Una pratica buddista per il post Covid-19

Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di imparare ad affrontare a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e la confusione per tornare alla vita fuori delle nostre case, dopo l’isolamento forzato causato dal Covid-19. La paura del contagio potrebbe protrarsi ad altre sfere delle vita quotidiana, nonostante la ripresa delle attività, influenzando il nostro modo di percepire la realtà, aumentando la diffidenza nei confronti del prossimo così come rendendoci incapaci di reagire alle nuove sfide che ci attendono. Chi ha perso il lavoro o ha posto fine ad una relazione sentimentale, dovrà essere capace di reinventare la propria vita che fino a quel momento viaggiava su binari noti; chi ha perso i propri cari si trova di fronte all’elaborazione del lutto, rimandata per via della separazione forzata. Il tutto si somma alla paura di un futuro incerto che spinge molti a desiderare di tornare in un passato “idealizzato” in cui “si stava meglio”, a chiudersi in sé stessi oppure ad adottare dei comportamenti verbalmente aggressivi verso il prossimo.

Secondo gli antichi insegnamenti buddhisti, l’essenza fondamentale della paura è l’attaccamento a ciò che proviamo o viviamo ed assieme il rifiuto delle sensazioni spiacevoli che hanno origine nelle perdite, nei conflitti e nella mancanza di coincidenza dei nostri desideri con la realtà. L’antica psicologia buddista insegna non tanto a rimuovere le emozioni ma a superarle, raggiungendo la pace mentale e spirituale tramite un atto di presenza e di silenzio compassionevole, sviluppando la volontà di “stare con noi stessi e l’emozione che proviamo” raggiungendo uno stato interiore e psicologico di “piena coscienza” che ci permette di valutare gli eventi e le reazioni ad essi per quello che sono, senza il filtro “distorto” delle sensazioni momentanee, per non attaccarvisi e lasciarle fluire via. Accettare che tutto è transitorio è la base della filosofia che il buddismo insegna.

Il distacco non va confuso con l’indifferenza: si tratta piuttosto di sviluppare una comprensione maggiore delle emozioni da cui siamo attraversati, non identificandoci con esse: tutto ciò che giunge nella nostra vita è solo una realtà transitoria, compresi gli stati d’animo che proviamo. Un’emozione non è il “Sè”, ciò che ci contraddistingue come esseri nella nostra totalità. Basti pensare che nella vita di tutti i giorni, senza accorgercene pienamente, mutiamo stato d’animo o indossiamo diverse maschere e ruoli a seconda dei contesti con cui interagiamo. Quale di queste, siamo noi davvero? La piena coscienza di questo ci rende molto meno timorosi dei lati che ci compongono e che accettiamo di meno mentre la fuga da ciò che viviamo e sentiamo non è mai una soluzione che può aiutarci: infatti uno stato d’animo di per sé non può essere nascosto sotto al tappeto come polvere o rimosso.

Dalla non comprensione nasce l’attaccamento e con esso la paura della perdita. La paura della perdita (di un lavoro, un caro, uno status) è, quindi, un errore percettivo per il buddismo che si traduce in immagini fantastiche o terribili che finiscono per prendere il sopravvento sulle nostre menti: se ci identifichiamo con esse, perdendo il contatto con  il qui ed ora, creeremo un divario colmo di ansia che ci accompagnerà costantemente. La paura genera un circolo vizioso: se proviamo paura tendiamo ad attaccarci a qualcuno o qualcosa, ci sentiamo vulnerabili, preda dell’ansia, alimentando la paura stessa ed infine, l’attaccamento, l’origine della sofferenza. Superare la paura è attuare un’alchimia emotiva come suggerisce Tara Goleman (moglie del più famoso Daniel, autore del rivoluzionario Intelligenza emotiva. Che cos’è e cosa può renderci felice) ossia passare da uno stato di sofferenza ad uno di equanimità e compassione tramite un processo di auto consapevolezza mentale ed emotiva che deriva da un distacco compassionevole e dal successivo abbandono degli stati emotivi dolorosi tramite semplici pratiche meditative quotidiane affiancate agli strumenti psicologici d’analisi cognitivista-comportamentale. Il distacco dalle emozioni per noi occidentali risulta difficile da comprendere, dal momento che tutta la nostra logica ruota intorno all’avere, persino in termini relazionali ed emotivi. Per chiunque volesse affrontare la paura e l’ansia nel quotidiano, per conseguire uno stato di benessere mentale in un periodo socialmente ed economicamente difficile come quello che stiamo vivendo, l’autrice suggerisce per prima cosa di eseguire delle inspirazioni ed espirazioni, in un luogo tranquillo ed appartato. Una volta concentrata l’attenzione sul respiro, per una decina o una ventina di minuti, potremo passare a percepire i rumori che ci circondano lasciando fluire ogni sensazione o pensiero critico relativo ad essi. Passata un’altra decina di minuti, una volta sintonizzati con l’ambiente esterno, sposteremo l’attenzione al nostro interno osservando le immagini, i ricordi, i pensieri, le emozioni che emergeranno da dentro di noi, senza giudicare ma lasciandoli andare via, fino a quando ci sentiremo“svuotati”, in uno stato di “silenzio interiore profondo e senza pensieri”. Lì oltre ciò che può concepire la nostra mente razionale, troveremo la pace dalle nostre emozioni e un presente senza preoccupazioni.

