Cronache dall’era (post)ideologica

Poche parole hanno un significato così vago e dai contorni così sfumati come quello di ideologia. Da un lato, tale caratteristica potrebbe apparire normale per un termine che nasce, di fatto, verso la fine del Settecento in ambiente illuministico e attraversa i secoli mutando il suo statuto: esso passa dall’indicare, letteralmente, lo studio della storia delle idee, a essere caricato dispregiativamente di un senso antifilosofico e antiscientifico. Con l’avvento del marxismo, la nostra parola ideologia si orienta a indicare l’insieme di dottrine etiche, religiose, politiche e filosofiche adoperate dalla classe borghese per esercitare il dominio sui rapporti di produzione e regolarne le dinamiche. Nel Novecento, poi, diventa senso comune utilizzare ideologia per indicare le grandi visioni del mondo contrapposte, nonché per riferirsi a ciò che i complessi apparati propagandistici dei regimi totalitari tentavano di inculcare nelle popolazioni loro sottomesse.

Oggi, se parliamo di ideologia, pur volendo indicare in maniera neutrale e generica un insieme di valori e credenze appartenenti a un determinato gruppo sociale o politico, sottintendiamo, inevitabilmente, un giudizio negativo nei confronti dell’argomento che stiamo trattando. Questo è, in parte, dovuto a un residuo inconscio che il termine in questione porta con sé; d’altro canto non manca la presunzione di definire dispregiativamente ideologico un atteggiamento da cui ci siamo assicurati di essere a debita distanza: serpeggia, infatti, tra pensatori e gente comune, la percezione e l’idea di essere, finalmente, in un’epoca che si potrebbe definire post-ideologica. Pare che con l’avvento della post-modernità, ci si sia liberati dalle catene delle grandi narrazioni, dai macigni delle complesse impalcature di pensiero e che tutta la fluidità dell’identità relativista scorra come un fiume in piena, diramandosi in effluenti di molteplici visioni che spiegano parti della realtà in cui viviamo oggi.

Con una certa dose di kinismo1, per dirla alla Sloterdijk2, siamo convinti di agire in maniera composta e distaccata a ciò che ancora si propone sotto forma di pensiero ideologico, spesso facendoci beffe di coloro i quali ci appaiono come ingenui e creduloni. Lo stesso Sloterdijk, però, ci fa notare come oltre ad essere soggetti kinici, siamo soprattutto soggetti cinici: sappiamo benissimo, in realtà, che l’ideologia (o le ideologie?) non sono assolutamente sorpassate, che in realtà siamo immersi fino al collo in qualcosa che ci governa e ci manipola, e nonostante ciò, lasciamo a questo qualcosa le redini, quasi rassegnatamente.
Se consideriamo il punto di vista di un altro grande pensatore contemporaneo, Slavoj Žižek, che ha fatto della critica all’ideologia uno dei suoi vessilli filosofici, potremmo persino arrivare ad ammettere che non accettiamo l’ideologia perché ne siamo semplicemente sopraffatti, ma viviamo costantemente in essa poiché è il solo modo, per noi, di vedere e interpretare la realtà. Tutto intorno a noi è ideologico, poiché tutto il nostro mondo risponde a una necessità di simbolizzazione e l’entrata nell’Ordine Simbolico presume un prezzo da pagare.

Secondo Žižek, inoltre, la modalità ironica che utilizziamo per prendere le distanze dalla dinamica ideologica, non solo è già contemplata e accettata in questa stessa dinamica (quindi è ideologia anch’essa!), ma contribuisce ad avvilupparci ancora di più nel gomitolo ideologico, rendendo non solo vano, ma addirittura dannoso il nostro tentativo di fuga.
In questa prospettiva viene da chiedersi: si potrà mai uscire dall’ideologia e vedere le cose come realmente sono? Se vogliamo fidarci della risposta dello stesso Žižek, alquanto pessimisticamente, dovremmo affermare che non è per niente facile o scontato cambiare prospettiva. Uscire dall’ideologia significa anche essere disposti ad abbandonare il nostro terribile quanto rassicurante orizzonte di senso e fronteggiare quello che Žižek, sulla scia di Lacan3, individua come il Reale delle cose, ossia quel nocciolo angosciante e terrificante che si cela dietro la fantasia inconscia della nostra realtà quotidiana.
La passione per il Reale è un atto eroico e, in quanto tale, comporta il rischio di ricevere una sferzata mortale: quanto coraggio abbiamo per imbarcarci nell’impresa e quanto non-senso siamo in grado di sopportare?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- Con questo termine si vuole indicare l’insieme di comportamenti che mirano a canzonare l’autorità, rispondendo ai suoi dettami con sarcasmo e ironia; il kinismo vero e proprio affonda le sue radici nell’omonima scuola filosofica dell’antica Grecia, il cui capostipite fu Antistene.
2- Peter Loterdijk è un filosofo tedesco contemporaneo, autore della “Critica della Ragion Cinica”, uno dei saggi filosofici che ha riscosso il maggior successo mondiale, a partire dal secondo dopoguerra.
3- Jacques Lacan è stato un filosofo e psicoanalista francese, che contribuì allo sviluppo della psicoanalisi con le sue teorie sul godimento, il linguaggio e i tre Ordini secondo cui sarebbe strutturata la realtà umana. DI difficile interpretazione, dato il suo stile ermetico e oscuro, è ancora molto controverso, benché goda di importanti interpreti, tra i quali spunta, per l’appunto, anche Slavoj Žižek

