La notte eterna di Noa: per una società della cura e del non abbandono

Noa aveva solo diciassette anni quando prese la decisione definitiva di morire, come aveva riportato nel suo ultimo post del suo profilo Instagram.

Per Noa quell’esistenza non rappresentava nemmeno più una mera sopravvivenza. La vita le era diventata tanto pesante da non poter più trovare la forza, da sola, di sostenere quel macigno che, anno dopo anno, la stava schiacciando. “Ho deciso di lasciarmi andare perché la mia sofferenza è insopportabile. Respiro, ma non vivo più”. Queste le parole che quasi tutti i quotidiani hanno riportato e che si fanno portavoce della lacerazione interiore, della profonda sofferenza che Noa si portava dentro e con cui non riusciva più a vivere.

“Respiro ma non vivo”. Un respiro dopo l’altro, nel suo processo naturale di inspirazione e espirazione. Solo ossigeno che riempie i polmoni. Un’esistenza delimitata dal suo mero decorso biologistico. Un decorso che è proseguito fino al momento in cui Noa annunciò la decisione definitiva di lasciarsi morire, rinunciando a nutrirsi ed idratarsi. Per porre fine a quell’atto respiratorio che costituiva ormai l’unico elemento che la teneva in vita. 

Aggredita a soli undici anni e successivamente violentata a quattordici, non riusciva a sopportare tutto quel dolore che, ancora bambina, aveva travolto il suo corpo e la sua identità all’improvviso. “Mi sento ancora sporca”, diceva. Impossibile mettere un punto e ricominciare da capo. Prima la depressione. Poi l’anoressia, quel mostro che l’aveva costretta a vivere con un sondino nasogastrico durante ogni singolo giorno del suo ultimo anno di vita. Continue ricadute. Un tentativo di suicidio. Così come continui i tentativi di rivolgersi a delle strutture in grado di seguirla e di aiutarla a convivere con quell’incubo che da anni ormai non le permetteva di vivere un’adolescenza normale, fatta della spensieratezza dei ragazzi della sua età.

Molteplici le richieste di aiuto, sia da parte di Noa che da parte dei genitori. Troppe poche, forse, le risposte da parte di un entourage capace di convincerla che la vita poteva prendere una direzione diversa, che non sarebbe mai stata abbandonata, che ci sarebbe sempre stato qualcuno lì ad accarezzarla, a farle capire che era una ragazza unica, insostituibile, che la sua vita aveva una valore. Che dietro a quei respiri c’era un senso profondo. 

Da sola Noa non sarebbe mai potuta uscire da quella notte senza fine che è la vita quando viene attraversata da un dolore che frantuma in mille pezzi. Non è possibile vedere il bello in completa autonomia quando il cielo si tinge prima di grigio perla, poi fumo, tortora, ardesia, antracite; e, in fondo, quando lo sguardo si copre di grigio antracite non ha già perso quella capacità di distinguere e di discernere un punto di luce dal resto? Quando il cielo diventa come il cemento, non ha già perso tutte le sfumature del grigio? Il cielo non è forse nero?
Nessun orizzonte di luce. Nessuna sfumatura. Solo nero intenso. 

Dall’oscurità più profonda non ci si può salvare da soli, certo. Per questo abbiamo bisogno dell’altro per sopravvivere, l’altro lì a ricordarci che il nero può sbiadire, sfumare, tornare ad essere grigio, e poi bianco, e celeste. Il cielo di Noa era immerso nell’oscurità e in quello stesso cielo nero l’hanno lasciata addormentarsi.  

Dopo la morte di Noa, i giornali italiani hanno inveito contro eutanasia e suicidio assistito, focalizzando l’attenzione su una questione che con Noa c’entrava ben poco. Non solo la richiesta della ragazza di far ricorso all’eutanasia era stata rifiutata dalla clinica cui lei e i suoi genitori si erano rivolti qualche anno fa; ma un tale dibattito decentrerebbe lo sguardo pubblico dall’unica cosa che Noa voleva urlare al mondo: l’inspiegabile vuoto di senso della propria vita, l’abbandono che provava e la sostanziale incapacità – sociale e sanitaria- di aiutarla efficacemente in percorso di cura continuativo ed adeguato. Non un percorso di “guarigione”, dunque; la depressione non è come un’influenza, non c’è niente da guarire, nessuna funzione da “ripristinare”. Una ferita come quella di Noa aveva però bisogno della presenza di una cura. Un “io ci sono, tu sei qui con me?”. 