 

Veronica Rossetti

 

Sono una scrittrice per vocazione e giornalista appassionata di filosofie orientali, yoga, psicologia, spiritualità ed ecologia. Insegno ad usare la scrittura autobiografica e creativa come strumento di comprensione e crescita personale. 

 

NOTE:
1. Tara Bennett Goleman, Alchimia emotiva. Come la mente può curare il cuore, ed. Bur Biblioteca Universale Rizzoli

[Photo credit unsplash.com]

Tra buddismo e meditazione: in dialogo con il maestro zen Tetsugen Serra

Ho contattato il maestro Tetsugen Serra a proposito della nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #9 – Il paradosso della felicità, conscia del fatto che non fosse possibile creare uno spaccato ampio sul tema senza coinvolgere la prospettiva orientale. La nostra conversazione è stata molto pacata e piacevole, non priva di una certa emozione da parte mia nel ricevere le sue risposte.

Carlo Tetsugen Serra infatti ha compiuto i suoi studi monastici accademici buddhisti zen in Giappone nel Monastero zen Tosho-Ji e una volta tornato in Italia nel 1988, secondo la biografia ufficiale, apre il primo Monastero Zen nella città a Milano, Enso-Ji. Nel 1990 invece fonda la Scuola Zen di Shiatsu e i Centro Trattamenti zen per un educazione all’arte della salute e della pace e successivamente apre a Berceto, in provincia di Parma, il Monastero Zen di montagna Sanbo-Ji, luogo residenziale per monaci e laici. Nel 2013 mette a punto il programma Mindfulzen, che consiste nell’unione tra lo zen e la mindfulness, un percorso di crescita personale attraverso seminari e meditazioni.

Sulla Mindfulzen e il suo modo di avvicinarci alla felicità ci siamo confrontati nella nostra prima parte del dialogo, che trovate pubblicato nella rivista #9. Tanti altri però sono stati i temi che insieme abbiamo affrontato.

 

La sua Mindfulzen mi sembra un bell’esempio di dialogo tra le due grandi tradizioni orientale e occidentale. In Occidente tendiamo ad ignorare le tradizioni del Levante, per cui il nostro sistema scolastico (fino addirittura al livello universitario) e di conseguenza l’intero ventaglio delle nostre conoscenze si riduce al bacino nord-atlantico. Secondo lei una maggiore conoscenza interculturale potrebbe cambiare in meglio il nostro sguardo sul mondo?

Oggi molti studiosi si interessano del Buddhismo, dagli psicologi ai fisici quantistici. “Portare attenzione al momento presente in modo non giudicante”: così Kabat-Zinn, nel 1994, descrisse il concetto di Mindfulness, riallacciandolo ad una profonda consapevolezza ed accettazione del momento attuale. Sono infatti proprio la consapevolezza e l’attenzione i pilastri su cui si fonda l’etica della pratica Mindfulness, che fanno parte del Buddhismo e il cui fine ultimo coincide con l’eliminazione della sofferenza inutile, nonché la nascita di una “comprensione ed accettazione profonda di qualunque cosa accada attraverso un lavoro attivo con i propri stati mentali”. L’enfasi maggiore nella dottrina buddhista è infatti rivolta alla comprensione e al controllo della propria mente, e di conseguenza delle proprie azioni, e allo sviluppo della saggezza. Per questo motivo la filosofia buddhista comprende un vero e proprio sistema psicologico che, combinato con le tecniche di meditazione, forma quello che spesso viene chiamato “La Scienza della Mente Buddhista”.
La presenza mentale e consapevole osannata dalla pratica buddhista potrebbe infatti rompere le redini cognitive associative che guidano il nostro pensiero automatico; il tutto riducendo le inferenze di pensiero automatiche, aumentando il controllo cognitivo, facilitando una comprensione metacognitiva e riducendo la distorsione cognitiva, in poche parole il “Risveglio alla realtà”. L’illuminazione.

