Aprile senza dormire! Un mese di festival letterari e mostre d’arte

Aprile è cominciato portando con sé un caldo quasi estivo e promette una lunga stagione di eventi da trascorrere piacevolmente all’aperto; abbiamo appena cambiato l’ora e le giornate ci sembrano cariche di possibilità − basta solo fare attenzione ai pollini, per tutti coloro che soffrono d’allergia. La stagione dei festival culturali comincia a pieno ritmo e noi non vedevamo l’ora: ne abbiamo selezionato qualcuno per voi.

Per soddisfare la vostra sete d’arte abbiamo anche scelto alcune mostre ed eventi che possano darvi soddisfazione, beando la vostra vista e le vostre orecchie di bellezza.

international-journalism-festival-perugia_la-chiave-di-sophia-01UMBRIA | International Journalism Festival | Perugia 5-9 Aprile

Cinque giorni, circa 250 eventi, oltre 600 speaker da 44 paesi diversi, il Festival internazionale del giornalismo di Perugia apre la stagione culturale dei Festival con una grande newsroom mondiale che richiama nella città di Perugia giornalisti, professionisti e non per fare giornalismo e informazione, delineando lo scenario attuale mondiale: dall’America di Trump alle Filippine di Duterte, passando per l’Africa e il Medio Oriente e ovviamente l’Europa.

Come sempre un appuntamento che ha al centro la riflessione sul giornalismo attuale, nazionale e internazionale e sui cambiamenti in atto della professione. 

L’International Journalism Festival, ad accesso gratuito, è un punto di riferimento per confrontarsi sullo scenario sociale e politico attuale di tutto il mondo: quest’anno si parlerà della Turchia di Erdogan e della libertà di informazione sotto attacco in tutto il mondo, dell’Europa al bivio con Brexit e la spinta dei movimenti populisti, e la pericolosa tentazione di legiferare sulla verità per contrastare le fake news, in una presunta era della post-verità.

Si parlerà inoltre di Siria, di Yemen e di Africa. L’attivismo, i diritti umani, le cyberguerre, la guerra ai signori del narcotraffico, la crisi di fiducia nei media che mette a rischio le nostre democrazie, il cambiamento climatico, la necessità di un giornalismo capace di parlare alle nuove generazioni “digitali”, il ruolo, i rischi e l’etica dei leak e del whistleblowing per il giornalismo. E ancora: modelli di business e ruolo della filantropia nel presente e futuro dei media, disabilità e sport, ISIS e il ruolo delle donne nel terrorismo islamico, ricerca e università, la sfida degli algoritmi per il giornalismo e la democrazia, vaccini e la necessità di saper comunicare la scienza.

Grazie al contributo dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti sono stati organizzati diversi workshop validi per il riconoscimento dei crediti formativi.

Per consultare il programma completo: qui

Sito web: qui

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LAZIO | DieciLune Festival dell’Autore | Roma 7-9 Aprile 2017

Inaugura il 7 Aprile il DieciLune – Festival dell’autore al Millepiani a Roma, ideato e organizzato dal Circolo Bell’Ami con l’obiettivo di valorizzare e formare talenti artistici nel campo letterario, musicale, cinematografico, teatrale e delle arti visive. Giunti alla VII edizione, il Festival si è arricchito di nuovi e sempre più interessanti approfondimenti, ampliando così il pubblico partecipante. Ad arricchire il programma ci saranno workshop, laboratori, conferenze e incontri appartenenti alle cinque macro aree di riferimento: Letteratura, Cinema, Teatro, Arti visive e Musica.

Il Festival si svolgerà dal 7 al 9 aprile presso il Millepiani, via Nicolò Odero 13, Roma (zona Garbatella). L’ingresso a tutti gli appuntamenti del Festival è libero e gratuito.

Per maggiori informazioni: qui

Per consultare il programma completo: qui

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LOMBARDIA | Tempo di libri | Milano 19-23 Aprile 2017

A Milano debutta la prima edizione di Tempo di Libri, la nuova fiera milanese dell’editoria, nata dal contrasto con il Salone del Libro di Torino e fortemente voluta da alcuni editore dell’Aie, che per tal motivo hanno anche fondato una nuova società insieme a Fiera Milano e La Fabbrica del Libro. 

Tempo di libri, dal 19 al 23 Aprile 2017, si svolgerà proprio in due padiglioni del polo espositivo di Rho con un ricco calendario di incontri, eventi speciali e un fuorisalone. Tra l’elenco degli ospiti, grandi nomi della letteratura italiana e internazionale: Gianrico Carofiglio, Sveva Casati Modignani, David Grossman, Francois Jullien, Sophie Kinsella, Valerio Massimo Manfredi, Melania Mazzucco, Edna O’Brien, Francesco Piccolo, Massimo Recalcati, Clara Sanchez, Roberto Saviano, Luis Sepulveda, Walter Siti, Licia Troisi, Andrea Vitali. Ci saranno inoltre personalità di spicco del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo, della politica, dello sport e della ricerca.
 
Presente anche una sezione dedicata ai ragazzi, alla cucina, al fumetto e ai libri antichi. All’interno del Milan International Right center, dal 19 al 21 aprile, si incontreranno in un’area di 3mila metri quadri 350 editori provenienti da 32 paesi diversi, 201 italiani e 132 stranieri. Letture al buio e ad alta voce, audiolibri, videogiochi: insomma, non solo ‘lettura tradizionale’.

Sul modello del Salone del Mobile, nasce inoltre il ‘Fuori Tempo di Libri’: un palinsesto complementare alla fiera che accenderà la città di Milano tutte le sere con maratone di lettura, cocktail letterari, una gigantesca installazione in piazza Duomo dove si potranno leggere i nomi di tutti i 2000 scrittori partecipanti, bookcrossing per la prima volta all’aeroporto di Linate e Malpensa e molte altre iniziative.

