Etica aziendale: un ossimoro o una possibilità concreta?

Etica aziendale sembra a molti un ossimoro, l’accostamento di due concetti incompatibili. Il mondo del business viene infatti percepito per lo più come una realtà in cui non c’è spazio per principi etici ma bisogna inchinarsi al dio denaro e massimizzare i profitti a tutti i costi. «L’unico modo per mantenere la propria integrità in una guerra ingiusta è disobbedire agli ordini o disertare»: così il filosofo Joseph Heath riassume la diffusa sfiducia nei confronti della moralità del business: solo restando fuori dal mondo aziendale si può conservare la propria integrità, poiché una volta all’interno se ne accettano le regole e l’intrinseca amoralità.

Lo scetticismo nei confronti di un’etica aziendale affonda le sue radici nella teoria liberista, che ha lungamente predicato l’indipendenza della sfera economica da interessi sociali, politici e morali. “The business of business is business” è la lapidaria sentenza con la quale il premio Nobel per l’economia Milton Friedman sintetizzava il proprio pensiero in un famoso e discusso articolo del 1970, il cui titolo è già emblematico: The social responsability of business is to increase his profit. Dal momento che l’economia è una sfera autonoma, l’uomo d’azienda è giustificato a interessarsi solo della massimizzazione dei profitti, rispettando la legge ma senza porsi ulteriori scrupoli morali e soprattutto senza dover valutare se le proprie azioni agiranno a favore o contro l’interesse e il benessere della società.

Oggi una posizione così radicale viene per lo più rifiutata dalle aziende, che sembrano aver compreso che dal loro crescente potere derivano implicazioni etiche e responsabilità sociali. La responsabilità sociale di impresa (spesso citata in inglese come Corporate Social Responsability) è infatti un concetto oggi largamente diffuso, tanto che anche l’Unione Europea nelle proprie linee guida ha evidenziato che un’impresa non si deve limitare a rispettare la legge, bensì deve porsi l’obiettivo di “integrare preoccupazioni sociali, ambientali, etiche e riguardanti i diritti umani nelle proprie strategie e operazioni aziendali”.

Un altro concetto sempre più diffuso, che rende evidente la volontà delle imprese di assumersi responsabilità nuove rispetto al passato, è quello di Corporate Citizenship. Il termine, traducibile come cittadinanza aziendale, paragona le aziende a dei normali cittadini, per mostrare come esse siano parte integrante della società. Come ogni cittadino, anche l’azienda non può prescindere dal contesto in cui agisce ed è perciò giustificata ad inseguire il profitto solo quando ciò non danneggia la comunità e l’ambiente nella quale opera.
Tuttavia non tutti sono convinti che questi recenti sviluppi siano davvero volti al benessere sociale. Molti temono che l’assunzione di nuove responsabilità non sia che una tecnica di window dressing, un modo cioè attraverso cui le aziende “decorano la vetrina”, migliorano la propria immagine pubblica al solo scopo di vendere di più, senza alcuna intenzione di cambiare in profondità le proprie politiche.

Un’altra paura è che il crescente interesse delle imprese a temi non strettamente economici non sia affatto volto ad incrementare il benessere sociale, bensì sia mirato a estendere i propri tentacoli anche in campo politico, così da controllare sempre più strettamente la società. Riprendendo una critica dello stesso Friedman ci si può infatti chiedere con quale legittimazione gli uomini d’azienda si occupano di temi sociali, dal momento che essi non sono stati eletti attraverso processi democratici. Dietro l’atteggiamento benevolo di chi vuole prendersi cura della società, non si nasconde forse il volto violento di che intende controllarla? Il filosofo americano Noam Chomsky ad esempio non si fida della trasformazione della aziende in cittadini collettivi e suggerisce di andare nella direzione opposta, ossia aumentare il controllo dello Stato sulle pratiche aziendale e distruggere le grandi multinazionali, la cui accumulazione di potere mina ormai l’autorità degli Stati nazionali.
I dubbi sulla possibilità e l’autenticità di un’etica aziendale sembrano insomma ricondursi ad una domanda più radicale: il capitalismo può essere un sistema etico?

 

Lorenzo Gineprini

 

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Cocaina e capitalismo

Esiste ormai un’ampia letteratura a dimostrazione del fatto che la cocaina sia uno dei principali business mondiali. Tuttavia alcuni dettagli sembrano sfuggire riguardo il perché sia proprio la cocaina ad essere diffusa e utilizzata praticamente in ogni strato sociale e ad ogni latitudine. Proprio questi dettagli suggeriscono però che a partire dalle sostanze di cui ci serviamo, possiamo capire meglio il tipo di società in cui viviamo.

Un abile studioso, nonché sperimentatore in prima persona della cocaina, è stato Sigmund Freud, che ci ha lasciato un breve ma preciso resoconto di cosa la sia cocaina e di come interagisca con le capacità psico-fisiche di chi la utilizza.

