Tragedie e inquietudini vissute dagli artisti: le conseguenze si vedono

La morte di una persona cara, un serio problema di salute, l’avanzamento della vecchiaia e grossi dissesti finanziari sono tragedie personali tra le più critiche che un individuo possa attraversare nella sua vita, tutte in grado di scuotere dalle fondamenta il complesso insieme di convinzioni e sicurezze costruite in anni e anni di esperienze, abitudini e rapporti sociali. 

Di fronte a un’opera d’arte spesso capita di dimenticarsi che dietro a quella creazione si nasconde la personalità di un artista, con pensieri, credenze, sentimenti e influenze culturali che giocano un ruolo non certo secondario nelle scelte da lui portate avanti nel suo lavoro. Ed ecco allora che quelle vicende, così potenti e deleterie a livello psicologico, possono provocare nell’artista un irreversibile cambio di rotta nel suo operato, sia a livello stilistico che tematico e interpretativo. 

Con l’invecchiamento e l’indebolirsi della salute, alcuni grandi artisti del passato hanno fortemente rafforzato la loro fede religiosa, spesso spinti anche dal contesto culturale in cui vivevano. Due casi esemplari, in questo senso, sono quelli di Sandro Botticelli e Lorenzo Lotto. 

Il primo, celebre per capolavori come la Primavera e la Nascita di Venere, restò particolarmente colpito, negli anni della sua piena maturità, dalle prediche di stampo pauperista di Girolamo Savonarola, che lo condussero nell’ultimo decennio di vita a dedicarsi quasi esclusivamente alla produzione sacra: a cambiare non fu lo stile pittorico e nemmeno l’impostazione colta e fortemente simbolica della sua arte, ma piuttosto i temi trattati e i soggetti raffigurati, appartenenti essenzialmente alla sfera cristiana. 

Lorenzo Lotto visse invece la sua vecchiaia nel clima teso degli anni del Concilio di Trento, dopo aver dimostrato, qualche decennio prima, alcune timide simpatie per le tesi luterane. Nei suoi ultimi anni, trascorsi nel convento del Santuario di Loreto, ripensò alle sue posizioni religiose e queste sue riflessioni si fecero evidenti anche nel modo di dipingere, divenuto pacato, semplice e molto più riflessivo rispetto allo stile dai colori sgargianti della sua giovinezza. In questo caso fu  l’aspetto stilistico ed estetico a subire un profondo cambiamento, in virtù di una minore ricerca formale e di una visione più intima dell’arte, influenzata dalla consapevolezza dell’avvicinamento alla fine della propria esistenza e accompagnata da una fede indiscutibile che, infine, divenne per Lotto un fatto totalmente personale.

Se la riflessione sulla propria esistenza e la fede religiosa rappresentarono importanti momenti di svolta per alcuni artisti del passato, per altri furono i lutti familiari, le inquietudini o le turbolente vicende della vita a lasciare un profondo segno sulle loro opere, le quali sembrano divenire una sorta di specchio delle loro emozioni e tasselli della loro storia personale. Caravaggio e Rembrandt risultano tra i casi storici più interessanti di queste dinamiche, per gli evidenti cambiamenti ravvisabili nel loro modo di fare arte negli anni più intensi della loro vita.

Per Caravaggio la condanna capitale inflittagli a Roma e gli anni di fuga tra Napoli, Malta e la Sicilia furono profondamente logoranti sia a livello fisico che psicologico. I suoi dipinti divennero sempre più cupi e drammatici, la serenità delle opere giovanili era ormai un ricordo lontano, mentre i toni grandiosi e i forti chiaroscuri delle opere degli anni d’oro lasciarono spazio ad atmosfere più tese e sospese nell’incertezza, a pennellate più sporche e a scene di grandissima forza espressiva.

