Test rapido (filosofico): quattro pregiudizi sul merito

Meritocrazia: è tra le parole che oggi più polarizzano menti e cuori. Per alcuni, il termine è sinonimo di giustizia: il merito dà “a ciascuno il suo”, limitando i vantaggi ereditati alla nascita e offrendo l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore1. Per altri, il termine è sinonimo di tirannia: il merito dilania la società, contrapponendo i superbi vincenti ai rancorosi perdenti e generando nuovi privilegi2. Effettivamente, in una cultura sempre più votata al “controllare e valutare”, il tradizionale Giudizio Finale di Dio sembra quasi poca cosa rispetto alle continue valutazioni di umani e/o mercato e/o algoritmi. Eppure, rinunceresti all’idea che veder misurati i tuoi meriti è addirittura un tuo diritto fondamentale in quanto essere umano?

Secondo te, il merito è democratico o dittatoriale? La domanda è ostica, perché sul merito tutti nutriamo almeno un pregiudizio inconsapevole (un cosiddetto bias). I filosofi amano introdurre distinzioni “di ragione”, separando o “scollando” concetti che normalmente sono inavvertitamente sovrapposti – per poi magari “reincollarli” ad altri: questo lavoro analitico consente di smascherare un sacco di pregiudizi! Proviamo dunque a farlo anche con il merito: ti propongo un test rapido, per scoprire i tuoi bias sul merito. Ogni pregiudizio che scopri di avere vale 1 punto!

Bias n. 1 (1 punto). “Merito” non coincide con “merito morale”. Meritare non significa necessariamente essere nel giusto, essere giusti. La differenza è rilevante: il merito è valutabile, ancorché non per forza facilmente; ma esiste qualcuno che davvero può stabilire chi è virtuoso-DOC? Il merito consiste nell’essere buoni-a, ossia persone capaci, non nell’essere buoni-ebbasta, ossia persone giuste: meritare vuol dire che tra azioni e cosa, tra abilità della persona ed esigenze di un compito, c’è una qualche relazione di “appropriatezza”. Insomma: bisogna demoralizzare il merito.

Bias n. 2 (1 punto). “Merito” non coincide con “meriti”. Meritare si dice in molti modi: la nozione di merito è relativa e non assoluta. Ci sono tanti tipi di meriti quanti tipi di attività umane si possono immaginare – forse persino quante persone possono esistere. Non esiste “Il Merito”; esistono invece meriti settoriali, circoscritti e specifici, determinabili ogni volta sulla base di criteri diversi: diversamente, bisognerebbe concedere che – poniamo – una scienziata è più meritoria in termini assoluti di un facchino, o una camionista di un giardiniere, e così via. Sospetti che in realtà sia così? Prova ad assegnare alla scienziata i compiti della camionista – e viceversa.

Bias n. 3 (vale doppio!). “Merito” non coincide con “ricchezza”. In primo luogo (1 punto), meritare un premio non equivale a meritare soldi: desiderare che un merito venga riconosciuto e apprezzato non significa aspirare soltanto ad arricchirsi. Altrimenti, perché esisterebbero premi come onorificenze civili, medaglie al valore, lauree ad honorem, ecc? In secondo luogo (1 punto), soltanto se esistesse “Il Merito” sarebbe possibile commisurare tutti i vari meriti in un’unica grande competizione utilizzando il denaro come unico parametro generale: a quel punto, Il Vincitore sarebbe persino autorizzato a sentirsi non soltanto buono-a, e nemmeno soltanto il migliore in X, ma addirittura Il Migliore in tutto e per tutto. Magari questo articolo merita una lettura, ma non perciò richiede un pagamento (né lo merita, penso) o è la cosa migliore sulla faccia della Terra (dubito lo pensassi).

Bias n. 4 (1 punto). “Merito” non coincide con “competizione”. In una gara, la mia posizione è determinata dalla posizione degli altri concorrenti e viceversa: non si arriva primi se non c’è chi arriva secondo. Ma quella del merito non è una gara, o – al limite – è una corsa contro se stessi: è la cosa in questione che determina se merito o no, indipendentemente dalla presenza di altri che meriterebbero “più” o “meno”. Purtroppo potrebbe esserti capitato: sei l’unico candidato per un posto di lavoro, ma – bisogna essere onesti – comunque non meriti quell’impiego, perché non rispondi del tutto ai requisiti necessari. O, meno drammaticamente: una tua battuta può meritare una risata senza dover essere più o meno divertente della battuta di qualcun altro.