Nelle sue varie prove Freud ci riporta che a seguito dell’assunzione della sostanza si prova «un aumento dell’autocontrollo e ci si sente più vigorosi e dotati di un’aumentata capacità di lavoro», effetti dati dalla «scomparsa di quegli elementi che in uno stato di benessere generale sono responsabili della depressione»1. Questo comporta la possibilità che «un protratto e intenso lavoro, mentale e fisico che sia, può essere compiuto senza che appaia alcuna sensazione di stanchezza» e che «il bisogno di cibo e di sonno […] fosse completamente eliminato»2.

Supportato anche dagli esempi di sfruttamento minerario delle popolazioni amazzoniche da parte degli occidentali in epoca moderna attraverso la cocaina, Freud ne mostra l’apporto al corpo e alla mente di chi la usa un surplus energetico notevole. L’aspetto interessante di queste osservazioni, comunque risapute, sta nel fatto che questi progressi fisici che la cocaina comporta si sposano benissimo con il modello sociale che da qualche secolo viviamo, quello capitalistico, appunto. Le prestanza fisica e l’assenza della sensazione di fatica comportano infatti la possibilità di un lavoro più duraturo nel corso delle ore e più stabile nei suoi obiettivi. In questo modo, nel caso ad esempio del lavoro fisico, è possibile portare carichi che normalmente non si porterebbero, non sentire il peso del sonno o della variazione di umore, velocizzare gli spostamenti, garantendo una prestazione lavorativa assolutamente razionale ed ergonomica. Lo stesso vale per i lavori meno manuali, che vedono un incremento della concentrazione e un perseguimento assiduo dell’obiettivo da raggiungere.

I fondamentali scopi capitalistici come l’accumulo e l’utilizzo delle risorse e la minimizzazione di tempi ed energie sprecate per il lavoro, sono dunque garantite e massimizzate dal cocainomane al lavoro (come già era stato intuito presso le popolazioni sudamericane da cui la coca proviene). Il modo in cui iniziò ad essere utilizzata allora, per razionalizzare il lavoro in miniera, e il modo in cui viene usata oggi, suggeriscono anzi che la cocaina assume senso solo all’interno della logica del lavoro.

Ma di riflesso, anche la dimensione extra-lavorativa è investita dal potere di tale sostanza o quantomeno dall’atteggiamento cocainomane (alta concentrazione nell’obiettivo, massimizzazione della capacità fisica, ecc). Non è un caso che anche nei luoghi del divertimento e nei momenti di svago questa sostanza sia usata per gli stessi motivi. Se buona parte della vita è assorbita dal lavoro e da richieste di prestazioni sempre più elevate, cioè da contesti in cui deve vigere al meglio la logica razionale e di efficienza, si sentirà in modo maggiore la necessità che il tempo restante venga effettivamente e sicuramente ben speso nelle attività ricreative. Questa garanzia, o concentrazione nell’obiettivo opposto a quello lavorativo, ribalta semplicemente lo scopo ma non la logica: come si cerca l’efficienza nel lavoro, si cerca l’efficienza dell’obiettivo ‘svago’. Che viene, sempre grazie alla cocaina, intensificato al limite per trarne il massimo del vantaggio, del godimento, dell’estraneazione, della prestazione. Lo scopo, in entrambi i casi, è sempre ‘il massimo’.

L’economia, che giustamente persegue l’obiettivo di massima capacità di raccolta e sfruttamento di risorse ed energie, si trova conforme negli scopi e nelle capacità che la cocaina offre. Per questo, e non per caso, è proprio questa sostanza a divenire il perfetto alter ego del nostro tempo. Solo per questo è vero che, come ricorda Roberto Saviano, «nessun business è così dinamico, così innovativo, così fedele allo spirito del libero mercato come quello della cocaina»3.

Non si tratta di insinuare una vena complottista nel confine tra mercato capitalistico e mercato illegale, alludendo a un qualche patto che uomini facoltosi instaurano con trafficanti di ogni specie. Questo aspetto, pur esistente, è forse la parte meno interessante e curiosa dell’intero processo. Si tratta invece di capire che cocaina e capitalismo condividono la stessa anima e sono due imprescindibili facce della stessa medaglia perché identico è il loro intento una volta inquadrato da un punto di vista più profondo.

Per questo sempre Freud, sia da sperimentatore che da acuto scienziato, poteva dire che per il bene umano è conveniente sia moderare e controllare l’uso della coca, sia ammorbidire i limiti, le regole e le prestazioni che la società industriale del ‘900 stava già formando e in cui oggi ci vede completamente immersi.