Per maggiori informazioni: qui

Programma completo: qui

 

EMILIA ROMAGNA| Miró! Sogno e colore | Bologna 11 Aprile – 17 Settembre
Fino al 17 settembre Palazzo Albergati a Bologna ospita una ricca collezione di opere provenienti dalla Fondazione Pilar i Joan Miró di Palma di Maiorca.

Esponente di rilievo del dadaismo e del surrealismo, Mirò è uno dei più importanti rappresentanti dell’arte del secolo scorso: il carattere essenziale e colorista della sua pittura si muove tra visioni oniriche personali e archetipi collettivi.

Per informazioni: qui

LOMBARDIA | Keith Haring. About Art | Milano 21 febbraio – 18 Giugno

Fino al 18 giugno, a Palazzo Reale, Milano.

L’opera di Keith Haring è espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi che risultano tuttora attuali: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere. L’intenzione di questa mostra è tuttavia quella di indagare la capacita dell’artista di ricomporre e di rielaborare i linguaggi dell’arte  e della cultura pop, creando un proprio immaginario simbolico riconoscibile universalmente.

Per informazioni: qui

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VENETO | TRA – Treviso Ricerca Arte | Ca’ dei Ricchi, Treviso

L’inizio di aprile porta al piano nobile di Ca’ dei Ricchi una nuova mostra, intitolata 1KM e che verrà inaugurata sabato 8 aprile alle 18.30. Essa è scaturita da un progetto culturale collaborativo che ha coinvolto per un anno un’agenzia di comunicazione (Vulcano), una società che lavora nel campo dell’Information Technology (Altevie Technologies), uno dei più importanti magazine di fotografia contemporanea (Landscape Stories Magazine) e tre fotografi internazionali quali Raimond Wouda, Céline Clanet e Jan Stradtmann.
L’idea era quella di raccontare l’azienda coinvolta nel progetto in modo del tutto nuovo ed anche giocoso: da qui la scelta di fotografare l’Italia di Altevie inquadrando lo spazio pubblico dedicato allo svago che fosse il più possibile vicino alla sede di uno dei clienti di Altevie, e comunque nel raggio di un chilometro. I tre fotografi hanno raccontato così lo spazio del gioco e i luoghi della socialità con testimonianze capaci di generare nuove visioni, prospettive e ipotesi. Si tratta di un racconto con modalità impreviste attraverso la varietà del Belpaese tra storia, innovazione e mediocrità, un viaggio ideale e metaforico tra tensione e distrazione, un resoconto antropologico e sociale costituito da ipotesi e percorsi attraverso i quali leggere i cambiamenti della società e provare a comprendere le trasformazioni future.  
La mostra, visitabile gratuitamente sino a domenica 7 maggio, raccoglie alcune delle più significative fotografie realizzate per questo progetto.

TRA continua però a regalarci degli appuntamenti fissi con altre forme di arte contemporanea quali cinema e documentari. Dalla collaborazione con Sole Luna Festival nasce infatti un nuovo appuntamento con il documentario: mercoledì 26 aprile alle 20.45 ci propongono Sponde. Nel sicuro sole del nord di Irene Dioniso, che ritrae due persone su due sponde opposte del Mediterraneo ma mosse dalla medesima sensibilità che possiamo chiamare umanità. Continuano anche gli appuntamenti con il mondo della bicicletta, organizzati in collaborazione con la Fiab di Treviso (Contromano, di Stefano Gabbani, verrà proiettato mercoledì 19 alle ore 20.45) e con Cineforum Labirinto, che aprono il cinema di aprile con Susanna! di Howard Hawks, a continuazione della rassegna Che cos’è l’amor?: in questo appuntamento di venerdì 7 aprile alle 21 conosceremo la storia di una cerimonia di nozze che rischia di essere mandata a monte dalla comparsa in scena di una donna molto speciale.

Parallele continuano a svilupparsi anche altre attività come un photowalk nel parco del Sile (sabato 22 aprile) ed un workshop per bambini. Il ciclo di conferenze sull’arte contemporanea (Incontrart) tenuto dal dinamico Carlo Sala prosegue invece ad aprile con l’artista concettuale Joseph Beuys, il quale verrà approfondito in una serata a lui dedicata mercoledì 12 aprile alle 20.45.

Per tutte le informazioni legate alle loro attività vi rimandiamo al sito ufficiale di TRA.

 

Claudia Carbonari, Elena Casagrande e Giorgia Favero

[Immagini tratte da Google Immagini]

“L’arte nel sangue” – Bonnie MacBird

Per chi ama Artur Conan Doyle, la scelta di leggere un libro che abbia come protagonista Sherlock Holmes, scritto da qualcun altro, porta inevitabilmente con sé una massiccia dose di scetticismo.

Ma la cosa bella di approcciarsi ad un’opera con basse aspettative, è proprio la possibilità che queste vengano non solo colmate ma addirittura superate. E’ proprio quello che mi è successo con L’arte nel sangue di Bonnie MacBird (HarperCollins Italia, 2016). Sì, perché la MacBird, studiosa di Doyle e grande appassionata di Sherlock Holmes, conosce evidentemente il fatto suo e ci conduce in una storia degna delle classiche avventure di Watson e Holmes.

Innanzitutto ho apprezzato molto l’espediente iniziale, la prefazione in cui l’autrice racconta di aver trovato casualmente presso la Wellcome Library di Londra, all’interno di un vecchio trattato sull’uso della cocaina, alcuni appunti ingialliti di Watson. Pagine parzialmente scolorite nelle quali il dottore narrava una storia inedita, il cui protagonista era il suo amico Sherlock Holmes. Ed è proprio quella storia che l’autrice si appresta a riportare, ricostruendo le parti illeggibili nel modo più verosimile possibile.

