Attimi di fotografia di strada: intervista a Umberto Verdoliva

Spesso si dice che uno sguardo vale più di mille parole. Nonostante io gareggi nel team delle parole, finisco col convincermi della verità di questa massima mentre osservo in anteprima le fotografie in allestimento alla mostra che presto inaugurerà presso Ca’ dei Carraresi a Treviso, 100 attimi. Fotografia di strada. Certo, bisogna che questo sguardo sia sapiente, riflessivo, incessantemente indagatore – come quello di un bravo fotografo. Incontro allora Umberto Verdoliva, fotografo e curatore della mostra (visitabile dal 2 al 13 settembre 2016 nel capoluogo veneto), e cerco di scoprire da lui che cosa si celi dietro quello sguardo così prodigioso, ma anche qualche prospettiva su quello che gli sta davanti: l’umana realtà quotidiana.

100 attimi poster - La chiave di Sophia

1) La fotografia è nata nella prima metà dell’Ottocento quando si ricercava una più rapida e più fedele riproduzione della realtà, apparentemente possibile soltanto attraverso la scienza e la tecnica; solo in un secondo momento è diventata un’arte. Con la tecnologia di cui ciascuno dispone oggi, chiunque può scattare una foto, mentre naturalmente cala il numero di persone che può progettare e realizzare un’architettura oppure una composizione musicale. Che cosa dunque contraddistingue la fotografia “da album delle vacanze” da un oggetto d’arte?

La fotografia oggi è alla portata di tutti e ciò comporta una continua produzione d’immagini al punto tale che potremmo parlare di un vero e proprio spreco di fotografie. Il processo in atto è talmente ampio e complesso che è difficile per me immaginarne il futuro. La massificazione della fotografia ha trasformato quest’ultima in continui appunti visivi da utilizzare nei social, dei veri e propri “post it” che vengono in breve tempo accantonati e dimenticati negli hard disk e nelle diverse memorie di smartphone e pc; invece, se la fotografia è supportata da un’idea, da una visione personale, da un progetto, continua ad essere quella che era un tempo cioè uno strumento di documentazione, racconto, mezzo di espressione, testimonianza, memoria storica, occasione di aggregazione e socializzazione. In questo senso la fotocamera è uno strumento che potrebbe dar vita a dei veri e propri “oggetti d’arte”; di conseguenza ha molta importanza il pensiero di chi si approccia alla fotografia e il senso che vuole attribuire ad essa.

2) L’immagine del fotografo è spesso quella di una persona sola e attenta dietro al suo obiettivo mentre è a caccia… di cosa è a caccia? Perché si diventa fotografi e perché lei è diventato fotografo?

Ogni fotografo ha un suo percorso personale. Ho scoperto la fotografia per caso, in età matura e con una professione diversa già avviata e consolidata. E’ iniziato un percorso che mi ha portato a scoprire non solo la bellezza del quotidiano e a collezionare momenti che assumono un significato particolare, ma a partecipare alle vicende umane restandone inevitabilmente contaminato. E’ questa la bellezza della fotografia di strada: l’incontro con l’umanità; un incontro che non si riduce a un catturare un istante ma è un entrare in contatto con la dimensione esistenziale più profonda, quella nascosta nei piccoli gesti e/o nelle espressioni di un volto o di una situazione particolare.
Non mi sento un fotografo ma un uomo che utilizza la fotografia per mostrare agli altri oltre alla quotidianità anche se stesso; è un modo per comunicare la mia visione delle cose, del mondo e la mia sensibilità.

3) A parte in alcuni casi (quasi ovvi) o per specifiche “serie”,  le sue foto sono in bianco e nero: che cosa offre in più la mancanza dei colori?

La maggior parte delle mie foto sono in BN, ma non perché ci sia una chiusura verso il colore, anzi, ho serie nate e pensate a colori ed amo moltissimi fotografi che lo sanno utilizzare al meglio.
L’uso del BN deriva essenzialmente dal fatto che sono portato più a “celebrare” la vita e ad enfatizzare il lato emotivo della memoria e il BN mi sembra più adatto rispetto a quello della cruda realtà che attribuisco maggiormente al colore. Il BN, come del resto anche il colore, fanno parte entrambi della mia visione della realtà e li scelgo ogni qualvolta li reputo più adatti a rappresentarla; fotografare in BN o a colori non ha molta importanza, dipende cosa meglio si adatta a ciò che voglio mostrare.

Intervista Verdoliva colori - La chiave di Sophia

 

4) Il suo lavoro come fotografo si ascrive a quel genere denominato “street photography”, mentre quotidianamente veste i panni dell’architetto-urbanista. Quanto i suoi studi e il suo lavoro hanno influito sul suo sguardo da fotografo? E come può descrivere, a me neofita, la street photography?

