La “fortuna” in Match Point: Woody Allen e Machiavelli a confronto

Il tema centrale della pellicola Match Point (2005) di Woody Allen è la fortuna: nel monologo iniziale una voce narrante fuori campo ci dice che gli uomini sono spaventati da quanto essa possa influire sulla nostra vita; un qualcosa di incontrollabile è capace di decidere l’esito delle nostre azioni, la nostra perdita e la nostra vittoria. Minuto dopo minuto, il film mostra perfettamente quanto poco a volte conti l’operato umano e con esso sia le sue buone azioni che quelle crudeli.

Il protagonista, infatti, pur reo di aver commesso omicidio ed adulterio, per una serie di eventi fortuiti riuscirà a continuare a vivere la sua vita dorata. Il match point nello sport è quel momento in cui si decide l’esito della partita: nel tennis la palla colpisce il nastro della rete e può andare nel lato avversario segnando punto oppure può rimbalzare indietro decretando la perdita. Tutto è incontrollato, tutto sfugge dalle nostre mani, che senso ha allora agire?

La visione di Woody Allen mi ha sempre colpita per il suo estremo realismo: è evidente che il regista pensi che non siamo noi a decidere l’esito delle nostre azioni, pur essendo liberi di agire. Esse non le definisce una divinità, ma semplicemente una serie di causa/effetto che non siamo noi a determinare. Il dramma è che noi siamo lasciati liberi nell’azione in un mondo che a volte in maniera incontrollata ribalta tutto ciò che abbiamo creato o inaspettatamente volge il futuro in nostro favore. Nel momento in cui riusciamo a capirlo abbiamo afferrato cosa sia realmente la vita: una serie di cause ed effetti inevitabile, fortuita, sconosciuta, che solo in parte siamo capaci di gestire. Accettare questo vuol dire accettare che la fortuna, questa entità mistica, governi la vita in qualche modo con noi e che forse abbia anche più potere. Ecco il dramma: l’essere umano è semplicemente frutto di una serie di eventi che lo hanno determinato casualmente e continueranno a determinarlo.

Queste riflessioni mi riportano al capitolo XXV de Il Principe (1532) di Machiavelli in cui l’autore definisce la fortuna: essa è l’azione del caso che influisce solo su una parte delle vicende umane, perché una delle doti del Principe deve essere la virtù. Essa consisterà dunque nella capacità di prevenire determinate situazioni, ma anche nella capacità di adattarsi a situazioni nuove e diverse volgendole a proprio vantaggio. La fortuna di cui parla Machiavelli si discosta nettamente dalla concezione medievale di una fortuna intesa come destino predestinato da un Dio e quindi ineluttabile. Sembra, infatti, che nelle pagine di Machiavelli l’azione dell’uomo acquisti nuovamente valore, dia una certa speranza all’agire umano. È importante notare che Machiavelli rappresenta l’intellettuale rinascimentale che rivendica l’arbitrio dell’uomo nel mondo e non cita divinità alcuna che domini la vita, ma solo una casuale concatenazione di eventi che a volte si verifica e che bisogna essere in grado di governare.

Si può dire che Allen concordi con Machiavelli nell’asserire che non vi è divinità alcuna che governi il corso delle vicende umane dal momento che asserire una cosa del genere andrebbe incontro ad evidenti contraddizioni e sarebbe ingiustificabile; concorda anche nel definire la fortuna come pura azione del caso che dà vita ad eventi imprevedibili.

La cosa più importante da sottolineare è che il regista perde l’ottimismo machiavelliano aderendo ad una visione più materialistica e nichilistica della vita e delle azioni umane. Allen è figlio dell’età contemporanea, del nichilismo imperante e in quanto figlio della sua epoca è spinto a pensare che oramai non conta essere virtuosi o detenere buone qualità dell’animo quando tutto è ineluttabile. Gli esseri umani non sono sempre in grado di adattarsi a nuove situazioni, né tantomeno hanno uno sguardo così lungo da poterle prevenire. La verità è che le cose succedono: al di là di chi sia il protagonista della storia, la fortuna non si cura del nostro passato, dei nostri sforzi, ma la cruda realtà è che nella vita tutto accade e non ci resta che accorciarci le maniche e provare a reagire.