Non è forse questa la più intensa e bella pratica di cura? Una presenza insostituibile, una stretta di mano che trasmette coraggio, una spinta a  cogliere la bellezza della vita, malgrado le difficoltà, le crisi, le insicurezze; il coraggio di intravedere l’azzurro del cielo attraverso le molteplici sfumature del grigio. 

La madre della ragazza comunicò inoltre la complessità di entrare in cliniche psichiatriche specializzate, le liste d’attesa infinite, l’assenza di strutture per i disturbi alimentari. La figlia passava costantemente da un ospedale all’altro, più volte indotta al coma al fine di poterla nutrire artificialmente con una sonda. 

Noa si è spenta piano piano. Forse, attraversata da un profondo senso di abbandono. 

L’hanno “lasciata andare”, senza prendersi cura di lei. Una resa sociale, confermata dalla resa personale di chi non ce la fa più e, nella disperazione, non vede altra soluzione proprio perché nessun altro riesce a farle scorgere alternative possibili, colori diversi dal nero. 

Quando in realtà, anche se talvolta è difficile ammetterlo, è solo chi resta a poter dare un senso all’esistenza di chi, quella vita, la vuole lasciare. 

 

Sara Roggi

 

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Il bisogno umano di silenzio

«Viviamo nel tempo del rumore. Il silenzio è sotto attacco»1, così scrive Erling Kagge, esploratore e scrittore norvegese nel suo ultimo lavoro intitolato Il silenzio. Uno spazio dell’anima (Einaudi, 2017). Ed è proprio questa una descrizione che tristemente si addice al tempo presente. Cifra fondamentale del nostro tempo è infatti il rumore assordante che circonda la nostra frenetica quotidianità. Un frastuono che sia fa via via insostenibile per la mente e il cuore di ciascuno. Persino quei pochi attimi di silenzio e introspezione personale che sino a qualche tempo fa erano possibili nell’arco di una giornata, negli ultimi anni vengono occupati da quei prolungamenti bionici dei nostri arti che prendono il nome di tablet e smartphone e che non abbandoniamo nemmeno ai sevizi igienici o mentre “dormiamo”. Una vera e propria dipendenza tecnologica dettata dalla paura incontrollata di rimanere sconnessi (nomofobia).

Il mito tecnologico e performativo impera sulle esistenze degli abitatori di quest’epoca ipermoderna costringendoli a ritmi serrati, frequentazioni sempre più disturbanti e scelte di massa contraddistinte da voci, parole, chiacchiere, musica rintronante, in una bulimia di rumore che spesso ha l’inconsapevole obiettivo di mettere a tacere il vuoto interiore e di aggirare il timore di accedere alla propria interiorità più intima e vulnerabile. Ecco perché l’uomo contemporaneo, occidentale in particolare, oppresso dal rumore, pur sentendolo come insostenibile continua a preferirlo al silenzio.

Nondimeno, il silenzio è un bisogno precipuamente umano che necessita di essere soddisfatto ma che per realizzarsi richiede impegno, costanza e il coraggio di scendere in se stessi, prendendo contatto con la propria interiorità, i propri pensieri, le proprie emozioni. Diversamente dalla società del consumo, dell’illusoria allegrezza, della vita ipermondana, l’uomo ha bisogno di chiudere il rumore fuori di sé, di riscoprire dunque la possibilità di fare silenzio e incontrare se stesso, nient’altro che se stesso.