Molti attribuiscono la pulizia compositiva e le geometrie spesso presenti nelle mie fotografie al fatto che abbia studiato materie come disegno tecnico o progettazione architettonica. Probabilmente ha influito, ma avere cura della composizione fotografica è stato assolutamente naturale. Compongo l’inquadratura velocemente e quasi sempre in maniera pulita e lineare.
Descrivere adeguatamente la street photography è molto difficile, ogni definizione ha i suoi limiti. I confini sono talmente labili da confondere spesso anche chi la pratica da anni. Una definizione di Luciano Marino descrive bene che cosa rappresenta  per me: «La street photography è la fotografia che fa dell’inquietudine il motore per la ricerca dell’umano e delle sue rappresentazioni. E’ quindi un intenso atto di scoperta, di avvicinamento, di contaminazione. Diventa il mezzo per partecipare alla vicenda umana, cogliendone la raffigurazione quotidiana, la sua messa in scena».
La parola “street photography” è solo un termine che identifica una certa attività, come esiste il fotografo di moda o il fotografo di matrimoni o il fotografo paesaggista e così via, essa identifica l’attività di un fotografo che sceglie di raccontare il quotidiano e le infinite interazioni tra genti in spazi di condivisione comune seguendo determinati approcci essenzialmente personali, pertanto molto variabili. Le diatribe infinite e le tante polemiche orientate a una ricerca di regole o definizioni le trovo inutili e destabilizzano la considerazione di chi ha scelto questa attività con consapevolezza.

5) Quando penso alla strada ed alla sua vitalità mi appare sempre alla mente una delle prime scene de Il favoloso mondo di Amelie, quando la protagonista aiuta il vecchio signore cieco ad attraversare la strada e gli racconta ciò che vede, gli descrive gli odori che sente, raffigura ciò che succede. La strada è un microcosmo di attività e di sensazioni di cui facciamo esperienza più o meno tutti i giorni, ma ad una tale velocità e con tanti pensieri nella testa che ci impediscono di vedere veramente qualcosa. Si può dire che la street photography aiuta noi, nuovi ciechi distratti, a notare tutto quello che ci perdiamo?

Nella domanda credo ci sia implicitamente anche la risposta. Infatti, è la dimostrazione di quante possibili descrizioni/definizioni può avere la street photography. Attraverso l’occhio di chi fotografa si possono vedere cose che non vedi o a cui non fai caso; camminando per le strade puoi sentire, spesso distrattamente, senza esserne consapevole, gli odori e le atmosfere di una città, ma la fotografia, se praticata consapevolmente, ti porta all’incontro con l’altro. Un incontro a volte sfuggevole, altre volte vissuto e condiviso, ma che quasi sempre lascia un segno: sia nell’osservatore, che può restare colpito, affascinato, sconcertato e sorpreso da come mostri il quotidiano e dalla tua idea, sia in chi fotografa. Più l’osservatore ne resta coinvolto e più hai raggiunto il tuo scopo e tutto questo diventa linfa continua per il tuo cercare.

6) Parliamo ancora un po’ di questo specialissimo set. Lei vive a Treviso, che oltretutto è molto vicina ad una città completamente sui generis come Venezia, ma ha avuto modo di visitare e vivere anche altre città italiane, nonché all’estero. Come cambia la vita della strada e la visione che si può avere di essa di Paese in Paese? Che cosa si cerca nelle strade di New York che è diverso (o magari che è uguale) rispetto a ciò che si ricerca a Treviso o a Praga? C’è poi un’altra città, che esiste e che non esiste, che lei definisce “Mental City”: cos’è e che cosa ha di così peculiare?

Mental city è un progetto fotografico che rappresenta una mia visione di Treviso. Ci vivevo da poco e la prima impressione è stata quella di una città elegante, discreta, che ti permette di isolarti e di perderti tra i portici e per le sue strade silenziose. Era una città che non conoscevo ancora e quella è una sintesi mentale dell’idea che avevo di essa e la realtà conosciuta nel tempo; ne sono rimasto molto colpito ed è stato naturale per me rappresentarla fotograficamente così.

Intervista Verdoliva Città mentale - La chiave di Sophia

Da “Mental city”

Un buon fotografo di strada è un attento osservatore e le sue ricerche e riflessioni spesso dipendono anche dal luogo in cui vive, pertanto quello che cerchi e trovi può variare da città a città e condiziona inevitabilmente la fotografia. Una foto scattata a New York è molto diversa da una foto scattata a Firenze, e non solo per il differente impianto urbanistico, ma soprattutto perché entrambe esprimono una propria essenza totalmente diversa e caratterizzante. Una delle sfide di chi fotografa è riuscire a cogliere questa essenza e saper raccontare attraverso le immagini uno dei tanti volti di una città.
Così descrivere una città come Napoli, partendo dalla stessa idea che mi ha spinto a fotografare, ad esempio Treviso, porta ad un risultato diverso, perché l’anima della città è diversa; ma allo stesso tempo fotografare la stessa città da un’altra prospettiva e con un’idea differente, la stessa risulta originale e nuova. L’idea dell’autore e quello che vuole mostrare è sempre determinante. La fotografia di strada è versatile e se devo parlare di una regola importante, dico che, in spazi pubblici e d’interazione tra le persone, la spontaneità del momento e la non costruzione della scena sono degli elementi fondamentali per cogliere aspetti peculiari di un vivere quotidiano; anche lì però possono esserci delle deroghe, per me è importante il cammino che nel tempo fa l’autore con la sua fotografia al di là di regole e consuetudini.