La vicenda prende il via in un momento buio per il nostro investigatore. Reduce da una settimana di prigione e prostrato dall’assenza di nuovi stimoli in ambito lavorativo, Holmes viene trovato dall’amico Watson al 221B di Baker Street in condizioni preoccupanti. Emaciato, rifiuta il cibo e trova un fugace sollievo solo nella cocaina. Ma un nuovo caso busserà presto alla sua porta: Cerise La Victoire, celebre cabarettista francese, si rivolge a lui per ritrovare il suo bambino scomparso. Un caso privato, che però appare strettamente connesso ad una vicenda ben più nota, quella del furto di una statua greca dal valore inestimabile. Entrambe le piste, infatti, riportano sulle tracce del conte Pellingham, collezionista e facoltoso uomo d’affari inglese.

Da qui partirà l’indagine che si dipana tra la Francia e l’Inghilterra, tra le opere del Louvre e i vicoli di Londra, mentre Holmes ritroverà se stesso e la sua tempra, e il dottor Watson, da poco convolato a nozze, scoprirà di subire ancora il fascino del rischio e dell’avventura.

«Mi accorsi del vivo piacere che il mio amico traeva da quella situazione di serio pericolo. Negli occhi gli brillava l’emozione della caccia».

«Sfiorai la rivoltella, fredda e rassicurante nella mia tasca. Nonostante tutto, sentii il brivido dell’avventura crescermi dentro come una frenesia indesiderata».

Una storia ben costruita, non eccessivamente complessa ma per nulla prevedibile, fatta di pochi tasselli ma collocati tutti al posto giusto. Holmes appare come sempre metodico e razionale, attento ai dettagli e alle deduzioni, sebbene in questa avventura scopriremo un aspetto inedito della sua personalità. Emergeranno le sue fragilità, il suo amore per l’arte, il suo lato più vulnerabile, che scalfisce la corazza di freddezza che lo caratterizza. Ho amato molto questa luce nuova proiettata su Holmes, che lo rende più umano senza snaturare le sue caratteristiche e facendo emergere anche il profondo vincolo che lo lega a Watson. Watson, voce narrante, che si conferma il mio personaggio preferito, disposto a tutto per aiutare l’amico, affidabile e spesso incapace di mascherare le proprie emozioni.

Una indiscutibile fedeltà allo stile di Doyle, seppure con alcune palpabili variazioni. La prima riguarda la vena di modernità che percorre la scrittura, rendendola più fluida e scorrevole, senza intaccare il fascino delle descrizioni, che si rivelano accurate. La seconda è strettamente connessa all’influenza cinematografica che, per ammissione della stessa autrice, le ha impedito di scindere Holmes e Watson dagli attori che li hanno interpretati, portandola a rivedere i personaggi in una chiave più dinamica. Anch’io, da lettrice, ho avuto per tutto il tempo la sensazione di trovarmi davanti Robert Downey Jr. e Jude Law.

In conclusione non posso che consigliare questo libro agli amanti di Sherlock Holmes, che desiderano scoprire un lato inedito del celebre investigatore, ma anche ai neofiti in cerca un giallo piacevole e ben costruito.

Stefania Mangiardi

[immagine tratta da Google Immagini]

I SEGRETI DELLA CASA SUL LAGO – KATE MORTON

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«Ricordava ancora l’amore, l’amore totalizzante che si prova da giovani, sebbene fosse ormai passato tanto tempo da allora. C’era bellezza in un amore come quello e, indubbiamente, pericolo».

Sadie è una detective e ha commesso un errore che non avrebbe dovuto compiere. Così adesso si trova in Cornovaglia, si è rifugiata a casa di nonno Bertie, per trascorrere un periodo di pausa forzata da Londra e dal lavoro. Mentre percorre una strada di campagna per la consueta corsa mattutina, si imbatte in qualcosa che attira la sua attenzione: una villa abbandonata, circondata da quello che un tempo era stato un giardino maestoso e che ora appare come una selva inestricabile.
Quella dimora abbandonata, in cui tazze di fine porcellana giacciono ancora sul tavolo sotto una spessa coltre di polvere e la vita sembra essersi congelata, sospesa come nella più terribile delle fiabe, attrae Sadie con un fascino inspiegabile. La giovane detective vuole saperne di più e ciò che scopre non fa che accrescere il suo desiderio di riportare la luce tra quelle vecchie mura: settant’anni prima, proprio in quella casa, un bambino è scomparso senza lasciare traccia. Gli Edevane, la famiglia che viveva a Loanneth, lasciarono la Cornovaglia dopo la tragedia per non farvi più ritorno. Ma cosa sarà accaduto in quella casa? E che fine avrà fatto il piccolo Theo, l’ultimo genito degli Edevane? Sadie è determinata a scoprire la verità e ignora che il suo desiderio di sapere la porterà in un viaggio a ritroso nel tempo, dove giacciono segreti che attendono di essere dissepolti.
Nel 1933 in quella casa si sta per celebrare il solstizio d’estate. Alice, la secondo genita degli Edevane, ha sedici anni e il cuore pieno di speranze. E’ innamorata di Ben, uno dei giardinieri della villa, e sogna di diventare una scrittrice. Ma ben presto un evento doloroso stravolgerà ogni cosa e niente sarà più come prima.

«L’erba folta, le ombre di una giornata d’estate di tanto tempo prima, le macchioline bianche delle margherite in primo piano. Un breve momento nella vita di una famiglia felice, immortalato prima che cambiasse tutto».

