COVID-19: cosa lascia delle nostre case?

Tra il XIV e il XV secolo, come diretta conseguenza delle drammatiche epidemie di peste che afflissero l’Europa, a Venezia vennero istituiti i primi provvedimenti volti a ridurre le possibilità di contagio nei territori della Repubblica1. Fu nello stesso periodo che nacque il primo lazzaretto, edificato sull’isola di Santa Maria di Nazareth (poi Lazzaretto Vecchio), un luogo in cui confinare persone, merci, animali sospetti per quaranta giorni, in una forma di isolamento forzato preventivo, detto, per l’appunto, quarantena. Attuando una curiosa simmetria, le misure introdotte dai diversi Dpcm dall’8 marzo in poi in merito all’emergenza COVID-192 ci costringono (giustamente) a domicilio per una trentina di giorni: il lazzaretto, in un certo senso, è oggi casa nostra.

La Cina ha comunicato al mondo di aver superato il picco dell’epidemia e rimbalza su alcune testate giornalistiche la notizia per cui al termine della quarantena, in una città cinese, si sarebbe registrato un insolito picco di divorzi3. Non voglio entrare nel merito della questione (pur reputandola quantomeno interessante), ma l’idea di rimanere chiuso tra le mura domestiche mi ha portato a riflettere sul ruolo della casa nella nostra vita, sul rapporto tra questi due luoghi dell’anima e sui nuovi equilibri che, proprio in ragione dell’attuale pandemia, verranno almeno momentaneamente a configurarsi.

In questi giorni in cui muri e barriere vengono eretti dove prima avevamo libero passaggio, il concetto di vita diventa improvvisamente centrale e il concetto di fine vita non riguarda più solo gli ospedali e le cure palliative, ma entra con forza nelle nostre case, nei nostri moderni lazzaretti, accompagnato dai bollettini di guerra e dalle nostre paure. Durante questa guerra, COVID-19 ci dimostra quanto siamo fragili, quanto fragile è il mondo che abbiamo costruito e quanto più dimostra di esserlo quello virtuale, perché nei reparti degli ospedali non un solo modesto abbraccio potrebbe arrivare con il 5G, nelle terapie intensive in cui oggi si muore isolati, lontani da casa, dalla propria vita.

Ci troviamo in contumacia, piegati alle (e dalle) regole della medicina preventiva, la medicina dei calcoli probabilistici e delle costanti, sopraffatti dall’impotenza causata da un virus, un organismo del mondo invisibile, decine di migliaia di volte più piccolo di quanto noi riusciamo a vedere ad occhio nudo, di quanto riusciamo a percepire come reale. Al riparo nelle nostre case, ci rendiamo conto di quanto possa essere rapido perdere anche quei diritti che, nel nostro occidente, diamo per intangibili: il diritto alla vita, alla libertà personale, al lavoro. Siamo spogliati di tutto questo e, forse, resi l’un l’altro più simili.

Nell’emergenza siamo costretti a riflettere su noi stessi, sulle nostre posizioni politiche e sociali, sul mondo che stiamo costruendo, osservando come sia facile passare dal respingere all’essere respinti, dalle discussioni dei vaccini nei salotti televisivi a cercarne disperatamente uno, dalle percentuali di una manovra economica alla realtà di un sistema sanitario depauperato ed esausto.

COVID-19 ha acceso una luce all’interno delle nostre case. Ha sollevato i nostri tappeti e frugato nell’intimità dei nostri cassetti. E quindi, forse, quella che poteva sembrare una piccola crepa, adesso che è illuminata si mostra nella sua interezza. Ed è tale nuova consapevolezza che, nostro malgrado, scuote la nostra vita alle fondamenta, svuotando la nostra casa delle certezze degli affetti, della libertà e del lavoro, esponendola al duro confronto con ogni crepa che sino ad ora abbiamo potuto ignorare.

È chiaro che lavar(sene) le mani non è più sufficiente, ci ricordiamo che “siamo tutti contingenti”, come era solita ripetere la professoressa di Filosofia del Liceo, ma è proprio tale condizione che ci consente di riflettere su una ulteriore emergenza, che riguarda quanto conosciamo la nostra casa, intesa anche come casa della collettività, come vogliamo ripararla e come ne immaginiamo il futuro.