Se da un lato è vero che la vita è incontrollabile e questo ci è difficile da accettare, è vero anche, come afferma Allen, che disperarci per questo ci porta solo sulla strada più facile. La vera partita nella vita la si gioca solo con sé stessi: forse non si vince o non si perde del tutto, ma ci sono le nostre scelte, c’è la vita che accade giorno per giorno e non si può che accettarla così come si presenta a noi e fare della “fortuna il nostro talento”.

 

Francesca Peluso

 

[immagine tratta da un fermo immagine del film Match Point di Woody Allen]

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Elogio della casualità e dell’imperfezione: l’esempio dell’arte orientale

Narra la leggenda che al mondo siano esistiti soltanto quattro esemplari di yohen tenmoku, le ciotole per il tè di origine cinese che presentano un motivo a stelle nei toni del viola e del blu scuro, simili a una galassia. Attualmente si conosce l’esistenza di tre esemplari, tutti catalogati dal Giappone come tesoro nazionale: il motivo è che questo motivo “galassia” è il risultato dello yohen, la metamorfosi che avviene durante il processo di cottura della ceramica. Ecco allora che le ciotole sono in realtà ognuna diversa dall’altra anche se ugualmente uniche.

Chiunque si occupi d’arte cinese e giapponese, prima o poi deve confrontarsi con la ceramica, un’arte che in questo contesto geografico non è mai stata considerata “minore” o banalmente “decorativa” come in Europa. La raffinatezza degli oggetti, da saggiare con il tatto, la vista e l’udito, è tale da chiamare in gioco la sensibilità, la cultura e l’intelligenza di chi li incontra. I giapponesi, da sempre abilissimi ad acquisire, adattare e fare propri gli oggetti di importazione, assorbono dalla Cina un tipo di manifattura che chiamano appunto tenmoku e che pone l’enfasi sugli effetti ottenibili sulla vetrina (cioè sul “rivestimento”) e che non possono essere stabiliti a tavolino. Non è possibile, nemmeno per un ceramista esperto, controllare il processo di trasformazione durante la cottura, dunque quella delle “ciotole stellate” è di fatto una combinazione irripetibile: si stima possa essere una ogni decine di migliaia di esemplari posti a cottura. Un gioiello partorito dalla totale casualità.

Questi oggetti ceramici si rifanno a un ideale di bellezza estetica semplice e rigorosa tipica del buddhismo zen che ruota attorno al concetto di vacuità. Le ciotole utilizzate per il chanoyu (la cerimonia del tè) sono realizzate con la tecnica cosiddetta raku che prevede l’estrazione del materiale ceramico dal forno quando è ancora incandescente: in questo modo, un po’ come un dolce che se estratto troppo presto dal forno si sgonfia, la ceramica si raffredda molto velocemente e la vetrina prende forma in modo repentino, dunque in modo imperfetto. Saggiando con le dita e con le labbra la superficie del manufatto si percepiscono delle irregolarità, dei veri e propri “vuoti di materia” (segni, avvallamenti, strati e gocce di colore…) che contrariamente al nostro dolce non lievitato sono segni di eccellenza e motivo di ammirazione. In ugual maniera l’ambiente riduttivo (cioè privo di ossigeno) in cui vengono posti inizialmente i manufatti provoca anche un vuoto a livello cromatico che si diffonde sulla superficie dell’oggetto creando disegni, forme e linee del tutto casuali, un po’ come i motivi “galassia” delle yohen tenmoku. Ecco allora che nella cerimonia del tè le ciotole (come ogni altro componente del chanoyu, dalla sala fino ai rumori e ai gesti stessi che si compiono)1 diventano un’occasione per meditare sul concetto chiave della filosofia dello zen: il vuoto appunto. Il vuoto come esperienza estetica diventa veicolo di meditazione e più imperfetta è la ciotola, più il vuoto viene percepito, dunque più ci si avvicina a quello stato di illuminazione, inteso come non-attaccamento e come vivere nel qui ed ora, che costituiscono lo scopo della meditazione.