7) Ogni giorno e ad ogni ora, decine, centinaia, migliaia di persone brulicano nelle strade, di tutti i tipi i colori e gli scopi; le sue fotografie ne hanno colto aspetti intensi, casuali, divertenti – basti pensare alla sua serie Sex and the City o Prisoner of the Privacy. Pensa di aver imparato qualcosa di più sul genere umano guardandolo attraverso il suo obiettivo?

Sicuramente sì. La cosa più importante è stata quella di vedere me stesso nelle persone che incontro: ho imparato a capire e prevedere le reazioni, a essere discreto e allo stesso tempo furtivo per cogliere espressioni oggettivamente difficili da prendere in posa; cerco di mostrare le persone come se fotografassi la mia famiglia, con amore e rispetto, pertanto non ho timore di loro. Inoltre, con la fotografia mi diverto tantissimo e il mio senso ironico emerge spesso. Chi guarda le mie immagini percepisce immediatamente la grande passione che mi anima e quanto mi diverto per strada: la passione è contagiosa e la trasferisco con piacere.

Intervista Verdoliva sexandthecity - La chiave di Sophia

Da “Sex and the city”

Intervista Verdoliva Privacy - La chiave di Sophia

Da “Prisoner of the privacy”

8) Non posso fare a meno di cogliere alcuni aspetti di irrealtà nelle sue foto: in alcune di esse infatti, attraverso sovraesposizioni, riflessi fortuiti e fortunate casualità, riesce in qualche modo a cristallizzare una realtà parallela, spesso ironica oppure onirica. Quale significato ha dunque per lei il concetto di “realtà”?

Quando per anni sei in strada a fotografare l’umanità, l’ambiente e le relazioni, sviluppi delle visioni sempre più complesse, vai oltre il semplice sguardo su ciò che c’è intorno a te. Approfondisci, entri nella realtà a tal punto che puoi riuscire anche a stravolgerla. La fotografia dà questa possibilità e personalmente questo mi attira particolarmente; la complessità degli sguardi, la reinterpretazione della realtà attraverso punti di vista o prospettive inusuali, far soffermare l’osservatore rendendolo instabile nelle sue certezze, mostrare cose non intuibili a prima vista ma che sono davanti ai nostri occhi è il mio principale obiettivo. La realtà la puoi immortalare e la puoi ricreare, non è per me una dimensione stabile e univoca.

9) Il 2 settembre presso Ca’ dei Carraresi a Treviso verrà inaugurata la mostra 100 attimi. Fotografia di strada, di cui lei è il curatore e che resterà allestita fino al 13 settembre. Essa raccoglie cento fotografie, da qui al titolo il passo pare breve. Che cosa rende questi attimi così speciali? Perché questa mostra?

Se sono attimi effettivamente speciali lo lascerei dire ai visitatori, la mia speranza è attirare interesse, incuriosire e avvicinare il pubblico al tipo di fotografia, dare una risposta esclusivamente con le immagini a chi cerca di capire cosa è la street photography. Sono cento istantanee che rappresentano, per me, il buon livello raggiunto oggi dalla fotografia di strada italiana. È un confronto e una presa di coscienza anche rispetto alla street photography internazionale che fino ad oggi ha dettato i tempi, le mode e le tendenze. Ho scelto le fotografie attingendo dai lavori di autori che fanno parte di collettivi fotografici tra i più stimolanti in Italia, focalizzando l’attenzione verso questa forma di aggregazione inusuale per il genere, anche se non nuovo nella storia della fotografia: dal gruppo Mignon, collettivo storico padovano, a Spontanea, InQuadra e EyeGoBananas, collettivi giovani e con autori interessanti che si mettono in gioco continuamente per migliorarsi, formatisi in questi ultimi anni sull’interesse di massa verso il genere. Insieme a loro esporranno sei autori veneti di cui apprezzo il talento e la passione per questo tipo di fotografia.
Una mostra che ha il compito di presentare, a chi non conosce ancora la street photography, quanti possibili approcci e visioni possono esserci nel praticarla, quanto sia difficile e non banale cogliere attimi significativi, di quanto lavoro in termini di tempo e di confronto ci sia alle spalle ma soprattutto del legame sempre presente con la Fotografia e i grandi maestri di un tempo. Il mio intento è che essa riveli non solo qualità – molte delle foto presentate sono state selezionate e riconosciute valide in numerose manifestazioni internazionali importanti – ma, lontano da termini e definizioni, i tanti possibili volti della fotografia di strada. Un piccolo tributo a quanti la praticano con passione e una occasione per stabilire un punto d’incontro fisico e non virtuale tra noi.
Vorrei inoltre lasciare un consiglio a chi vuole avvicinarsi alla street photography o la pratica da poco, di farlo con grande umiltà evitando quei processi autoreferenziali che mistificano qualsiasi riconoscimento che credo debba arrivare da più parti nel tempo e in maniera assolutamente naturale. Viceversa, non si aiuta la fotografia di strada ad essere presa seriamente in considerazione.