Il test rapido si ferma qui. Calcola ora i risultati in base al punteggio totale:
• 0: hai barato?!
• 1: conquisti il MeritPass!
• 2-3: tutto sommato, non hai demeritato!
• 4-5: il problema non sei tu: meriti una società migliore!

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE:
1- È la tesi difesa da M. Santambrogio, Il complotto contro il merito, Laterza, Roma-Bari 2021, il mio riferimento principale nella formulazione dei quattro bias.
2- 
Il caso più noto è M. Sandel, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli, Milano 2020.

[Photo credit Pixabay]

la chiave di sophia

Soci o rivali? Il mutuo appoggio di Kropotkin

Nella narrazione collettiva della storia umana ha sempre riscosso molto successo la storia che esalta il lato competitivo dell’esistenza. Conflitto e competizione sarebbero, in quest’ottica, il motore della sopravvivenza, dal mondo animale fino a noi. La famosa tesi hobbesiana del homo homini lupus è stata successivamente potenziata dalle derive darwiniste che hanno enfatizzato il concetto della sopravvivenza del più adatto facendone una regola sociale per interpretare e plasmare il mondo. A parte il fatto che non era questa l’intenzione di Darwin, la fissazione di avvalorare in ogni aspetto della vita umana la sopravvivenza del più forte non ha convinto proprio tutti.

Tra i contestatori di questa visione troviamo anche Pëtr Kropotkin, che fu, nell’ordine, giovane principe russo alla corte dello zar Alessandro II, soldato in Siberia, scienziato naturalista, teorico dell’anarchia, carcerato a San Pietroburgo, rivoluzionario in fuga e intellettuale noto in tutta Europa. Una delle sue opere fondamentali è Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, del 1902 e da qualche anno ripubblicata da Elèuthera.
Kropotkin affermava che competizione e solidarietà sono aspetti innegabili dell’evoluzione, animale e umana, ma che troppa enfasi è stata data alla prima a discapito della seconda. Questo non fa che esaltare la spinta di autoaffermazione che ogni individuo possiede, assecondando e legittimando orizzonti che portano a sovvertire l’equilibrio tra umani e verso le altre specie viventi, a discapito della convivenza armoniosa di tutte le differenze. La storia del predominio del più forte agevola gli interessi di chi propende per la supremazia dei pochi sui molti e legittima il potere centralizzato a discapito della libera organizzazione tra individui. Più in generale, in una prospettiva storica, questa idea ha dato e dà ancora credito e autorità a chi persegue il dominio dei più forti sui più deboli, siano essi, di volta in volta, donne, poveri, neri, omosessuali, animali o qualunque forma di diversità si ponga al cospetto dell’ambizione subordinante del momento.
Lo stesso Kropotkin constatava come si fosse completamente perso di vista il fattore del mutuo appoggio e come ci fosse urgente bisogno di mostrare il valore che esso aveva sempre avuto in natura e nelle società umane. Possiamo dire, a distanza di 120 anni da quella pubblicazione, che le idee che esaltano competitività, autoaffermazione e dominio siano passate di moda? Se la risposta è negativa, dovremmo abbracciare la tesi di questo libro e scoprire tra le sue pagine le interessanti analisi che, attraverso lo sguardo scientifico di un versatile intellettuale come Kropotkin, emergono dalle osservazioni e dagli studi sul campo. Persino in Siberia, dove la natura dà sfoggio di tutta la sua ostilità, animali e umani si stringono in comunità cooperanti. Il libro abbonda di esempi, dal mondo animale alle prime comunità umane della preistoria, dalle gilde medievali con le prime corporazioni all’associazionismo spontaneo dei bambini che giocano in strada, ogni occasione è buona per contrastare l’asprezza che la vita riserva a tutti i viventi con la resistenza dell’unione che fa la forza. L’idea di Kropotkin era che è proprio la capacità di unirsi e cooperare che distingue le specie più evolute, non la loro tendenza a opporsi e competere individualisticamente.

