La fallacia del bravo cittadino

Da qualche anno l’attenzione pubblica ha volto lo sguardo all’ambiguo rapporto tra internet e la privacy di chi internet lo utilizza. Si è discusso molto, e si continua a discutere, in che misura sia legittima la mercificazione delle nostre informazioni più intime, così come dei nostri vissuti. Termini come Big Data, pubblicità mirata, marketing personalizzato sono stati sulla bocca di tutti. La personalizzazione dell’esperienza online, avvicinando domanda e offerta, non fa di per sé alcun danno, e − se pur qualcuno può sentirsi violato − non è l’unico modo in cui la pubblicità entra prepotentemente nella vita quotidiana. Basti pensare alla 5th Avenue a New York così come al caso tipicamente americano dei naming rights, per cui una società può comprare per un certo numero di anni il diritto a dare il proprio nome ad edifici o luoghi pubblici. L’utilizzo di big Data, così come di ogni medium in generale, è di per sé moralmente neutro.

I governi hanno preso lentamente nota del fenomeno, hanno cercato di regolamentarlo dove possibile e dove necessario. Obama nel 2014 ha richiesto che fosse fatto un report sui Big Data, ma per ora nulla di efficace e decisivo è stato fatto in questa direzione, e nulla sembra annunciare un prossimo cambiamento. Molti avvenimenti importanti hanno attirato l’attenzione pubblica e questi temi sono passati in secondo piano. L’elezione di Trump, la Brexit, la fragile situazione politica italiana hanno ricevuto giustamente più attenzione, spostando il dibattito ai margini. Eppure nulla di ciò che in un primo momento aveva suscitato il problema della privacy è cambiato. La necessità di una regolamentazione rimane.

Dato questo sfondo ciò che mi interessa trattare è un argomento che si sente spesso ogni volta che il diritto alla privacy viene in qualche modo violato. Il problema che sorge dalla collezione e dall’uso di Big Data introduce un problema più ampio. Si sente dire:

Non mi riguarda se vengo “spiato”, perché non ho niente da nascondere. Al contrario, se ciò serve per aumentare la sicurezza di tutti, ben venga.

Questo ragionamento suona subito in modo strano e al contempo è abbastanza di buon senso da essersi diffuso a macchia d’olio. Ma se è vero che ogni discorso vive di presupposti, vediamo quali sono quelli del caso. Prima di tutto è evidente che l’argomentazione sottende una disequazione: la sicurezza è un valore più importante della libertà. Ciò è discutibile, ma si può legittimamente sostenere e con motivazioni valide. Ciò che squalifica veramente tale discorso è un altro presupposto: chi argomenta in questo modo ammette implicitamente e per principio che qualunque soggetto possa violare la sua privacy, siano esse corporazioni, governi o hackers, sia in sostanza buono e saggio. Egli fa ciò che fa per il bene comune, ed essendo io buono non ho nulla da temere.

Non c’è bisogno di richiamarsi al fantasma di Antigone per ricordare che la norma del singolo non è la norma del Potere. Le due volontà non solo possono divergere, ma anche confliggere; e ciò significa che il presupposto non regge, l’argomento è fallace.

La logica seguita dai privati è il profitto, l’aumento di capitale; la logica seguita dai governi è invece il controllo. Entrambi possono spingersi oltre ciò che è avvertito dall’individuo come proprio bene. Questi casi critici, di cui non si parla e di cui non ci interessa, sono esattamente ciò che fa implodere l’argomento del bravo cittadino. Essere “spiati” riguarda tutti e rimettere il problema alla bontà di chi trae vantaggio da ciò non è la soluzione. La soluzione, che in questo caso non può che avere la forma del compromesso, emerge dal confronto critico con il problema, dalla consapevolezza che bisogna essere coscienti di quanto accade e di quanto velocemente muta la realtà con cui ci relazioniamo, in modo di evitare in futuro errori simili alla fallacia del bravo cittadino.