 

Lorenzo Spadotto

Medico Chirurgo, sono laureato in Medicina e Chirurgia e per la maggior parte del mio tempo lotto costantemente per avere più tempo a disposizione per nuovi progetti e nuove sfide. Svolgo correntemente la professione medica presso diverse strutture in cui mi occupo di medicina generale e medicina estetica. Mi occupo per passione di formazione in campo medico per sanitari e non sanitari. Ho un archivio pieno di idee non realizzate, ma tutte mi hanno insegnato qualcosa.

 

NOTE
1. “Lo spavento fu tale che, per paura del contagio, il padre non voleva andare dal figlio né il figlio dal padre, ma si fece l’impossibile per frenare l’epidemia”, A. ZORZI, La Repubblica del Leone, Storia di Venezia, Bompiani, 2016, p.177.
2. COVID19 = coronavirus disease 2019; SARS-CoV-2 =Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2

3. Chinese city experiencing a divorce peak as a repercussion of COVID-19, Global Times, 7 marzo 2020.

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Una parola per voi: focolare. Dicembre 2018

La parola per voi scelta per questo mese di dicembre è “focolare”. Lo stato d’animo attorno al quale ruoteranno i libri, le opere d’arte, i film e le canzoni selezionati per voi, è tratto da una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti intitolata “Natale”.


Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Ungaretti scrisse questa poesia durante il periodo natalizio del 1916, mentre trascorreva la sua licenza di guerra presso un suo caro amico a Napoli. Sorvolando lo stato d’animo malinconico del poeta, che non ha né voglia né forza di festeggiare il Natale col sorriso sulle labbra dopo aver vissuto le atrocità della guerra, approfondiremo le ultime due strofe, in particolare la parola “focolare” che chiude la poesia: «Qui/non si sente/altro/che il caldo buono/Sto/con le quattro/capriole/di fumo/del focolare». Questo, per molti di noi, è il vero significato del Natale, ciò che dà un senso a questa festività in origine pagana, diventata poi la “regina” delle festività cristiane. Per quanto la vita possa risultare amara, in quella che riconosciamo come “casa” (che sia la nostra, quella della nostra famiglia d’origine, quella d’un parente o d’un amico) percepiamo un “calore buono”, benevolo, rassicurante, capace di lenire le nostre ferite e fornirci una tregua. Ci troviamo attorno a un focolare (anche metaforico) che emana un fumo allegro, speziato, profumato di gioie, amore e affetto, un fumo che il poeta descrive con quelle parole, “quattro capriole”, per indicarci che purtroppo, come la vita, come ogni felicità, è qualcosa di effimero, destinato a passare. Ma adesso quel calore pregno di buoni sentimenti e speranze è qui, lo possiamo tenere stretto a noi, interiorizzarlo nella nostra anima, farci cullare da esso, in questo nuovo Natale alle porte.

Ecco la nostra selezione, in linea con la parola del mese:

 

UN LIBRO

paula-chiave-di-sophiaPaula  Isabel Allende

L’ambientazione è diversa dal classico quadretto familiare i cui membri siedono dinanzi ad un camino ascoltando le storie dei vecchi. L’ospedale in cui Paula viene ricoverata per una grave malattia è il capezzale dove la madre Isabel si reca creando magicamente un focolare intimo, fatto di storie di dolore, esilaranti e di speranza. Un fuoco narrativo a cui Isabel dà origine per distrarre la morte, per allontanarla un poco dal profondo stato di coma in cui versa Paula. Un fuoco evocatore della sua intera famiglia affinché circondi Paula e l’aiuti a non perdersi lungo il confine della vita.

UN LIBRO JUNIOR

il caso del dolce di natale chiave di sophiaIl caso del dolce di natale (e altre storie) – Agatha Christie

Prendete un investigatore. Aggiungete un Natale in campagna. Metteteci un principe e un rubino rubato. Glassate con un gioco all’omicidio, e servite fumante. Cosa convincerà Poirot a lasciare il solitario, ma comodo, caminetto (a gas!) di casa, per indagare anche a Natale? Riuscirà a risolvere il caso, e soprattutto: capirà qual è il vero spirito del Natale? Una raccolta di sei imprevedibili racconti, frutto di una penna geniale che, dietro la semplicità stilistica, nasconde cura dei dettagli e volontà di stupire: una miscela perfetta di suspence e linearità. Adatto dai 12 anni in su.

