creare una sensazione tridimensionale: abiti d’epoca appesi su normali attaccapanni, scrivanie arricchite con telefoni datati, scartafacci o porta documenti del secolo scorso. L’assetto di questi elementi istituisce una sorta di processo d’inclusione, quasi l’osservatore fosse catapultato in un momento storico che non è il suo, in una realtà che riprende magicamente ad esistere e di cui si sente parte.

Tale idea è a sua volta consolidata da un espediente che rompe il gioco di ruoli: la possibilità di interagire con parte dei pezzi di storia che sono esposti, non solo di “guardare e non toccare”. Ecco che il visitatore comincia allora a giocare diversi ruoli: utilizza i telefoni per sentire la voce delle vittime, guarda filmati di testimonianze seduto tra i documenti dei condannati, osserva le minuscole celle nelle quali morivano i prigionieri. Colui che entra nella Terror Haza si sente in qualche modo parte di quel mondo, a sua volta vittima, prigioniero, perseguitato, quasi fosse stato risucchiato da una macchina del tempo.

Nel caso della Terror Haza di Budapest, dunque, l’installazione diventa in un certo senso parte di ciò che è esposto, la musica, i video, sia pure riprodotti con tecniche contemporanee, collaborano nell’impianto e anche il visitatore meno preparato comprende e viene mosso nell’animo da un groviglio di emozioni.

Forse questo esempio dovrebbe spingere a riflettere sulle scelte che vengono effettuate in diversi musei italiani. Talvolta, pur alla presenza di collezioni o manufatti di valore inestimabile, dimentichiamo di costruire un contorno che possa renderli vivi, che riesca a dialogare con chiunque e, di conseguenza, che faccia realmente apprezzare le opere.

Spesso si dice che l’arte è superata, che gli interessi contemporanei ricadono ormai su altri svaghi, dimentichi delle epoche passate. In realtà bisognerebbe chiedersi se ad essere superato non sia il modo di trattare l’opera più che l’opera in sé, il modo con cui un oggetto viene reso fruibile al grande pubblico e a colui che è davvero l’ultimo interlocutore del nostro patrimonio culturale.

 

Anna Tieppo

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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Politica, follia e altre brutte storie

Sì, No, Remain, Leave, la politica e la vita sembrano ormai in balia di una logica binaria che si addice più alle macchine che alle persone, i referendum e la continua pretesa di oclocrazia, una parolaccia greca che indica semplicemente il far scegliere e il demandare qualsiasi decisione al popolo sembrano aver catalizzato questo atteggiamento. Ma quella stessa logica si insinua molto più profondamente nel dibattito pubblico di tutti i giorni.

Prendete ad esempio la questione dei flussi migratori:

  • Destro-fascio:

A1) prenditeli a casa tua!

B2) se usassimo le risorse per gli italiani tutto andrebbe meglio

C3) ci rubano il lavoro e non portano risorse in un periodo di crisi finendo per impoverire ulteriormente le fasce più deboli della popolazione “autoctona” (ammesso che questo termine abbia un senso). Portano malattie e malavita!

  • Sinistro-buonista:

A4) ma allora cosa dobbiamo fare lasciarli morire?

B5) gli immigrati ci pagano le pensioni!

C6) gli immigrati fanno i lavori che noi non vogliamo più fare e sono un elemento di sviluppo per il paese in cui si trasferiscono

In alcuni enunciati ci sono fonti di verità, ma la contrapposizione sterile che esclude la ragione ci fa dimenticare le cose più importanti, cioè che stiamo parlando di vite umane, in questo forse credo che la posizione di sinistra ideologicamente sia più condivisibile salvo non voler spezzare qualsiasi legame di fratellanza con il genere umano e concludere quindi che ci sono vite di serie A e di serie B.

A4) nella sua formulazione grezza in fondo non dice nulla di sbagliato, la vita umana è un valore, peccato che posta così finisca per essere solo un sasso argomentativo da tirare in testa a chiunque provi a problematizzare le cose e quindi a renderle concrete come ad esempio chi fa notare che sì la vita umana è un valore e va preservata, ma che conta anche la qualità della vita e quindi le politiche legate all’accoglienza e alla gestione di flussi migratori che hanno impatti economici e sociali. La mancata ottemperanza della presa in carico in maniera seria dei problemi implicherà dar più forza alle posizioni A1), B2) e ci C3) fino a derive sempre più estremiste. Come risolve il Sinistro il problema, un solo enunciato: “zitto fascista!”. Ci sarebbe da chiedersi come mai tra le fasce più deboli della popolazione siano spuntati, anche in zone storicamente di sinistra, orde di neofascisti mascherati, non sarebbe più semplice accendere il cervello e dire che non sempre le persone quando votano di “pancia” per posizioni estreme non per forza sono ideologicamente fasciste, naziste o simili, ma semplicemente stanno esprimendo un malessere? Andatevi a guardare i voti delle periferie.