I luoghi dove è possibile sperimentare il silenzio sono molteplici, montagna incontaminata, mare lontano dalle stagioni della confusione balneare, eremi, monasteri ed ora persino luoghi creati appositamente secondo i principi fisici dell’insonorizzazione. Tuttavia, il silenzio è possibile ritrovarlo in ogni momento, proprio lì dove siamo, dove ci troviamo, dentro di noi. Questo richiede la volontà di assentarsi temporaneamente, di concedersi la possibilità di una pausa dal frastuono quotidiano, immergendosi in se stessi. Fare silenzio è dunque un esercizio di ascolto interiore, dal quale possono emergere più nitidamente i contorni della nostra anima. Ecco dunque che dal silenzio può affiorare lo stupore, origine di ogni filosofare, di ogni slancio creativo e di ogni vetta dello spirito. Una volta immersi nel silenzio, che ci confronta con noi stessi, è possibile ritornare rinnovati a dialogare con l’esterno, con la natura con la quale è possibile riassaporare un’originaria comunione, simbolo di una fratellanza generatrice di inesauribile ricchezza simbolica e interiore. In questo senso l’esperienza del silenzio è del tutto personale e in quanto tale non può essere che intima e profonda. Pertanto, una volta riscoperto, il silenzio diventa una forza, un’opportunità inalienabile di rientrare in se stessi come in una fortezza inespugnabile.

Condizione essenziale per il silenzio è la solitudine. Da non confondersi con l’isolamento che chiude la soggettività in un deserto emozionale e intellettuale, la solitudine è la necessaria capacità per poter trovare il silenzio e farne esperienza. Purtroppo, la capacità di stare soli è da sempre un problema per gli esseri umani, come aveva ben intuito Blaise Pascal in uno dei suoi celebri pensieri: «ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una camera»2. La solitudine, specialmente oggigiorno, appare come un disagio da evitare e non come l’opportunità per ritrovare se stessi nel silenzio, nella benefica assenza di rumori e parole inflazionate. È proprio nella solitudine e nel silenzio che sono custoditi i più preziosi valori umani, la propria essenza di esseri finiti, perennemente attratti dall’infinito e dalla sete di senso.

Il silenzio, che emerge nella solitudine creatrice, si stacca nettamente dalla mentalità dominante, dallo status quo della superficialità poiché richiama la nostra attenzione a quanto stiamo facendo. Il silenzio ci aiuta a riportare concentrazione ad ogni piccolo gesto, ad ogni singola azione che compiamo, anche nelle più consuete e apparentemente banali pratiche quotidiane. Il silenzio ci invita ad entrarci dentro alle cose, a farne esperienza consapevole: richiama l’attenzione all’attimo, al presente, al qui e ora, libero dal rimorso del passato e dall’angoscia del futuro. Il silenzio svela in questo senso tutto il suo potenziale educativo e terapeutico, poiché per fare silenzio è necessario disinserire il pilota automatico che guida le nostre giornate scandite dal tempo finito dell’orologio (chrònos) che divora le esistenze, per prendere contatto con il tempo, eterno, dell’istante, dell’interiorità.

Il silenzio è un esercizio difficile, insidiato dal rumore che infrange le nostre esistenze facendole piombare nel conformismo consumistico dove esse stesse diventano vittime di modalità annichilenti. Altresì è l’antidoto più efficace per “chiudere momentaneamente fuori il mondo”, così da poterlo osservare e capire con maggior lucidità, consapevolezza e spirito critico. Se dunque il rumore riduce significativamente la qualità della nostra vita, il silenzio è una possibilità di recuperare il rispetto per se stessi e la cura di una vita autentica.

Al silenzio bisogna anche educarsi, in particolare nelle relazioni intersoggettive. La comunicazione satura di parole, non necessariamente risulta efficace, spesso è un ostacolo al raggiungimento dell’intimità dell’incontro. Ecco perché le pause e i silenzi che connotano la comunicazione empatica fra esseri umani, sono ricchi di significati esistenziali che possiamo cogliere solo se siamo educati e abituati a far spazio al silenzio, in noi e nell’altro. Per questo, spesso il silenzio avvicina molto di più due persone che non fiumi di parole. Queste ultime possono distruggere l’incanto dell’incontro, poiché insufficienti per esprimere l’enigmatica profondità della nostra e dell’altrui interiorità.