Kate Morton, scrittrice australiana laureata in letteratura inglese, è una delle autrici contemporanee che più amo e, ancora una volta, riesce a regalarci una storia intessuta con maestria, intrisa di emozioni, pervasa da un mistero che trova radici nel passato. La più grande abilità di questa autrice va ricercata nella sua capacità di prendere per mano il lettore, dissolvere i contorni del suo mondo e trasportarlo in luoghi e tempi lontani, dai quali si fatica a fare ritorno. Le descrizioni sono così dettagliate, poetiche e suggestive che durante la lettura si ha l’impressione di essere entrati in un affresco, di trovarsi nella Cornovaglia degli anni ’30, di passeggiare nel giardino di Loanneth, con le sue siepi fiorite e il lago che luccica placidamente sotto il tiepido sole di giugno, in un contesto così reale da indurre il lettore a provare nostalgia per luoghi e tempi mai vissuti. Come nei libri precedenti, si assiste alla presenza di due diversi piani temporali, il presente e il passato che si avvicendano, per comporre sotto gli occhi del lettore un mosaico che va via via prendendo forma, fino al tassello finale che lascia, come sempre, senza fiato. Un’altra costante dei suoi libri risiede nella presenza di figure femminili potenti, affascinanti ammantate da un’aurea che ammalia. In questo libro, tuttavia, anche le figure maschili ricevono maggiore spessore, risultano più approfondite e complesse rispetto ai libri precedenti in cui, a mio avviso, perivano all’ombra delle donne. Ho trovato alcune parti prolisse, la vicenda che riguarda Sadie e il suo temporaneo allontanamento dalla Polizia avrebbe forse potuto occupare meno spazio, senza dare così l’impressione di interrompere il filone principale della storia. Tuttavia la scrittura coinvolgente della Morton alleggerisce il peso delle pagine e non toglie il desiderio di arrivare fino in fondo. Non posso quindi che consigliare questo libro a chi ama i misteri, i sentimenti antichi, le epoche passate. I segreti della casa sul lago vi incanterà con le sue atmosfere cariche di fascino.

Stefania Mangiardi

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Dentro soffia il vento – Francesca Diotallevi

L’amore è il più complicato dei sentimenti.

Il più meschino e, allo stesso tempo, il più coraggioso.

Ho atteso Dentro soffia il vento con trepidazione, stregata dalla lettura de Le stanze buie, libro d’esordio di Francesca Diotallevi che mi ha introdotto nella scrittura matura, curata e suggestiva di questa autrice. Quando ho avuto tra le mani la mia copia, inviatami in anteprima dall’ufficio stampa Neri Pozza, invece di riporre il libro sullo scaffale come di consueto, l’ho tenuto sul comodino accanto al letto, in attesa di terminare il libro in lettura. Non lo avevo ancora iniziato ma non volevo già separarmene. Una sensazione che si è concretizzata e protratta non appena mi sono ritrovata nel piccolo villaggio incastonato tra i monti, Saint Rhémy, in Val d’Aosta, durante il primo conflitto mondiale.

Fiamma, la ragazza dagli occhi color del bosco e dai capelli rossi come il pelo della volpe che l’accompagna, è per tutti una strega. Vive da sola in un capanno tra la fitta vegetazione, ai margini della comunità, nell’abitazione che ha condiviso con la madre fino alla sua morte. Da quando Raphael, il suo unico amico, è partito per la guerra non facendovi ritorno, le giornate di Fiamma scorrono in completa solitudine. Gli abitanti del villaggio credono che dentro di lei scorra il sangue del demonio e la tengono a distanza. Di giorno. Perché di notte una processione silenziosa si avvicenda alla sua porta. Gli abitanti di Saint Rhémy, protetti dall’oscurità, si rivolgono a Fiamma per ricevere i decotti curativi che lei, avviata a quest’arte dalla madre, prepara servendosi di fiori ed erbe.

Mia madre lo diceva sempre: non basta il cuore a sconfiggere l’ignoranza e la superstizione.

Raphael, l’amico che sapeva comprenderla e starle accanto come nessuno, ha lasciato un grande vuoto nel suo cuore, ma la sua assenza non è per lei l’unica fonte di tormento. Yann, il fratello di Raph, sembra provare per lei un odio quasi palpabile, sentimento che Fiamma teme più di ogni altra cosa.

La narrazione viene affidata a tre diverse voci: quella di Fiamma, di Yann e di Agape, il nuovo reverendo giunto nel villaggio per sostituire l’anziano parroco, don Jacques. I loro punti di vista si avvicendano, trasportandoci in questo viaggio tra la neve, i boschi, le superstizioni e gli amori, di una storia che avvince e conquista il lettore. Lo stile di Francesca si conferma superbo. Descrizioni curate e suggestive, con un ritmo caldo e avvolgente che ricorda le storie raccontate intorno al bagliore di un focolare. Un libro di cui ho amato ogni cosa: i personaggi con le loro debolezze, che si annidano tra le pieghe di anime stropicciate dalla vita, i luoghi intrisi di personalità, la cura per i dettagli, cesellati con maestria, la descrizione dei sentimenti: vivi, palpitanti, poetici. L’amore ineluttabile, quello che ti sceglie e non lascia via d’uscita. L’amore che vince su tutto, anche sui pregiudizi più difficili da sradicare.

L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Impossibile per il lettore non rimanere avviluppato nella storia, non empatizzare con i turbamenti che colorano le pagine, non lasciarsi coinvolgere e commuovere. Un insieme che non fa che confermare la bravura di questa autrice che, ne sono certa, continuerà a regalarci emozioni tramutate in carta.