Salvare vite umane ha senso, ma dobbiamo preoccuparci anche della qualità della loro vita, invece pensiamo che basti tirarli di qua della costa e stoccarli (uso il termine provocatorio) da qualche parte mettendo delle risorse un po’ a pioggia in maniera assistenzialistica e provare a vedere cosa succede. Dove l’integrazione, quella vera, è demandata ad associazioni di volontari spessi squattrinati e mal organizzati.

Vi racconto questo interessante episodio che chiamerò “I Cento Panini e la Ben Pensante”:

Una volta il giovane che chiameremo Cento Panini ebbe la bella idea di scrivere su Facebook per dire che l’aspetto delle risorse economiche è importante e non va sottovalutato la seguente frase:

“Se ho cento panini e devo sfamare duecento persone posso dividerli a metà, se le persone sono quattrocento posso farne un quarto a testa, ma se le persone diventano un milione con un atomo di panino a testa moriamo tutti di fame. A risorse finite non si può immaginare una divisione infinita.”

Che cosa accadde? La nostra temeraria ben pensante che al posto di leggere l’appello del povero Cento Panini che invocava semplicemente l’aiuto dell’Europa nella questione dei flussi migratori e il fatto che l’Italia non fosse lasciata da sola si lanciò in rocamboleschi attacchi per dimostrare che il povero Cento Panini non era altro che un tremendo fascista e chi più ne ha più ne metta.

Quando la razionalità e la ragione abdicano alla tifoseria politica ecco che esplode la follia. Così sono i social, ma a noi piace dividerci, adoriamo massacrarci dividendoci in fazioni, gruppetti e tutto a discapito della qualità della vita nostra e degli altri. Aneliamo vessilli sotto i quali nasconderci, perché come scrive bene Canetti in un bellissimo libro disperdendoci nella massa siamo tutti responsabili e non lo è nessuno, siamo tutti decisori, ma in fondo ignavi quando ci schieriamo senza aver correttamente ragionato. La nostra protagonista Ben Pensante, che mal pensava, ha preferito trovare un oggetto su cui sfogare frustrazioni che forse provenivano da altrove che provare a cogliere il senso (giusto o ingiusto) del povero Cento Panini che di sicuro non voleva mettere in dubbio l’accoglienza e la vita come un valore, ma richiamava solo alla concretezza delle cose.

“LA NOTTE DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI”

Gli intellettuali hanno poco da indignarsi per l’ascesa del populismo di Donald Trump e del Movimento 5 Stelle essi non sono la cura, ma il sintomo definitivo che il male è dilagato, che la politica non ha saputo dare risposte e quindi le persone che stanno male si abbandonano inevitabilmente a una protesta cieca senza proposta, perché ormai l’orizzonte di qualsiasi risposta possibile gli sembra ormai irraggiungibile, distante, vuoto. Il loro grido di dolore si leva oltre l’ovatta del tempo per generazioni ricordandoci tutti i fallimenti, tutte le ingiustizie e tutte le risposte mancate dove non c’è mai, MAI, nessuno che osi dire “Scusate, ho sbagliato” o se lo fa lo fa con una leggerezza tale da risultare incomprensibile anche ai propri simili.

Ho usato l’esempio dei flussi migratori per descrivere qualsiasi presa di posizione aprioristica, qualsiasi atteggiamento negativo nei confronti del prossimo e delle sue scelte. Capita centinaia di volte nei social media vedere vegani contro onnivori, vegetariani contro carnivori e un tutti contro tutti malsano, sbagliato. Gente che fa una grigliata e si sente in dovere di “trollare” allegramente sulla propria bacheca gente che semplicemente ha fatto una scelta diversa. E mi chiedo, ma l’umanità è veramente questa roba qui?

Siamo davvero diventati questa rumorosa massa litigiosa sempre pronta a scannarsi come nei viaggi di Gulliver per decidere se le uova vadano rotte dalla parte inferiore o superiore?