 

Uno degli insegnamenti che più apprezzo dello zen (ma anche del buddhismo in generale) è il concetto di vacuità. Ritiene che nel nostro mondo occidentale o occidentalizzato votato all’abbondanza e allo spreco potrebbe essere recuperato per migliorare il nostro stile di vita?

La vacuità è uno dei concetti cardine e più difficile da spiegare, ma soprattutto da farne esperienza, perché senza esperienza il buddhismo zen non esiste. Vacuità è ciò che ci permette di aprire gli occhi per vedere direttamente che cos’è l’essere. Dobbiamo assumerci la responsabilità dei risultati di ciò che abbiamo fatto, ma l’obiettivo finale è quello di non farci ossessionare dal risultato, che sia buono, cattivo o neutro. È questo che chiamiamo vacuità. Questo è il significato principale della vacuità.
Un aiuto all’uomo d’oggi: la cosa importante è non farci prendere dall’ossessione o dalla fissazione per i risultati che vediamo, sentiamo e sperimentiamo. Tutti i risultati, buoni, cattivi o neutri, vanno accettati fino in fondo. Non dobbiamo fare altro che seminare buoni semi giorno dopo giorno, senza lasciarne traccia, senza creare alcun attaccamento. Accade sempre qualcosa nella vita. L’importante è accettare fino in fondo le cose che accadono. Se vedete qualcosa che va corretta, correggetela. Se non c’è nulla da fare, limitatevi a non fare nulla. Qualunque cosa accada, dal principio alla fine, continuate semplicemente a fare del vostro meglio nella vita. Non dovete fare altro. Nella meditazione zen zazen la mente viene regolata; avere una mente regolata significa non avere alcun presagio di diventare un Buddha. Questa è la vacuità.
Se crediamo di comprendere noi stessi, già questo non è precisamente ‘ciò che semplicemente è’, o quiddità, ossia un “Essere come si è”. Questo qualcosa che semplicemente è, o quiddità, non è una condizione che possiamo conoscere attraverso la coscienza o la scienza.

Come possiamo conoscere il “ciò” che di una cosa semplicemente è?
Per noi praticanti zen Il modo migliore per compiere questa indagine è mettersi semplicemente seduti a fare zazen, lasciando che il fiore della forza vitale sbocci nella quiddità di ogni istante di vita.

 

Concluderei la nostra bella conversazione con una domanda che rivolgiamo spesso ai nostri intervistati: che cos’è per lei la filosofia?

Le rispondo con un celebre haiku del grande maestro Matsuo Bashō (1644-1694):

Separazione,
le spighe dell’orzo
tormentate fra le dita.

mugi no ho wo
chikara ni tsukamu
wakare kana

 

Giorgia Favero

 

Credits mindfulzen.it

banner 2019

Equilibrio tra idee e corpo: Giangiorgio Pasqualotto sulle filosofie d’Oriente

Mi sono avvicinata al mondo orientale nel modo più classico con cui lo può fare un ragazzino occidentale: tramite i manga e quelli che qui, in modo quasi sprezzante, chiamiamo ancora “cartoni animati”. Eppure, anche da quelle finestre colorate, chiassose e un po’ assurde, filtra chiaramente qualcosa di quella società per molti versi affascinante che è il Giappone. Crescendo mi sono accorta di quale buco ci sia nell’istruzione e nella cultura italiana (ma oserei dire occidentale) sul mondo orientale: dal salto in lungo sul capitolo di storia dedicato alla formazione dell’Islam e all’espansione araba nel VII secolo, sino alla comparsa delle massime di Confucio esclusivamente all’interno dei Baci Perugina. Eppure un confronto curioso e aperto con pensieri e forma mentis diverse a noi occidentali (oggi forse più che mai) farebbe più che bene.