La sera in cui ho terminato, tra le lacrime, questo libro, il cielo della notte era tinto di viola. Mentre percorrevo in macchina il tragitto che mi separa dalla casa in campagna dei miei genitori, i personaggi che turbinavano ancora nella mia mente, ho intravisto tra le sterpaglie una coda fulva. Ribes, ho pensato senza rifletterci. In quel momento ho capito che ci sono storie che scivolano via ed altre destinate a conquistarsi un pezzetto di cuore.

Fiamma non mi avrebbe abbandonato.

Stefania Mangiardi

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La lettrice – Annie François

Il lettore in apnea è imprevedibile: un bacetto sul collo può farlo saltare fino al soffitto. È un asociale, solitario, una sorta di autistico. Provate ad impedirgli di finire il paragrafo. La persona più affabile va in bestia. Fino a quando un lettore non ha posato il libro di sua spontanea volontà, è un essere potenzialmente pericoloso.

La lettrice, a metà tra un diario e un saggio, racconta la passione sfrenata di Annie François, editor parigina, per i libri.

Passione che accomuna tutti i bibliofili, tutti coloro che vivono di storie, quelli che senza un libro tra le mani proprio non ci sanno stare.

Tra le pagine di questo libro ogni lettore potrà trovare un pezzetto di sé, riconoscendo manie ed idiosincrasie, abitudini irrazionali e gioie segrete che solo gli amanti dei libri possono comprendere.

E allora scoprirete di non essere gli unici a non riuscire a prendere sonno senza aver letto almeno una riga:

Devo sempre leggere prima di addormentarmi. Anche alle quattro del mattino ho bisogno della mia dose. Incapace di fermarmi alla fine del capitolo, del paragrafo o della riga, mi blocco a mezza frase, stecchita.

a1hlAmeA tremare temendo che un conoscente chieda in prestito uno dei libri che più amate:

Chi non ha temuto l’occhio curioso, il dito che scorre sui dorsi e che si ferma? Ecco. Il libro è condannato. Non lo rivedremo più. Ci piange il cuore. Non quello. Non a lui, non a lei, che non restituiscono mai niente o Dio sa quando.

A sentire l’esigenza compulsiva di acquistare nuovi titoli, anche quando molti altri attendono di essere letti e le finanze non lo consentirebbero:

Come il bulimico evita di passare davanti alle pasticcerie, mi distolgo dalla vetrina delle librerie per evitare di farmi prendere dalla golosità, evitare gli acquisti compulsivi che servirebbero soltanto ad accrescere l’immensa pila in attesa che vacilla accanto al letto: di sicuro le opere si vendicherebbero franandomi addosso durante il sonno.

In un susseguirsi di capitoli lapidari, l’autrice espone, sotto forma di appunti personali, ogni implicazione dell’essere un bibliofilo. Ogni aspetto del libro viene sviscerato e analizzato, dalla fascetta promozionale, usata puntualmente come segnalibro, all’abitudine di affondare il naso tra le pagine per aspirarne l’essenza, alla repellenza per il codice a barre che come un graffio marchia il lettore, lo riduce al ruolo di volgare consumatore prigioniero di un mercato.

E poi scopriamo chi sono i lettori, cosa li spinge ad accumulare volumi su volumi, ad anteporre la lettura ad altre attività, in un’indagine non esente da ironia e critiche.

Perché anche la lettura può diventare indigesta quando ci si dimentica del mondo circostante.

Tutti questi personaggi, queste bestie, queste nuvole, queste tragedie, questi paesaggi, queste avventure sordide o magnifiche mi soffocano. Perché questi giochetti di sostituzione, questi viaggi di carta, questi surrogati di passione, di delitto? Voglio vivere. Sottrarmi alla tirannia della loro finzione. 

Alcuni passaggi sono addirittura imbarazzanti perché, ammettiamolo, la bibliofagia, come ogni altra dipendenza, può rasentare il ridicolo. Inevitabile riflettere su cosa penserebbe un osservatore esterno vendendoci in preda ad una crisi di panico per aver dimenticato il nostro libro nella valigia già imbarcata, oppure trovandoci talmente assorti nella lettura da non riuscire a recepire nulla di ciò che ci accade intorno.

Un vademecum del lettore, come avrete intuito, i cui limiti sono strettamente connessi alla sua francesità. L’autrice, infatti, infarcisce il testo di molteplici riferimenti appartenenti al mondo culturale e letterario francese, decisione che a mio avviso rende il testo eccessivamente contestualizzato.

Nonostante ciò non posso che consigliare questo volumetto a chi ama la lettura e il libro inteso come oggetto in sé, oltre che per la storia che custodisce. Sono certa che troverete tra le pagine un pezzetto di voi e della vostra meravigliosa follia.

Stefania Mangiardi

[immagine tratta da Google immagini]

Ad occhi chiusi: recensione di “Cecità” di José Saramago

C’è un mare di latte in una città imprecisata di questo nostro Pianeta che ferisce tutti, succhia la vita e la getta via. Un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge che i suoi occhi non riescono a vedere più nulla. All’inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma una visita medica gli diagnostica una cecità assoluta, di quelle che avvolgono le sue vittime in un candore luminoso. Tale destino, tuttavia, colpirà progressivamente l’intero paese e tutti i malati verranno messi in quarantena in un manicomio, isolati e controllati, finché non rimane più nessuno capace di vedere, eccetto una donna, la moglie di un medico, che sembra essere immune da questa terribile malattia, ma che, per rimanere vicina al marito, finge di essere cieca a sua volta, così da farsi internare con lui. Sarà in questo luogo, privo di controllo e di alcuna legge se non quella del più forte, che l’unico personaggio vedente diverrà metafora del bene in mezzo al male, in quanto farà dono e sacrificio di sé per la salvezza degli altri.