[Photo credit pixabay]

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La filosofia come esercizio spirituale

C’è stato un tempo in cui la filosofia non si presentava solo come un’attività puramente teorica e speculativa ma come un esercizio spirituale, come un lavoro da compiere su se stessi che se condotto con costanza era in grado di trasformare il modo di vivere dell’individuo.
Questo particolare tipo di filosofia, definita ellenistica, si sviluppò nel periodo compreso tra la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e la battaglia di Azio (31 a.C.). Per secoli quest’epoca è stata considerata come una fase di reflusso e di declino. Si pensava che, a seguito del raggiungimento del culmine filosofico attraverso il pensiero idealista di Platone e della pienezza scientifica con le ricerche di Aristotele, le circostanze storiche e una certa stanchezza dello spirito avessero condotto dall’ottimistico e fiducioso slancio verso la conoscenza del mondo esterno ad un ripiegamento dell’individuo su sé stesso. Era questa la visione con la quale si tendeva a considerare le scuole filosofiche più rappresentative di questo periodo: cinica, epicurea, stoica e scettica.

Ad animare queste correnti non era solamente lo spirito speculativo o teorico. Quello a cui aspiravano era sapere tutto il necessario per soddisfare una necessità angosciante: condurre una vita felice, priva di ansie, paure e conforme alla natura umana. Il loro scopo non era quello di esporre un sistema, ma produrre piuttosto un effetto formativo: il filosofo, attraverso questi esercizi, voleva far lavorare lo spirito degli ascoltatori affinché si ponessero in una certa disposizione d’animo.
Tali esercizi erano delle vere e proprie attività che consentivano – e consentono ancora oggi – di elevarsi alla vita dello spirito oggettivo, collocandosi nella prospettiva del Tutto.

Per tutte le scuole, la principale causa di sofferenza, di disordine e di incoscienza derivava dalle passioni, dai desideri disordinati e dai timori esagerati. Per gli Stoici, ad esempio, l’infelicità derivava dal fatto che continuamente cerchiamo di conseguire o di conservare beni che rischiamo di non ottenere o di perdere ed evitare mali che spesso sono inevitabili. È per questo che uno dei punti fondamentali della loro filosofia era il controllo di sé come fondamentale attenzione a sé stessi. Grazie ad essa il filosofo era in grado non solo di distinguere tra ciò che dipendeva da lui o meno, ma anche di sapere e volere pienamente ciò che in ogni istante stava facendo. Secondo questa visione le uniche cose che dipendevano interamente dalla sua libertà erano il bene e il male morale; il resto corrispondeva alla necessaria concatenazione delle cause e degli effetti che sfugge alla nostra libertà.

Un altro esercizio era la meditazione. Legata ad un’attivita puramente razionale, immaginativa e intuitiva essa consisteva nella memorizzazione dei dogmi fondamentali e delle regole di vita della scuola. Questa pratica era in grado di ispirare esercizi dell’immaginazione in cui le cose umane apparivano scarsamente importanti, se paragonate all’immensità dello spazio e del tempo, ed era anche in grado di permettere all’individuo di essere pronto a una circostanza inattesa e drammatica. Ciò serviva per lasciare una traccia, per imprimere un segno nell’anima, per avere sempre a portata di mano un “kit di sopravvivenza” al momento del bisogno. Questo perché quando siamo preparati le cose ci spaventano meno. Il vero dramma avviene quando esse ci capitano quando meno ce lo aspettiamo, quando appaiono all’improvviso e quando dentro di noi non abbiamo un altro metro di paragone per affrontarle.