10) Per noi la filosofia descrive il mondo in cui viviamo ogni giorno. Che cos’è invece per lei la filosofia?

Se la filosofia descrive il mondo in cui viviamo ogni giorno, allora ci sono tanti punti in comune con la fotografia, che attraverso gli occhi di qualcuno continuamente indaga sul senso dell’essere e dell’esistenza umana. La realtà e la verità sono due parole chiave della filosofia, così come anche della fotografia, poiché entrambe le ricercano incessantemente.

 

Osservazione della realtà e ricerca della verità (o di una verità) sono dunque due punti di contatto tra fotografia e filosofia, entrambe sono degli strumenti che ci aiutano a trovare delle risposte – la prima tramite l’estetica e l’immagine, la seconda attraverso la sfera razionale e la parola. Entrambe indagano l’uomo e ne fanno anche la storia. Sono personalmente molto affascinata da queste fotografie, forse proprio perché me ne vado per il mondo il più delle volte distratta dalla mia interiorità e dalle mie domande, senza accorgermi dei dettagli visivi in cui si trovano alcune risposte. Per esempio, che la vita va presa anche con una buona dose d’ironia, o semplicemente con più leggerezza. Penso ai versi immortali di Shakespeare, “Il mondo è un palcoscenico, / e tutti gli uomini e le donne sono soltanto attori”; in queste foto però non ci sono quasi mai attori. E’ un po’ come il Gengè Moscarda di Pirandello che vuole vedersi vivere, perché appena si vede riflesso non riconosce più se stesso, si scopre inevitabilmente a recitare. In un certo senso in queste fotografie vediamo noi stessi, come siamo quando pensiamo che nessuno ci stia guardando o giudicando – forse allora solo la fotografia, l’occhio di qualcun altro, è capace di mostrarci come siamo. Nonché di mostrare nero (o colori) su bianco le nostre invariabili incomprensibilità e le nostre innate contraddizioni, il nostro voler stare insieme pur richiudendoci a volte in noi stessi, dentro e fuori, definiti o evanescenti. Delle realtà multiformi che si cristallizzano nel momento dello scatto, e che così diventano memoria di noi per i posteri, ma anche per noi stessi. «La cosa più importante è stata quella di vedere me stesso nelle persone che incontro», ha detto Umberto; ciò che trovo incredibilmente sorprendente è proprio che anche io, io del tutto ignorante in materia di fotografia, osservando queste immagini, all’improvviso mi scopro a capire qualcosa di più di me stessa.

Giorgia Favero

Per approfondire il lavoro di Umberto Verdoliva: sito ufficiale, flickr, Facebook.

Qui tutte le informazioni relative alla mostra.

Tutte le immagini sono di proprietà di Umberto Verdoliva.

Intervista a Wu Ming 2

Durante la manifestazione Mestre in Centro ho partecipato alla presentazione del libro L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, a cui era presente Wu Ming 2, che ho avuto il piacere di conoscere e intervistare.

Il nome Wu Ming, in cinese, significa Senza Nome e rappresenta la vostra filosofia di non voler farvi conoscere attraverso i media. Ma come mai proprio in cinese e non in un’altra lingua?

Il motivo è molteplice. Prima di tutto perché il cinese ci offriva la possibilità di avere già pronto una sorta di marchio e una firma che non appartenesse a nessuno di noi e nella quale non fosse riconoscibile la calligrafia di nessuno. Oltretutto due di noi stavano studiando cinese e ci siamo resi conto che Wu Ming, a seconda di come viene pronunciato, vuole dire almeno due cose: Wú Míng significa “senza nome” mentre Wǔ Míng vuol dire “cinque nomi”, a secondo del tono con cui si pronuncia il primo carattere, in cinese abbiamo la negazione o il numero cinque. All’inizio, come collettivo, eravamo in cinque e di conseguenza questo ci sembrava un buon gioco; anche se cinque nomi si scriverebbe in modo diverso, la traslitterazione alfabetica è la stessa. Un altro motivo è perché Wu Ming (anonimo) è il modo in cui molti dissidenti cinesi firmano scritti contro il regime, siccome la nostra ambizione era quella di fare una letteratura dissidente ci siamo ispirati anche a questo.