523fb5f93f92d96d6e3978f7efcaba30Scritto con una durezza spiazzante, Saramago ci racconta una storia unica su quegli istinti che, non potendosi sfogare all’esterno, si rivolgono all’interno. Concepito come una grande metafora su un’umanità primordiale e feroce, incapace di vedere con lucidità e distinguere le cose su una base razionale, ne deriva un saggio sul potere e la sopraffazione, sull’indifferenza e l’egoismo, una forte denuncia del buio che pervade l’animo umano. Cecità è un flusso costante e ininterrotto di pugni allo stomaco che ci invita a guardare il nostro mondo e le sue sfumature più nere, che scuote il nostro lato più subdolo rendendoci tutti potenzialmente cattivi. Con uno stile per nulla sincopato, il premio Nobel portoghese spolpa i suoi personaggi della loro carnalità per trattarli esclusivamente come anime cieche e prive di compassione. Ed è proprio, infatti, in una condizione di panico estremo che l’uomo rivela il peggio di sé, anteponendo la cattiveria, l’irrazionalità e la brutalità alla ragione. Libro che fa riflettere, claustrofobico, angosciante. Eppure un libro che tutte le persone adulte dovrebbero leggere. Perché di fronte al buio e all’abiezione più totale, è possibile una rinascita attraverso la riscoperta degli elementi essenziali alla vita come l’acqua, di gesti così semplici da non ricordarne neppure più l’importanza, di emozioni che sgorgano spontanee, non inficiate da alcuna contaminazione visiva. E quando tutto questo sarà finalmente acquisito, quando la metaforica sporcizia di cui sono rivestiti tutti i ciechi viene lavata dalla pioggia della purezza, allora ad uno ad uno ritornano a vedere e soprattutto a vedersi.

Luzia Ribeiro

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La tristezza ha il sonno leggero – Lorenzo Marone

Ci sono libri difficili da spiegare, perché difficile è districare la matassa di emozioni che generano dentro. La tristezza ha il sonno leggero è uno di questi. Un libro che non è solo una storia, una storia che non è solo una sequenza di parole, perché all’interno c’è un ingrediente che trasfigura ogni sillaba in qualcosa di più: la vita.

La vita è quello che troviamo tra le pagine del nuovo libro di Lorenzo Marone, edito Longanesi. La vita vera, quella che non fa sconti, che non protegge dai dolori, che non asseconda i desideri, e che pure sa stupire.

la-tristezza-ha-il-sonno-leggero-lorenzo-marone-la-chiave-di-sophiaErri Gargiulo, quarant’anni e figlio a metà. I suoi genitori, Raffaele e Renata, decidono di separarsi quando ha solo cinque anni e, come tutti i bambini, una fragile sfera piena di sogni e speranze. E’ proprio in quel momento, mentre il piccolo Erri si trova accovacciato contro il muro con gli occhi chiusi e un nodo  che serra lo stomaco, che la sua sfera va in frantumi. Suo padre, qualche mese dopo, parte per la Spagna, per fare ritorno a Napoli anni dopo, con un’avvenente moglie andalusa, Rosalinda, e una figlia in arrivo, Flor. Erri Rimane con la madre, che dopo alcune relazioni sbagliate sposerà Mario, un ingegnere dal buon cuore, già padre di una bambina, Arianna. Renata e Mario avranno, insieme, altri due figli, Valerio e Giovanni. Siete confusi? Pensate ad Erri, cresciuto in due famiglie che gli appartengono solo a metà. E mozzata appare anche la sua felicità, sempre amputata dall’assenza di uno dei due genitori e dal non sentirsi mai completamente parte di nulla. A questo aggiungete una madre rigida, autoritaria e poco propensa alle tenerezze, e un padre introverso e distaccato.

La mia condizione di bambino con due famiglie, due case, due padri, una madre e mezza e non so più quanti fratelli, mi aveva spogliato del ruolo di figlio, della sensazione che i bambini provano nella pancia senza nemmeno saperlo, un insieme di coraggio e forza che nascono quando ci si sente importanti, al centro dell’attenzione dei propri familiari. Io, quella forza, semplicemente non l’avevo.

Questo, il bagaglio pesante che ha curvato nel tempo le spalle di Erri, privandolo del coraggio necessario per portare avanti i suoi sogni, costringendolo a vivere in difesa, per ripararsi dal dolore e, così, anche dalla felicità.

Felicità che sembra avergli voltato completamente le spalle quando la moglie, Matilde, decide di lasciarlo per un collega, dopo anni in cui hanno tentato, e desiderato, di mettere al mondo un bambino.

Sarà proprio questo evento che porterà Erri ad analizzare la sua vita, a mettersi di nuovo in gioco, a porsi domande scomode, cercando le risposte nei cassetti della sua esistenza.

I cassetti verranno aperti uno ad uno, in forma di flashback e digressioni, nel corso di una lunga cena di famiglia, dove insieme alle pietanze servite dalla domestica indiana, troveremo ingredienti inaspettati: rimorsi, dolori, frasi non dette, verità malcelate, speranze sfumate, riflessioni esistenziali, apparenze falsate.

Erri entrerà lentamente nel cuore del lettore, con i suoi limiti, le sue tristi consapevolezze e la lucida indagine a cui sottopone se stesso e gli altri, un’analisi limpida, a volte severa, ma che non tralascia mai il cuore.
Chissà perché, nella vita, più si va avanti, più si tende a eliminare qualcosa: prima i baci, poi le carezze, gli abbracci e, infine, le parole. Invece, bisognerebbe aggiungere. Sempre.