Francesco Fanti Rovetta

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Da cittadini a consumatori: il valore del singolo nella postdemocrazia

Il Capitalismo ha vinto. La collettività soccombe sotto il peso degli interessi individuali, l’incubo descritto in Il Capitale di Marx si sta pienamente concretizzando. Il mondo del lavoro cambia, le identità collettive, che hanno caratterizzato il Novecento, vengono meno. La Democrazia che diamo come dato acquisito sembra oggi sempre più in balia di spinte che provengono da un libero mercato sempre meno controbilanciato da robusti, seppur flessibili, diritti sociali di cittadinanza, che garantiscano una ragionevole redistribuzione della ricchezza.

Il nuovo millennio si apre con un cambiamento radicale: più che cittadini siamo consumatori. Siamo molto più rilevanti come consumatori che come cittadini. Crouch ha coniato giustamente il termine “postdemocrazia” che designa un semplice eppur gigantesco paradosso: i sistemi politici europei e statunitensi sono in una fase di atrofia democratica, la globalizzazione rende questo fenomeno evidente, la democrazia resta nazionale in un mondo globale e cessa di esistere sulla soglia di quei luoghi dove vengono prese decisioni che influiscono sull’assetto mondiale.

L’identità di classe e la religione, che un tempo erano elementi fondanti della politica tradizionale, si sgretolano e con essi i partiti politici ormai sempre più distanti dalla popolazione e in balia del “marketing” politico. La svalutazione della politica e l’idea che il marcio della società si annidi nella classe dirigente ha reso sempre più la democrazia esposta alle pressioni di élite e grandi imprese che esercitano ora un ruolo di primo piano. Il nuovo millennio è una sorta di mondo post-feudale dove il potere non è più in mano agli stati e agli organi democratici, ma in mano a una sorta di nuova aristocrazia formata dalle grandi imprese. Uno Stato ha bisogno di legittimazione democratica, le élite non ne hanno bisogno. La crescente nostalgia per gli Stati-Nazione è appunto nostalgia per un passato che sta passando, quei dispositivi si dimostrano oggi strumenti del tutto inadeguati a organizzare e gestire la vita pubblica rispetto ai compiti politici che abbiamo di fronte.

In questo mondo paradossale abbiamo molto più potere come consumatori che come cittadini, determiniamo molto più il mondo e noi stessi per quello che compriamo piuttosto che per quello che votiamo, dimenticandoci che il mercato senza poteri a controbilanciarlo è destinato strutturalmente a inasprire le diseguaglianze e quindi a catalizzare i malesseri sociali che sfociano a loro volta in politiche protezionistiche, retrograde e difensive, che risultano rimedi peggiori del male che vorrebbero curare. Lo svilimento della classe dirigente e la politica “gratuita” per uscire dai soliti “magna magna” e l’idea che essa non dovesse essere un lavoro ha reso la politica stessa un ambito aristocratico, cioè ristretto a persone benestanti, per non dire ricche, e qui gli esempi si sprecano.

La crisi aumenta, i malesseri agitano le masse contro la classe politica a cui si vogliono togliere i privilegi, il che fa sì che avvenga l’ascesa di una classe politica di ricchi, spesso imprenditori, che rappresentano molto di più la matrice dei mali delle masse piuttosto che la loro salvezza, il paradosso dell’epoca contemporanea sta tutto qui. Gli Stati-Nazione nella loro concezione novecentesca sembrano dei nani mentre a turno sfilano davanti ad essi grandi compagnie che impersonano a turno Biancaneve.