Questo vostro rifiutarvi di essere soggetti a servizi fotografici e la politica di non apparire mai in video o in televisione, da cosa deriva? È una sorta di rivoluzione contro il sistema?

È una sorta di dissidenza, banalmente viviamo in una società dell’apparire sui media; molto spesso questa nostra scelta fa sì che le persone pensino che noi vogliamo nascondere la nostra identità, a tal punto il mostrare la propria identità ormai è connesso al mostrarsi attraverso i media, in televisione, in fotografia, a mettere le proprie foto su Facebook. Proprio contro questa logica cerchiamo di apparire soltanto dal vivo. Non è vero, come pensano alcuni, che i nostri volti e identità sono segreti, non lo sono affatto, io mi chiamo Giovanni Cattabriga, non c’è problema a dirlo e in molti sanno che sono Wu Ming 2 però chi sa che faccia ha Wu Ming 2, è sempre qualcuno che mi ha visto dal vivo, che ha interagito con me nello stesso spazio fisico, al quale potenzialmente ho potuto stringere la mano e mi ha potuto fare delle domande, magari non me le ha fatte ma avrebbe potuto farlo, fermarmi e salutarmi. Se io cammino per strada in una città e qualcuno mi ferma riconoscendomi come Wu Ming 2, so che è qualcuno che ha avuto un’interazione calda con me, non fredda e che mi ha visto cambiando canale perché ero ospite da Fabio Fazio e di conseguenza mi ha identificato come una persona da salutare per strada né perché mi ha visto in posa da scrittore su una rivista. Questo è anche un modo per sottolineare il fatto che, secondo noi, un cantastorie si riconosce dalle storie che racconta, la nostra identità artistica è nelle opere che produciamo e non consiste nelle nostre scelte e vite più intime, non è importante che faccia abbiamo, se siamo belli o brutti, alti o bassi. La nostra identità di persone fisiche, la nostra intimità e la nostra celebrità artistica sono due cose che vogliamo tenere distinte.

Lei e i suoi colleghi Wu Ming gestite un blog, Giap, in cui ognuno di voi condivide i propri articoli, oltre a varie informazioni riguardo alle presentazioni e la sezione “Hanno detto di noi”. Perché avete deciso di ispirarvi al generale vietnamita Võ Nguyên Giáp per il nome?

C’era una comunanza di scelte rispetto all’area estremo orientale, avendo un nome cinese abbiamo voluto cercare da quelle parti per dare un nome al blog e per celebrare questo generale vietnamita che ha sconfitto tre eserciti colonialisti: ha combattuto e vinto contro i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, sconfitto i francesi nella guerra di liberazione dal colonialismo francese e infine l’esercito statunitense durante la Guerra del Vietnam. Võ Nguyên Giáp ci sembrava un simbolo molto efficace, ora è morto ma ha combattuto fino all’ultimo per la causa ambientalista e la preservazione delle foreste del suo paese. È stato anche un grande stratega, autore di libri riguardo alla strategia militare di guerriglia. Questo quindi voleva essere un tributo e siccome la nostra vuole essere una guerriglia culturale, Giap ci sembrava un buon nome tutelare.

Giap. L’archivio e la strada è anche diventato un libro. Come mai avete deciso di raccogliere i post del blog e pubblicarli? Farete lo stesso lavoro anche con gli anni successivi?

Prima ancora c’è stato un libro cartaceo che si intitolava Giap! Tre anni di narrazioni e movimenti, un volume edito da Einaudi con la prefazione e la cura di Tommaso De Lorenzis che aveva selezionato, raccolto e messo in antologia in forma critica tutta una serie di nostri interventi pubblicati soltanto on-line. La nostra attività di pubblicazione on-line è molto prolifica, essendo in quattro, e ogni tanto sono stati i lettori stessi a chiedere se fosse possibile raccogliere un po’ di interventi fra i più interessanti, in forma cartacea. Con Giap. L’archivio e la strada volevamo provare la pubblicazione digitale ed è stato il nostro primo libro pubblicato in e-book da una casa editrice dedicata a questi (di solito facciamo e-book autoprodotti) per fare un esperimento; siamo sempre stati dubbiosi rispetto al futuro ormai prossimo della pubblicazione di romanzi in e-book, come uno strumento destinato in pochissimi anni a diventare utilizzatissimo e a soppiantare il libro cartaceo. Allo stesso tempo a noi piace mettere in pratica e sperimentare che pensiamo, come quando pensavamo fosse possibile scrivere romanzi in quattro persone e abbiamo provato. L’esperimento, dal punto di vista commerciale, è stato un totale fallimento: l’e-book è stato scaricato ben poco, probabilmente per la sua natura digitale le persone hanno giudicato che non fosse poi tanto diverso dagli articoli che già erano on-line. Forse il prossimo esperimento sarà far uscire un e-book con testi che non sono già in rete. La raccolta sarà sicuramente un’attività che, di volta in volta, continueremo a fare perché pensiamo che un minimo di sistematizzazione della nostra produzione non narrativa ma saggistica e digitale, ogni tanto vada fatta.