Anche la definizione era un esercizio praticato: «occorre sempre dare una definizione o descrizione dell’oggetto che si presenta nella rappresentazione, al fine di vederlo in sé stesso, qual è nella sua essenza, messo a nudo tutto intero e in tutte le sue parti» (M. Aurelio, Ricordi, 11). Con questo metodo era dunque possibile definire l’oggetto o l’evento in se stesso, spogliandolo e separandolo da tutte quelle rappresentazioni convenzionali che gli uomini se ne fanno abitualmente.

L’idea di questi esercizi era dunque quella di permettere ad ogni individuo di diventare ogni giorno la versione migliore di sé, consentendo all’Io di ritornare in sé stesso, liberandolo da tutto ciò che gli impedisce di vivere appieno la propria vita. Il consiglio è quindi quello di «Fare il proprio volo ogni giorno! Almeno un momento che può essere breve, purché sia intenso. Ogni giorno un esercizio spirituale, da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare… Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome. Fuggire la maldicenza. Deporre la pietà e l’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Esternarsi superandosi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta» (G. Friedmann, La Puissance et la Sagesse, 1970).

 

Edoardo Ciarpaglini

 

[Photo credit Simon Rae via Unsplash]

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Uno di meno: una storia di cinismo consapevole

“Uno di meno” non è un libro, non è una poesia o un saggio, non è un film o una serie TV ma una semplice frase composta da tre parole che aprono le porte sulla nostra società e sulle mille contraddizioni che la popolano.
Nasce tutto da una notizia, non una notizia qualsiasi ovviamente, deve riguardare la morte di una persona… ma non una persona qualsiasi ovviamente, deve riguardare la morte di un immigrato, e se questo immigrato è particolarmente negro allora il gioco è fatto: la notizia rimbalza in(controllata) nel mare magnum dei social network e dopo pochi secondi di attesa l’osservatore avrà un ampio spaccato di vita reale condita con odio, bile, benaltrismo quanto non basta – perché quello non basta mai – e indifferenza imperfetta. Già, perché se fosse indifferenza autentica non ci si disturberebbe nemmeno ad esprimere un’opinione, mentre in questi casi risulta vitale mostrare a tutti gli altri il proprio cinismo.

Partendo a monte, ribadendolo per l’ennesima volta, esiste in Italia e in tutto l’Occidente europeo un problema chiamato immigrazione. Problema perché nel concerto dell’Unione Europea ogni singolo Paese deve gestire un po’ per conto suo un flusso di genti che se ha precedenti nella Storia non lo ha certamente nell’epoca contemporanea.
Non è solo un problema tecnico: difficoltà nell’approntare strutture dedicate all’accoglienza, difficoltà legate alle differenti normative tra Paesi di primo arrivo e Paesi di destinazione finale ecc. È soprattutto un problema sociale: se non c’è un programma di integrazione l’integrazione non avviene, gli immigrati non vengono a conoscenza delle leggi italiane e non abituandosi ad esse non può venire loro in mente di condividerle o di farle proprie.
Si creano così profonde spaccature tra la società autoctona e quella variegata proveniente da entità anche molto diverse tra loro. Tutto questo comporta avversione, che nella sua forma più evoluta si chiama odio, odio inattivo, cinico appunto, contro tutti coloro che non fanno parte della comunità italiana-bianca.

Mettiamo il caso che un giorno come un altro, uno di questi individui proveniente da un qualsiasi angolo dell’Africa, decida di gettarsi sotto un treno qualsiasi in una qualsiasi provincia italiana, mettiamo anche il caso che dai primi riscontri il movente sia la non idoneità allo status di richiedente asilo; alla luce di quanto detto poco sopra, quale potrebbe essere il commento-tipo del cinico-tipo?
Uno di meno.

Non ci si chiede più un perché.
Perché è andato via dal suo Pese, perché ha deciso di togliersi la vita, che persona era, chi era, cosa studiava, dove lavorava, in cosa credeva… non c’è tempo per porsi tutte queste domande, prima di tutto perché una risposta non la si vuole, e quando non si vuole sapere a che pro domandare? E poi diciamocela tutta, ci sono anche tanti italiani che si tolgono la vita o che muoiono nella più totale indifferenza mediatica, dobbiamo per forza provare compassione per questo signor nessuno?
Vogliamo dare risalto a chi viene qui per distruggere la nostra venerabile tradizione cattolica, appoggiata da chi vuole togliere i crocefissi dalle aule scolastiche, i presepi dagli asili, i canti di Natale, da chi… da chi non conosce il messaggio contenuto nel Vangelo di Gesù?