L’intento di consolidare l’idea filosofica del mutuo appoggio tra i viventi ha portato successivamente molti altri autori a perlustrare, soprattutto attraverso lo sguardo scientifico, il mondo della natura e delle relazioni umane. Oggi, ad esempio, sappiamo che anche le piante cooperano fittamente tra di loro e con altre specie animali per garantire il successo della loro sopravvivenza. Abbiamo anche scoperto che le strategie di gruppo sono fondamentali per la vita di alcuni animali che solo se presi collettivamente dimostrano una complessità sorprendente, come accade nelle api e nelle formiche, ad esempio. Inoltre, grazie al contributo delle neuroscienze, sappiamo anche che il nostro cervello possiede in modo innato i circuiti su cui, attraverso l’esperienza, costruisce l’empatia con altri esseri viventi. I neuroni specchio si attivano in modo di farci entrare in risonanza con chi ci sta di fronte e l’empatia è certamente un requisito fondamentale per costruire reti solidali di mutuo aiuto.

Siamo dunque una specie competitiva ma solidale, con tendenze spiccate e innegabili all’autoaffermazione a discapito di altri ma che probabilmente non si sarebbe evoluta in homo sapiens se non avessimo puntato sulla cooperazione materiale e intellettiva. La condivisione attraverso il mutuo appoggio è il motore dell’evoluzione e forse oggi, a fronte del continuo rischio di disgregazione tra umani e di sconnessione con l’ambiente che ci ospita, abbiamo ancora un immenso bisogno di ribadire questa modalità di narrazione collettiva della vita, umana e non.

 

Pamela Boldrin

 

[Photo credit Toa Heftiba su unsplash.com]

la chiave di sophia 2022

Contro lo sport: analisi di una passione rischiosa

«Mr. Prime Minister, what’s the secret of your longevity?»
«Sport. I never, ever get involved in it. Just whiskey and cigars.»
(Winston Churchill)

 

In realtà, non fanno per me né i superalcolici né i sigari: sono i per granduomini, le robe del genere (cioè lo erano fin quando c’erano granduomini); a ogni modo, le mediocrità devono limitarsi, per evitare la ὕβϱις (smisuratezza).

Quante cose mi separano da Churchill … una su tutte: lui è morto, io no. Però quando una ha ragione, ha ragione, e va ammesso.

Ammettiamolo, sprofondando s’un sofà all’ombra di bianche tende placidamente mosse da un verecondo soffio di un vento di morente primavera: vivere è una fatica. Già a dirlo mi sale il decadentismo, e mi trasformo gradualmente in una sorta di Jove Decadent.

Fa un caldo oggi … mi affatica persino pensare.
Ecco perché scrivo ora: scrivo quello che non penso e penso quello che non scrivo, di modo che quando non penso mi viene facile scrivere, e se sto scrivendo non sto pensando, ma non pensando sto scrivendo, o forse sto facendo entrambe le cose ma non lo so.

Una delle fortune della mia casa, è che non s’affaccia sulla strada. Così mi risparmio la fatica di vedere gente. Gente in generale eh, capiamoci. Ma in particolare quelli che fanno sport.

No scusate, sarà pure un mio limite, ma io questi proprio non li capisco: se già la vita è una sgobbata, per quale diavolo di motivo io dovrei sgobbare ancor di più, obbligando la mia persona a sudare? Perché?

Io comprendo la fatica del lavoro, quella che serve per il pane, e affermo con forza che c’è dignità in ogni mestiere, persino il più duro … Ma lo sport? Ma scherziamo? Ma dai.

E non iniziate a raccontarmi la storia che «Facendo sport vivi di più»: ammesso e non concesso, quei giorni in più che passate su questa Terra, li avrete trascorsi ad allenarvi: perché campare più a lungo, se poi in quel periodo non avete fatto altro che sgambettare, magari sotto la pioggia?

E ho visto gente (con tute talmente brutte da essere illegali persino in Nord Corea) correre su tapis-roulant, incuranti del fatto che, più correvano, più il muro innanzi a loro restava dov’era: ed esattamente lì! Ma cosa corri, che sei sempre fermo nello stesso posto?
E non è che lo sport “guardato” sia meglio di quello praticato.

 

Ma mi faccio serio.

Propongo la lettura di Sport barbaro. Critica di un flagello mondiale (M. Perelman, Medusa edizioni), un testo che espone a un’analisi voyeuristicamente ginecologica il mondo sportivo: partendo dall’architettura logistica, ne studia i sottintesi, ne svela le malefatte, ne accusa lo spirito e mostra come esso (sia nella sua forma praticata, che in quella osservata) è nient’altro che la sublimazione (elegante neanche troppo) della bestialità umana.
Una volta ci lanciavamo in testa i cocchi (e l’ultimo che crepava, si pigliava la babbuina), oggi ci sfidiamo in pista d’atletica (e per ragioni non troppo diverse).