Nel caso di Rembrandt fu la morte prematura della moglie a contribuire al progressivo cambiamento stilistico ravvisabile nelle sue opere, cui si aggiunsero i gravi problemi finanziari incontrati dal pittore negli anni successivi. I dipinti della sua maturità si allontanano così dalla gioiosa brillantezza delle opere giovanili, assumendo toni spenti, atmosfere più meditative e pennellate sporche e veloci , che a tratti smaterializzano le figure e le rendono di sorprendente modernità. 

Sia Caravaggio che Rembrandt sono vittime di eventi tragici che, non differentemente da quando accaduto con Botticelli e Lotto, lasciano un forte impatto sulla loro personalità artistica: la rottura di fragili equilibri esistenziali e le inquietudini portano a un profondo ripensamento della propria vita, a una riflessione sul senso del proprio essere e a uno sforzo per cercare di riguadagnarsi un ruolo, sia esso nella società o nei complessi schemi della nostra mente. Ciò provoca un cambiamento sostanziale e spesso irreversibile, che conduce a lavorare con presupposti e obiettivi diversi, adeguati alla condizione sociale, culturale e psicologica in cui ci si trova a vivere. E gli esiti, nell’arte, si vedono bene.

 

Luca Sperandio

 

[immagine tratta da Unsplash]

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L’arte non è solo Leonardo

Cosa non è ancora stato detto su Leonardo Da Vinci? O su Michelangelo Buonarroti? Artisti di tale fama rappresentano, almeno per noi italiani, non solo dei punti di riferimento imprescindibili nella storia dell’arte, ma anche dei veri e propri simboli dell’arte medesima, dei paladini della bellezza i cui nomi, tuttavia, sono eccessivamente sfruttati e abusati; sembra quasi che la storia dell’arte ruoti esclusivamente attorno a quei soliti cinque o sei nomi che tu leggi dalle pubblicazioni cartacee di ambito artistico o senti dai programmi televisivi di taglio culturale. In questa prospettiva si conoscono, dimenticando però altre figure chiave che talvolta hanno avuto ancor più peso nella storia rispetto ai “soliti noti”.

E così di libri sul geniale Leonardo, o sull’irruento Caravaggio, o sull’orgoglioso Michelangelo, per non parlare di quel donnaiolo di Picasso o di quell’altro pazzo di Van Gogh, ne escono a ritmi feroci, quasi come se chiunque voglia scrivere di arte si dirigesse a passo sicuro verso quelle mitologiche figure del nostro aureo passato per trovare chi solo possa garantirgli un qualche ritorno economico da una pubblicazione di argomento storico-artistico. Ma se a scrivere di Bernardino Luini non si guadagna nulla, non necessariamente bisogna perdere il proprio tempo a parlare del già abusato e sciupato Leonardo (con il quale comunque non si diventa ricchi, beninteso). Ma ovviamente moltissimi degli autori che pubblicano materiale su Leonardo probabilmente nemmeno sanno chi sia Luini e se lo conoscono, il più delle volte, è perché viene annoverato tra i “discepoli” del grande artista e “scienziato” toscano.

Con questo non si vuole, in questa sede, spronare il lettore ad approfondire artisti poco noti della nostra storia, bensì si intende rimproverare l’aspirante storico dell’arte che, per superficialità o mancanza di idee (e di coraggio), decidesse di pubblicare l’ennesimo capolavoro critico su Leonardo da Vinci o un inedito studio psicologico sul genio di Caravaggio. Mi scuso con il lettore se sto ripetendo all’infinito i nomi di Leonardo e Caravaggio, ma il mio intento è proprio quello di dimostrarvi quanto martellante e fastidioso possa risultare il dover vedere sempre i soliti titoli, sempre le solite immagini, sempre i soliti argomenti, sempre le solite riflessioni.

La storia dell’arte, fortunatamente, è molto più di così: essa è un viaggio infinito, una sorta di miniera inesauribile, composta da migliaia di figure di rilievo, artisti, architetti, artigiani, committenti, collezionisti, galleristi, accademici, letterati e filosofi, tutti tasselli di un enorme mosaico che restituisce un’immagine unica e inalterabile. È palese che, tra tutti i tasselli di questo immaginario mosaico, ve ne sono alcuni più importanti di altri ed è chiaro che Leonardo non è certo una tessera dello sfondo. Tuttavia sono moltissimi i personaggi di primissimo rilievo, e molti di questi, purtroppo, sono già finiti nel dimenticatoio.

