Le “Istantanee” di Claudio Magris: raccolta di suggestioni

Uno scrittore è – soprattutto e prima di tutto – un osservatore. Nel suo ultimo libro Istantanee (La nave di Teseo, 2016), Claudio Magris osserva l’umanità che lo circonda e, al contempo, se stesso, offrendoci un potente collage fotografico-letterario che tocca le tematiche più svariate. Nell’incipit cita – per esplicare la scelta del titolo – il Grande dizionario della lingua italiana: un’istantanea viene «eseguita con un tempo di esposizione molto breve senza l’impiego di un sostegno». Magris presenta infatti circa una cinquantina di scatti “letterari”, brevi, intensi stralci delle esistenze altrui nonché della sua.

claudio_magris_istantanee_cover_la-chiave-di-sophiaGli scorci raccolti fanno parte di un arco temporale che va dal 1999 al 2016, ma a volte scavano ancora più in profondità, nella memoria storica collettiva: è il caso dell’istantanea “Il Muro durerà ancora anni…”, dove egli ricorda una giornata passata in Francia, ad un convegno dedicato all’Europa dell’Est, all’inizio del novembre 1989. In quel mentre una epocale protesta sta prendendo vita a Berlino Est, ma lì si discute pacatamente; è presente anche un regista berlinese. L’uomo è in fibrillazione, e prima di ripartire per unirsi alle contestazioni, afferma di essere convinto di una sola cosa: «il Muro durerà purtroppo ancora per anni». Eppure, solo un paio di giorni dopo esso «era ridotto a qualche rovina scalcinata, un’anticaglia del passato». Magris mette l’accento sulla nostra cecità conservatrice: «Scambiamo la facciata del reale per l’unica realtà possibile, definitiva». In questo prezioso scatto, attraverso parole memori di una rivoluzione passata, il proverbiale velo di Maya viene squarciato un po’.

Leggiamo anche d’amore e dei diversi modi di concepirlo: si sottolinea la differenza tra “stare con” e “andare con” qualcuno. Il primo è programmatico e pone obblighi a prescindere, il secondo è invece «un eros schietto e onesto» che non fa promesse, viene vissuto liberamente e per questo può dare e durare molto di più.

In “Scene mute di un matrimonio” troviamo invece una coppia in un’osteria carsolina: entrambi sono presi dai loro rispettivi smartphone. Le persone attorno, con voyeuristico godimento, constatano quanto due persone che hanno una relazione di lunga data possano non avere più nulla da dirsi. Magris però non è un censore, bensì un osservatore discreto, attento: nota che gli sguardi dei due ogni tanto si incrociano, in «un istante di tranquilla, misteriosa tenerezza», e che la donna tocca il braccio dell’uomo. Per quale motivo, si domanda lo scrittore, «stare insieme in silenzio dovrebbe essere sempre segno di aridità e lontananza?». Ci invita a rispettare quello che degli altri non sappiamo, poiché: «Amare significa anche comprendere e proteggere quella solitudine di cui l’altro ha bisogno», la necessità di «stare unicamente con i propri pensieri e con il loro randagio vagabondare e perdersi».

Sono presenti anche riflessioni sulla soggettività e sull’identità: in “Ritratto di gruppo con giurista addormentato” siamo trasportati in una soporifera riunione accademica, durante la quale un illustre giurista si addormenta. Magris vede «il suo viso allentarsi, come se le singole parti si lasciassero andare, ognuna per conto proprio, e quello non fosse più un viso, ma un insieme casuale di bocca, naso, guance, palpebre». Quel volto «sembra perdere la sua individualità, i suoi tratti irripetibili, e diventare il viso di ognuno, di tutti e di nessuno, generico e inespressivo». Il sonno ha momentaneamente derubato il giurista della sua identità, ha scolorito il suo io: il manto di Morfeo ci livella tutti. Eppure, dormire è necessario: Magris ci suggerisce fra le righe che abbiamo bisogno di sprofondare in un abisso di indistinzione, smettendo per un po’ i nostri panni, forse per sopportare meglio gli ostacoli della vita.