Nell’attesa di vedere un giornale, o un telegiornale, o una pagina social, o un’enciclopedia di sessantotto volumi che elenchi nel dettaglio finalmente tutti i 1.7801 decessi quotidiani – in media – nel Bel Paese, in modo tale da non creare disuguaglianze mediatiche, e nell’attesa di conoscere un sedicente cattolico osservante e consapevole del vero messaggio cristiano di cui si fa improbabile portavoce, domandiamoci a che cosa serve, di fatto, provare quella positiva e soddisfatta indifferenza nella morte di qualcuno.
È arrivato proprio il momento di chiederselo, perché il sadismo di qualcuno non basta a giustificarne una così vasta diffusione, e nemmeno può bastare una politica sbagliata sull’immigrazione per giustificare un atteggiamento di cui ognuno di noi è pienamente e consciamente responsabile.

 

 

A Prince Jerry, uno di meno.

Alessandro Basso

 

NOTE:
1. Dati Istat per l’anno 2017.

[Immagine tratta da google, modificata dall’autore dell’articolo]

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Universale inganno e verità

 «Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»1.

Questa breve citazione tratta da la Fattoria degli Animali – capolavoro di George Orwell – può essere lo spunto per una riflessione che vada ad analizzare il rapporto che intercorre tra società contemporanea e ideologia. Non solo, ci permette anche di comprendere come il nostro cinismo nei confronti della realtà sia inconcludente.

Procediamo con ordine, partendo da ciò che apparentemente sembra scontato, cioè dal significato dell’espressione inganno universale. Con il termine inganno comunemente intendiamo una modificazione della realtà dei fatti, la scelta poi di definirlo universale ci fa capire come esso non si limiti ad un solo aspetto della nostra vita ma che al contrario permei la nostra esistenza in tutte le sue sfumature, anche delle più inaspettate. Ma ne siamo consapevoli?

È il filosofo sloveno Slavoj Žižek a fornirci un chiaro esempio di come costantemente il reale venga distorto. Ci presenta una situazione di cui spesso siamo spettatori passivi; ossia la visione di sketch pubblicitari che mostrano la sofferenza di alcuni bambini costretti a vivere in condizioni di miseria. Per migliorare il loro stato, siamo chiamati a versare del denaro a determinate associazioni e questa è la soluzione che le istituzioni ci presentano come definitiva: agisci e risolverai il problema. Proprio in questo, secondo Žižek, consiste l’inganno: non siamo spinti ad indagare sulle cause scatenanti il fenomeno ma veniamo convinti del fatto che la soluzione sia già stata trovata e consista in una nostra donazione di denaro, comportandoci secondo il mantra non pensare, agisci.

Se vogliamo un altro esempio che ci possa mostrare di quanto sia capillare l’inganno che viene tessuto attorno a noi, basta richiamare alla mente un qualsiasi slogan di una qualunque pubblicità; per esempio, quello attuale della Burger King recita A modo tuo. Se ci soffermiamo a riflettere, possiamo renderci conto – senza chissà quale sforzo intellettuale – di come queste affermazioni non poggino i loro piedi sul terreno del reale, e che se le spogliamo ci rendiamo conto che esse non nascondono un significato: sono proposizioni vuote.

A questo punto è interessante notare come il concetto di inganno universale sia affine a quello di ideologia. Questa viene definita da Marx nel Capitale attraverso una frase lapidaria: «Non sanno di far ciò, eppure lo fanno»2. Peter Sloterdijk nella sua Critica alla ragion cinica ha ripreso quest’affermazione e l’ha attualizzata, mostrando come oggigiorno siamo consapevoli dell’infondatezza delle nostre azioni − sappiamo benissimo che la nostra donazione non è la risoluzione al problema della povertà nel mondo, o che Burger King non preparerà dei panini a modo nostro − ma ci comportiamo come se lo ignorassimo ed assumiamo una posizione di indifferenza cinica. La definizione contemporanea di ideologia proposta da Sloterdijk rovescia in qualche modo la frase marxiana e la trasforma nella proposizione «Sanno quello che stanno facendo eppure continuano a farlo»3.

Torniamo ora all’affermazione di Orwell da cui siamo partiti. È impossibile negare di trovarci in una situazione di universale inganno, di essere imbrigliati nell’ideologia – particolarmente nella sua accezione contemporanea del termine –, perciò cosa significa, alla luce di ciò, dire la verità? Può continuare a significare fare un resoconto oggettivo dei eventi? A questo proposito Žižek scrive:

«La distanza cinica è solo uno dei modi di renderci ciechi di fronte al potere che struttura la fantasia ideologica: anche se non ci prendiamo sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quel che facciamo, continuiamo pur sempre a farlo»4.