Altra ode all’imperfezione nella ceramica giapponese è la tecnica (ormai molto nota anche in Occidente) del kintsugi. Essa prevede la riparazione del vasellame ceramico rotto o crepato attraverso il versamento di metallo liquido con lo scopo di “ricucire” e rinsaldare le crepe. La fragilità del manufatto viene dunque esaltata, non nascosta, e lo si fa attraverso metalli preziosi come il rame, l’argento e l’oro, che danno all’oggetto “rotto” un valore economico addirittura maggiore. Il senso del kintsugi è quello di mostrare, attraverso l’esperienza estetica che si fa dell’oggetto, come l’esistenza sia segnata dallo scorrere del tempo, dalla transitorietà e dunque, di nuovo, dalla vacuità. Noi lo possiamo anche leggere come un elogio alla resilienza, come una accettazione e poi esaltazione della fragilità in quanto componente naturale del vivere e che può tramutarsi in motivo di forza.

L’oggetto ceramico dunque, sia quello ottenuto con la tecnica raku che riparato con il kintsugi, assume un carattere denominato sabi, termine che indica una qualità dell’oggetto data dalla semplicità e dalla manifestazione dell’essenza propria delle cose. A questo i giapponesi accostano il termine wabi, che indica l’esperienza estetica che si fa di un oggetto sabi (dunque essenziale) e in questo modo la locuzione wabi sabi è una delle modalità con cui in Giappone si può definire la bellezza: qualcosa di semplice, essenziale, naturale e dunque imperfetto, che ti fa sentire altrettanto semplice, essenziale, serenamente imperfetto, lontano da ogni attaccamento ma ben radicato nel qui ed ora, trascinato nello stato di grazia dato dalla vacuità.

Tutto questo anche con una piccola, banalissima ciotola da tè.

 

Giorgia Favero

 

NOTE

1. Per approfondire il rapporto tra la vacuità e il chanoyu (ma anche le altre discipline artistiche come il teatro no, l’ikebana e la calligrafia di china) si veda la preziosa e interessante pubblicazione di G. Pasqualotto, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente, Marsilio, Venezia 2001.

Causalità, Superstizione, Correlazione

La superstizione è una caratteristica di popoli antichi e tradizionali. È un dono ereditario che si trasmette di generazione in generazione e si sostanzia in un insieme di cose da fare e da non fare. Se si chiede il perché si faccia così invece che diversamente, la risposta è un semplice perché-di-sì. La psicologia del superstizioso meriterebbe di essere studiata a fondo; essa pare la ri-emergenza di una mentalità magica e pagana, assopita, ma non del tutto estirpata nonostante gli sforzi dal cristianesimo e dell’Illuminismo.

La forza sociale della superstizione non va sminuita, essa è capace di rovinare reputazioni e vite. Questa forza è tanto stupida che irrazionale e maliziosa. Di questa ci parla in forma letteraria Pirandello nella commedia La patente, in cui il protagonista Chiàrchiaro si è modellato nello stereotipo dello iettatore per soddisfare la pressione sociale che così lo vuole.

Ciò che ci interessa oggi però è una distinzione, che per quanto banale il superstizioso non è capace di tenere ferma e che può aiutarci forse a farci penetrare più a fondo nel suo mondo. La differenza tra causalità e correlazione è proprio ciò la cui ignoranza genera il pensiero superstizioso. Essa più o meno è la differenza che sussiste tra il rapporto tra due avvenimenti che si susseguono talvolta in concomitanza, e il rapporto tra due avvenimenti in cui il primo causa il secondo.

In un contesto di generale ignoranza come quello in cui da sempre l’uomo si trova e da cui cerca di smarcarsi, egli deve distinguere le volte in cui la concomitanza è semplice casualità e le volte il cui invece la concomitanza indica una connessione più pregnante e significativa: un rapporto di causalità. Per chi osserva non c’è nessun tipo di differenza tra i due casi, semplicemente ci si accorge di una contemporaneità di avvenimenti e si cerca di stabilire che tipo di relazione ci sia tra i due.

La superstizione entra in gioco proprio a questo punto, ossia quando ritengo che ci sia un rapporto causale tra due fatti solo casualmente concomitanti. Questo tipo di errore del pensiero è chiamato solitamente cum hoc ergo propter hoc, ossia “con ciò quindi a causa di ciò”.