Torniamo indietro nel tempo. Prima del collettivo Wu Ming, eravate Luther Blissett, formato da un numero imprecisato di membri che spaziavano in vari cambi. Come è iniziato questo progetto? Eravate sempre voi gli artefici?

L’inizio di questo progetto si perde nella leggenda ed è una leggenda sulla quale noi non vogliamo fare luce, proprio perché Luther Blissett era il progetto di creare collettivamente una reputazione mitica e leggendaria di un eroe popolare dell’epoca digitale; Luther Blissett doveva essere una specie di Robin Hood contemporaneo, un eroe popolare del quale si raccontano fatti non verificabili e non ci siamo mai preoccupati di confermarli o smentirli. Era un progetto molto semplice: chiunque volesse poteva utilizzare il nome Luther Blissett per firmare qualcosa, per rivendicare un’azione, un’opera, un articolo, uno scritto, qualunque cosa. C’era solo una regola: chi firmava un’opera con il nome Luther Blissett, non poteva poi rivendicare un copyright esclusivo su quella, proprio perché si avvaleva della reputazione collettiva di Luther Blisset che ovviamente aiutava a dare visibilità a un’opera e in cambio di questo si doveva lasciare che essa fosse liberamente riproducibile, potesse essere diffusa e rimanesse accessibile a chiunque, purché non a scopo di lucro, che è la forma in cui pubblicammo anche noi il romanzo Q. Il progetto aveva come scopo anche quello di perdere il controllo del progetto stesso, non c’erano degli artefici né un vero comitato centrale, chi voleva poteva informare che aveva firmato qualcosa Luther Blissett attraverso una mail che arrivava alla newsletter Luther Blissett News, in modo tale da poter informare la comunità che ruotava intorno al progetto di che cosa era stato firmato. Era anche possibile firmare in questo modo uno scritto in contraddizione con un altro firmato nello stesso modo, era molto libero da questo punto di vista: facevamo una trasmissione radiofonica nella quale se uno di noi interveniva e diceva qualcosa con la quale si poteva essere in disaccordo e subito dopo interveniva qualcun altro affermando “non sono d’accordo con quello che ho detto prima”, “ho detto” perché dentro Luther Blissett ci si dava dell’Io perché eravamo tutti Luther Blissett: una volta che firmavi qualcosa con questo nome, eri Luther Blissett, anche se poi potevi anche fare altro con il tuo nome e cognome senza nessun problema.

Q è stato il primo vostro romanzo, da cui è nato Wu Ming. Vuole spiegare questo passaggio?

«Da cui è nato Wu Ming» nel senso che all’interno del progetto Luther Blissett, dopo che diverse persone della mia città avevano già sperimentato progetti collettivi, di teatro, radiofonia, politica, ci venne l’idea di sperimentare anche la narrativa/scrittura collettiva. Uno di noi propose a tutto il gruppo che ruotava intorno al progetto a Bologna, di scrivere un romanzo. Soltanto in quattro, tutti maschi, alzarono la mano e dissero: «Ci stiamo, proviamo a scrivere questo romanzo; chiaramente lo firmiamo Luther Blissett, poi cerchiamo una casa editrice che lo pubblichi e a quella che accetta chiederemo di farlo con una formula che ne permetta la libera producibilità, purché non a scopo di lucro». Il libro venne pubblicato da Einaudi e questo ha consentito ai quattro autori di immaginare un possibile futuro come cantastorie. Il libro andò bene, ebbe successo e se ne parlò molto, venne addirittura tradotto. Gli ostacoli, però, dell’utilizzo del nome Luther Blissett erano due: il primo era che quel progetto era stato considerato da alcuni, fin dall’inizio, un piano quinquennale, una sorta di patto reciproco in base al quale volevamo sperimentare questo progetto di nome collettivo per cinque anni, tempo oltre il quale pensavamo che la cosa fosse diventata noiosa sia per noi che per gli altri. Quei cinque anni finivano il 31 dicembre 1999, da lì in avanti ci eravamo detti che non avremmo più usato il nome Luther Blissett. Dall’altra parte, l’attenzione nata intorno a Q, il successo del libro, fece sì che nella testa di molti i quattro autori di Q e Luther Blissett diventassero la stessa cosa: i quattro autori di Q sono Luther Blissett, invece erano una minima parte del progetto, noi dicevamo di essere lo 0,004 % del progetto. Proprio per sottolineare questa differenza decidemmo di cambiare nome, anche perché da lì in avanti il nostro sodalizio sarebbe stato di cinque persone (nel frattempo se n’era aggiunto un altro), che praticavano la scrittura collettiva e non più un nome collettivo, era un progetto diverso e anche per questo era importante il cambio di nome e la nascita di Wu Ming.

Vi aspettavate tutto il successo che avete avuto e continuate ad avere quando vi siete “imbarcati” in questo progetto?