La storia delle Olimpiadi greche, e del fatto che i conflitti venissero interrotti durante i Giochi, è la prova provata non che lo sport è pace, ma che la guerra (lungi dallo sparire) era semplicemente trasferita ad altro spazio socio-psicologico – sublimata, appunto.

Il ruolo tutt’altro che pacifico dello sport, è perfettamente esemplificato dalla Rivolta di Nikā del 532: le tifoserie dell’ippodromo di Costantinopoli (dette “Verdi” e “Azzurri”) tentarono di rovesciare Giustiniano I perché i suoi soldati avevano arrestato i loro capi (quelli che noi chiameremmo “ultras”); per una settimana, Verdi e Azzurri devastarono la Capitale, finendo poi uccisi da Belisario. Non vi suona come di “già sentito”?

E potremmo continuare parlando del ruolo politico dello sport, e della vetrina che le Olimpiadi moderne sono state, e sono tuttora, per i regimi violenti (non occorre risalire a Berlino 1936: fermiamoci a Pechino).

Ciò che più conta, al di là della politica, è che lo sport è intrinsecamente guerrafondaio e deve essere così, perché sennò non esisterebbe. Esso si basa sulle sfide, e le sfide sono guerre in miniatura, tutte. Ed è secondario che il nemico, lo si chiami avversario.
E d’altronde, con quale scusa un genitore riuscirebbe a convincere un figlio a migliorare nello sport, se non incitandolo a “superare” un proprio compagno? Il concetto di superamento, è bellico.

E, parlando della violenza come carattere intrinseco dello sport, non mi prenderò la briga di ricordare la violenza negli stadi, gli scontri tra tifoserie, gli insulti sul web tra sostenitori di scuderie diverse, ma rinvio a un altro libro di Perelman: Le Football, une peste émotionnelle.

Come Perelman, già mi immagino le obiezioni: «La tua è solo invidia, perché non pratichi sport, o meglio non hai il fisico per farlo». Può darsi.
E credo non servirà a molto dire che sto ragionando in astratto. Se non credete a me, leggete il libro di Perelman e riflettete con lui (inoltre, l’autore è un uomo con una fisicità tale che non può lasciar dubbio a doppi intenti).

Ma se questo è lo sport, e tutti lo difendono, se questa è la dittatura del mondo d’oggi, che fare?
Fatalmente, Perelman cita spesso Adorno, il quale, messo davanti alla questione di come reagire ai problemi una volta individuati, diceva sovente: “Comprendere e basta. L’intellettuale come fa, sbaglia”.

Quindi nessuna alternativa.
Neppure la mia atavica pigrizia, o la mia indubitabile misantropia, ché io non le elevo a modello.

 

David Casagrande

 

[Photo credit: “Young Decadent” di Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto (link)]

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Il mondo del fitness: tra estetica e trasformazione

“Ho odiato ogni minuto di allenamento, poi ho detto: Soffri ora e vivi il resto della vita da campione”. Testimoniava così Muhammad Alì nel 1964, uno dei più apprezzati pugili statunitensi della storia. È proprio da questa frase che intendo partire per analizzare una delle più diffuse pratiche di modifica, addomesticamento e trasformazione del corpo: il fitness.

La ginnastica è stata da sempre espressione delle finalità biopolitiche dei governi statali per controllare e ammansire i corpi, con il loro culmine durante i totalitarismi. Le attività sportive, per loro stessa logica interna, mirano a dotare il soggetto di particolari competenze fisiche, concentrando l’attenzione sul gesto atletico e sulla sua esecuzione, sulla prestazione eccezionale ai fini della competizione. In queste pratiche il miglioramento del corpo è subordinato alla qualità dell’esercizio sportivo. Il fitness, invece, si differenzia radicalmente dall’atletismo poiché lo stile e la prestazione hanno un valore strumentale ai fini del rimodellamento del corpo e della sua trasformazione. Oggi le pratiche fisico-ricreative risultano de-politicizzate, poiché non sono più pratiche statali volte a uniformare i corpi in vista di obiettivi politici. Le pratiche del fitness, piuttosto, si edificano sui desideri e sui bisogni dei singoli che scelgono di frequentare la palestra.