Matteo Montagner

Il contratto sociale: Rousseau e la contemporaneità

<p>defocused crowd of people --- Image by © Images.com/Corbis</p>

È indubbio che l’Occidente stia vivendo un momento molto interessante della sua storia politica: anche grazie al concretizzarsi di alcuni scenari socio-politici che si credevano impossibili, assurdi, si ha un risveglio – forse lento, forse ancora iniziale – della coscienza politica dei cittadini occidentali. C’è voglia di occuparsi di politica e si è tornati a parlarne quotidianamente: quel che manca, a volte, son le categorie con cui interpretare alcuni fenomeni politici e la discussione pubblica diventa chiacchiericcio. In un sistema di mondi possibili ve n’è uno in cui ogni cittadino è adeguatamente informato a proposito di ciò di cui parla, in cui il discorso pubblico si colloca opportunamente rispetto ai fenomeni di cui si fa interprete. Questo mondo è ben lungi dall’essere identificabile con il nostro, in cui viviamo una tensione, un conflitto tra la voglia di partecipare al discorso pubblico e l’inadeguatezza della formazione generale dei cittadini: tra gli esiti di questo conflitto, vi sono alcune forme insane di partecipazione politica. Diciamo insane per intendere quelle forme di partecipazione alla cosa pubblica che mancano l’obiettivo, che illudono il cittadino di avere una qualche influenza sulla dimensione politica del mondo in cui vive.

Come si può risolvere questo conflitto e rendere possibile per tutti, cioè per chiunque abbia voglia di formarsi adeguatamente, la partecipazione al discorso pubblico?

Bisogna tornare a riflettere sulle origini della comunità politica in cui il cittadino si propone di agire, tentare di comprendere le ragioni di questa estraneità che la generalità delle persone vive rispetto ad essa, per poi ricalibrare adeguatamente le forme di partecipazione: la politica – intesa qui in senso ampio – va evolvendosi a ritmi serrati e non è pensabile che i cittadini non elaborino forme di azione e discorso politico altrettanto evolute, a meno che non si voglia rinunciare del tutto a questa dimensione. La qual cosa significherebbe accettare tacitamente una qualsiasi forma di dispotismo, poiché verrebbe meno la forza politica del cittadino e, con essa, il principale limite di ogni limite costituito.

Per riflettere circa la formazione della comunità politica, è opportuno farsi guidare da quei pensatori che hanno dedicato a questo tema il meglio della loro riflessione filosofica.

Uno tra questi è senza dubbio Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che ha riflettuto a proposito dei momenti costitutivi della comunità politica, quelli in cui gli esseri umani entrano a far parte di un grande e unico corpo politico, attraverso la stipulazione di un contratto sociale. Quanto v’è di peculiare nella riflessione di Rousseau, a ben vedere, è il fatto che il cittadino debba rinunciare del tutto alla propria sovranità, di cui godeva in stato di natura, senza con ciò subire alcuna diminuzione: la cittadinanza riconsidera tutti e sana ogni deficit di potere. È nella partecipazione alla vita della comunità che l’essere umano è pienamente autonomo e libero: e ciò è possibile per il fatto che il cittadino partecipa alla nascita della comunità di cui sarà parte, esercitando in prima persona il proprio potere.

Ciò che sembra mancare alla nostra contemporaneità è la disponibilità ad assumersi, da parte di troppi singoli, porzioni seppur ridotte di responsabilità: a tale resistenza fa da contraltare, ad ogni modo, la richiesta sempre più forte di spazi d’azione critica rispetto alla vita politica. Sembra, cioè, che alcuni cittadini vivano una relazione posticcia con la propria comunità, alla cui ideale fondazione non prendono parte, restando inevitabilmente in una situazione conflittuale tra i propri desideri e le condizioni di attuabilità degli stessi.

Emanuele Lepore

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Italia sì, Italia no, Italia…

Data siderale: giorno dopo le calende di dicembre.
Anno duemilasedici della nostra era.
Sempre meno ore all’Armageddon.