Luca Mauceri

NOTE:
1. S. Freud, Coca e cocaina, trad. it. di Aldo Durante, Newton Compton, 1996, p. 35.
2. Ibidem.
3. In questo Articolo di Repubblica 

[Immagine tratta da Google Immagini]

La maternità surrogata e il turismo procreativo dell’Occidente

Nove mesi di gestazione possono risultare impegnativi e poi c’è la fatica per rimettersi in forma e la conseguente discriminazione sul lavoro: se sei attrice o modella non vieni chiamata dai registi o dalle fashion house per il tuo stato. Oppure c’è la voglia di avere un figlio, senza avere un compagno. A volte un compagno ce l’hai, ma è del tuo stesso sesso. E allora? In voga tra i vips il ricorso all’ “utero in affitto”. Per diverse ragioni, hanno scelto questa pratica da Robert De Niro e Dennis Quaid, al cantante single Ricky Martin, all’attrice Sarah Jessica Parker che, all’età di 44 anni, sostenne di aver tentato invano di dare un fratellino o una sorellina al primogenito, ma senza risultati. Dato che l’orologio biologico avanza inesorabilmente, decise di ricorrere alla maternità surrogata o “utero in affitto”: una tecnica che permette di diventare genitore anche a chi, per svariati impedimenti fisiologici e non, non riesce a portare a termine una gravidanza, ciò è possibile grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri. In prossimità del parto verranno avviate le procedure legali per il riconoscimento formale dei genitori biologici (tale pratica è vietata in Italia).

Per ogni notizia relativa ai vips che inevitabilmente fa il giro del mondo, ci sono altrettante coppie comuni che, a riflettori spenti, ricorrono alle stesse tecniche pur di realizzare il sogno di diventare genitori. Sul web brulicano le organizzazioni che offrono, dietro cospicuo pagamento, la soluzione ai problemi di fertilità; tra i servizi erogati, oltre alla scelta della madre surrogata, anche l’assistenza legale per la stipula del contratto e le spese mediche. Una vera e propria compravendita, in questo caso di figli, perché di fatto la maternità surrogata è un grande business attorno al quale girano milioni di euro. Secondo il tariffario pubblicato dal New York Times, in Inghilterra affittare una madre surrogata costa circa 120 mila euro, in Thailandia il costo scende a 48 mila euro. Se poi si vuole risparmiare, con una tappa in Ucraina si ottiene un “utero in affitto” per 30 mila euro. Se si raggiunge il continente africano, in Nigeria, Algeria e Somalia il prezzo è molto competitivo, noleggiare una madre surrogata cosata poco meno di 10 mila euro, stessi prezzi si possono trovare nella vicina Creta o in India. Donazione di ovuli, egg freezing, mamme surrogate: tutte pratiche non esenti da riflessioni di ordine etico e a rischio di risvolti controversi. Tra tutti il caso estremo del piccolo Gammy, affetto da sindrome di Down e concepito insieme alla sua gemellina sana con un utero “preso in affitto” da una coppia australiana in Thailandia. Il neonato è stato lasciato dai genitori alla mamma surrogata a seguito della diagnosi. Altro caso nella Repubblica Ceca, da un utero in affitto nasce un bambino che soffre di gravi patologie ereditarie: sia i “genitori” che l’hanno commissionato, che la madre che lo ha partorito lo rifiutano. Nonostante l’evidente carenza di regolamentazione internazionale e il rischio di sfruttamento delle mamme surrogate provenienti da Paesi poveri, il ricorso a queste tecniche non si ferma.

Le testimonianze di coppie che riescono ad avere un bambino fra le braccia è in notevole aumento: in particolare donne con una carriera in ascesa che, trovato l’amore dopo i 40 anni, entrano nella spirale di cicli di fecondazione assistita falliti e approdano all’ultima possibilità, la maternità surrogata. Parto dal presupposto che il desiderio di avere un figlio non si basa su alcun diritto, ancor più se esso diventa “prodotto” di un mercato senza remore che utilizza il corpo di donne, approfittando delle loro gravi indigenze socio-economiche, per produrre su commissione un figlio, sottoponendo l’essere umano ad un processo di disumanizzazione e trasformandolo in uno strumento di business. Perché non scegliere la strada dell’adozione? Perché non offrirgli una vita migliore a tutti quei bambini che attendono una casa, che hanno bisogno dell’amore di una famiglia? E che dire della strumentalizzazione della donna? Come si sente la madre surrogata quando deve separarsi dal bambino che ha portato in grembo per nove mesi? Donne che diventano oggetto, per scelta, per soldi o per disperazione, che si adoperano a portare in grembo i figli che saranno di altri. In India, per l’estrema povertà, i giornali pullulano di annunci di “uteri in affitto”. Ma se poi colei che porta avanti la gestazione per conto di altri si pente della scelta effettuata? Un bimbo nato da una madre surrogata può essere conteso tra chi lo ha commissionato e chi ha accettato di portarlo in grembo?

Uno dei primi casi di tale contesa, in Italia, è quello di Jessica, oggi ventenne, nata perchè una coppia di coniugi, che non poteva avere figli, “affittò” l’utero di una donna algerina. La madre surrogata ricevette un milione di lire al mese e una casa a Rapallo per trascorrere i mesi di gestazione, ma, poco prima del parto, cambiò idea e decise di tenersi la bambina. L’uomo, padre biologico, le notificò un atto di citazione al tribunale di Monza, chiedendo che gli venisse riconosciuto il diritto ad avere per sè la figlia. La domanda venne respinta con sentenza del 30 maggio 1989. I giudici ritennero nullo il contratto per “l’utero in affitto” stabilendo che non si diventa figli per contratto e che una donna ha diritto di crescere la propria creatura, portata in grembo per nove mesi.

Silvia Pennisi

[immagine tratta da lanuovagiustiziacivile.com]