No, ovviamente non ci aspettavamo nulla. L’unica cosa che ci aspettavamo era sicuramente un po’ di attenzione in più rispetto ad un esordiente puro perché avevamo contribuito a far diventare Luther Blissett un fenomeno di un certo interesse; eravamo anche abbastanza contenti del risultato del romanzo che avevamo scritto pensando di scrivere un romanzo popolare, cioè utilizzando i generi della letteratura popolare: il romanzo di avventura, la spy story, il giallo. Sapevamo di non aver scritto un romanzo d’avanguardia in senso stretto, anche se c’erano certi aspetti che magari lo potevano rendere tale, né elitario o sperimentale, anche se per molti versi lo era, però nella forma si presenta come un romanzo di avventura; non volevamo scrivere un romanzo di nicchia rivolgendoci ad un pubblico specifico e ridotto, dai gusti molto particolari, sapevamo di aver fatto qualcosa che poteva incontrare il gusto di tante persone. Il senso dell’operazione era anche non condannarsi all’underground ma provare a portare certe pratiche e un certo modo di raccontare, pubblicare, di fare letteratura anche in un ambito mainstream.

I vostri libri sono scaricabili gratuitamente. Perché questa scelta?

Perché pensiamo che le storie siano di tutti, che nascano da una comunità, che i narratori siano sostanzialmente dei filtri che filtrano il materiale narrativo che per certi versi in gran parte sta già intorno a loro, che nessuno potrebbe scrivere senza una comunità intorno, senza prendere ispirazione da tante cose che gli accadono, vede, legge, sente dire e di conseguenza che le storie debbano ritornare gratuitamente alla comunità. Questo non significa che in determinate forme le storie non possano essere a pagamento: se faccio una performance teatrale, chi mi viene ad ascoltare magari paga per quel tipo di performance, se stampo un libro con della carta e rilegato in un certo modo le persone pagano per quella forma, ma il contenuto, la storia in sé per noi deve essere liberamente accessibile anche perché più la cultura circola e più la cultura stessa ne riceve un vantaggio e di conseguenza pensiamo che un testo debba essere liberamente fluibile. D’altra parte esistono le biblioteche che rendono possibile la lettura di un testo senza pagarlo e allora perché non dovrebbe esistere un libero download di un testo? Credo che se non avessimo avuto la fortuna che le biblioteche venissero inventate centinaia di anni fa e che abbiano svolto un ruolo talmente importante per la cultura occidentale che nessuno può pensare di chiuderle e se qualcuno si fosse inventato la biblioteca oggi, gliel’avrebbero impedito, sarebbe un terribile attacco alla logica del mercato. Il libero download di un testo non è altro che un libero proseguimento, con strumenti digitali, della stessa logica.

Dallo scorso anno è nata anche una “vera e propria sezione musicale” della Wu Ming Foundation, il quartetto Wu Ming Contingen di cui lei fa parte. Quest’anno avete pubblicato il primo album, Bioscop. Vuole parlare un po’ di questa esperienza?

Wu Ming ha sempre sperimentato al confine fra musica e letteratura, fin dalle prime uscite abbiamo provato a raccontare le nostre storie anche attraverso reading che mescolassero la voce, la recitazione, la declamazione, la salmodia dei testi con la musica. Pian piano poi abbiamo cominciato a inventarci spettacoli autonomi dai romanzi, non per forza letture di capitoli di un romanzo già uscito in forma cartacea per presentarlo da un palco o a teatro, ma reading concepiti per essere un tipo di spettacolo nel quale il pubblico si sente raccontare una storia dall’inizio alla fine attraverso la declamazione, la recitazione, con l’accompagnamento della musica. Anche se “accompagnamento” non è proprio la parola che rappresenta quello che cerchiamo di fare, che è un incastro di musica e parole in modo tale che le due componenti abbiano la stessa dignità all’interno dello spettacolo che finisce per essere un vero e proprio concerto parlato. Da tutto ciò è nata l’idea di formare una band; all’interno di Wu Ming ci sono anche esperienze in band musicali vere e proprie, io ad esempio ho cantato all’interno di una band dell’underground bolognese mentre Wu Ming 5 ha suonato fin dai primi anni ’80 in una band molto importante della scena oi punk italiana, i Nabat; ognuno di noi aveva fatto tante esperienze ed esperimenti anche di letteratura e musica con altre band quindi ad un certo punto ci siamo guardati negli occhi e abbiamo pensato di fare qualcosa insieme, coinvolgendo un bassista e un batterista e provare ad andare oltre la forma del reading mettendo in piedi una band, che si spinga oltre la declamazione il rapporto fra voce, parola e musica scrivendo dei veri e propri brani e non una storia unica che viene declamata attraverso letture accompagnate dalla musica. Così è nato Wu Ming Contingen e i pezzi di Bioscop.