Qualche tempo fa ho dovuto sopportare, mio malgrado e facendoci i conti, di non esser stimato né rispettato da una persona che tutto sommato a modo mio ritengo pure interessante, avrei potuto provare a raccontarle la mia storia da dove vengo, addurre mille giustificazioni, magari raccontarmi, come fanno certi politici, che forse è semplicemente la gente che non capisce, ma le nostre azioni pesano molto più delle nostre intenzioni e alla fine traspare solo ciò che mostriamo. Avrei potuto raccontare l’infanzia difficile, paure, insicurezze, ma come la somma di tutte queste cose avrebbe anche solo intaccato il fatto che ho reiteratamente calpestato i suoi sentimenti? Alle volte semplicemente tediandola, altre infastidendola? Alla fin fine nessuno di noi si accorge mai quanto in basso può cadere e nella nostra vita quotidiana lo facciamo continuamente, i social aiutano, una cosa scritta dietro uno schermo sembra meno grave di molte altre cose. Alla fin fine tutto si riduce con la formula “Eh, ma io stavo scherzando”, credo che quasi tutte le cazzate del mondo siano nate con uno scherzo. Ci sono molti modi di ridere, si può ridere con qualcuno o di qualcuno, la differenza è abissale.

Questo mio appello a provare ad essere meglio di come siamo, ad accendere il cervello cadrà probabilmente nel rumore che ci circonda e forse avrete già chiuso questo palloso articolo per tornare a qualche social “scazzottata”, ma per chi è arrivato fin qui vuole solo essere un appello a provare a essere migliori e nessun giorno è mai troppo tardi per iniziare, basta sceglierlo. Usiamo il cervello, usiamolo tutti meglio.

Matteo Montagner 

Marx-Mallows: manifesto del pasticcere comunista

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della toffoletta fatta in casa.
 Tutte le potenze della pasticceria industriale, Nestlè, Haribo, Mars, il papa, cupcake radical chic e hipster cakepop, si alleano in una santa e spietata caccia contro questo spettro.
 Come abbattere dal basso lo strapotere della fabbrica dolciaria di massa?
 Due sono le nostre certezze:

1) La pasticceria comunista è ormai riconosciuta e temuta come forza da tutte le potenze dolciarie;

2) È ormai tempo che i pasticceri comunisti (compresi quelli trotzkisti) rendano noto a tutto il mondo il loro punto di vista e che, allo spauracchio favolistico dello spettro della toffoletta fatta in casa, contrappongano un manifesto di partito.


 

La storia della pasticceria è segnata dalla lotta di glasse: da una parte il servo dell’industria, dall’altra il libero creatore del proprio piacere; da una parte il fomentatore della produzione di massa di dolci chimici e perfetti, dall’altra il produttore autonomo di imperfetti dolci genuini.
Per troppo tempo questi ultimi sono rimasti nell’ombra. Ma l’emblema dell’industria dolciaria, il marshmallow, sarà il cavallo di Troia della loro rivoluzione.

L’industria ha generato ciò che la seppellirà. marx-mallows_collage_OK_2_aristortele
Il suo tramonto e la vittoria della pasticceria comunista sono parimenti inevitabili.
In sostituzione ai marshmallows gommosi e insapori della tradizione cinematografica imperialista statunitense subentra il Marx-mallow, simbolo ultimo di una cucina umana e locale, in cui il libero sviluppo del pasticcere è la condizione per il libero sviluppo di tutti.
La toffoletta si può fare in casa: riappropriamoci della toffoletta!
Nel tepore delle nostre cucine siamo i padroni unici dei mezzi di produzione. Non siamo alienati dal frutto del nostro lavoro: il Marx-mallow è qui, di fronte a noi, prodotto concreto della nostra fatica.

Finora vi siete limitati ad assaggiare il mondo, ora è tempo di cambiarlo.
È venuta l’ora di abbattere l’epica da scout yankee, in cui giovani borghesi attorno al falò cuociono marshmallow plastificati sui loro bastoni ricurvi. Il Marx-mallow ha la dignità del dolce fatto in casa e mai si piegherà alle logiche del turbocapitalismo globale.
Il Marx-mallow non si lascerà bruciare sul fuoco, ma conquisterà la posizione che gli spetta: si farà gustare da solo e, non pago, renderà migliori i vostri dolci al cucchiaio guidandoli verso la vittoria finale.

Tremino le glasse dominanti, innanzi a una rivoluzione pasticcera.
I pasticceri comunisti non hanno nulla da perdere, se non un dito, ustionato dallo sciroppo di zucchero.
E hanno da guadagnarci tutto un mondo.

Pasticceri di tutti i paesi, unitevi!