Dopo aver letto, e amato tantissimo, La tentazione di essere felici, primo libro dell’autore, aspettavo con ansia questa seconda pubblicazione che, tuttavia, non sarei riuscita ad immaginare così densa di emozioni. Ho ritrovato la scrittura calda di Lorenzo, la sua capacità di affrescare i personaggi tramutandoli in persone che, in questo grande romanzo corale, non era un’impresa semplice.

Tanti i temi che coinvolgono il lettore: il rapporto genitori/figli, la famiglia allargata, il desiderio di un figlio, la speranza, le aspirazioni personali.

La matita ha accompagnato il mio viaggio nel mondo di Erri perché di cose da ricordare, lui ce ne dispensa tantissime. Due su tutte. La prima riguarda il dolore. La sofferenza è una tempesta che ci stravolge, ci disorienta e ci smarrisce come naufraghi, ma l’isola deserta siamo spesso noi a sceglierla. Ignorando le tante cose belle che pure, nella loro candida semplicità, costellano la nostra vita.

La seconda ci riporta ai sogni. Non è mai troppo tardi per ricominciare a sognare, e se la vita ci pone davanti un ostacolo forse è solo un segnale più forte e inequivocabile di tutti quelli che fino a quel momento abbiamo ignorato. E’ lo scossone che ci serviva per imboccare una strada nuova che magari non sarà lastricata d’oro, ma potrà comunque insegnarci a brillare.

Un romanzo che consiglio oggi e continuerò a consigliare in futuro perché, per quanto mi riguarda, questo libro ha un potere magico: ognuno di voi troverà all’interno un pezzetto di sé. Lo troverà, perché dentro questo libro c’è la vita vera.

Diciamocelo: se c’è una cosa che fa proprio paura è la felicità. Non sai mai quando arriva.
E, soprattutto, quando se ne va.

Stefania Mangiardi

[immagine tratta da Google immagini]

Alla deriva – Recensione di “Agostino” di Alberto Moravia

C’è una spiaggia nel Viareggio, in Versilia, che è senza spiegazioni, senza certezze, che con il suo moto ondoso sa perpetuare le inquietudini di un tredicenne, Agostino, che per la prima volta si scontra con le durezze della vita. Egli è in vacanza con la madre, “una grande e bella donna ancora nel fiore degli anni” e con lei gioca, si tuffa, nuota, ristagna felicemente in quella loro perfetta sintonia.

Quando però la madre comincia a frequentare Renzo, un giovane alto, bruno e abbronzato, Agostino si sente tradito nella sua sicurezza e il cambiamento diventava inevitabile, la sua crescita personale una scelta. Fu in quell’occasione che avvertì la prima grande lacerazione tra se stesso e colei che lo aveva messo al mondo, sarà da quell’occasione in poi che Agostino continuerà ad urlare in silenzio il nome della madre fino a quando non tenterà di ricucire la ferita con un altro tipo di amore, di certo più sintetico, senza però riuscirci.

Umiliato ed amareggiato, Agostino fa la conoscenza di Berto, un coetaneo lentigginoso dalle “pupille celeste torvo”, dalla canottiera “con un largo buco in mezzo alla schiena” e dalla voce che tradiva “un rozzo accento dialettale” e di un paio di altri ragazzini, tutti facenti parte della stessa banda. Con loro, unico adulto, un bagnino di quasi cinquant’anni, il Saro, due mani tozze da sei dita ciascuna.

La seconda metà del libro si snoda perciò tra scherzi grossolani e triviali, pesanti allusioni e seduzioni in un mondo in cui la giovane età non conta, perché nel frequentarli, al di là del ribrezzo, in Agostino restava un inspiegabile piacere. I nuovi amici, rozzi, ottusi e violenti, certo ben lontani dal suo essere un raffinato borghese di città, lo conquistavano, gli rendevano scoloriti i giochi sorvegliati dagli adulti, la collezione dei francobolli e i modi dabbene dei suoi ex compagni di vita, lo allontanavano da una realtà che non sentiva più sua.

Spintosi oltre i confini della prosa, con questo romanzo breve Alberto Moravia indaga le pieghe psicologiche di quell’uomo che, anche se deve ancora crescere, non sa guarire da ciò che gli manca, si adatta, si racconta altre verità. Perché si può nascere vecchi, convivere di già con la nostalgia di qualcosa.

Considerato da molti il suo capolavoro insieme a Gli Indifferenti, Agostino è un libro che con finezza e obiettività ti mostra il passaggio dalla giovinezza all’età adulta senza l’uso di intermediari ma basandosi esclusivamente sul punto di vista di un ragazzino che precipita inconsapevolmente in quella metà di mondo accasciante, dove si sopravvive come si può. E da tutto ciò, Agostino non chiede alcun risarcimento, né dalla scoperta angosciosa e traumatica del sesso né dal tentativo di superare un attaccamento edipico eccessivo. Perché, come dice Moravia, le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo di fare noi.

Luzia Ribeiro da Costa

La casa del sonno – Jonathan Coe

Terry era un oniromane: i suoi sogni costituivano la parte più pura, preziosa e necessaria della sua vita, e per questo trascorreva almeno quattordici ore al giorno dando loro la caccia attraverso la sua mente addormentata.

Gregory, Veronica, Terry, Robert e Sara sono studenti universitari nei primi anni ottanta. Molto diversi tra loro ma accomunati da un rapporto particolare con il sonno: ossessivo, nevrotico, patologico, inquietante. C’è chi soffre di narcolessia e fatica a distinguere i sogni dalla realtà, chi guarda al sonno con occhio scientifico e vorrebbe carpirne le dinamiche più recondite, chi si abbandona al sonno per trovare la radice della propria creatività artistica.