Sono cresciuta e ho studiato architettura e arte, altre discipline in cui s’ignora ciò che sta dall’altra parte del mondo (ma anche sotto di noi). Ho voluto scoprire davvero che cos’è questo zen con cui tutti si riempiono la bocca e così, incrociando l’arte e la filosofia, sono arrivata ai testi del professor Giangiorgio Pasqualotto, esperto di filosofie orientali e per molti anni docente di Estetica e Filosofia delle culture presso l’Università degli Studi di Padova. È stato un grande onore poterlo intervistare e poter accogliere un suo scritto all’interno della nostra rivista La chiave di Sophia #7 – L’esperienza del bello: in questo numero volevamo indagare non tanto il significato di bello quanto piuttosto le esperienze che facciamo della bellezza, vagliare il suo carattere esperienziale e generativo. Nella risposta dell’estetica giapponese, raccontata dal professore, ho trovato lo spunto più interessante e profondo di questa nostra ricerca.

 

Professore, molti dei suoi libri si propongono come strumenti e invito ad avvicinare culture diverse: basti pensare a Per una filosofia interculturale (Mimesis 2008) o il più recente Alfabeto filosofico (Marsilio 2018), che racconta alcuni concetti filosofici chiave spiegandoli da entrambe le prospettive. Per quale motivo ritiene urgente questa comparazione tra mondo occidentale e mondo orientale e che cosa s’intende per filosofia interculturale?

L’urgenza è data dal fatto che ormai va considerata conclusa l’epoca del predominio assoluto delle culture occidentali, anche perché non possono più vantare primati e monopoli in settori cruciali come quelli delle tecnologie avanzate e degli investimenti finanziari internazionali. Di qui la necessità di conoscere e di confrontarsi con principi e valori diversi da quelli che hanno sostenuto per secoli le culture occidentali. Se questa necessità non viene riconosciuta, l’alternativa sarà fatta di nuovi conflitti, probabilmente assai peggiori di quelli finora sperimentati.

A partire da tali constatazioni, le filosofie occidentali devono innanzitutto cominciare a conoscere approfonditamente quelle orientali; in secondo luogo devono confrontarsi con esse senza pregiudizi, ossia senza più considerarsi superiori, ma aprendo un dialogo costante sui temi cruciali dell’esistenza umana e delle condizioni ambientali che la rendono possibile. Questo dialogo non dovrà limitarsi ad un semplice scambio di opinioni, ma dovrà porsi come un dialogo radicale, ‘socratico’ o – come l’ha denominato Ramon Panikkar – ‘dialogale’, dove nessuno degli interlocutori pretende di possedere, a priori, la Verità. In tal senso l’orizzonte della filosofa interculturale non coincide con la prospettiva della filosofia comparata, ma la include come momento e strumento preliminare.

 

La sua formazione e il principio della sua vita accademica l’hanno vista impegnata nello studio e approfondimento dei filosofi della Scuola di Francoforte e di Nietzsche. Che cosa l’ha portata da questo alla filosofia orientale?

Durante gli anni ’80 del secolo scorso mi sono convinto che oltre le ‘vette’ – tra loro assai diverse, quasi opposte – raggiunte da Hegel e da Nietzsche, la moderna filosofia occidentale non esprimeva più alcunché di originale. Non solo: anche quando essa ha tentato di farlo, è sempre rimasta a livelli esclusivamente intellettuali. Per un po’ di tempo, quindi, ho smesso di occuparmi di filosofia europea, ed ho cominciato ad esplorare più a fondo due filoni del pensiero orientale che avevo conosciuto superficialmente e frammentariamente: il taoismo filosofico (Dàojiā, 道家) e il Buddhismo in alcune sue fondamentali espressioni: la Scuola Theravāda e le Scuole zen (Rinzai e Sōtō). L’intento principale era quello di scoprire come pensieri astratti possano avere consistenza e significato in relazione a fattori corporei elementari come, per esempio, l’attenzione alla respirazione richiesta in ogni forma di meditazione. Ho potuto verificare come questo intreccio fecondo tra pensiero e corpo, tra riflessione ed azione sia il punto di riferimento basilare di molte pratiche artistiche (ed artigianali) presenti nella cultura giapponese: della calligrafia (shodō), del tiro con l’arco (kyudo), della poesia haiku, della ceramica raku, del bonsai, dell’ikebana, dei giardini secchi (karesansui), del teatro Nō, dell’architettura tradizionale, ecc.