A chiunque leggerà queste righe,

ho trovato un posto sicuro, ma non lo sarà a lungo perché mi stanno cercando.
Sono dappertutto, loro intendo, quelli che ti propinano la domanda sibillina “E tu cosa voti al referndum?”, quelli che ti danno del folle o dell’eroe a seconda della risposta.
Ed io per interi mesi ho dato una risposta superficiale, l’ho cambiata più volte nella mia mente ma solo perché ho perso tempo per informarmi, per documentarmi, per cercare di capire meglio cosa sarò chiamato a scegliere.
Il punto è che non posso dire queste cose ad alta voce, devo sussurrarle qui, dove rimarrò anonimo per non mostrare il fianco ma soprattutto per confessare impunemente: ebbene sì, non so ancora dove porrò la fatidica ‘ics’; fosse per me aggiungerei un quadratino con la dicitura ‘Forse’.
Legittimo no? Lo facevamo alle elementari quando scrivevamo il biglietto alla ragazzina che ci piaceva, perché dovrebbe cambiare qualcosa? Perché sottovalutare la terza via?
A me non dispiacerebbe sapete, non dispiacerebbe esprimere il mio dubbio.
Ma come spiegarlo a quelli lì? Sì, sempre quelli che mi stanno ancora cercando e che non si daranno per vinti almeno fino a lunedì.
Quante ore sono? Ancora troppe… ancora troppe, un’infinità per un latitante.

Analizzando bene la situazione – tanto per ingannare il tempo, magari per velocizzarlo – sono pochi quelli che me ne parlano tranquillamente, che mi danno addirittura delle spiegazioni sostenute da idee. No, non sono loro a preoccuparmi, non sono loro a darmi la caccia.
Sono gli altri… voi non potete nemmeno lontanamente immaginare cosa sono capaci di fare, non vorrei avvilire queste pagine con inchiostro macchiato di calde lacrime, ma non posso nemmeno starmene zitto senza denunciare.
Ti trovano, ti parlano e dicono cose.

Hanno dei superpoteri, prendetemi per pazzo se volete ma non cambio idea, so cosa ho visto.
Il primo è quello di fare discorsi sconnessi senza capo né coda: serve a disorientare, a confondere, in modo da poter colpire più agevolmente la vittima; ma sarebbe troppo facile tramortirla immediatamente; no… il loro gioco è appena cominciato.
Gliel’ho visto fare migliaia di volte, posso considerarmi veterano in questo, e forse è il motivo per cui sono una primula rossa, un uccel di bosco, sì insomma, uno sbandato.
Rafforzano il tutto con la storia dell’enigmatico complotto architettato dai poteri forti.
Ho cercato questi poteri forti, ho trovato: cultura personale, informazione libera, obiettività, confronto. Me la sono vista davvero brutta perché a loro non andavano bene.
Loro intendevano banche, case farmaceutiche, scie chimiche, Bilderberg, gli abeti della Val di Fiemme, l’associazione bocciofila di Busto Arsizio e altre malvagità che non rammento.

Una volta ho provato a ribattere dicendo che in qualsiasi caso sarà il popolo a scegliere, e che sarà in grado di scegliere anche in futuro indipendentemente dal risultato; ho detto che ci vorrà sicuramente più partecipazione, più interessamento… ho persino detto che avremmo dovuto rinunciare a qualche spritz e che avremmo dovuto imparare ad usare lo smartphone in modo intelligente.
Mi hanno rivelato beffardamente che loro a certe cose non credono, perché “quando c’era Lui”…
Di nuovo ‘Lui’, il famigerato, onnipresente ‘Lui’, talvolta scritto LVI.
Sono arrivato alla conclusione che il più pericoloso superpotere a disposizione di costoro sia il viaggio spazio-temporale.
Vedo già la vostra incredulità dipinta sul volto, ma è tutto vero: loro possono.
Si aggirano tra noi… sì, ormai ci siete dentro fino al collo quindi uso la prima persona plurale, passeggiano da un capo all’altro della Storia e sanno molte più cose di quel che può sembrare: sanno come si viveva in un’epoca molto lontana dalla loro nascita, sanno cosa volesse dire non poter votare, o esprimere la propria opinione sotto una dittatura.
Forse sanno anche com’era Dante da vicino, anzi no, questo è sicuro visto il primo superpotere dei discorsi sconnessi; però potrebbero dirci com’era Giulio Cesare da vicino, la peste nera, i lanzichenecchi… chissà!