Le palestre di oggi si presentano sempre più come “isole urbane”, spazi separati e attentamente organizzati per rendere il tempo trascorso al loro interno come “tempo per se stessi”. In questi luoghi ci si estranea dal mondo esterno e si entra in un tessuto relazionale e sociale a sé stante. L’esercizio fisico è l’attività centrale, attorno al quale gravitano attività di rilassamento e momenti di socialità e confronto tra i clienti. Oggi, infatti, la palestra per il fitness è pensata non solo per far bene al corpo, ma anche per essere uno spazio nel quale il soggetto può esprimersi nel modo che gli è più proprio, può svagarsi e rigenerarsi.

Per comprendere la nascita e l’esplosione del fitness dobbiamo guardare agli Stati Uniti degli anni Settanta, in cui si assiste alla nascita di un tipo di ginnastica ricreativa, l’aerobica, improntata a valori sociali nuovi. Vengono a crearsi spazi collettivi nei quali il corpo si plasma secondo i canoni dettati dalla cultura pop del momento: una silhouette sottile, un aspetto fisico slanciato e armonico. Le motivazioni personali diventano l’unico obiettivo. Contemporaneamente cresce l’importanza del fitness, che si configura come attività volta a esprimere i desideri e le volontà del soggetto. Il fitness non fa distinzioni di genere, non detta regole e ben si sposa con la nascente tendenza alla commercializzazione: è l’individuo a scegliere di aver bisogno o meno della palestra, esprimendo una domanda, alla quale il mondo del fitness risponde.

Oggi le palestre si sono lasciate alle spalle le ambizioni atletiche prima e di adeguamento estetico poi delle prime fan dell’aerobica. Quella che sembra esponenzialmente aumentare è l’ansia di conformazione, la ricerca dell’approvazione altrui, la competizione all’interno del gruppo di pari per l’allineamento ai suoi standard. Il successo della pratica del fitness va inquadrato nel crescente consumo di beni e servizi legati al miglioramento e alla trasformazione del corpo, derivati da un diverso rapporto con la corporeità, fondato sulla disinibizione e sull’esteriorità.

Tuttavia, le interpretazioni a cui si presta il fenomeno del fitness non sono univoche.

Per alcuni si configura come pratica per modificare il corpo e produrre autonomamente una propria identità; per altri invece è il trionfo del narcisismo consumistico. A emergere sono la smania di adeguarsi a canoni estetici spesso irraggiungibili e impersonali e l’autocelebrazione della propria forma fisica. Mettere il corpo al centro della propria identità significa sottolineare la presenza di un residuo individuale sul quale poter esercitare potere decisionale autonomo. La stessa manipolazione del corpo può essere dettata dalla volontà di riconoscimento del singolo all’interno di un microgruppo (ad esempio quello dei culturisti), oppure dal bisogno di visibilità dell’individuo nel più ampio tessuto sociale, per evitare il rischio della solitudine.

L’ossimoro funambolico nel quale il singolo è chiamato a barcamenarsi oggi è quello dell’esaltazione prometeica individualista e della responsabilità di adeguarsi ai canoni estetici della società per non subire l’isolamento. La corda è tesa e l’equilibrio può mancare da un momento all’altro.

 

Maria Cristina Mennuti

Maria Cristina Mennuti, 21 anni, di Corato (BA), dove vivo attualmente.
Studio Filosofia all’Università di Bari e mi nutro di curiosità. Sono alla costante ricerca di un dialogo tra la filosofia e gli altri linguaggi, per questo mi piace esplorare strade disciplinari poco battute.
Con un libro sotto il braccio e uno zaino in spalla guardo al futuro. Nel presente scrivo per il magazine online “OublietteMagazine” e mi impegno per il territorio in cui vivo, convinta che la bellezza salverà il mondo.

 

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Festivalfilosofia: la Filosofia torna alle sue origini riscoprendo il valore della Piazza

Anche quest’anno il comune delle città di Modena, Carpi e Sassuolo ha dedicato tre giornate, dal 16 al 18 settembre, alla filosofia, invitando sul palco i grandi pensatori, nazionali e internazionali, della nostra contemporaneità.

L’agonismo è stato il tema centrale non solo delle lectio magistralis tenute in occasione di questa sedicesima edizione del Festival, ma anche di laboratori e concerti in piazza, attività e giochi per i bambini, nonché spettacoli di danza e teatro che hanno animato le piazze di queste tre cittadine dell’emiliano.