 

Da studiosa di arte ho letto con molto interesse i suoi studi nel campo dell’estetica, soprattutto orientale, che ha anche gentilmente raccontato nel suo contributo per la nostra rivista La chiave di Sophia #7 – L’esperienza del bello. In un mondo sempre più globalizzato, ritiene possibile il mantenimento di una fruizione del bello così personale ed “esistenziale” come da tradizione (nello specifico) giapponese?

Non solo penso che sia possibile, ma ritengo che sia necessario, proprio per resistere e sopravvivere alle spinte sempre più violente verso ogni tipo di omologazione. Il problema sta nel fatto che tali spinte sono talmente forti e pervasive che tentano di appropriarsi anche dei prodotti creati sulla base delle tradizioni spirituali d’Oriente, e cercano con ogni mezzo di trasformarli in oggetti di consumo di massa. Il grave è che, in questa trasformazione mercantile, opere e manufatti perdono il loro ancoraggio ai pensieri ed alle discipline da cui e per cui sono nati: in tal modo diventano oggetti senza radici, alla pari di una basilica di S. Pietro in miniatura usata come fermacarte, o degli affreschi della Cappella Sistina usati come sfondo di una palla di vetro con neve finta.

 

L’uomo occidentale sembra apparentemente volersi avvicinare sempre di più alle tradizioni orientali, a volte tuttavia scivolando in pratiche definite “New Age” che sembrano banalizzare il senso profondo con il quale nascono: dallo yoga per bambini al proliferare dei mandala da colorare fino ai manuali per il riordino; in generale si percepisce un certo abuso del termine zen, associata ad un’infinità di cose diverse e a volte poco attinenti (persino una linea di vestiti per la pratica dello yoga ad esempio). Secondo lei a cosa è dovuta questa tensione spasmodica all’orientalismo?

È vero, diverse suggestioni orientali condizionano oggi molti aspetti delle mode occidentali (dai cibi agli abiti, dall’arredamento all’oggettistica); ma questo, in qualche misura, è sempre accaduto: basti pensare alle suggestioni indiane e cinesi nella Francia e nell’Inghilterra del XVIII secolo, o a quelle giapponesi nella Francia di fine ’800. Del resto, in tempi e per aspetti diversi, è accaduto anche il contrario con l’influsso dell’Occidente nei paesi orientali: basti pensare all’introduzione del cemento armato in tradizioni architettoniche abituate all’uso quasi esclusivo del legno, in particolare del bambù; o ai modi occidentali di vestire, di costruire macchine e meccanismi elettronici. Senza parlare degli influssi occidentali più macroscopici come l’economia capitalistica, il parlamentarismo e il socialismo. Questi fenomeni di influsso reciproco costituiscono la normalità dei rapporti tra culture diverse: nessuna cultura si è mai sviluppata allo stato puro, senza contaminarsi. Certo, le semplificazioni alla New Age possono far sorridere o anche irritare. Ma è anche probabile che, tra migliaia di individui ipnotizzati dal suono di un mantra o dalla visione di un mandala, ci sia più di uno che comincia ad approfondire i loro significati e le loro funzioni, scoprendo le straordinarie visioni del mondo da cui provengono.

 

Parallelamente uno studio serio e approfondito (anche all’interno delle università) della cultura orientale non sembra particolarmente incoraggiato e ogni tipo di ricerca e di sapere ha il suo perno nel mondo occidentale. Riterrebbe utile che nelle varie facoltà fosse inserito come obbligatorio l’insegnamento della cultura orientale? Intendo letteratura indiana/cinese/giapponese/coreana per le facoltà di lettere, arte indiana/cinese/giapponese/coreana per i beni culturali e così via.

