La lepre e la tartaruga: correre per rallentare

Nel mondo anglosassone esiste una storia raccontata con minime variazioni da almeno un secolo, più recentemente dallo scrittore americano Terry Hershey nel suo Sacred Necessities (2005). La vicenda vede un esploratore, a volte inglese, altre volte americano, recarsi in un non meglio specificato paese africano ed assumere delle guide locali per accompagnarlo nella natura selvaggia. Le guide, durante i giorni di lavoro, vengono spronate a un passo sempre più veloce, fino a che, senza apparente motivo, si fermano all’ombra di un albero, rifiutandosi di proseguire. Alle esasperate lamentele dell’esploratore, le guide replicano tranquillamente: “Ieri abbiamo camminato troppo veloce. Oggi aspettiamo che la nostra anima raggiunga il nostro corpo”.

In altre versioni della storia quella riportata è la reazione dei locali all’introduzione degli autobus nelle città, in altre ancora si tratta di un passeggero che, dopo il primo volo della sua vita, sta fermo per qualche minuto al gate di sbarco. In una narrazione o nell’altra, la morale della storia non cambia, e ci interroga direttamente su un crescente bisogno di lentezza che si è manifestato con sempre più forza negli ultimi anni.

Nel suo Nel momento (1999), Andrea De Carlo suggerisce che la lentezza sia una sorta di “tiro mancino” da parte della Natura, un’assicurazione per arginare l’ambizione già smisurata dell’uomo limitando la distanza che gli è concesso di percorrere con le sue proprie forze. In maniera del tutto speculare, il filosofo statunitense Henry David Thoreau, in Camminare (Walking, or the Wild, 1863) celebrava il recupero di un passo lento, contrapposto alle nuove, impensabili velocità aperte dalle coeve conquiste tecniche. Nei suoi testi, il camminare diventa una via quasi mistica per vivere davvero il movimento, prestando al contempo attenzione al paesaggio attraversato ed alla propria relazione con esso, in un viaggio “doppio” che conduce più lontano di qualunque treno o diligenza: “Il viaggiatore più veloce è colui che va a piedi”.

Il problema della velocità oggi non si pone quasi più, certo non nei termini espressi da Thoreau, tanto meno in quelli dei fantomatici africani in attesa. È un fatto, però, che all’incremento dei voli low cost è aumentato anche il numero dei turisti-pellegrini con zaino in spalla e scarponi ai piedi, che il boom dei fast food ha portato all’evoluzione dello speculare slow food, che l’auto privata (al netto dei costi di mantenimento) viene giorno dopo giorno soppiantata dai servizi di noleggio di biciclette come mezzo di spostamento privilegiato nelle grandi città. Paradossalmente, più crescono le occasioni di muoversi sempre più velocemente, di raggiungere quindi in un minor tempo possibile la distanza maggiore, più si cerca di rallentare, di riportare i ritmi della vita e del movimento ad un passo più calmo, più, forse, a misura d’uomo, in quella dimensione della “breve distanza” (temporale o spaziale che sia) che De Carlo vedeva come una trappola.

Fermo restando che le due opposte tendenze, anche solo per necessità, non possono che coesistere, vale la pena notare che mai come oggi, con treni a levitazione magnetica che toccano i 600 km/h o più semplicemente connessioni internet a banda larga che aumentano esponenzialmente l’ampiezza di banda dei mezzi trasmissivi, il culto della velocità celebrato dai vari Marinetti e Boccioni ha raggiunto una così completa realizzazione; mai come oggi, al contempo, si fa sentire la nostalgia per tutto ciò che è vicino, semplice, naturale, lento e meditativo.

Si tratta di una pura e semplice paura della novità, che spinge a rallentare per timore di un mondo che non riusciamo più a comprendere nella sua totalità, o ci stiamo finalmente fermando, anche solo per un poco, per permettere alle nostre anime di raggiungere i nostri corpi?