La-casa-del-sonno_CoeL’austera e grigia Ashdown è il dormitorio che ospita i ragazzi e che, dieci anni più tardi, diverrà una clinica specializzata nei disturbi del sonno, che rimane il filo conduttore di tutta la storia. Storia dalla struttura molto particolare. I capitoli dispari sono infatti ambientati negli anni ottanta, periodo in cui i protagonisti sono studenti alla ricerca della propria strada, mentre i capitoli pari ci conducono oltre un salto temporale di quasi dodici anni, le loro personalità si sono definite, le loro vite sono mutate, imboccando direzioni differenti, alcune prevedibili, altre inaspettate.

Il libro è diviso in sei parti, ognuna delle quali rappresenta un diverso stato di coscienza: veglia, fase uno, fase due, fase tre, fase quattro, sonno REM, ed ogni capitolo si conclude con una frase spezzata che prosegue nel capitolo seguente, con connessioni arbitrarie che in principio destabilizzano il lettore.

La casa del sonno è un libro insolito, psicotico, che procede ad incastri, dove ogni pagina diventa un tassello che va a completare quello precedente e ad anticipare il successivo, proprio come in un mosaico. Il lettore si trova  a tratti smarrito, con la netta sensazione di essersi perso qualcosa, ma proprio quando sta per cedere alla tentazione di sfogliare le pagine a ritroso per chiarirsi le idee, Coe si dimostra bravissimo a sciogliere i suoi dubbi, facendo luce su quella porzione narrativa. E’ uno stile al quale bisogna abituarsi ma che, entrati nella giusta ottica, si fa avvolgente, a momenti anche inquietante, trasportandoci nella psiche dei protagonisti, nelle loro nevrosi e nei loro turbamenti interiori.

Mi sentivo più felice quando dormivo che da sveglio. Facevo sogni bellissimi.

La scrittura è dettagliata, ironica, con una forma pulita che non contempla il superfluo.

Il sonno rimane il protagonista assoluto del romanzo, quello stato in cui non siamo pienamente consapevoli, in cui siamo più fragili e forse anche più veri, privati delle sovrastrutture che guidano le nostre azioni durante la veglia.

Quella condizione di vulnerabilità del cuore in cui anche i dettagli più minuti e banali assumono un carattere luminoso, trasfigurante.

Le storie dei protagonisti muteranno negli anni, a volte deviate per sempre da un destino quasi perverso, che userà malintesi e fraintendimenti per prendersi gioco di loro.

Un libro che saprà coinvolgervi e stupirvi, con un’atmosfera surreale e un ritmo vorticoso che vi sospingerà fino all’ultima pagina. Consigliato agli amanti dei risvolti psicologici.

Stefania Mangiardi

[immagine tratta da Google immagini]

Il mio supereroe sei tu – Anna di Niccolò Ammaniti

C’è un’epidemia di quelle che ti succhiano via la vita, di quelle capaci di lasciare al mondo solo dei bambini se è vero che non si diventa adulti semplicemente quando a morire sono i tuoi genitori.
In una Sicilia proiettata in un 2020 desertico, l’umanità è in via d’estinzione perché la “Rossa” macchia a morte chi si trascina gli ormoni della maturità. Anna, la protagonista-bambina del romanzo, è dunque votata alla sopravvivenza insieme al fratellino Astor, l’amico Pietro e un cane di nome Coccolone. L’imperativo è quello del “bisogna farcela” in qualsiasi luogo e condizione, perché fermarsi è concesso solo a chi sale, non a chi scende. È un viaggio pieno di avventure quello di Anna che oltre ad avere il compito di insegnare la lettura al fratello e di salvarlo quando verrà rapito dai “bambini blu”, cerca disperatamente di uscire dalla Sicilia perché forse, oltre l’isola, c’è una cura.
Scritto con l’arte visionaria propria di chi abbandona la normalità perché sa troppo di presente, Anna è un romanzo che romba da solo perché nelle inconsapevolezze dei bambini si annidano e si sciolgono naturalmente i problemi etici dell’esistenza. Case abbandonate o bruciate, autostrade, gruppi di ragazzini che si comandano a vicenda, animali randagi e incattiviti, la pesca pericolosa di un polipo e una traversata in mare sono gli elementi essenziali di questa distopica e curiosa narrazione. E non viene da storcere il naso quando ad un certo punto c’è un rave-party della speranza, celebrato in una Spa defunta, dove due bambini capibanda hanno fatto credere che ci si può salvare dalla “Rossa” prima di entrare nell’adolescenza. Né ci coglie totalmente impreparati quel lungo e affollato pellegrinaggio di piccoli cuori che, idioti e completamente abnegati da una credenza-Ikea, corrono per celebrare e bere il sangue (o ingoiare le ceneri) di una finta santa tutta particolare inventata per l’occasione e chiamata la Picciriddona nella speranza di raggiungere l’immunità dall’epidemia.
Quello che leggiamo è l’ultimo libro di Ammaniti, scrittore pop che ci ha abituato ai tentacoli di immagini vivide, forti, quasi si tratti di un fumetto dai ritmi accelerati.
Particolarmente significative sono le pagine nelle quali si costruisce il legame tra Anna ed Astor, nel reciproco tentativo di correggersi per restare a galla, perché nessuno si salva da solo. Sulla scia di altri suoi romanzi precedenti come “Io e te” o “Io non ho paura”, questa storia non vuole essere un romanzo di formazione alla Golding o alla Dickens (sebbene ci siano delle somiglianze) quanto piuttosto un continuo alternarsi di squarci spasmodici tra visioni apocalittiche e diaboliche, e riflessioni sulla vita e sulla morte. Sopra tutto, la certezza che, in maniera forse un po’ prevedibile, alle volte essere un fratello è ancora meglio che essere un supereroe.

Luzia Ribeiro da Costa