Questo è un problema assai complesso. Lo studio di un argomento a livello universitario comporta lo specialismo. Quindi, ad esempio, lo studio della filosofia indiana o cinese comporta, prima di tutto, lo studio delle lingue in cui sono state scritte le opere di quelle filosofie. Quindi, concretamente, in un Dipartimento di studi filosofici non si potrebbe rendere obbligatoria la conoscenza delle filosofie orientali senza rendere nel contempo obbligatoria la conoscenza delle lingue orientali corrispondenti. Ciò detto, va però denunciato il fatto che, per esempio, negli insegnamenti universitari di Storia della filosofia non si fa mai nemmeno cenno all’esistenza di pensatori indiani o cinesi, con il presupposto e nella presunzione che la storia della filosofia sia soltanto storia della filosofia occidentale. Lo stesso vale per la storia delle letterature occidentali: per esempio, quando si parla di letteratura medievale, non si ricorda, nemmeno a titolo informativo, che uno dei capolavori della letteratura mondiale, Genji monogatari, è stato scritto in Giappone da una donna, Murasaki Shikibu, all’inizio dell’XI secolo.

 

Il buddismo ha tra i suoi fondamenti il concetto di vacuità. Che significato può assumere e quale prospettiva può dare questa visione all’interno della cultura odierna basata invece sull’abbondanza?

Il termine ‘vuoto’ traduce in realtà il termine buddhista anattā che significa letteralmente ‘non sé’, ovvero “privo di autosufficienza”. Quindi quando nel Dhammapada si trova scritto “tutte le realtà sono vuote” ciò significa che nessuna realtà può esistere in modo isolato. Questo significato fondamentale si conserva anche nel buddhismo più tardo (buddhismo Mahāyāna) che usa i termini śūnya (vuoto) e śūnya(vacuità). Pertanto il ‘vuoto’ buddhista non indica il nulla o l’assenza di tutto, ma la relatività di ogni cosa, nel senso che ogni cosa, per esistere, ha bisogno di qualcos’altro di diverso da sé. L’interesse che tale idea può avere per noi oggi è dato dal fatto che stiamo da tempo verificando i disastri umani ed ambientali a cui conducono visioni del mondo fondate su idee opposte a questa, come quelle di ‘identità’, ‘purezza’, ‘autonomia’, ‘divisione’, ‘separazione’ che sono tutte – in modo più o meno consapevole – alla base di ogni sorta di conflitto, da quelli di carattere personale a quelli di natura sociale e politica.

 

In uno dei suoi ultimi libri ha avuto modo di spiegare come ci siano delle somiglianze molto evidenti tra il metodo socratico e quello utilizzato dai maestri zen. In cosa consiste questo interessante parallelismo tra due giganti del pensiero geograficamente molto distanti?

La somiglianza consiste nel valorizzare al massimo l’idea del “sapere di non sapere”, ovvero un atteggiamento critico e non dogmatico nei confronti di ogni verità. Socrate ha insegnato questo mediante il suo incessante porre domande; i Maestri delle tradizioni zen mediante l’uso di paradossi linguistici (kōan) e di comportamenti paradossali.

 

In che modo secondo lei la filosofia può avvicinarsi e mostrare la sua decisiva importanza per la vita quotidiana di ciascuno di noi e della collettività? Ritiene che le discipline orientali siano state in grado di mantenere con più evidenza questa aderenza alla vita quotidiana?

La filosofia occidentale dovrebbe ritrovare l’equilibrio tra le idee e il corpo, tra il pensare e l’agire ritornando alle proprie radici greche, in particolare a quelle di Eraclito e di Epicuro. Questa direzione, nell’Europa contemporanea, è stata indicata con forza da Nietzsche, ma la sua è rimasta una testimonianza drammaticamente fallita.

Non c’è dubbio che in Oriente questo equilibrio è invece perdurato a lungo ed è ancora presente, anche se appare sempre più minacciato da alcuni modelli di pensiero e di azione importati dall’Occidente. E’ tuttavia da precisare che si è sviluppato (e si sta ancora sviluppando) un movimento in senso contrario, ossia un diffuso influsso di conoscenze e di pratiche orientali nelle culture occidentali (ovviamente con i rischi di superficialità e di commercializzazione che comportano simili trasposizioni).

 

La domanda forse più difficile di tutte: che significato ha per lei il termine filosofia, detto in due parole?

Esercizio critico ed autocritico della ragione.

 

 

Non posso che ringraziare di cuore il professore per il suo tempo e gli interessanti spunti di riflessione offerti.

Giorgia Favero

 

[Il ritratto in copertina è stato fornito dall’intervistato]