Colpa, forse, anche di chi non sa promuovere adeguatamente molti capolavori che andrebbero rivalutati. Perché, per esempio, Alberto Angela continua a fare puntate su monumenti e artisti arcinoti? Con la conoscenza di cui è in possesso, potrebbe dedicarsi a fare degli speciali su opere ugualmente grandiose, ma meno celebri, e sono sicuro che la Rai non glielo negherebbe, perché gli spettatori al suo seguito sono sempre in gran numero. Così, invece, si continuerà all’infinito a lodare Michelangelo e a dimenticare che nella Sistina ci sono pure affreschi di “modesti” pittori di provincia, come Perugino, Botticelli, Ghirlandaio e Pinturicchio. Poi, chissà quali misteri e quanti tesori si nascondono nella Biblioteca Vaticana! Quasi come se non ci fossero altri archivi di massimo rispetto in Italia. Quanti sanno, per esempio, che il Codice Atlantico di Leonardo (giusto per insistere ancora un po’) si trova nella Biblioteca Ambrosiana di Milano? Eh sì, perché Milano, per fortuna, non ha solo il Duomo, lo stadio di San Siro e i negozi di via Montenapoleone.

So di essere stato un po’ acido, e non voglio che mi si fraintenda: non tutti sono storici dell’arte, non tutti sono interessati a diventarlo, ed è giusto così, altrimenti saremmo tutti uguali. Ma quel che è intollerabile è la banalità, perché denota pigrizia e la pigrizia intellettuale conduce inesorabilmente al sonno della mente. Quindi, per prima cosa, se ci si definisce appassionati di arte bisognerebbe non cadere nel facile tranello di individuare nella Gioconda o nella solita ragazza ritratta da Vermeer i punti più elevati della storia dell’arte, perché, per esempio, l’affresco di Correggio sulla cupola del Duomo di Parma lo è ben di più (e non solo in fatto di metri).

Curiosità, questa è la parola chiave: chi ama l’arte va a visitare i musei, entra nelle chiese, cammina tra i saloni dei palazzi storici, e così scopre si arricchisce, e si rende conto di quanto le arti figurative siano state e siano tuttora fondamentali nella storia del nostro Paese. Poi, chi volesse spingersi oltre e scrivere qualcosa per poterlo far leggere ad un pubblico perderebbe solo il proprio tempo se finisse per scrivere di Giotto o di Michelangelo: altri mille l’hanno fatto, e molti di loro l’hanno sicuramente fatto meglio. Trattare o quanto meno promuovere artisti e opere meno popolari, invece, è comunque più appagante, perché la gratitudine proveniente da chi legge un testo originale o non banale dà una soddisfazione di gran lunga maggiore. Purtroppo, però, è più comodo percorrere la strada con le gallerie per risparmiare mezz’ora, rinunciando d’altro canto a vedere il mondo alla luce del sole.

 

Luca Sperandio

 

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L’arte vista dal vero: distanze tra oggetto e rappresentazione

Negli ultimi anni mi è capitato numerosissime volte di parlare con amici o conoscenti di opere d’arte studiate o viste in un qualche documentario e di constatare come troppo spesso si tenda a dare dei giudizi in merito senza aver visto l’opera in questione dal vero, e senza aver quindi vissuto in prima persona l’esperienza di percorrere un dato spazio architettonico o di essersi avvicinati a osservare nel dettaglio un dipinto o una scultura.