Tuttavia sanno cosa avrebbe votato Gandhi o Cavour; me lo vedo Gandhi presentarsi con la tessera elettorale al seggio di Pescasseroli, ma vaneggio… è sicuramente colpa della paura.
Conoscono la Costituzione a memoria – almeno così dicono – sono politologi consumati, esperti giornalisti d’inchiesta, s’intendono di diritto internazionale, diplomazia, geopolitica, calcio, cucina e ricamo.
Ma la cosa più importante è che…

Aspettate, sento dei rumori.
Sono loro.
Non mi avranno.
Non mi avranno mai.

Passo e chiudo.

Alessandro Basso

Aldo Capitini la migliore delle democrazie: l’Omnicrazia

Fin da una prima lettura risulta difficile non riconoscere il pensiero di Aldo Capitini come prossimo alle nostre sensibilità personali, se non addirittura familiare. La profondità morale delle sue riflessioni, la tenacia con cui cercò di stimolare le coscienze degli italiani, l’impegno concreto con cui si oppose ad ogni forma di autoritarismo sia politico sia religioso, sono tutti elementi che caratterizzarono la sua figura e che meriterebbero di essere messi in luce per mostrare la necessità della riscoperta di un sano confronto democratico, riguardo le più imponenti tematiche socio-politiche che caratterizzano i tempi attuali.

Attraverso la lettura del testo “Il Potere di tutti”, sono riuscita a percepire quanto Capitini desiderasse per l’Italia una forma di governo autenticamente democratica. Dico “autenticamente” in quanto l’idea di democrazia che egli aveva definito era così pura da portarlo a criticare la forma di governo “democratica” che a quel tempo si era instaurata, e che continua tutt’oggi. Quest’ultima, infatti, a suo parere non era in grado di favorire una vera interdipendenza positiva tra gli individui, né tantomeno di realizzare un legame solido e proficuo tra essi e i detentori del potere politico. Capitini dimostrò di nutrire nei confronti dell’ideale democratico il massimo delle aspirazioni, tant’è vero che per sottolineare la fiducia che egli riponeva in esso e soprattutto nel suo miglioramento, egli parlò principalmente di omnicrazia.

Omnicrazia, o potere di tutti, deve essere intesa come una più avanzata e più aperta democrazia; in essa tutti devono poter partecipare alla discussione pubblica, senza distinzioni (di sesso, età, razza, nazionalità, istruzione, censo, partito politico) né limitazioni.

Ciò che più importava a Capitini era il dimostrare la reale necessità di procedere oltre il sistema della delega del potere; questa, infatti, marcando una netta distanza tra coloro che detengono direttamente il potere e coloro che invece lo detengono soltanto in maniera indiretta, a lungo andare potrebbe sfavorire l’effettiva partecipazione del popolo alla vita pubblica e politica del paese. Tale processo, a distanza di cinquant’anni rispetto alle elaborazioni teoriche di Capitini, risulta abbastanza evidente: la politica è considerata sempre più come una sfera lontana dalle finite possibilità degli individui e talvolta come impermeabile rispetto alle proposte o alle iniziative provenienti da quei cittadini che vorrebbero apportare al suo interno i cambiamenti indispensabili ad un suo migliore funzionamento. Questo sentimento comune, a mio parere, è palese nella sfiducia di quanti guardano impotenti agli alti piani della politica, nell’alto tasso di assenteismo che si registra al momento delle elezioni, nella mancanza di iniziativa privata (in quanto, inutile dirlo, a causa delle problematiche economiche che caratterizzano l’andamento degli ultimi tempi, gli individui sono talvolta occupati a fare i conti con ben altre preoccupazioni).

Al fine di poter godere di un migliore sistema rappresentativo, Capitini riteneva che il Parlamento dovesse essere integrato da centri sociali e da assemblee pubbliche non per forza deliberanti, ma comunque consultive. Questa integrazione era da lui ritenuta necessaria in quanto «le istituzioni possono inorgoglirsi della loro chiusura e divenire prepotenti». Egli fondò così i cosiddetti Centri di Orientamento Sociale, i quali, garantendo un più profondo coinvolgimento della popolazione rispetto a quanto non avveniva all’interno di un normale contesto democratico, si proponevano come il mezzo migliore per poter attuare una forma di governo omnicratica.