Festivalfilosofia 2 - La chiave di SophiaLe vetrine dei negozi, come ogni anno, presentavano cartellini rossi e bianchi – i colori del Festivalfilosofia – con gli aforismi dei più noti pensatori che si sono espressi in termini di agonismo e conflitto, ma anche di pace e riconciliazione.

Sì, perché per agonismo non si intende unicamente quella forma prettamente negativa di antagonismo distruttivo tra due o più individui in conflitto, ma soprattutto quell’energia positiva che può avere origine dal confronto della competizione.

Il filosofo Andrea Riccardi ci ha parlato di un antagonismo che muove guerre mondializzate spingendo l’individuo a lottare per la pace. Remo Bodei, direttore del Comitato Scientifico del festival, si è concentrato piuttosto nella lotta più feroce di tutte: quella contro se stessi, ovvero contro le infinite possibilità e scelte che l’esistenza ci offre e che talvolta ci spingono a rincorrere un ideale di perfezione che, come ha sostenuto la filosofa Michela Marzano durante la sua lectio sul “Management dell’esistenza”, non fa altro che imprigionarci in una “gabbia dorata”.

Quella in cui viviamo è senza dubbio una società della competizione, una società in cui il sano agonismo rischia sempre più frequentemente di trasformarsi nell’esaltazione dell’egoismo individualistico. Se da un lato come sostiene bene il filosofo francese Georges Vigarello, lo sport è diventato una sorta di mito che permette di “credere e far credere” («croire et faire croire») nelle immagini di un nuovo tempo presente cui è possibile conformarsi, attraverso la proiezione di un ideale sociale spesso rincorso con sacrifici e sforzi e che spezza la società in falliti e vincitori, dall’altro lato Massimo Recalcati esprime il suo “elogio” del fallimento tentando di spiegare come le cadute e le fasi di “fallimento sociale” siano necessarie per ritrovare la giusta direzione da seguire, permettendo dunque a ciascuno di riempire di senso la propria vita.

Festivalfilosofia 1 - La chiave di Sophia

Questi sono solo alcuni degli incontri che hanno dato respiro alle piazze di Modena, Carpi e Sassuolo, facendo ritrovare persone provenienti da tutte le regioni d’Italia, unite da una stessa passione. Un’occasione questa per condividere e ascoltare, riflettere e confrontarsi, ritrovando nel proprio piccolo il senso profondo del fare filosofia attraverso lo stare insieme.

Un’occasione, quella del festival, per far capire come questo amore-per-il-sapere può toccare un pubblico più amplio, e come ognuno può dare il suo piccolo contributo. Un’occasione per ascoltare ed ascoltarsi. Per respirare la magia delle parole e per ritrovare quelle che abbiamo perduto.

Un’occasione, quindi, che permette di arricchirsi di nuovi spunti e di incontrare quei grandi maestri conosciuti attraverso i libri dell’università, oppure di ascoltare dal vivo quelli che ci hanno accompagnato nel nostro percorso di studi. Quelli che abbiamo amato e perché no, anche poco apprezzato. Riconquistandoci poco a poco con le parole, e donandoci un pezzetto della loro storia attraverso un pensiero diventato vicino, incarnato, non più distante e astratto.

Ognuno lasciando una traccia di sé e del proprio vissuto. Frammenti di esistenze ricuciti insieme dal filo rosso del pensiero. Un pensiero che talvolta si ingarbuglia, facendosi complesso e intricato, e che balbetta per poi sciogliersi davanti ad un pubblico capace di accoglierlo e “abbracciarlo”.

Perché in fondo che cosa significa fare filosofia se non assaporarne le infinite sfaccettature e declinazioni, facendola diventare una pratica quotidiana?

Ogni anno il Festivalfilosofia cerca di trasmetterci, attraverso delle pillole tematiche, il valore contemporaneo di una pratica che può entrare nelle case di tutti, invitando ciascuno all’uso del ragionamento critico.

Malgrado il maltempo di venerdì scorso, le lezioni sembrano aver registrato un numero di presenze da record, e un tale successo non fa che ben sperare per la prossima edizione.

Non ci resta quindi che attendere il prossimo settembre, anno dedicato alle “arti”, la nuova parola tematica del festival.

Sara Roggi