Ecco che in luce di ciò, la verità non può limitarsi ad un mero raccontare dei fatti o assumerli: comporta un rovesciamento della logica corrente. Credere che la mera consapevolezza di una situazione da sola sia in grado di cambiare una qualsiasi situazione, è una comodità che ci viene offerta in cui ci adagiamo. La verità è piuttosto in grado di attuare una rottura con i paradigmi che siamo soliti usare, è un volgere diversamente lo sguardo sulla realtà. Se infatti ci limitiamo ad una fredda esposizione dei fatti, non elimineremo l’inganno che nasconde il reale ma lo assumeremo e basta, lasciandolo continuare ad esistere.

Mi preme concludere usando le suggestive parole che Ugo Guarino ha impresso sui muri del Padiglione L dell’ex Opp di San Giovanni a Trieste e che vedo ogni volta in cui esco dalla palestra in cui mi alleno, ossia: «La verità è rivoluzionaria».

Lisa Bin

NOTE:
1. George Orwell, La fattoria degli animali, 1945.
2. Karl Marx, Il capitale, cit., vol. I, p.109.
3. Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit., p.53.
4. Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit, p. 57.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Claire Underwood, il femminismo nel cinismo

Un personaggio moralmente disgustoso può essere un simbolo del femminismo? Claire Underwood, protagonista di House of Cards, una delle migliori serie tv degli ultimi anni, è una fredda e cinica manipolatrice. In accordo con il marito, ma talvolta anche contro di lui, Claire non si ferma di fronte a nulla pur di perseguire i propri interessi e accumulare potere, nemmeno di fronte alla madre malata di cancro.

Molti l’hanno paragonata a Lady Macbeth, eppure Claire è una donna molto più indipendente.  Il personaggio di Shakespeare è prima di tutto una moglie. Il nome con cui è passata alla storia non è il suo ma quello del marito. E per quanto perfidamente geniale, Lady Macbeth è solo una consigliera, mai un’esecutrice diretta. I suoi piani servono a sostenere e rafforzare il marito, ma nel corso della tragedia non emerge mai un suo progetto, che si possa sovrapporre o scontrare con quello del marito. Al contrario Claire ha una forte volontà autonoma; se aiuta il marito è perché crede di poter raggiungere più rapidamente i suoi obiettivi restando al suo fianco. Infatti non esita ad abbandonarlo quando inizia a percepirlo come un ostacolo, e gli torna accanto solo dopo aver ricevuto la promessa di diventare Vice Presidente.

Inoltre Lady Macbeth è una madre mancata. Per garantire il successo dell’omicidio del re Duncan ella prega così:

«venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso […]
Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri dell’assassinio!
»1

Come in un patto con il diavolo, in cambio della riuscita del suo piano Lady Macbeth rinuncia alla possibilità di avere figli, all’aspetto più importante della sua femminilità. E proprio questo, secondo Freud, che la porta ad impazzire, infrangendo una determinazione «che sembrava tratta dal più duro metallo»2. Si può «facilmente capire la malattia della donna, la trasformazione della crudeltà in rimorso, come reazione all’impossibilità di avere figli»3. Ella si rende conto che il prezzo pagato è stato troppo alto, che il potere non ha senso poiché in cambio ha rinunciato alla sua essenza di donna, al compito più prezioso che aveva come essere umano.

Claire Underwood ha un rapporto ben diverso con la maternità. Ha avuto 3 aborti, due quando era troppo giovane per crescere un bambino, uno durante la campagna elettorale del marito Frank, quando i due non avevano né il tempo né la disponibilità emotiva per avere un figlio. Al contrario di Lady Macbeth, schiacciata dal rimorso, Claire non accetta che qualcuno la faccia vergognare o sentire in colpa per le sue decisioni.  Quando una collega le chiede con malizia “Ma non hai dei rimpianti a non aver avuto figli?”, lei gelida risponde “E tu non rimpiangi mai di averne avuti?”. La maternità non è la cosa più preziosa che una donna possa avere, rinunciarci non la priva delle sue potenzialità o della sua umanità, si possono scegliere altri modi per realizzarsi.

