Neuro, ergo sum

Anche senza aver mai masticato troppa filosofia, al segnale di un “cogito” o di un “ergo”, tutti abbiamo sempre saputo come completare la ormai celebre filastrocca cartesiana del “Cogito, ergo sum”. Che lo sappiate o meno, la sconcertante ovvietà del “Penso, quindi sono” ha stravolto l’andamento della filosofia, conferendo all’uomo un livello di autocoscienza, con cui abbozzare qualche risposta all’ancestrale domanda del “chi siamo?”.

Esseri pensanti, per cominciare: il solo fatto di poter pensare mi dà la garanzia di essere, di esistere come entità che pensa e di dormire sonni tranquilli sulla mia natura di essere umano, se mai qualcuno potesse aver sofferto di insonnia per riflessioni esistenziali (filosofi a parte)…

Se mi addentrassi ancor di più in questa apparentemente banale discussione, il mio lettore mi accuserebbe a ragione del noto delitto delle “seghe mentali”, che tecnicamente potremmo definire “speculazioni filosofiche”. Non mi resterebbe che ammettere la mia colpa, ma… ripensandoci, lui stesso ha appena ribadito quanto espresso da Cartesio!

La sua secca e disarmante considerazione ha infatti dimostrato proprio quello che la filosofia gli stava spiegando: l’attività cognitiva (messa in atto in questo caso per liquidare la filosofia) ha dato conferma della sua presenza, del suo antagonismo nei miei confronti e dell’eterea esistenza di qualcosa che pulsa incessante sotto i nostri ragionamenti: il pensiero.

Se oggi possiamo camminare eretti, immersi nell’agio e nelle comodità del Ventunesimo secolo, esibendo il nostro pollice opponibile su smartphone e smanettando sui tablet, non dobbiamo ringraziare soltanto Steve Jobs e il suo garage, ma dobbiamo partire dalla mente e dal cervello umani. Nel corso della storia dell’uomo infatti, per ottenere un costante miglioramento della tecnica, la via del progresso è sempre passata per la necessaria presa di coscienza della propria condizione: l’autocoscienza, mezzo e fine delle nostre attività mentali.

Il pensiero ha però posto anche i confini del nostro mondo: un perimetro tracciato a suon di colonne d’Ercole, oltre cui si nascondevano paesaggi troppo appetibili per non superarle e macchiarci così di un peccato mortale, la tracotanza (ὕβϱις, in greco). E così con il meta-pensiero (il pensiero del pensiero, lo studio del pensiero) abbiamo tratto il dado: filosofia e neuroscienze hanno spostato l’asticella del concesso, della conoscenza e ci prospettano estensioni di sviluppo ed evoluzione che sembrano un affronto a Dio. Ma non abbiamo fatto altro che affrontare il nostro passato e rendere onore al nostro logos, innalzandoci col petto in fuori rispetto al verdastro orizzonte che potevamo scrutare quando ancora stavamo a gattoni.

Non siamo stati fermi dove Dio o la Natura ci avevano messi, ci siamo trovati su un trampolino di lancio. Il volo è tutto una fase ascendente, non c’è gravità che tenga di fronte alla spinta generatrice, conservatrice e migliorativa dell’attività cognitiva tipica dell’uomo.

Allora capiamo che non stiamo spingendo troppo sull’acceleratore, perché sin dal principio c’era il logos, si pensa cristianamente; ma anche molti pensatori laici attribuiscono alle funzioni logiche (etimologicamente) una funzione primaria, essenziale e vitale. Questo logos racchiude una dicotomia inscindibile di pensiero e parola, gli artigli più affilati che la Natura abbia mai forgiato, il tutto messo in circolo grazie alla rete più affascinante e multimediale che ci sia al mondo.

No, non è internet, ma il sistema nervoso. Miliardi di neuroni che intervengono costantemente nel farci capire e apprendere gli stimoli esterni, capaci di creare collegamenti sinaptici sempre più raffinati e deputati al progresso, all’evoluzione della macchina umana.

Lo sviluppo delle neuroscienze ricopre dunque un’importanza fondamentale per la nostra esistenza, dato che l’analisi delle facoltà cognitive collima perfettamente con una ricerca filosofica rigorosa e puntuale.

Cosa farcene di tutto questo? Scomodare la filosofia dall’Olimpo della conoscenza, per donarle una formalizzazione concreta, che ci accompagni nella crescita dell’autocoscienza.

La tecnica avanza velocemente, non possiamo continuare a rincorrerla, ma dobbiamo condurla verso il destino di cui siamo – forse – gli unici artefici.

 

Giacomo Dall’Ava

[immagine tratta da Google Immagini]

Dubita e conoscerai

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza.

Jorge Luis Borge

Il dubbio fa parte della nostra vita.

Difficile che la certezza caratterizzi la nostra esistenza.

Spesso, però, si confonde il dubbio con l’ignoranza, con l’incapacità di scegliere.

Il dubbio cos’è in realtà?

Il dubbio non compromette la ricerca della verità, anzi, è esso stesso che ci spinge verso un continuo bisogno di “trovare” dentro alle cose il significato primo.

In Filosofia il dubbio è proprio la premessa della ricerca sia della verità, dunque parliamo di dubbio metodico, sia della consapevolezza dell’impossibilità di trovare quello che si cerca, quindi ci troviamo di fronte ad un dubbio scettico.

Socrate è stato grande maestro del dubbio metodico, con il suo ricercare la verità dubitando delle asserzioni degli interlocutori che si ritenevano sapienti e riducendole all’assurdo.

Il dubbio di Socrate non è da considerarsi scettico in quanto in lui vi è una certezza, che invece manca agli altri, cioè quella di non sapere: proprio questa consapevolezza estranea agli altri rende Socrate più sapiente e in grado di ritenere ogni forma di sapere veritiera solo se innata e proveniente da se stessi.

Ma nel corso della nostra vita possiamo dubitare di tutto?

Assolutamente no, in quanto già del dubbio stesso non possiamo dubitare, si tratterebbe di una contraddizione!

Il dubbio sembra, dunque, unica fonte di sapere perché esso non esisterebbe se io non stessi cercando una presunta verità: il dubbio ci porta, così, ad una certezza, quella dell’errore.

Cartesio stesso afferma che l’attività del dubitare è ciò che permette di giungere all’essere.

Cogito ergo sum.

Nella nostra società, a mio parere, vige il dubbio scettico, cioè la convinzione di non poter conoscere la vera natura dei fenomeni. Oggi, infatti, il dubbio è considerato indizio di insicurezza e incapacità di prendere delle decisioni, a causa della fine delle certezze tradizionali, la consapevolezza che non esistono più verità privilegiate.

Ai giorni nostri il dubbio viene a coincidere con la «sospensione del giudizio», ma non ritenuta, come una volta, l’atteggiamento corretto perché solo in questo modo poteva nascere la tolleranza delle opinioni e dei comportamenti altrui, ma considerata come atteggiamento vigliacco di chi non è in grado di prendere una posizione.

Eppure, se pensiamo bene, i dubbi affiorano quando non crediamo a qualcosa che sentiamo e/o leggiamo, quindi da una nostra inconsapevole voglia di sapere e solo questa sete di conoscenza (inconscia) rende l’Uomo essere intelligente e ragionevole.

Valeria Genova


[Immagini tratte da Google Immagini]