UN FILM

il-cacciatore-chiave-di-sophiaIl cacciatore  Michael Cimino

Il Cacciatore è considerato uno dei capolavori del genere cinematografico di guerra, seppur ne parli poco. Come Ungaretti si trova di fronte a contrasto emotivo, rappresentato dalla condizione abietta dei ricordi di guerra in contemporanea all’arrivo del Natale, così nel film i protagonisti appena rientrati dal Vietnam si presentano deboli e speranzosi di poter ritrovare un loro proprio equilibrio. Focolare non è solo casa e famiglia, ma anche comunità. Una comunità che deve essere in grado di favorire la ricerca del proprio posto nel mondo. Purtroppo, non tutti i protagonisti del film riescono a trovare il loro, tant’è vero che alcuni perderanno se stessi. Per Ungaretti la soluzione furono le quattro capriole di fumo; in questo film invece è l’amicizia.

UNA CANZONE

chiave-di-sophia-tiromancinoImmagini che lasciano il segno  Tiromancino

Se la parola “focolare” rimanda all’insieme di relazioni ed affetti che compongono quella che riconosciamo come “casa” (ovunque essa sia e in qualsiasi forma essa si proponga), questa canzone del 2014 può fare da sottofondo a un momento di scambio e condivisione tra genitori e figli. Scritta e interpretata da Federico Zampaglione, la canzone è una dedica alla figlia Linda, diventata “la ragione che lo muove, l’essenza della sua esistenza, la sua motivazione”. Una canzone dalla sonorità sempre fresca, che propone agli ascoltatori una piacevole presa di coscienza da parte del cantante riguardo l’importanza che la figlia ha per la sua vita.

UN’OPERA D’ARTE

lecture de la bible chiave di sophia focolareLa lecture de la Bible – Jean-Baptiste Greuze (1755)

Il concetto di focolare viene sempre associato a situazioni e ambienti che riuniscono un gruppo intimo di persone in un contesto di calore materiale o figurato. Esso viene così a identificarsi come momento di condivisione e di unione, spesso inteso in ambito familiare. Quello che viene raffigurato nel dipinto dell’artista francese Greuze è proprio uno di questi momenti, vale a dire quello in cui il padre di famiglia, circondato da moglie e figli al completo, siede a un tavolo per leggere un passo della Bibbia. La scena, di efficace realismo, si svolge all’interno di una casa scarsamente arredata, dove la crudezza dei muri freddi sembra farla da padrona. Tuttavia il forte senso di calore, abilmente trasmesso dal pittore mediante l’uso di tonalità calde, emerge dallo stretto legame affettivo esistente tra i familiari: un legame sacro quanto le parole pronunciate dal pater familias chino sopra la sua Bibbia, verso il quale i volti attenti dei figli manifestano un senso di profondo rispetto.

 

Appuntamento al prossimo mese, con la prossima parola!

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, David Casagrande, Simone Pederzolli, Federica Bonisiol, Luca Sperandio

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Ritornare a casa

Agosto è il mese per eccellenza delle ferie del periodo estivo, proprio in questi giorni vi state forse apprestando a fare rientro a casa. Casa, un termine inflazionato, che fa parte in maniera intuitiva della vita di tutti i giorni, così dato per scontato e tutto sommato banale da rendere ogni spiegazione ulteriore superflua.

L’Italia è un Paese fortemente legato alla dimensione abitativa, siamo infatti tra i maggiori possessori di casa in Europa, se pensiamo anche al linguaggio comune “la casa” è quasi sempre presentata preceduta da un articolo determinativo a sottolineare l’importanza di questa dimensione di affetti, in tanti altri paesi invece non c’è un legame affettivo con appunto “una” casa.

Ma da dove viene questo termine?

Partiamo dall’inizio, il prefisso bet in ebraico significa casa, come la seconda lettera dell’alfabeto. La sua forma grafica (ב) suggerisce intuitivamente la dimensione di un riparo chiuso su tre lati, ma con lato aperto, cioè la porta che si apre sul mondo e mette quello spazio chiuso in relazione con l’esterno. La casa ha due funzioni: accogliere e custodire. C’è chi come Annik De Souze si è spinto a dire che la casa è in un qualche modo “simbolo del femminile”. La casa è quindi strutturalmente aperta a una relazione con il mondo, come del resto la lettera bet ha un lato aperto che mette in contatto il dentro e il fuori, come una soglia da varcare, un andare e venire. E così dovrebbe essere la casa, non un luogo in cui ci si esclude dal mondo e dalla vita, ma un posto sicuro e amorevole dove si elabora una esistenza piena e ricca nella relazione tra sé e gli altri. Quella quarta parete aperta sembra, come canta una celebre canzone, il “cielo in una stanza”. Non si può abitare creativamente il mondo se non sei ben inserito nel cortile di casa e, al tempo stesso, non mantieni le porte e le finestre aperte ai grandi cambiamenti della vita collettiva.