Tracie Egan Morrisey probabilmente esagera quando definisce su jezebel il personaggio interpretato da Robin Wright Penn «un’antieroina e guerriera femminista»4. Claire lotta per i suoi obiettivi, non certo per i diritti di tutte le donne nella società. Eppure così facendo offre senza dubbio un modello femminile fortemente indipendente. Claire persegue con determinazione i suoi (pur discutibili) obiettivi,  non si sottomette di fronte a nessuno, rifiuta le norme sociali sul ruolo della donna che la vincolerebbero ad una posizione secondaria. Anche come first lady Claire non si accontenta di essere solo una comparsa sorridente, ma interviene direttamente nella vita politica; come quando denuncia l’oppressione degli omosessuali in Russia, malgrado il marito le abbia detto di tacere per evitare problemi diplomatici.

Se la descrizione di Claire vi ha ricordato Hillary Clinton, non siete i soli. Anche Michael Dobbs, creatore dei libri da cui è stato tratto House fo Cards, ritiene che la Clinton sia il personaggio politico che oggi più si avvicina a Claire Underwood. «She is a political figure in her own right – behind the scenes, but now increasingly in front of the scenes»5. Dobbs, assistente di Margaret Tatcher negli anni Ottanta, se ne intende di donne forti al potere.

Può darsi che queste signore non ci piacciano, che riteniamo eccessivi i compromessi a cui sono scese per ottenere la loro attuale posizione. Eppure è forse inevitabile che per creare una figura femminile che prima non esisteva si debba avere una determinazione che può sfociare nel freddo cinismo.

Per quanto Claire Underwood non sia certo un modello da imitare per le donne di oggi, con la sua ricerca di indipendenza tesa fino all’estremo, fino a sfilacciarsi e diventare solitudine nell’egoismo, apre una strada. Che forse le donne del futuro potranno percorrere senza bisogno di vendere l’anima al diavolo.

Lorenzo Gineprini

Lorenzo Gineprini: nato nel 1994 a Torino, dove studia Filosofia. Redattore del Brockford Post, collabora anche con altre riviste. Appassionato della Germania e della filosofia tedesca, che ama far dialogare con fenomeni pop contemporanei: dal cinema alla moda, dalla musica alle serie tv.

NOTE:
1. William Shakespeare, Macbeth, Sansoni, Firenze, 1950
2. Sigmund Freud, Saggi sull’arte, la letteratura, il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2015
3. Idem
4. http://jezebel.com/house-of-cards-claire-underwood-is-a-feminist-warrior-1524425272
5. https://www.buzzfeed.com/jimwaterson/you-might-think-that-but-we-couldnt-possibly-comment?utm_term=.mjWL4Z2nb#.ttrBX3GE9

[Immagine tratta da Google Immagini]

Gente sommersa – Fermento di Luglio di Erskine Caldwell

C’è un cielo al crepuscolo in Georgia, nell’estremo sud degli Stati Uniti, che sa di incessante fermento.

In poco tempo, infatti, comincia a circolare la notizia che un negro ha violentato una giovane bianca di nome Katy Barlow e la comunità precipita immediatamente nella rabbia. Gli uomini del paese si organizzano in gruppi con l’intento di intraprendere una serrata caccia all’uomo mentre i loro cuori accecati si alimentano di paure e frustrazioni vecchie tanto quanto le loro proprietà agricole. E anche se la falsa accusa di stupro verrà ritirata, nulla muterà di fronte ad un destino già segnato, per nulla sibillino.

Al suo ultimo sforzo narrativo, Caldwell genera un romanzo dalla trama dolorosa e scarna nella quale a guidarci è un personaggio secondario, lo sceriffo Jeff McCourtain, che nella sua debolezza piena di pregiudizi oscilla tra due bestialità: quella scura di due giovani ragazzi di colore in fuga e quella chiara di una folla fermamente convinta che il loro paese appartenga ai bianchi e che nulla possa essere fatto per cambiare lo stato delle cose.

Scritto per denunciare la pratica del linciaggio, il romanzo ripercorre la cicatrice profonda propria di chi sa vivisezionare le forme di razzismo più crude senza eccessi patetici e senza trascurare le ombre altrettanto cave che precedono l’umanità come il cinismo e gli interessi politici. Emblematica, a questo proposito, è la scelta iniziale dello sceriffo che, pur di non perdere voti alle elezioni successive ostacolando la scelta di uccidere il presunto colpevole, decide di andare a pescare, come a dire che la vita di un uomo di colore vale tanto quanto un hobby qualsiasi.