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MARX-MALLOWS AL LAMPONE E ZENZERO

Persone: l’intera classe proletaria
Tempo di preparazione: 30 minuti di tempo vostro e solo vostro (non del padrone!) più una notte di riposo

INGREDIENTI

200 gr zucchero semolato
100 gr polpa di lampone non filtrata
170 gr miele (o zucchero invertito)
20 gr colla di pesce (agar agar: 30 gr)
20 gr zenzero fresco grattugiato
q.b. zucchero a velo
q.b. amido

PREPARAZIONE

Portate a 108° C in un pentolino 50 gr di polpa di lampone con lo zucchero e 70 gr di miele. Nella planetaria proletaria mettete nel frattempo il resto della polpa e del miele insieme con lo zenzero grattugiato. Iniziate a montare il composto con la frusta, versando a filo lo sciroppo bollente.
Montate alla massima velocità finché non raggiunga i 35° C e diventi spumoso e di un bel rosa comunista.
Versate il marx-mallow in una teglia bassa, precedentemente rivestita di pellicola e unta con olio di semi o spray staccante. Lasciate riposare una notte a T° ambiente, anche se la rivoluzione non dorme mai.
Rovesciate quindi il composto su un tagliere, tagliate nelle forme che più preferite e ricoprite i marx-mallows su ogni lato con zucchero a velo e amido nella stessa quantità.

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Woodstock, grande esperto di toffolette

Aristortele

Sito web: qui

[immagini concesse da Aristertele]

Impara a vivere

Rumeno, ebreo, passò i primi 25 anni di vita scappando dal regime nazista e da quello comunista. Il primo prese i suoi genitori. Trasferitosi a Parigi, pubblicò traduzioni e raccolte proprie, si sposò. Ebbe diverse crisi mentali fino ad essere internato e sottoposto a cura sperimentale, la terapia del coma insulinico[1]. Vita innocentemente nomade e intensa oltre le forze del singolo, tragica nella misura in cui si spezzò per il peso del ricordo, una volta materialmente salvo. [2]

Celan è conosciuto universalmente per lo sforzo poetico di dire l’olocausto, ma questo articolo interroga una poesia diversa, indirizzata a nessuno, un promemoria per sé, forse, indicazioni per un’umanità a venire. Le tre strofe graficamente si susseguono ma sono da pensarsi circolari, da leggersi d’un fiato:

non scriverti

tra i mondi

Esplicitamente la poesia comanda di liberarci dall’eccessiva storicità, dal sentirci perfettamente parte di qualcosa, dall’adesione totale. Non scegliere un mondo da abitare, sembra dire, ma muoviti libero tra questi, magari giocandoci, magari morendoci. Celan ci ricorda di coltivare quel sentimento di alienazione che cova in ogni entusiasmo, forse la forma più meschina della libertà, ma sempre d’oro in tempi bui.

tieni testa

alla varietà dei significati,

Ci ricorda che basta un attimo per perdersi per sempre. Interpretando, rimanere abbagliati dai troppi significati di un evento non è meno pericoloso di non essere più in grado di avvertire angoscia nell’incontro con i mille altri che automaticamente escludiamo. Angoscia questa che nasce con l’uomo, con la sua brama di ca(r)pire la realtà e dal sentimento perenne che qualcosa si perda.

fidati della traccia di lacrime

e impara a vivere. [3]

Questi versi in chiusura sono forse i più difficili da commentare. Parlano direttamente dell’esperienza traumatica di chi scrive, invitano a fidarsi del segno indelebile tracciato dal dolore sui nostri corpi, le nostre menti, a vederne un disegno, non per giustificarlo, ma per averne una comprensione più autentica, meno caotica.

E imparare a vivere.

 

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Images]

 

Note

[1] La terapia del coma insulinico consisteva in ripetute somministrazioni di insulina ai pazienti che soffrissero di schizofrenia e altre malattie mentali e aveva l’effetto di indurre il paziente in stato di coma solo dopo frequenti e dolorose convulsioni. Effettivamente al risveglio il paziente era meno agitato, ma ciò era dovuto più allo choc che non a un effettivo miglioramento delle condizioni del malato. La terapia era ripetuta più volte nell’arco di poco giorni.

[2] L’immagine è un’acquaforte incisa da Gisèle Celan-Lestrange, moglie del poeta. Per ammissione dell’autrice le opere sono ispirate alle poesie del marito, questi talvolta le faceva pubblicare con le sue poesie.