Casa nel linguaggio biblico ha un doppio significato: indica l’edificio dove si abita e l’insieme delle persone che lo abitano, quindi la comunità di riferimento. Il Profeta Natan dice a Re Davide che non sarà lui a costruire una casa al Signore, ma sarà il Signore che gli farà una casa, generazione dopo generazione (2 Sam 7).

L’idea che sottende il testo biblico è quella non solo di far crescere demograficamente un determinato gruppo umano, al fine di garantirsi al suo interno protezione e mutuo soccorso, ma anche per fare “casa” insieme, cioè abitare la vita insieme, per “stare con” all’interno di una comunità. Stare con la persona amata o con l’amico sono esperienze che da sole dovrebbero bastare a riscattare le giornate più negative, i momenti vuoti o portatori di amarezze. La cultura giudaico-cristiana, dalla quale tutto il mondo occidentale è fortemente influenzato, è impregnata da questa dimensione abitativa della casa e quindi se pensiamo al prefisso ebraico che significa “casa” abbiamo: Betsaida (“casa della pesca”), Betlemme (“casa del pane”), Betania (“casa di povertà o di afflizione”), Betfage (casa dei fichi).

Questo motivo ritorna anche nel Nuovo Testamento: «ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,14-15), ma solo dopo l’esperienza di aver fatto casa insieme, dopo la costruzione di legami che sono l’essenza della natura umana, e quindi i discepoli sono mandati a predicare senza beni materiali, ma non senza dei compagni. La casa come forza della comunità è quel bastone per appoggiarvi la stanchezza dell’esistenza, un amico per trovare conforto ai propri sentimenti quando si è troppo gravati da esperienze traumatiche o che ci hanno ferito, quindi non solo casa come infrastruttura materiale, ma casa come comunità di mutuo soccorso e reciproco aiuto.

Infatti si fa riferimento alla “casa comune” quando si vuole rappresentare una città, una regione o l’intera nazione, ma anche il proprio quartiere, la strada o anche solo il condominio in cui si abita.

Aprire la propria casa a qualcuno, accoglierlo, significa farlo entrare nella dimensione di coloro che sono stati con noi, in quella casa senza pareti che è la dimensione dell’esperienza e della vita. Abilitiamo qualcuno facendolo accedere al luogo dove passiamo gran parte del nostro tempo, dove dormiamo, dove abbiamo condiviso gioie e dolori, lacrime e abbracci, che forse non corrisponde sempre alle nostre aspettative, ma comunque ci stima o ci ama molto se ha deciso di seguirci fino a quella soglia.

La nostra epoca ha finito per dimenticare da dove vengono le sue parole finendo per usarle in maniera confusa, abbiamo ridotto la dimensione della casa a qualcosa di relegato al mercato immobiliare, quasi sempre se una persona giovane pensa a casa pensa a come potersela permettere, pensa a come accedere ad un mutuo, non pensa a una dimensione di comunità e di solidarietà tra pari.

Confido invece che riscoprire le nostre parole, le parole da cui veniamo, con un metodo genealogico che ci ha ben indicato Nietzsche, ci aiuti anche a essere più consapevoli di noi stessi, di questa esperienza che chiamiamo vita, e magari aver riscoperto il concetto di “casa” ci aiuterà un po’ a fare rientro dalle ferie pensando che le relazioni e i legami che abbiamo stretto durante queste vacanze estive vengono con noi perché ormai fanno già parte della nostra casa, una dimensione che va oltre le quattro mura di mattoni, e che ci accompagna sempre anche quando ci sentiamo soli.

Matteo Montagner

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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L’Italia è un’invenzione

All’anagrafe: Italia, anni centocinquantasei, faticosamente impastata lungo il tortuoso Ottocento, incastonata tra moti, cospirazioni e un “Quarantotto” sulle spalle; n° di spedizioni con mille uomini: una, n° di re: quattro in rima alternata Vittorio Emanuele – Umberto – Vittorio Emanuele – Umberto, di cui uno morto per febbre, uno ucciso, uno abdicato, uno esiliato per cessazione di attività monarchica su suolo patrio; perdite: «due guerre mondiali, un impero coloniale, otto campionati mondiali di calcio consecutivi» (cit. rag. Ugo Fantozzi). Prima repubblica “era tutto un magna magna”, seconda repubblica “è tutto un magna magna”, la terza ancora deve nascere ma non parte molto avvantaggiata.