Come considerate la Filosofia? Materia astratta ed inutile o pensiero, riflessione sul mondo assolutamente necessaria?

Due su quattro di noi attuali Wu Ming siamo laureati in filosofia, io sono uno dei due e quindi la considero uno strumento fondamentale di riflessione sul mondo, una palestra, per certi versi una disciplina del pensiero che ha determinati strumenti e attrezzi, un’arte marziale del pensiero che, come tutte le arti marziali, si può applicare in vari contesti secondo i quali cambiano quindi uno che ha praticato Kung fu poi può applicarlo ad una rissa di strada, a un’esibizione di arti marziali, a un combattimento o farlo per esercizio fisico. Allo stesso modo la filosofia può essere applicata a qualunque campo del sapere e a qualunque pratica; la cosa che trovo interessante è che attraverso gli attrezzi della filosofia, noi possiamo estrarre concetti e riflessioni e trovare ambiti di innovazione in qualunque materia, dal camminare a piedi, alla scienza, alla geografia, all’arte e alle serie televisive.

Filosofia e scrittura. Filosofia e giornalismo. Concetti separabili o potenzialmente complementari?

Credo che la letteratura, come diceva Aristotele, attraverso i dettagli mira all’universale. Questo è ciò che la distingue dalla pura cronaca che si limita ai dettagli. La letteratura usa i dettagli, quindi ti parla di una determinata famiglia o di un determinato individuo in un determinato luogo, alcune caratteristiche le deve determinare, però attraverso quei particolari sta alludendo all’universale, a qualcosa di più astratto; parla della famiglia Rossi ma in fondo se si scrive un romanzo su quella, si parla più in generale della famiglia e di come funziona, quali sono le dinamiche all’interno del gruppo familiare, quali possono essere i conflitti e le contraddizioni. Mentre se su un articolo di cronaca si parla della famiglia Rossi, si dovrebbe parlare solo di quella e non alludere a generalizzazioni che spesso invece poi vengono fatte. Ad esempio il singolo furto commesso da uno straniero viene generalizzato per dire che tutti gli stranieri rubano. Nella cronaca questa generalizzazione non dovrebbe esserci, in letteratura sì: si ha proprio in testa questo quando si racconta di quella determinata famiglia. In qualche modo la letteratura si situa a metà fra il discorso sugli universali, che poi possono anche essere limitati da tante cose (penso alla Critica della ragion pura di Kant dove non si parla della ragione di Tizio, Caio e Sempronio ma della ragione in generale), e il discorso sui dettagli, sta lì in mezzo ed è molto utile proprio quando si vuole andare oltre il singolo caso però non si vuole nemmeno generalizzare totalmente, la teoria sociologica o filosofica che sia, in questo ci vedo un forte legame e credo siano materie né separabili né complementari, sono un’emulsione come quando si mescola l’olio e l’acqua che non si mescolano completamente fra di loro però è molto difficile separali.

Ha qualche consiglio da dare ai giovani che aspirano a diventare scrittori?

Consigli, sinceramente, non me la sento di darne se non quello di provare a non stare da soli, che non vuole per forza dire di scrivere collettivamente anche se consiglio di provarci, da quando abbiamo iniziato noi sono nati dei metodi come la scrittura industriale collettiva, molto diverso dal nostro ma può anche essere consultabile on-line. Questo potrebbe essere un modo per provare a scrivere a più mani un testo. Se non proprio questo, quello di stare comunque in una dimensione collettiva, di non stare da soli, lo scrittore che sta da solo fa molta più fatica a emergere e fa una vita meno interessante. Suggerirei di trovarsi dei compagni di strada che magari facciano altre cose che si possono incrociare con la scrittura: qualcuno fa teatro, qualcun altro musica; oppure altri che amano scrivere, magari provare da soli ma fare fronte comune, gestire uno spazio on-line. Ci sono molti canali per farsi conoscere e apprezzare, però secondo me la cosa fondamentale è non provarci da soli, che è molto faticoso e triste.

«Cerchiamo di fare in quattro quello che non riusciremmo a fare da soli», così aveva spiegato Wu Ming 2 alla conferenza. I Wu Ming si danno la forza di andare avanti con la carriera che hanno scelto di intraprendere, aiutandosi e criticandosi, cercando sempre di migliorare. Si dice che in due si è meglio che uno, figuriamoci in quattro.

Ilaria Berto

[Immagini tratte da Google Immagini]

Individualità o collettivo: sinergia o antitesi

Sui concetti di individualismo e di collettivo si è da sempre dibattuto con punti di vista diametralmente opposti. Da una corrente di pensiero l’individualismo è considerato come l’elemento fondante della civiltà occidentale e del progresso mentre per contro è visto da altri come una potenziale minaccia alla dimensione sociale della vita collettiva.

I concetti di “individuale” e “collettivo” sono realmente in antitesi come comunemente si ritiene? O sono invece strettamente collegati tra di loro nei molteplici aspetti della vita umana? Read more