Sembrerà una questione di secondaria importanza, ma quella del vedere le opere d’arte dal vero è a mio parere una condizione necessaria non solo per giudicare un’opera, ma anche per poter affermare di conoscerla. Verrebbe a questo punto da pensare che qui si stia esagerando: che differenza c’è tra vedere un quadro dal vero e vederlo in una fotografia in altissima definizione, che ne enfatizza i colori e permette di analizzare perfettamente il manufatto?

La differenza c’è, e può essere enorme. Anche in senso negativo: quante volte vi sarà capitato di avere aspettative elevatissime per un’opera che poi si è dimostrata “deludente”? Questo è quello che accade, per esempio, ogni volta che qualcuno mi racconta di essersi recato al Museo del Louvre e di aver visto la Gioconda: “Ma è piccola!”. Tutti commentano così, facendo spesso trapelare un certo senso di disprezzo (che va oltre la delusione). Tuttavia, “bella” o “brutta” che sia, per conoscere un’opera bisogna incontrarla, bisogna sperimentarne in prima persona la visione: esattamente come accade per le persone, non si conosce un individuo solo avendolo visto in fotografia. Perché, bisogna ricordarlo, l’arte non è solo concetto o contenuto, ma anche (e direi soprattutto) materia, e in quanto materia presenta delle caratteristiche (talvolta definite “difetti”) che dalle immagini fotografiche non emergono.

E così ecco delinearsi una serie di elementi che dalle immagini (e nemmeno dai video) non è facile captare: le dimensioni (in particolare in riferimento a uno spazio architettonico), i colori, i particolari più remoti, e soprattutto la luce e la sua distribuzione in un ambiente o su una superficie. Tutti questi elementi contribuiscono a definire di fatto la qualità visiva di un manufatto, e se non sono percepibili (o lo sono solo in parte) il manufatto non può essere valutato oggettivamente.

Per quanto riguarda la mia personale esperienza, sono stati moltissimi i casi in cui mi sono ritrovato davanti a un’opera d’arte diversa da quella che avevo conosciuto nei libri, cosa che il più delle volte non ha pregiudicato la mia opinione su di essa ma quasi sempre ha cambiato completamente il mio modo di considerarla. Così, per esempio, la famosa Maschera di Agamennone del Museo Archeologico Nazionale di Atene non è una piatta lamina d’oro lavorata, ma è piegata e modellata sulle forme del volto del defunto (cosa ovvia? Provate a guardarne un’immagine e vedrete che sembra piatta in tutto tranne il naso); la Nascita di Venere di Botticelli non ha i colori smaglianti che sembra avere nelle foto; il decantato specchio sullo sfondo dei Coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck inizia improvvisamente a dare ragione ai libri che affermano (e si limitano ad affermare) che esso riflette perfettamente l’ambiente visibile; la Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini è dipinta su tavola, e non ci sono dubbi, perché basta vederla dal vero per intuire la diverse tavole che la costituiscono; i quadri di Pollock (e di molti altri artisti del Novecento) presentano pennellate dense e pastose che solo se viste dal vero rivelano veri e propri grumi di colore sulla superficie; il bassorilievo con il Banchetto di Erode di Donatello solo dal vero manifesta il raffinato studio prospettico molto lodato dagli insegnanti ma appena mediocre se visto in foto; e, ancora una volta, solo dal vero i grandi saloni decorati di alcuni palazzi storici sanno impressionare il visitatore, comunicando a chi li osserva tutta la loro ricchezza e la munificenza dei committenti che li hanno fatti realizzare.

Non è dunque una questione secondaria quella di recarsi nei luoghi che hanno fatto la storia dell’arte o che contengono capolavori della nostra civiltà. Anzi, dovrebbe essere un obbligo per tutti coloro che l’arte la studiano o la apprezzano particolarmente. Solo così, infatti, si può apprezzare totalmente un’opera d’arte, con la quale si deve interagire per creare un rapporto di comunicazione visiva ed emotiva che ci metta in contatto con il manufatto reale così come pensato e creato dall’artista, e a noi tramandato da tempi spesso remoti che rappresentano un tassello indispensabile della nostra cultura.

 

Luca Sperandio

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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