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Ecco, Caldwell si fa rappresentante esattamente di questo: di un narrare sincopato e veloce nel quale i personaggi emergono da quel piattume autodistruttivo proprio delle terre americane del sud per farsi latori o di azioni e pensieri eccessivi o di un’apatia e indifferenza totali. Chi legge, dunque, non può che restare disorientato dal sonno di quella gente sommersa, un sonno della ragione che si sa, spesso genera mostri. Non sono ammessi sentimenti di alcun tipo, quì, nemmeno di fronte a chi pensa:

Molto meglio fare come ho appena detto. Impiccarne uno ogni tanto, in modo che gli altri non dimentichino qual è il loro posto. Cavolo, se non ci fossero più negri in questo paese, finirei per sentirne la mancanza. E poi, se mandassimo via i negri chi li farebbe certi lavori?”.

Questa storia la si legge astenendosi da qualsiasi giudizio, come se si leggesse la propria vita, la propria realtà, con le emarginazioni che ognuno di noi compie a danno di una parte di sé o dell’altro; quotidianamente, inconsapevolmente, forse. E nemmeno i tentativi di redenzione, come quelli intrapresi dai protagonisti bianchi nel libro, avranno fortuna perché in fondo, siamo un po’ tutti gente sommersa.

Luzia Ribeiro da Costa

[immagine presa da 4ever.eu]

La Peggiocrazia

A scuola, al lavoro nella tua vita quotidiana ti sembra di essere circondato da raccomandati e che le mediocrità domini tutto, o quasi, quello che ti circonda? Non preoccuparti non sei in un remake di “ La Notte dei morti viventi” di Romero, benvenuto in Italia! L’Unione Europea ha deciso di adottare il Social Index Progress (una classifica del benessere mondiale). Questo strumento statistico è curato da Michael Porter dell’Università di Harvard per misurare la qualità della vita in 133 Paesi del mondo. L’Italia si trova al 31° posto, pur essendo tra i primi dodici per Pil. Tra i parametri presi in considerazione vi sono : sanità, libertà politica e d’espressione, accesso all’educazione (e qui siamo bravi), più una serie di altre voci. I risultati? Gli italiani vivono più a lungo di tutti dopo i giapponesi, presentano un tasso di mortalità infantile molto basso e un’istruzione di base ottima. E allora che succede? Gli ambiti dolenti sono : corruzione, scarsa attenzione all’ambiente, criminalità percepita e obesità al di sopra della media europea. Un altro dato interessante è che alla domanda se ci si senta davvero padroni di decidere la propria vita solo il 61% degli italiani risponde affermativamente, così l’Italia scivola al 91° posto dopo Yemen, Mali, Nepal, Libia, luoghi, questi ultimi, segnati da una profonda povertà, ma dove forse le durezze dell’oggi alimentano le speranze per il domani, successe anche ai nostri padri e ai nostri nonni. Ma a noi oggi perché?

In Italia le cose non funzionano, c’è una diffusa indifferenza verso il bene comune che incoraggia corruzione e cinismo. Però gli italiani avrebbero, per propensione, una grande attenzione alla qualità della vita e dei rapporti che stiamo ormai perdendo anche a seguito di un crescente scetticismo nei confronti dell’onestà pubblica alimentato dagli scandali quotidiani.

Che cosa è successo? Possibile che in Italia ci siano più persone “negative” che da altre parti? Credo che la risposta vada invece cercata nelle modalità con cui si struttura la società, spesso per via consociativa, fatta da raccomandazioni e dove senza lo “sponsor” non fai strada. In sostanza il vero problema è aver eretto ai vertici della società italiana tanti, troppi, mediocri che ora tendono a replicare il sistema in un circolo vizioso difficile da spezzare.

Scrive bene Honoré de Balzac:

“La corruzione è l’arma della mediocrità”.

L’elettore con il suo voto  vorrebbe che l’eletto fosse non come lui, ma bensì meglio: più onesto e più competente. In Italia spesso i criteri di selezione dall’ambito politico a quello più generale della nostra classe dirigente è completamente starato.

“Ci si meraviglia, a torto, del successo della mediocrità. La mediocrità non è forte per ciò che è in sé, ma per le mediocrità che rappresenta, e in questo senso la sua potenza è formidabile. Più l’uomo di potere è meschino, più conviene a tutte le cose meschine. Paragonandosi a lui, ciascuno si domanda: «Perché non potrei arrivare a mia volta?» Egli non suscita alcuna gelosia: i cortigiani lo preferiscono perché possono disprezzarlo; i re se lo conservano come una manifestazione della loro onnipotenza. La mediocrità non solo ha tutti questi vantaggi per restare ben salda al suo posto, ma possiede anche un merito assai più grande: esclude dal potere la capacità. Il deputato degli sciocchi e degli imbecilli al ministero accarezza due passioni del cuore umano: l’ambizione e l’invidia.” 