C’è anche il tema del riconoscimento – in questo caso grottesco: nell’ultima istantanea, “Selfie”, un uomo è inferocito perché un’auto si è parcheggiata abusivamente davanti al suo garage bloccandogli l’uscita. In essa c’è una bambina che attende la madre, animaletto impaurito di fronte alle irose invettive dell’uomo, che d’un tratto si vede riflesso nel finestrino: «non mi sono mai visto così brutto e sgradevole». È Magris stesso, quell’uomo, abbrutito dalla situazione.

Istantanee è un’opera antropologica: l’essere umano viene osservato e rappresentato, ma senza che l’autore si cristallizzi mai in alcuna delle sue interpretazioni. Magris legge segni – verbali, mimici – e azioni con una buona dose di autocritica e con una risata liberatoria – che si può sentire sfogliando le pagine – che dice semplicemente: “Siamo fatti così”. Leggiamo la sua mostra fotografica, a tratti tenera, a tratti selvaggia, che ci permette di respirare il mondo attraverso la sua persona, conducendoci ad una riflessione continua, destinata forse a rimanere incompiuta. Scopriamo di sentirci a volte comodi e al sicuro fra le pieghe dei suoi pensieri, ma poi incappiamo in verità scomode e imbarazzanti – come il fastidio provato quando in autostrada si crea una coda a causa di un ferito, o quando un conferenziere viene interrotto da qualcuno in preda a un malore forse mortale.

È un libro corale e al contempo diaristico, che ci sussurra l’incanto, la regalità, ma anche l’invidia, la bruttura, la pochezza dell’essere umano, e lo fa tramite la scrittura, che – come la definisce Magris – è un donarsi agli altri aprendo un dialogo, ed è in esso, «nell’uscire da se stessi e nell’incontrare l’altro, che consiste il senso dell’esistenza».

Francesca Plesnizer

Francesca Plesnizer, classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. In passato ho scritto per due quotidiani locali – “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto di Gorizia” – e da alcuni mesi collaboro con due riviste: “Charta sporca”, periodico culturale per il quale scrivo recensioni cinematografiche e articoli su tematiche filosofiche, e “Friuli Sera”, per il quale analizzo e interpreto – per una rubrica dedicata – opere di Street Poetry e Street Art. La scrittura è il mio più grande amore (scrivo anche racconti, poesie, saggi), ma adoro anche passare il tempo a leggere e a guardare film. Un’altra mia passione è l’insegnamento, specie della filosofia.

[Immagini tratte da Google Immagini]

«No Maria io esco!»: fondazione della metafisica di Tina Cipollari

Ovvero: storia di come imparai a non prendermi sul serio, a non credermi “intellettuale”, a rifiutarmi di parlare forbito e a vivere felice.

Ogni buona riflessione filosofica ritengo che – per potersi dire scientifica – necessiti di esser costruita su alcuni assiomi indubitabili. Qualora volessimo iniziare un’analisi antropofilosofica dell’esistenza dell’individuo occidentale medio, non potremmo non concedere che uno di questi assiomi è il seguente: in ciascuno di noi, vive – segreta e latente – un’indipendente e sovrana Tina Cipollari.
Tina: unica costante della nostra vita ormai priva di punti cardinali; sbrilluccicante e sorprendente routine riaffiorante, come una boa di salvataggio, nel turbinio della prevedibile quotidianità dell’imprevisto; profumo sottile che ci distrae dal buio implacabile che s’annida in ogni angolo della nostra mente; parte dell’essere “uomini e infelici”1 che emerge dall’implacabile scala discendente verso il baratro del politically correct; redivivo “Vaffanculo!” che sempre siamo pronti – e tentati – di proferire contro chicchessia, e in qualunque occasione; sguaiato “No Maria, io esco!” che cresce in noi quando ci troviamo innanzi a situazioni ingestibili e insopportabili; gesto eclatante ch’è lì, pronto a esplodere ma che, per utilità, soffochiamo con coperte di prudenza ed estintori opportunistici; fuga dalla malafede del presente e locura necessaria alla sopravvivenza.