 

Giacomo Mininni

 

[Photo Credit: Tatiana Diakova via Unsplash.com]

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Lo Sguardo

<p>Lo Sguardo</p>

Taluni dicono che le persone cambiano, altri che non cambiano mai, si dice anche che non si può conoscere a fondo una persona… e sono tutte verità grossolane. La verità, quella stretta stretta1, è che tutti gli aspetti e le caratteristiche di una persona, ritornano. Una persona che abbiamo conosciuto diversi anni fa, cambia e non cambia, rimane celata seppur in bella mostra. Ciò che abbiamo conosciuto non è altro che una porzione del suo tempo irrimediabilmente passata. Questo suo passato, nel suo agire pratico e mentale, non è altro che una tendenza al futuro, una fuga dal presente verso il futuro. In questa fuga, una persona è tutto ciò che è stata e tutto ciò che pensa di essere in futuro: entro il corpo di questa fantomatica persona ci sono tutti i propositi e gli auspici del suo essere al passato. Nel mezzo ci stanno tutti i sotterfugi per fuggire dagli Altri, dal loro sguardo che ci rende ciò che siamo stati a noi stessi e che pregiudica ciò che saremo; nel mezzo ci sta una nudità scomoda dalla quale fuggire. Le persone sono sostanzialmente nostalgia di ciò che sono stati e di ciò che ancora non sono.

Lo sguardo nasconde gli occhi, sembra mettersi davanti a essi2. È il testimonio della presenza della Libertà degli Altri; la prova tangibile che la Libertà è de facto un concetto che limita il soggetto mettendo a nudo la sua indecifrabilità. Ogni uomo libero ha un solo limite e lo si ha nel momento in cui il suo sguardo incrocia quello dell’Altro. In questo scambio di sguardi si è utopia per sé stessi e per l’Altro. Lo sguardo plasma le nostre pratiche e condiziona il nostro pensare; la libertà condensata in quello sguardo limita e ingabbia il mio cuore in una maschera di continenza3. Vengono a mancare le emozioni che danno misura, frenano l’analisi, legittimano l’arbitrio e creano il dinamismo. Per compiacere lo Sguardo sacrifichiamo tutte le abilità del mestiere4.

Lo sguardo è un legame senza distanza5; un atto di trascendenza, ed al contempo è l’atto che smaschera questa trascendenza: lo sguardo degli altri ci rende ciò che siamo ai nostri occhi. Essere visti ci fa esistere agli occhi degli altri ma, cosa più importante, ci fa essere ai nostri occhi; ci permette di percepirci, ci fa sentire esistere. Ci limita. Per questo agli uomini che vivono ed impersonano i contrasti del loro tempo e del loro essere si deve più di quanto si immagini: essi, più d’altri, sono l’allegoria più riuscita ed universale della vita umana6.

Tutti i nostri cattivi pensieri vogliono diventare santi e giusti7 agli occhi dell’Altro e così si falsano. Il pensiero si libera dalla custodia che le cinge la bocca, spalanca la porta della continenza e si riversa8 mondo esterno, si trasvaluta, si maschera davanti allo sguardo. Tutto ciò che appare non è, mentre tutto ciò che è non appare. Quindi Io come concetto irrisolvibile ma al contempo indissolubile; formato da cumuli di segni, gesti ed espressioni in tecnica mista in continua e perenne riformulazione, o meglio come una sorta di ‘Impossibile a divenire’. Innervato in ogni pennellata, come nel sangue che gocciola, nella forma, nel sole, luce, colore. Tuttavia in accordo, i modelli, i colori ed il mio Io9. Sentiamo il pensiero nascere in bocca10 e la potenza dalle mani e dall’intelletto e gli occhi sono al contempo limite ed infinito. Io come estensione e contrasto di natura e caos, sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto; sono libero11.

Salvatore Musumarra

Riferimenti e citazioni:
1. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Canto della Notte.
2. Jean-Paul Sartre, Essere e Nulla, Lo Sguardo.
3. S. Agostino da Ippona, La Continenza, La bocca interiore del cuore.
4. Umberto Boccioni.
5. Jean-Paul Sartre, Essere e Nulla, Lo Sguardo.
6. Johann Wolfgang von Goethe, La teoria dei colori.
7. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Dell’Uomo superiore
8. Libro Dei Salmi, Salmo 140, 3.
9. Paul Cézanne.
10. Tristan Tzara, Manifesto del Dadaismo.
11. Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo.