Per una quarantena culturale: i nostri consigli di lettura

In questi giorni di emergenza sanitaria molti di voi, costretti a cambiare le proprie abitudini, si saranno chiesti come trascorrere le lunghe giornate di quarantena, rendendole produttive e abbattendo la noia. È difficile accettare di non poter uscire, di non vedere gli amici, di non farsi quel week-end in montagna che avevamo desiderato con grande intensità, tanto che qualcuno avrà avuto la percezione di essere oppresso e chiuso tra le quattro pareti domestiche.

Noi di La Chiave di Sophia ci siamo impegnati per aiutarvi a rispettare il motto #iorestoacasa e allo stesso tempo per rendere il vostro tempo significativo e, chissà, magari per scoprire passioni da molto tempo sepolte. Per questo vi proponiamo una selezione di libri da leggere in questo periodo, suddivisi in tre grandi categorie: Il piacere dei classici, Viaggiare con la mente, Un momento di introspezione.

 

Il piacere dei classici

classiciLa classicità, ispirazione del pensiero universale e maestra di vita, può darci il giusto sostegno  in un momento difficile, spingendoci a riscoprire il nostro passato, attraverso personaggi che hanno il sapore dell’uomo contemporaneo. Se amate il filone del fantastico sicuramente fa per voi la trilogia di Italo Calvino I nostri antenati: Il visconte dimezzato, il barone rampante e il cavaliere inesistente, che induce a leggere i difetti e i vizi dell’uomo, attraverso metafore fortemente allegoriche. Dal tema del doppio al conflitto tra istinto e ragione, il tutto condito da immagini che rimandano ad un tempo che fu.

Per chi, invece, predilige i racconti brevi, ma non per questo meno profondi, è consigliata la lettura di La botique del mistero di Dino Buzzati, una selezione dei migliori scritti dell’autore, che rimanda ai nostri comportamenti quotidiani, specchio delle debolezze e delle paure di ognuno di noi.

Infine chi ama affrontare i conflitti tra sentimento e ruolo sociale, tra passione e vita borghese può immergersi in Camera con Vista di Edward Morgan Forster, ambientata nell’epoca vittoriana e incentrata sulla storia di Lucy Honeychurch, giovane ragazza intenta alle convenzioni sociali, costretta ad affrontare la lacerazione tra la propria emotività e il perbenismo borghese.

 

Viaggiare con la mente

viaggioSe in questo periodo non si può viaggiare fisicamente, nessuno ci vieta di farlo con la mente! Vi consigliamo a questo proposito Aleph di Paulo Cohelo, che ci fa camminare attraverso il percorso della Transiberiana, tra Africa, Europa e Asia, per arrivare a scoprire il vero viaggio, che è in fondo quello dentro noi stessi. Una sorta di diario di bordo che può aiutarci ad ampliare i nostri orizzonti, in un percorso a tappe, come è in fondo la vita di ognuno.

Ma sul tema del viaggio, questa volta di stampo onirico, non può mancare l’opera IQ84 di Haruki Murakami, vero e proprio capolavoro dello scrittore giapponese, che intreccia due universi paralleli, abbattendo le barriere fisiche tra la realtà e il sogno. Chi ci assicura che il mondo in cui viviamo è davvero quello reale? E se invece esistesse un luogo altro, in cui le leggi in cui crediamo vengono meno? Non resta che provare a viaggiare oltre la nostra quotidianità e vedere quello che si può scoprire.

 

Un momento di introspezione

introspezioneLa riflessione e l’introspezione in un momento di gravità pubblica e di estrema emergenza gioca una certa importanza, per questo abbiamo pensato di consigliarvi Lettere contro la Guerra di Tiziano Terzani, che a partire da un evento drammatico quale l’11 Settembre 2001, spinge a mettere da parte l’odio, il rancore verso il prossimo e a riflettere sul senso di umanità, sull’uomo e sulla necessità di un equilibrio con sé e con chi gli sta difronte. È inutile accanirsi gli uni contro gli altri, ci insegna Terzani, ma bisogna tentare di comprendere per poter ricostruire una società migliore, di pensare a cause e conseguenze, di aprirci verso il prossimo.

In alternativa, se faticate ad uscire dagli schemi e a cambiare le vostre abitudini in un momento in cui la necessità ve lo impone, non c’è lettura migliore che Per dieci minuti di Chiara Gamberale, un romanzo che spinge a sforzarsi a combattere le proprie rigidezze e a guardare il mondo con altri occhi, passo dopo passo. Provate anche voi a fare per soli dieci minuti alcune attività mai prima sperimentate e riuscirete forse a capire meglio il vostro io e a lasciarvi andare.

Infine, la ricerca delle proprie origini è un sentimento che nasce da un’esigenza di scoperta, legata alla propria identità e all’ esistenza. Una buona lettura a questo proposito può essere Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci, un romanzo in cui la scrittrice indaga le proprie radici, ricostruendo la storia e la vita dei suoi nonni e dei suoi antenati.

 

Anna Tieppo

 

[immagine tratta da unsplash.com]

 

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Film selezionati per voi: luglio 2018!

Ridendo e scherzando siamo già entrati nel vivo dell’estate… avete già fatto un po’ di vacanza? “Per fortuna” questa stagione sa anche regalarci qualche bel temporale, così da lasciarci qualche serata per andare al cinema o chiuderci in casa a vedere un film senza sentirci troppo in colpa. E se anche con la pioggia fate fatica ad arrendervi all’idea di stare al chiuso, noi abbiamo come sempre pronti alcuni titoli per farvi tornare il sorriso.
Buona visione!

 

FILM IN USCITA

stronger_la-chiave-di-sophiaStronger – David Gordon Green
Presentato in anteprima all’ultima edizione della Festa del cinema di Roma, arriva finalmente nelle sale italiane la toccante storia ispirata alla vita di Jeff Bauman, atleta sopravvissuto all’attentato compiuto durante la maratona di Boston del 2013. Stronger è un coinvolgente racconto di rinascita e altruismo su cui spicca l’impeccabile prova attoriale di Jake Gyllenhaal, incredibile per la dedizione con cui è riuscito a calarsi in un ruolo tanto complicato. Un film fatto di emozioni forti, ideale per un pubblico che, al cinema, ha ancora voglia di commuoversi. USCITA PREVISTA: 4 LUGLIO.

 

chiudi-gli-occhi_la-chiave-di-sophiaChiudi gli occhi – Marc Forster
Sfumature in bilico tra il genere drammatico e il thriller per il nuovo film del regista de Il cacciatore di aquiloni. Dopo aver perso la vista da bambina in un incidente stradale, Gina, ormai divenuta adulta, si affida al marito James per provare a vivere una vita all’apparenza idilliaca. Le cose però prenderanno una brutta piega quando la protagonista deciderà di sottoporsi a un’operazione per provare a recuperare la vista. I suoi “nuovi” occhi le faranno scoprire una terribile verità. Interessante, anche se leggermente prevedibile, thriller estivo il cui punto di forza sta tutto nella prova attoriale della bellissima Blake Lively. USCITA PREVISTA: 11 LUGLIO.

 

la-bella-e-le-bestie_la-chiave-di-sophiaLa bella e le bestie – Kaouther Ben Hania
Myriam è una studentessa tunisina che vuole solo divertirsi in discoteca e conoscere il giovane Youssef, ma la vita sembra avere ben altri piani per lei. Presentato in anteprima al festival di Cannes, nella sezione Un certain regard, quest’interessante co-produzione europeo-tunisina racconta una drammatica storia realmente accaduta sul senso della femminilità all’interno di un mondo ottuso e conservatore. Una prova piena di coraggio, nonostante alcuni difetti nella messa in scena, che merita d’essere vista per l’importante messaggio contenuto al suo interno. USCITA PREVISTA: 27 LUGLIO.

 

ANIMAZIONE

doraemon_la-chiave-di-sophiaDoraemon. Una grande avventura in Antartide – Takahashi Atsushi

Questa volta il gatto animato più famoso del mondo, Doraemon, parte alla volta dell’Antartide con gli inseparabili amici Nobita, Gian, Suneo e Shizuka. Grazie a un misterioso anello Doraemon viaggia attraverso il tempo e aiuterà la nuova amica Kara a salvare il proprio pianeta. Un gradito ritorno, quello del gattone blu uscito dalla penna della giapponese Fujiko F. Fujio, che i bambini già non vedono l’ora di festeggiare. IN USCITA: 5 luglio 2018

 

 

CLASSICO

bonjour_tristesse_la-chiave-di-sophiaBonjour Tristesse – Otto Preminger (1958)

Mondana commedia franco-americana, trasposizione dell’omonimo romanzo di Françoise Sagan, Bonjour Tristesse è una pellicola tetra e frivola che si snoda in un’assolata Costa Azzurra. Radiografia delle smanie vacanziere, tra party, yacht e casinò, di un upper class, Raymond, con la giovanissima amante di turno, Else, e della figlia, Cécile, ventenne vivace, viziata, umbratile e incostante, Bonjour Tristesse è il racconto di una serie di flashback avviati da Cécile durante una festa. La regolare e sorridente routine vacanziera è però sconvolta dall’arrivo di Anne Larsen, vecchia amica della madre di Cécile e da sempre affezionata a Raymond. La gelosia di Cécile, nevroticamente desiderosa di restare in quella couche di piacere che è l’adolescenza, sfocia in una tragedia che paradossalmente la rinchiude per sempre nella prigione da lei stessa agognata dove finisce per vivere come una sorta di “moglie” a fianco del padre.

 

IL FESTIVAL

lago-film-fest_la-chiave-di-sophiaLagoFilmFest – 14° Festival Internazionale del Cinema Indipendente
20-28 luglio 2018 – Revine Lago (TV)

Imperdibile l’appuntamento con la Woodstock cinematografica della suggestiva località lacustre di Revine Lago, provincia di Treviso: nove giorni di performance artistiche, musica, workshop, incontri e ospiti illustri il cui fil rouge è il cinema calato nel metabolismo urbano della vita quotidiana.

LagoFilmFest è un festival internazionale di cortometraggi, documentari e sceneggiature che giunge quest’anno alla sua quattordicesima edizione articolata in diverse sezioni: Film in competizione internazionale tra cui Personal Truth di Charlie Lyne, Milk di Santiago Menghini, Intimity di Elodie Dermange; Film in competizione nazionale tra cui Mon amour mon ami di Adriano Valerio, Vanilla di Rossella Inglese, Esseri di Tommaso Donati; Film in competizione Veneto tra cui Beatrice di Lorena Alvarado, Help di Paola Luciani, L’ombra della sposa di Alessandra Pescetta; Film in competizione “Nuovi Segni” tra cui Babylon di Keith Deligero, Elegy di Paul Bush, Orogenesis di Boris Labbé; Film in competizione UNICEF tra cui Nobody di Elham Toroghi, Pinguin di Julia Ocker, Weekwends di Trevor Jimenez.
Dal 20 al 28 luglio in riva al lago di Revine un cinema sotto le stelle.

 

Rossella Farnese & Alvise Wollner

 

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Le Mur di Sartre e la rappresentazione sessuale della vita

Quando apparve nel 1939 (a pochi mesi da La Nausée), Le Mur provocò una ridda di commenti contrastanti, tanto in Francia quanto nel resto d’Europa; in generale, fu accolto meno favorevolmente del romanzo che lo precedeva. Non ne fu certo esente l’Italia, la nazione europea dove forse l’esistenzialismo ebbe meno presa e dove più pressante era la censura, anche giudiziaria, su testi e immagini.
L’accusa a questo libro fu, un po’ ovunque, la stessa: “oscenità”.

Prostitute, adultere, figli degeneri, galeotti: il peggio, il fondo del barile, condensato in un solo manuale a racconti, come un Index morum prohibitorum in cui lo “sporco” impersonava il ruolo da protagonista. Ma questo testo è, oggettivamente, così osceno?
In realtà, dipende da cosa s’intenda con quel termine.

Vi è, certo, in Sartre, un certo qual (macabro?, può darsi) gusto per la sessualità e le sue problematicità psicodinamiche, in particolare l’impotenza; ma chiunque conosca un po’ il Nostro, capisce perfettamente che sarebbe semplicistico tacciare questo interesse di sconcezza. Ciò che è osceno è ciò ch’è, in verità, immotivatamente esagerato. Ma come può essere turpe ciò che intende trasmettere verità filosofiche?

Ora, se Sartre ci insegna una cosa (in verità, ce ne insegna molte) è che la vita può essere studiata per immagini, e che essa, in quanto indiscutibile sconfitta, s’incarna in momenti e piccoli dettagli. Basta leggere La Nausée e L’âge de raison per capirlo.

Il sesso, dunque, come linguaggio privilegiato dell’esistenza umana, come la cosa che più ci fa uomini assieme alla morte. Come unica chiave ermeneutica del contatto del singolo col mondo e le cose, come luogo di studio privilegiato delle nostre (effimere) vittorie esistenziali – le sadisme – e delle nostre inevitabili decadenze – le masochisme.

Dal punto di vista filosofico, dunque, un pene che non s’alza, al pari d’una vagina che non s’inumidisce, non vogliono essere giochi logo-iconici per guardoni: sono eminentemente descrizioni di verità d’esistenza, incarnate (di volta in volta) da donne o uomini: la frigidità, insomma, non è altro che la trasposizione di una certa qual nullità della vita.

È dunque un’immagine filosofica, il sesso. Pene e vagina sono teoresi esistenzialista.

Certo, le descrizioni sartriane non mancano talvolta di volgarità:

– Apri le gambe.
Lei esitò un attimo poi obbedì; io le guardai tra le cosce e tirai su col naso. Poi scoppiai a ridere così forte che mi vennero le lacrime agli occhi. […]. Me ne andai, lasciandola nuda in mezza alla camera, col reggipetto in una mano e cinquanta franchi nell’altra. Avevo sbalordito una puttana.

Ma se leggessimo tutto il testo (dal racconto Erostrato), risulterebbe evidente che questa persino questa risata ha una spiegazione esistenzial-psicologica non secondaria: non la rivelerò.

Ma torniamo al sesso come immagine fattiva. Nell’economia generale di Le Mur esso rivela la verità d’un mondo senza valori, legami, sincerità. Insomma: un mondo di condanna alla solitudine.

È infine il sesso il luogo in cui le castranti costruzioni della nostra esistenza prendono forma: le nostre fisime diventano tendenze, i nostri desideri divengono perversioni, e le sconfitte si fanno impotenza.

È dunque, Le Mur, un libro pornografico? Assolutamente sì, perché usa la nudità e l’atto come un “linguaggio”: Le Mur (invero tutta la pornografia) incarna (chiamiamola) l’arte di esprimere un ragionamento attraverso l’amplesso.
Naturalmente, un film porno tenderà a veicolare l’immagine della possibilità d’un godimento fine a se stesso, mentre una narrazione esistenzialista metterà più decisamente in luce la vita come eterno scacco e sconfitta, e necessiterà quindi di una più lunga esposizione.
Differenti fini non negano la comunanza di mezzo: in questo senso, dato che si pone un certo obiettivo (sia esso l’eiaculazione, o l’idea in sé del piacere) neppure il pornografico è osceno.

Nel sesso, Sarte lo sapeva bene, e nell’uso che facciamo d’esso, emergiamo come verità. Conseguentemente, nel suo tentativo di veicolare razionalmente il sensum vitæ, tutto si può dire delle opere di sartriane, meno che siano oscene; molto più osceni sono quelli, per esempio, che affermano acriticamente (né potrebbe esser altrimenti) che la vita è bella. O quelli che dicono “ministra” e “sindaca”.

 

David Casagrande

[Immagine di copertina: Egon Schiele, L’abbraccio, 1917]

 

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Il contratto sociale: Rousseau e la contemporaneità

<p>defocused crowd of people --- Image by © Images.com/Corbis</p>

È indubbio che l’Occidente stia vivendo un momento molto interessante della sua storia politica: anche grazie al concretizzarsi di alcuni scenari socio-politici che si credevano impossibili, assurdi, si ha un risveglio – forse lento, forse ancora iniziale – della coscienza politica dei cittadini occidentali. C’è voglia di occuparsi di politica e si è tornati a parlarne quotidianamente: quel che manca, a volte, son le categorie con cui interpretare alcuni fenomeni politici e la discussione pubblica diventa chiacchiericcio. In un sistema di mondi possibili ve n’è uno in cui ogni cittadino è adeguatamente informato a proposito di ciò di cui parla, in cui il discorso pubblico si colloca opportunamente rispetto ai fenomeni di cui si fa interprete. Questo mondo è ben lungi dall’essere identificabile con il nostro, in cui viviamo una tensione, un conflitto tra la voglia di partecipare al discorso pubblico e l’inadeguatezza della formazione generale dei cittadini: tra gli esiti di questo conflitto, vi sono alcune forme insane di partecipazione politica. Diciamo insane per intendere quelle forme di partecipazione alla cosa pubblica che mancano l’obiettivo, che illudono il cittadino di avere una qualche influenza sulla dimensione politica del mondo in cui vive.

Come si può risolvere questo conflitto e rendere possibile per tutti, cioè per chiunque abbia voglia di formarsi adeguatamente, la partecipazione al discorso pubblico?

Bisogna tornare a riflettere sulle origini della comunità politica in cui il cittadino si propone di agire, tentare di comprendere le ragioni di questa estraneità che la generalità delle persone vive rispetto ad essa, per poi ricalibrare adeguatamente le forme di partecipazione: la politica – intesa qui in senso ampio – va evolvendosi a ritmi serrati e non è pensabile che i cittadini non elaborino forme di azione e discorso politico altrettanto evolute, a meno che non si voglia rinunciare del tutto a questa dimensione. La qual cosa significherebbe accettare tacitamente una qualsiasi forma di dispotismo, poiché verrebbe meno la forza politica del cittadino e, con essa, il principale limite di ogni limite costituito.

Per riflettere circa la formazione della comunità politica, è opportuno farsi guidare da quei pensatori che hanno dedicato a questo tema il meglio della loro riflessione filosofica.

Uno tra questi è senza dubbio Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che ha riflettuto a proposito dei momenti costitutivi della comunità politica, quelli in cui gli esseri umani entrano a far parte di un grande e unico corpo politico, attraverso la stipulazione di un contratto sociale. Quanto v’è di peculiare nella riflessione di Rousseau, a ben vedere, è il fatto che il cittadino debba rinunciare del tutto alla propria sovranità, di cui godeva in stato di natura, senza con ciò subire alcuna diminuzione: la cittadinanza riconsidera tutti e sana ogni deficit di potere. È nella partecipazione alla vita della comunità che l’essere umano è pienamente autonomo e libero: e ciò è possibile per il fatto che il cittadino partecipa alla nascita della comunità di cui sarà parte, esercitando in prima persona il proprio potere.

Ciò che sembra mancare alla nostra contemporaneità è la disponibilità ad assumersi, da parte di troppi singoli, porzioni seppur ridotte di responsabilità: a tale resistenza fa da contraltare, ad ogni modo, la richiesta sempre più forte di spazi d’azione critica rispetto alla vita politica. Sembra, cioè, che alcuni cittadini vivano una relazione posticcia con la propria comunità, alla cui ideale fondazione non prendono parte, restando inevitabilmente in una situazione conflittuale tra i propri desideri e le condizioni di attuabilità degli stessi.

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

Abbi cura del mondo, abbi cura di te

<p>Dettaglio della statua equestre bronzea dell'imperatore Marco Aurelio (161-180 ad). eretta nel mezzo della piazza del Campidoglio sin dal 1538 quando la piazza fu ristrutturata da Michelangelo.</p>

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di ecologia e stili di vita green, cioè rispettosi dell’ambiente in cui noi esseri umani siamo chiamati a vivere. Si sono accumulati volumi e volumi di prescrizioni da osservare per vivere in maniera sostenibile, col minimo impatto possibile sul nostro habitat. Se, per un verso, è indispensabile agire sui comportamenti di ciascuno, correggendone quegli aspetti che danneggiano maggiormente l’ecosistema, è pur vero, per altro verso, che tutto ciò non è sufficiente a provocare un cambiamento radicale del nostro modo di vivere la Terra e, in senso più ampio, la Natura (la maiuscola vuole qui indicare la totalità naturale organicamente intesa, compreso dunque il principio che riposa al cuore di ogni singola entità naturale). L’autentica trasformazione di cui c’è bisogno, a ben vedere, non può non prendere le mosse da un’attenta analisi di sé e dei rapporti che continuamente costruiamo con la Natura, tramite le nostre azioni.

Pur continuando a ragionare su quali determinati comportamenti siano in grado di giovare o, al contrario, di nuocere al nostro eco-sistema, bisogna indagare la fonte originaria dell’inquinamento che ammala la Terra e, ancor più a fondo, capire che non è fatto solo di COo di residui d’altro genere, questo miasma che, forse troppo tardi, è diventato uno degli oggetti principali delle nostre preoccupazioni.

Per questa riflessione, proponiamo come interlocutore un uomo d’altri tempi, che dedicò tutta la sua vita a indagare se stesso e la natura delle proprie azioni, a edificarsi secondo i principi del dominio di sé e del costante esercizio di autocoscienza. Si tratta di Marco Aurelio, a cui gli dèi diedero in sorte di essere a capo dell’Impero Romano dal 161 al 180 d.C.

Nei suoi Pensieri (il titolo originale è Ta eis eauton, “A se stesso”), al paragrafo 16 del libro II, Marco Aurelio scrive che «l’anima dell’uomo si copre d’infamia, innanzi tutto quando diventa, per quanto dipende da lei, come un ascesso e un tumore del mondo».

L’anima dell’essere umano ha in comune con ogni singola altra entità che vive nel cosmo, il partecipare di una natura universale, di un qualcosa di divino che innerva tutta la realtà. Scavando in se stesso, l’essere umano scopre che la propria intima natura è data dalla sua appartenenza ad una Natura principiale, che fa della sua vita singolare, una determinazione della vita del Tutto.

L’uomo retto è dunque capace di prendersi cura della Vita, curandosi del proprio sé più profondo (la parola originale è daimon, sulla cui traduzione si possono scrivere trattati. In un senso generico, si può tradurre come “spirito”: nulla ha a che vedere con l’italiano “demone”, che ha un’accezione notoriamente negativa), seguendo i principi di una ecologia interiore per cui, alla fine della vita mortale, ciascuno riconsegnerà alla Natura il proprio spirito, intonso e puro, così come l’ha ricevuto al momento della nascita. L’essere umano ha sin da sempre ciò che gli occorre per prendersi cura del proprio sé: l’introspezione dà la conoscenza necessaria al raggiungimento dell’equilibrio; l’esercizio costante permette il suo mantenimento, nonostante gli accidenti della vita che si mostrano, per quanto gravi, esterni a ciò che di meglio c’è nell’essere umano: il suo daimon, appunto.

Chi non volesse prendersi cura di sé, pur se a fatica – perché è difficile, sia chiaro, conoscersi e curarsi –, non danneggerebbe soltanto se stesso ma la Totalità; o meglio: danneggerebbe se stesso e, allo stesso tempo, la Natura. Marco Aurelio è attento a definire, infatti, l’anima lorda dell’uomo inconsapevole come “tumore del mondo”, un agglomerato di cellule malate che, proliferando, infettano tutto il corpo – anche simbolico – di cui sono parte. L’anima che si maltratta, che non rende onore a se stessa, spreca la propria vita e inietta errore nell’organo della Totalità e rischia di non aver occasione di rimediare: mai distogliere l’attenzione da sé. Disonorare il proprio sé significa, ipso facto, disonorare la Natura di cui si è parte.

L’inquinamento più pervasivo è dunque quello delle intenzioni, in forza del quale ci lasciamo distrarre da ciò che è veramente importante: dal compito che ciascuno di noi ha, di prendersi cura di sé e del mondo, di sé nel mondo.

Ecco, dunque, uno degli insegnamenti che possiamo trarre dalle parole di Marco Aurelio: tra ciascuno di noi e la Natura esiste un inscindibile legame di doppia implicazione, che è posto nel profondo dell’essere umano. Se inquiniamo il nostro sé, inquiniamo la Natura di cui siamo particelle, inevitabilmente. E ciò, a prima vista, appare sconcertante: chiunque abbia mai provato a farlo, sa bene quant’è difficile prendersi cura di sé, non violentare la propria anima con ciò che non vorremmo fare – almeno così pare – eppure ci ritroviamo a fare; con ciò che – lo sappiamo bene – ci arreca danno, eppure continuiamo a cercare spasmodicamente. Ma laddove c’è il problema, si cela anche la soluzione. È su questo legame, infatti, che dobbiamo ritornare a riflettere, se vogliamo che qualunque correzione dei nostri comportamenti (privati o pubblici, industriali o familiari) raggiungano autenticamente il grado di sostenibilità richiesto dalla pericolosa situazione in cui ci ritroviamo, tutti. È nel ripensamento di noi stessi che possiamo trovare la cifra del nostro rapporto con la Natura, la tonalità giusta in rapporto con la quale accordare le nostre pratiche quotidiane, i nostri sistemi economici e politici, la nostra vita interiore, che devono tornare ad essere naturali: «non v’è nulla di male – scrive il nostro autore in chiusura del II libro – in ciò che avviene secondo natura».

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

La “Consolazione alla madre Elvia” di Lucio Anneo Seneca

Hai appena fatto rientro a casa, il corpo stanco implora riposo ma hai solo il tempo di una doccia – che sia veloce! –, poi rivestirti e uscire di nuovo. Vorresti scegliere tra uno dei due lavori che fai ma, ahinoi, è un lusso che ancora non puoi permetterti. Ancora: non sai bene perché ti resta questa briciola di speranza, deposta sul fondo del cuore; o di quel residuo di cuore che riesci a percepire, pressato da un dolore a cui non riesci a dar senso. Sai solamente che la solitudine che ti è stata affidata dalla sorte, che ha reciso ad uno ad uno i tuoi più cari legami, non te la meritavi. Una caldaia più efficiente, che non ti costringa a docce ghiacciate una volta ogni due giorni: questa la meriteresti. Ma basta chiacchiere: devi andare a lavorare.

***

Un improvviso bruciore al volto ti sveglia nel cuore della notte, come se t’avessero appena toccato lo zigomo con una carezza arroventata. Ti svegli, sei perplessa ma quando ti trovi di fronte allo specchio, capisci: ti sei rigirata nel sonno ed hai poggiato il viso sul braccio. Sei una stupida, ti dici: o forse non sei tu a dirlo, ma una voce che, ormai, s’è insinuata nella tua mente. Insinuata? Presupporrebbe un lavoro certosino e delicato; niente di tutto ciò: s’è fatta spazio a suon di pugni e schiaffi e insulti. Non sai bene quale sia stato il colpo che ha fatto breccia nella tua intimità: forse l’ultimo, forse il primo. Ma che importa? In fondo, a chi importa?

***

È inutile piangere: è ormai il tuo mantra e ne sei convinto davvero. Ma hai tra le mani il suo ultimo disegno, guardi come un sacramento quelle linee colorate, la sua grafia ancora incerta: Io-mamma-papà. Niente spazi, solo due trattini che sembrano abbracci: e di spazio, tra te e loro, ora ne avverti fin troppo. In alcuni punti il colore è appena sbavato, forse ci hai pianto sopra. Chiudi gli occhi: hai quasi paura di rovinarlo, quel disegno, guardandolo così tanto. Ma è l’ultima cosa che ti resta, in una casa senza vita. Oppure piena di una vita che non vuoi più, perché ogni ragione per volerla – così ti pare – sono morte tra lamiere roventi, poi deposte sotto una terra pesante e scura. Ed è come se quella terra ti cadesse addosso lentamente, una manciata al giorno: e stai morendo un po’ alla volta.

***

La vita umana è attraversata da esperienze diverse e variamente significative: tra le più forti, v’è certamente il dolore. Non il dolore melenso dei film di terza serie, dei romanzetti scritti da chissà chi; nessuna esagerazione vagamente pittoresca: si tratta del dolore misero, minimo, sordo che tutti gli esseri umani sperimentano, ciascuno in maniera differente. O forse tutti in maniera identica: a ben vedere, la prima cosa che il dolore sembra intaccare è il senso di comunanza con le altre persone. Chi patisce corre il rischio di percepire una solitudine radicale, inspiegabilmente efficace; di sentirsi isolato da tutti, incomprensibile a chiunque, di percepire una scollatura da una realtà di cui non ci si sente più parte.

Eppure, c’è almeno una ragione per cui nessuno può mai dirsi solo, una ragione per cui il legame che tiene insieme l’umanità non può essere reciso, mai: non importa con quanta forza veniamo abitati dal dolore, la frequenza con cui esso bussa alla nostra porta, l’incisività con cui scrive sulla nostra persona. È una ragione di cui, chiunque abbia sofferto, in fondo è in cerca e, forse, ha nell’esperienza del patimento una condizione necessaria per essere scoperta. In virtù di ciò, è possibile continuare a vivere, anche dinanzi ai dolori più pervasivi.

***

Quale sia questa ragione, può insegnarlo una voce dei tempi passati, voce di uomo prima che di filosofo; la voce di uno che fu condannato all’esilio, lontano da tutti i suoi affetti, perché coinvolto in affari di palazzo, affari di potenti. È la voce di Lucio Anneo Seneca (Cordoba, 4 a.C. ca- Roma, 65 d.C.), costretto all’esilio nel 41 da Claudio che, in quell’anno, aveva succeduto Caligola – quest’ultimo liquidato da una congiura – al soglio dell’Impero romano. Nel 65, poi, fu invitato da Nerone, nei suoi primi anni da imperatore, a porre fine ai suoi giorni: era scomodo, fastidioso, lui e quel suo interesse per l’umanità. Lungo tutto l’arco della sua vita, Seneca dedicò all’essere umano e ai suoi patimenti larga parte della sua opera di filosofo e scrittore, cercando di scandagliare la profondità dell’animo umano e, possibilmente, di trovare un rimedio autentico, definitivo, a quel dolore e a quei patimenti che non solo scorgeva nel cuore altrui, ma anche viveva, in prima persona. Negli anni del suo esilio in Corsica, scrisse – tra le altre – un’opera particolarmente significativa a tal proposito: la Consolatio ad Helviam Matrem (Consolazione alla madre Elvia), in cui si cimenta nella consolazione della madre, affranta per l’ingiusto destino che s’è abbattuto sul figlio.

Quest’opera non è una orazione ex cathedra sull’inutilità del dolore, non si compone delle parole che bisogna dire dinnanzi ad una persona sofferente: niente parole di circostanza, nessun patetismo. Sono parole pronunciate da un essere umano tra altri esseri umani, radicalmente legato all’umanità e, con essa, non solo alla sua parte migliore: ovvero a quel quid nascosto nel profondo di ciascuno, quel sommo bene che non può essere né dato né tolto; ma anche ai difetti e alle debolezze che ogni essere umano manifesta, almeno una volta nella propria vita: egoismo, brama di potere. Seneca è un essere umano di carne ed ossa – potrebbero esisterne di diversi? – e la sua filosofia è inscritta nelle condizioni di tutta l’umanità, si rivolge ai problemi quotidiani che ciascuno deve, talvolta tragicamente, affrontare: ristrettezze, violenza, morte dei propri cari.

Ecco, dunque, perché dovremmo ritagliarci un po’ di tempo per accostarci alle parole di Seneca, a quelle con cui compone la consolazione a sua madre Elvia; ecco perché dovremmo farci il regalo di ricordarci che, in fondo, patiamo tutti gli stessi dolori e abbiamo tutti qualcosa per cui vale la pena consolarci, continuare a vivere.

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

Salviamo i classici

“I classici greci e latini sono minacciati non da una cultura che li sfida, ma da una che li ignora. Il problema non è se i classici sono attuali, ma se lo siamo noi nei loro confronti”.

Prima di affrontare il tema dal punto di vista critico, dobbiamo chiederci cosa sono i classici, cosa intendiamo con questo termine.

È un libro che tutti odiano perché sono stati costretti a leggerlo a scuola”, così dice Umberto Eco.

Io ritengo che il classico sia una parte del passato che ha permesso il nostro presente e che noi possiamo utilizzare per il futuro. Se il passato e i classici non ci fossero stati o se fossero stati diversi da quelli che sono, anche il presente sarebbe diverso, perché inevitabilmente ha le fondamenta in loro e da loro si è sviluppato. Qualunque modifica può essere significativa, un po’ come il DNA nel corpo umano: un errore o una diversità possono provocare un danno più o meno grave oppure, più raramente, qualcosa di positivo.

Nel contesto contemporaneo di una scuola che corre per modernizzarsi ed essere sempre aggiornata, ritengo che il classico venga considerato superfluo rispetto ad Internet, che ha ormai preso il sopravvento, ma penso anche che in fin dei conti non sia necessario fare una scelta tra libro, classico, cartaceo ed Internet.

Il digitale può essere utilizzato per la ricerca di informazioni aggiuntive a quelle che i libri ci forniscono, tanto più che oggi molti libri di testo sono riportati anche in formato elettronico con alcune integrazioni, ma anche come fonte di apprendimento in maniera diversa da quella che conosciamo.

Può esser utile studiare un classico anche utilizzando video e film che lo rappresentano in maniera più nuova e divertente, stando però attenti che non si distacchi troppo dalla versione originale e non dia informazioni errate. Ciò, infatti, potrebbe stimolare all’apprendimento anche chi non ama così tanto lo studio ed i classici.

Dal mio punto di vista ogni opera che viene studiata può nascondere se non tutti almeno alcuni aspetti che possono colpirci, se è stata conservata e viene tramandata c’è di sicuro qualcosa da conoscere di lei!

Per esempio lo studio della “Divina Commedia” di Dante è, se non avvincente o bello agli occhi di tutti, almeno utile poiché dà parecchie informazioni storiche, legate a personaggi realmente esistiti nel Medioevo, contemporanei all’autore, o anche nei tempi più antichi.

Gli incontri con i vari personaggi ci mostrano credenze popolari o difetti umani o della società che spesso vediamo essere comuni anche a noi oggi.

Per esempio l’idea, profondamente religiosa, che non si debba superare il volere della divinità, i limiti imposti all’uomo.

Oggi lo vediamo nello sfruttamento dei territori e nella risposta data dalla natura attraverso terremoti e tragedie naturali; nella Commedia ne troviamo un esempio nella Cantica in cui il protagonista è Ulisse, eroe dell’Odissea.

Egli viene colpevolizzato per essere voluto andare oltre le Colonne d’ercole, limite imposto dagli dei, oltre il quale si pensava, ritenendo che la terra fosse piatta, che il mondo finisse.

Ulisse fu troppo curioso e fu punito per questo con la morte.

Se riflettiamo sui poemi omerici, Iliade ed Odissea, notiamo, poi, che da lì emergono temi riscontrabili anche nella nostra quotidianità: amore, guerra, contese soprattutto di tipo economico, desiderio di ricchezza.

Effettivamente nonostante il mito ci presenti come causa scatenante della guerra di Troia il rapimento di Elena, storicamente sappiamo che la causa era in realtà economica, quale argomento è più attuale?

Ciò che è interessante di questi poemi è come effettivamente gli eventi, i popoli e le terre siano reali, anche se tutto viene incorniciato dal mito per rendere la storia più stimolante.

Penso che il rischio maggiore per gli autori di classici sia quello di essere messi da parte e dimenticati. Ma così come queste opere sono arrivate fino a noi e ci è stata data l’opportunità di conoscerle e decidere se ci piacciono o no, se vogliamo studiarle o meno, chi siamo noi per non dare questa possibilità ai postumi?

Si ricade, come spesso succede, nell’ambito della conservazione di testi, opere, beni culturali: quello che abbiamo noi oggi, è giusto che ce l’abbiano i nostri figli e nipoti domani.

Già molte, troppe cose sono andate perdute nei secoli passati, è il momento di salvare la maggior parte del patrimonio culturale possibile!

 

Emma Boccato

Sono al primo anno di Scienze del testo letterario e della comunicazione, mi piace scrivere e vorrei fare la giornalista o lavorare comunque nel campo dell’editoria, infatti sono stata caporedattore del giornalino scolastico alle superiori.
Mi piace molto viaggiare e leggere.