Amata dai turisti che cantano O’ sole mio a Venezia, odiata dagli autoctoni solo in occasioni precise che non devono coincidere con le partite della nazionale di calcio, rugby, pallanuoto, bocce, freccette, pesca, con le manifestazioni di orgoglio etnico e di presunta supremazia sulle altrui culture, in pratica odiata solo durante il suo compleanno, durante il compleanno del suo vessillo tricolorato e sporadicamente quando qualcuno o qualcosa pretende la propria indipendenza.

“Si stava meglio sotto il doge” ha la stessa valenza di “Si stava meglio sotto Vespasiano”, in entrambi i casi alzi la mano chi se lo ricorda: nessuno? Ma proprio nessuno? Addio al record di persona più longeva in assoluto, mi avete illuso.

Cos’è l’Italia, cosa sono gli italiani? Le divisioni ci sono, le mentalità sono diverse e possono cambiare da Bolzano a Siracusa (millecinquecento km, n.d.r.), cambiano le storie, le origini di ogni piccola landa. Paese di campanili, campanilismi, campanari – fra’ Martino spostati che ci siamo noi –, non è solo una questione nord-sud, non è solo Milano contro Napoli, ma Pisa contro Livorno, Legnano contro Busto Arsizio, persino le diverse contrade di una stessa città come Siena possono ritrovarsi goliardicamente o meno l’una contro l’altra. Gli italiani mal sopportano il proprio vicino di casa, che sia dirimpettaio, confinante o condomino, poco importa: è genetico, è storico.
Cambiando l’ordine di frazionamento in unità più piccole, la filosofia di base non cambia.

“L’Italia è un’invenzione, una semplice espressione geografica, un artefatto di pochi (cit. diverse persone che oggi sono storici di professione, domani saranno allenatori, o burocrati, o esperti in medicina, o nutrizionisti o costituzionalisti… dei jolly insomma), cosa c’è di vero nel disincanto delle nostre radici? Potremmo parlare per ore della lunga e travagliata vita che ha attraversato i secoli a cavallo della nostra penisola, un intreccio di civiltà mescolate più volte con ingredienti giunti da lontano, ma la parola nazione intesa con il significato odierno, la troviamo solo dopo l’assolutismo, ed è un fatto europeo, non unicamente italiano.

Le nazioni sono state inventate? Certamente, l’Italia è un’invenzione, così come la Francia, la Germania, la Spagna, la Catalogna, il Regno delle Due Sicilie, la Repubblica di Venezia; sono invenzioni anche i nomi delle città, sono invenzioni le tradizioni, i culti, gli idiomi, i proverbi, i riti, le liturgie. Tralasciando l’ambiente, le conformazioni geologiche e per certi versi il clima, è difficile non inciampare in qualcosa inventato dall’uomo con lo scopo di legittimare la propria appartenenza al mondo o cementare i legami con altri uomini: animali sociali ma poco socievoli.
Verrebbe da dire che ci associamo con lo scopo di detestarci e tutto volgerebbe nel pessimismo fatalista – artificiale anch’esso – che poniamo sopra di noi in un conglomerato astratto manovratore dei nostri destini.

Posso dire di aver visto l’Italia da lontano, storicamente e geograficamente.
Esisteva in un sogno nato tra i giovanissimi dopo aver letto la Divina Commedia oppure I promessi sposi, dopo aver ascoltato il Nabucco con il famoso Va, pensiero, opere capaci di accrescere, attraverso i complessi meccanismi della suggestione, il sentimento che diede vita al Risorgimento.
Dall’altra parte del mondo ho capito che l’Italia, con tutte le sue differenze, sembrava molto casa mia. Cambiare città come cambiare stanza, in ogni luogo facce amiche, una lingua alla base che sfuma in accenti e dialetti da ascoltare lentamente per comprenderli più facilmente.

Non è poi così male questa invenzione piena di difetti, con una Storia certamente da rivedere, con pagine ancora bianche o cancellate, contraddizioni a non finire, con un popolo che se spendesse meno energie per la pigrizia culturale, per la troppa rivalità malata figlia più del pregiudizio che dell’esperienza, avrebbe di che vantarsi entro i suoi confini.

Alessandro Basso