[3] Paul Celan, “Sotto il tiro di presagi”, traduzione a cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien Einaudi, p. 187.

Amatevi

Sto iniziando a scrivere tutto ciò mentre sono qui che cerco di riordinare i pensieri che mi frullano per la testa, mentre cerco di dare qualche risposta a domande che – probabilmente – risposta non avranno mai, soltanto per divulgare alle persone il mio pensiero su un argomento che reputo di grande importanza.

La domanda iniziale è sempre la stessa: “Da dove posso cominciare?”. Ed è esattamente quello il momento in cui mi rendo conto del fatto che i miei pensieri fuoriescono in maniera automatica, senza alcun particolare sforzo.

Principalmente intendo focalizzarmi su quello che per me rimane tema centrale e inesauribile fonte di riflessione e discussione: cosa significhi Essere Donna.

Con quest’espressione intendo dire esserlo a trecentosessanta gradi, soprattutto in un paese come il mio, dietro al quale esiste un’intera storia. Il Paese in questione è l’Albania.

Negli anni passati la figura delle donne, che hanno vissuto il terribile Kanun di Leke Dujagjinit, era quella di essere viste come un otre costituito soltanto dall’avere un marito, vestiti e calzature.

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Andando avanti negli anni, con il regime comunista si è delineato un quadro differente della condizione femminile, includente soltanto una minima emancipazione; nonostante il duro lavoro nei campi e nelle fabbriche si è arrivati ad un progressivo ampliamento dei diritti – seppur in misura limitata – e ad una prospettiva di una certa indipendenza economica. Tuttavia, nonostante il passaggio ad un’economia di mercato, ci furono molte conseguenze, e il cambiamento  si configurò in maniera decisamente drastica: gli uomini emigravano sempre più spesso verso l’estero e le donne erano costrette, in solitudine, ad occuparsi di tutto ciò che riguardava la famiglia e la casa.

Il fatto che anche una donna potesse partire per costruirsi un futuro in un altro paese, purtroppo, si riversava nella maggior parte dei casi in fenomeni di prostituzione.

Nonostante tutto questo appartenga ormai al passato, non si può negare che siano rimasti molto segni, specialmente all’interno dei piccoli centri rurali.

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In Albania, ancora oggi, Essere Donna costituisce una condizione molto difficile. La discriminazione è ancora presente, il maschilismo dilaga ancora in troppi uomini; ci sono ragazzine di quindici anni che non possono viversi la loro età perché sono già state promesse come spose e perché vengono già qualificate nel ruolo di madri.

Non sono mai riuscita a condividere questo pensiero, questo modo di vivere, ed è per questo che ho deciso di andarmene: per me stessa e perché voglio un futuro migliore.

I giorni andrebbero vissuti appieno, così come la vita; una visione concepita da pochi, perché pochi se ne accorgono. Dovrebbero iniziare a rendersi conto del fatto che il presente è l’unico tempo che si ha a disposizione e che questo tempo andrebbe sfruttato al massimo, senza inutili preoccupazioni.

Spesso ho assistito a situazioni in cui molte ragazze sono state ostacolate nel loro percorso di istruzione, soltanto perché coloro che scelgono di spostarsi da una città all’altra – anche per soli scopi di studio – non vengono considerate brave ragazze; anche se dovessero concludere gli studi e laurearsi col massimo dei voti, svolgerebbero un lavoro che non valorizzerebbe realmente le loro capacità. Nella gran parte dei casi la discriminazione femminile deriva dai maschi albanesi, i quali non sono capaci di accettare il fatto che una donna possa avere capacità pari o superiori alle loro. Gli istituti privati (dove predomina il servizio bancario) forniscono una maggiore uguaglianza nel reclutamento e nella promozione rispetto a quelle statali.

Tutto questo costituisce la triste realtà delle donne che hanno portato sulle spalle il peso della vita, per secoli. A queste splendide donne voglio dire: Amatevi!

Amatevi per tutto quello che è successo, per tutto quello che avete subito. Sentitevi cresciute, cambiate e diverse per migliaia di volte e continuate a restare una perfetta creatura della vostra imperfezione. Osservatevi, accettatevi per quello che siete e trasformatevi anche in qualcosa di completamente diverso. Permettetevi di giungere pienamente alla vita e non strisciate lungo i muri pensando di non essere abbastanza mature per entrare nel “GRANDE GIOCO”. Abbiamo lottato per la libertà del nostro Paese anche per questo.

Fatbardha Panglatica

[immagini tratte da Google Immagini]