François-René de Chateaubriand, Pensieri, riflessioni e massime.

Bisognerebbe aggiornare Nietzsche che teorizzava la morale dei signori, tipica delle persone forti. Bisognerebbe tradurre Persone Forti in Persone Competenti e persone Deboli in Persone Incompetenti. La competenza si può tradurre in capacità umana di godere della vita e di attuare il “bene” in terra che è però visto, all’altro capo della scala sociale, come un male. Le persone incompetenti infatti interpretano l’agire di quelle competenti come il male per eccellenza: la morale del gregge, quindi, è una morale di reazione guidata dal risentimento verso i nobili e potenti. L’attacco che gli incompetenti muovono al potere dominante consiste quindi nel rovesciare la scala dei valori e nel trasformare ciò che per i competenti è buono in qualcosa di moralmente cattivo e sbagliato. Per attuare questa rivoluzione dal basso è però necessario giustificare il ribaltamento in atto.

Il “buono” delle persone competenti è il “malvagio” degli incompetenti: il buono nell’accezione della competenza è un individuo puro di mente e di cuore, pervaso di salute, audace e gioioso. Queste caratteristiche sono viste dall’incompetente come orribili vizi. L’incompetente, invece, essendo impotente, a differenza del competente che ha il know how, la conoscenza, per guidare potenzialmente gli altri, apprezza quelle qualità che gli consentono di sopravvivere, ovvero l’apparente pazienza e umiltà. In realtà dietro a questo “buonismo” di facciata l’incompetente cova un odio profondo per il competente, ma non potendolo manifestare dal momento che non ha né le capacità né l’energia per opporsi al suo “nemico”, è costretto a trattenere dentro il sé il risentimento perdendo così l’amore per la vita.

Come supera l’incompetente il problema della sopraffazione del competente? Semplice. Se il competente è detentore della qualità egli si affiderà alla quantità per sconfiggerlo. La realtà è infatti un prodotto intersoggettivo. Ad esempio se mi chiudo in una stanza con 10 matti e tengo in mano un pennarello rosso che lo vedono verde allora quel pennarello, secondo la maggioranza, sarà verde. Questa dinamica sociale è meno astratta di quanto si pensi e nel mondo contemporaneo si declina ad esempio nella forma della disinformazione di massa per cui molte persone credono negli alieni che rapiscono le persone, fantasmi, magia e quanto altro. Ciò spiega anche il successo di trasmissioni quali “Mistero” regolarmente in onda su Italia 1 e trasmissioni di quel tipo. Oppure prendiamo il caso delle scie chimiche dove l’incompetenza crea una narrazione del mondo che finisce per ambire a sottomettere la Scienza, per fortuna la Comunità Scientifica rispetto ad altre realtà ha mantenuto un buon grado di certificazione e così si riesce ancora ad arginare il dilagare dell’incompetenza.

Una volta controvertito il sistema dato l’incompetente dilaga prendendo spazio a tutti i livelli della classe dirigente e giunto a quel punto replica l’incompetenza che quindi finisce per autoalimentarsi in sistema che diventa ormai inscalfibile per la persona competente.

L’incompetente ha tutto sommato gioco facile nella società contemporanea, se infatti non vi fareste mai operare al cuore (spero) da una persona che non sia un medico chirurgo per quanto riguarda altre realtà è più difficile riconoscere la persona competente. Se identificare un chirurgo è relativamente facile diventa difficile indentificare un buon politico o un buon comunicatore, da notare anche l’aggiunta del termine “buon” che segna anche la maggior ambiguità sussistente in queste due e molte altre figure.

Così nasce il regno della Peggiocrazia che non è qualcosa di astratto, ma tangibile nella nostra vita quotidiana, la Peggiocrazia ha pervaso l’Italia impedendo troppo spesso ogni tentativo di riequilibrare le cose.

Proprio perché la Peggiocrazia è oggi così diffusa, l’unico modo per provare ad arginarla è che le persone competenti non desistano nel loro piccolo, ogni giorno, ad abbassare il livello di Peggiocrazia che le circonda. Perché esattamente come nella dinamica Servo-Padrone ora che la Peggiocrazia è al potere troppo spesso sono le persone davvero competenti e di buona volontà a doversi sottomettere a un sistema perverso che finisce per corromperne la natura più genuina.

Matteo Montagner

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