I COS permettevano lo sviluppo di una particolare forma di decentramento politico e di “controllo dal basso” (contro l’influenzabilità politica che può derivare da interessi privati e settoriali, la quale sempre più oggi fa sentire il suo peso) dai benefici facilmente intuibili: non soltanto consentivano agli individui di sentirsi responsabili in prima persona, ma garantivano anche un’attenuazione del tanto temuto divario tra coloro che detenevano il potere e coloro che invece non lo esercitavano direttamente.

A mio parere, la riflessione politica di Capitini, assieme al suo complesso sistema di pensiero etico, filosofico e religioso, può essere un utile spunto per chiederci, non con l’amarezza e la rassegnazione che sempre più caratterizzano il nostro presente, ma piuttosto con una sana progettualità: a che punto ci troviamo oggi? Sentiamo di vivere all’interno di un contesto democratico adatto a realizzare la nostra natura, in grado di tutelare le nostre attività, capace di provvedere al domani del nostro Paese? Ma soprattutto, quanto peso e quanta influenza riteniamo di possedere rispetto alle decisioni politiche che inevitabilmente giungono a condizionare anche la nostra vita privata?

 

Durante il secolo scorso Aldo Capitini si propose e venne identificato come personaggio decisamente controcorrente a causa delle critiche che egli non mancò di indirizzare nei confronti del conservatorismo ecclesiastico e a causa della sua palese opposizione alle direttive del Partito Fascista, del quale, a differenza di molti altri intellettuali dell’epoca, rifiutò coraggiosamente la tessera d’iscrizione. In seguito alla pubblicazione dei suoi primi scritti egli divenne uno dei riferimenti letterari della gioventù antifascista. Capitini si fece inoltre portavoce del pensiero nonviolento di Gandhiana memoria promuovendolo attraverso una serie di iniziative concrete, tra le quali la prima Marcia per la Pace che si svolse nel contesto italiano, dispiegatasi nel 1961 da Perugia ad Assisi.

 Federica Bonisiol

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BIBLIOGRAFIA:

Aldo Capitini, Il potere di tutti, Guerra Edizioni, Perugia 1999

(Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni Cultura della Pace, Firenze 1989)

Amore cosmopolita

Spesso si parla in malo modo della società moderna come priva di amore, individualista e vuota, utilitarista portata solo al consumo del singolo, ma prima ancora di entrare in quel vasto campo delle possibili soluzioni bisogna capirne prima la causa.
Se vogliamo prendere per buona questa citazione di Leopardi:
quanto sia vero che l’amore universale, distruggendo l’amor patrio, non gli sostituisce verun’altra passione attiva, e che quanto più l’amor di corpo guadagna in estensione tanto perde in intensità ed efficacia, si può considerare anche da questo, che i primi sintomi della malattia mortale che distrusse la libertà” (pensieri di varia filosofia è bella letteratura. Pagina 457)
allora possiamo immaginare la globalizzazione dell’amore cosmopolita come un telaio che tessendo estende troppo il tessuto sfilacciandone le maglie più sensibili senza rinforzarle adeguatamente, perché se si è cittadini del tutto non si è più cittadini di niente lasciandosi tirare e perdendo l’intensità della vita. Perdendo quei legami con la terra propria, che davano quella passione attiva di unione in un gruppo, ci si ritrova legati solo dal consumo globale e dall’utilizzo del nuovo gadget elettronico uscito. È la morte anche del sogno illuminista di generare quel cittadino che dotato di coscienza e ragione libera esprime la sua individualità in un contesto di comunione tra i popoli, ma invece di una patria unica per tutti ci si è divisi in tante piccole patrie quante sono le persone che non provano amore altro che per se stessi e ci si ritrova uniti solo in quel unico modo di agire consumando conformandosi a quel matrix mediatico che poco spazio dà alla ragione.
Loris Fagaraz
Quarantenne di Santa Lucia, né giornalista né studente né scrittore ma un elettricista.
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