Certo questa spiegazione lascia insoddisfatti perché si limita a indicare cosa di fatto succede quando qualcuno si lascia andare alla superstizione e non ci dice nulla sul viscerale bisogno umano di cedere in qualche modo ad essa. Il tentativo di eliminare l’angoscia dell’ignoranza attraverso comprensioni azzardate (e spesso scorrette) di ciò che ci circonda sembra essere una costante propria del comportamento umano. Infatti il nesso causale è in un certo senso molto più rassicurante di una semplice coincidenza. Attraverso la conoscenza del nesso causale io so perché qualcosa è successo, so come farlo accadere di nuovo e come evitarlo, in breve mi illudo di controllarlo. Un’altra spiegazione potrebbe essere da trovarsi nel procedere schematico del pensiero umano, per cui esso cerca di leggere l’ignoto attraverso le categorie del noto. Queste potrebbero essere chiavi di lettura del comportamento superstizioso.

Tuttavia entrambe ci sembrano incomplete; da ultimo riteniamo che la superstizione sia uno di quei fenomeni la cui spiegazione richiede di osservare il fondo opaco dell’umanità e che quindi la sua completa decifrazione sia ancora lontana dall’essere raggiunta.

 

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Come liberarsi dalla casualità: riflessioni circa il rapporto tra caso e merito

Ci sono eventi che bussano alla nostra porta inaspettatamente. Occasioni di lavoro da cogliere al volo, opportunità di studio da accettare, senza pensarci.

Trattasi di eventi che, in un modo o nell’altro, lasciano un segno nelle nostre vite spingendoci nella direzione di un cambiamento.

Talvolta, però, si resta paralizzati in un non-senso statico, privo di punti di svolta.

“È destino”- ci ripetiamo. “Non doveva andare così”. Mentre tutto si annulla, ci rinchiudiamo in un’alienazione che annienta, lasciandoci sfuggire quelle energie che, al posto di spingerci verso il basso, potrebbero farci risalire per creare il nostro universo creativo.

Il potere della casualità sembra pertanto eliminare ogni occasione di libertà, nonché contraddire la natura intrinseca dell’essere umano, espressa infatti nei termini di persona libera.

Al fine di poter dare a ciascuno la possibilità di esprimere le proprie capacità, indipendentemente dalle fortune che il caso potrebbe offrire ad ognuno di noi, il filosofo inglese John Rawls ha introdotto un “velo di ignoranza” avente le scopo di nascondere quelle differenze di tipo economico e sociale che comprometterebbero la costituzione di una società di individui eguali e liberi. Pertanto, solo una volta assicurati a ciascuno gli stessi diritti e le stesse libertà, le differenze sociali potrebbero diventare manifeste;  ciò al fine di concretizzare una corretta politica di redistribuzione delle ricchezze, assicurando ad ogni uomo la possibilità di beneficiare dei beni sufficienti per la sopravvivenza, nonché per il proprio sviluppo personale.

In assenza di risorse sufficienti di base, dunque, lo stesso principio di merito non potrebbe essere garantito in maniera egualitaria: le persone meritevoli sarebbero coloro le quali avrebbero avuto la fortuna – casuale– di nascere e di crescere in una circostanza sociale, culturale ed economica più favorevole.

Al fine di impedire la limitazione della libertà individuale, il sociologo ed economista Amartya Sen ha proposto una teoria delle capabilities, ovvero delle capacità, avente lo scopo di restituire la dignità a ciascun essere umano, attraverso una nuova politica economica fondata sulla possibilità offerta a ciascuno di attualizzare il proprio progetto di vita. Ciò in funzione di un dialogo tra le opportunità e le libertà di ogni individuo da un lato, e le risorse fisicamente esperibili, dall’altro.

Essere meritevoli, pertanto, significa riuscire, nel nostro piccolo, a seminare le opportunità che la vita ci offre, al fine di poter coltivare quell’orticello personale impastato di libertà che ci permette di essere noi stessi, indipendentemente da ciò di cui il “destino” ci rende destinatari, per così dire, casualmente.

 Sara Roggi

Articolo scritto in occasione del primo incontro ‘Caso/merito’ della rassegna ‘Tra realtà e illusione’ promosso dall’Associazione Zona Franca