Chiariamoci: è uso corrente, tra gli “intellettuali”, di qualunque colore politico e indirizzo culturale, ironizzare su quello che – aspere duriterque – viene definito trash: fingendo di incensarlo, sprecandosi in mendaci dossologie, costoro intendono esaltar loro stessi, per poi sprecare inchiostro, e tempo, in inutili conclusioni antropologiche sul deprecabile universo della contemporaneità e dei suoi miti; ma qui è tutt’altra cosa!
Qui non si sta parlando di macchiette o di trash: si riflette di esistentività, e Tina Cipollari è l’Esistentivo per eccellenza.

Ora, come fondare Tina, metafisicamente?
Esistenzialmente, l’abbiamo descritta: è la parte immediata di noi, quella più sincera… ma questo fondamento, è forse un infondato? Che statuto ha, questa donna che è in realtà la totalità del silenzio parlante della nostra anima da lungo tempo occidentalmente adagiata nella convenienza della prudenza e nel comodo dell’assenso?
Pensandoci molto attentamente, sono giunto alla conclusione che Tina è una realtà ontologica che supera, di gran lunga, le determinazioni di “bello” e “brutto” (che poi non sono che lo stesso veduto, però, da due angolazioni particolari differenti), di “giusto” e “sbagliato” (perché l’immediato non può avere una determinazione etica, che è somma mediatezza). Tina Cipollari è semplicemente come deve essere, come l’Essere di Severino. Sussume su di sé il concetto di trash (parola che, col passar del tempo, si depriva d’ogni significato) e lo invera, togliendolo, divenendo cult e, gradualmente, iconic… ecco!
Tina Cipollari è l’iconic dell’esistenza-inautentica-heideggeriana, e che a esso si diano le determinazioni parziali di “bellezza” o “bruttezza”, di “giustezza” o “ingiustizia”, è secondario: come la sostanza spinoziana, Tina è definibile in mille modi ma, comunque se ne parli, non si potrà che sbagliare: lei è oltre le parcellizzazioni.

Tina è ciò che, più d’ogni altra cosa, rimarrà nella storia della cultura pop, perché è il no-filters per eccellenza, il lampante proclamato come tale.
Siamo franchi: se Tina fosse un po’ meno di quant’è, potrebbe sembrare una classica donna di provincia che dice pane al pane… ma l’accumulo di sguaiate verità che, giorno dopo giorno, ella proferisce, la rende una «sapiente auto-messinscena, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute»2 a chiunque: in una parola: iconic. E solo quando v’è un sub-stratum iconicum, persistente nel tempo, allora potremmo ricamarci sopra il concetto di trash, che tuttavia rigetto.

Ai miei detrattori dico: guardatevi attorno, che mondo è quello che vedete? E dunque, perché tacete? Perché non vi ribellate, nascondendovi dietro il comodo e l’utile?
Quante volte vorreste urlare: “Vergogna!”, oppure: “Ma ti rendi conto di quello che dici?” e non lo fate? Ebbene quella parte che desidera lo sfogo, chiamasi Tina.
E quando innanzi a tanto male avete voglia di gridare: “Credimi, io non ce la posso fare”, o: “Maria per favore, che sto fuori dalla grazia oggi!” ebbene è Tina, che parla.
E quando vorreste apostrofare qualcuno chiamandolo: “Ciarlatano, fintone, arpia, pizzettara, rosicona” sappiate che è Tina che vuol parlare: spetta a voi decidere se, e quando, assecondarla.

Forse, se facessimo parlare la Tina che abita in noi un po’ più spesso, vivremmo più sereni, perché svestiremmo finalmente gli abiti dell’intellettualoide, e vestiremmo quelli dell’uomo vivo – ma è solo un’ipotesi.

David Casagrande

NOTE:
1. Cfr. N. Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis.
2. Claudio Magris, Danubio.