Le parole devono dunque arrestarsi di fronte alla presenza del mistero inesprimibile dell’esistenza, al suo senso e a quello del mondo. In questa direzione, come non ricordare le parole arcane e al contempo sfavillanti che ha scritto il filosofo Ludwig Wittgenstein, nella prefazione al proprio Tractatus logico-philosophicus: «tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere»3. Il linguaggio infatti configura «come il mondo è» ma non «che esso è»4. Il che significa che il linguaggio rappresenta la totalità di ciò che accade, dei fatti del mondo, costituisce l’immagine della realtà, ma non può configurare il senso (inesprimibile) del mondo. Invero, il senso del mondo e della vita non si possono raffigurare come fatti, non sono enunciabili con il linguaggio. In quanto realtà trascendenti il linguaggio stesso, costituiscono l’ineffabile, il mistico (dal greco myein, “esser muto”). A questo s’addice il silenzio: condizione unica per pensare, sentire e sperimentare intensamente, attraverso scintillanti risonanze interiori, ciò che non si può dire, ma solamente mostrare («esso mostra sé, è il Mistico»5), ciò su cui si deve tacere: il regno dell’indicibile.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. E. Kagge, Il silenzio. Uno spazio dell’anima, Einaudi, Torino 2017, p. 27.
2. B. Pascal, Pensieri e altri scritti, Edizioni San Paolo, Milano, 198712, p. 167.
3. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi, Torino 2009, p. 23.
4 Ivi, p.108.
5. Ivi, p. 109.
[Photo credits Patrick Schneider su unsplash.com]

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Arthur Schopenhauer: la lezione del disincanto

Arthur Schopenhauer, spesso, è ricordato come uno dei più celebri pessimisti che abbia mai osato esprimere la propria opinione. Il suo pensiero è duro, limpido nella sua crudezza, senza fronzoli e diretto; indubbiamente difficile da accettare.

Il pessimismo è una modalità di pensiero che poggia su un unico pilastro: il disincanto. Se la filosofia ha sempre voluto svegliare le menti, aprire gli occhi, e rendere coscienti i cuori, il pessimismo lo fa proprio a partire dal disincanto, dalla disillusione.

Per quanto il primo istinto sia quello di rifuggirlo, vi è un’importante lezione che Schopenhauer ha lasciato e che, probabilmente, non è stata colta.

La filosofia di Schopenhauer è ormai fin troppo nota: il nocciolo della vita, in tutte le sue forme, è un bisogno mai soddisfatto, una fame che non trova sazietà, un impulso senza appagamento. Il destino dell’uomo è segnato nell’insoddisfazione e nell’egoismo, poiché egli intenderà l’altro come strumento, e sarà per coloro che lo circondano un mezzo a sua volta, per placare bisogni e aspirazioni. La direzione degli eventi è tracciata dal dolore e dalla mancanza. Della filosofia di Schopenhauer si è appreso soprattutto questo e altro non si è voluto vedere.

Eppure, proprio il pessimismo di Schopenhauer ha lasciato un profondo insegnamento, che ben si adatta allo scoramento a cui si è abituati.

Se il male, cioè l’egoismo, la mancanza, il dolore, sono la madre dell’esistenza, dov’è il bene? Se è il male il diamante grezzo che l’uomo ritrova scavando dentro di sé, che cos’è effettivamente il bene?

È la più grande conquista dell’essere umano. Schopenhauer parla di diverse forme, attraverso le quali l’uomo può giungervi, ma il percorso è sempre lo stesso.

Quando l’individuo guarda dentro di sé, e trova il suo dolore, la sua voracità, il suo egocentrismo, e ne ha orrore, allora il bene può emergere, in quanto coscienza ed empatia.

Schopenhauer suggerisce, in sostanza, che il bene non è andato perduto, e non è un principio aleatorio e irraggiungibile; è frutto di consapevolezza, e soprattutto, è una vittoria dell’uomo su stesso.

L’effetto di porre il male come fulcro della vita, e il bene come costruzione, sta nel fatto che, d’un tratto, ci si accorge dell’altro non più come strumento, ma come carne che combatte contro lo stesso dolore che si sperimenta ogni giorno. Il risultato del pessimismo di Schopenhauer è che, quando si riesce a intendersi, l’altro non è più invisibile. Quel nucleo negativo diviene così la possibilità di empatia, di apertura.

Il disincanto di Schopenhauer dà così avvio, per chi è pronto ad accoglierlo, alla ricerca del bene, inteso non come perdita in seguito a una colpa o a un’imperfezione, bensì come desiderio di rivoluzione, costruzione, salvezza.

Sebbene questa sia un’interpretazione azzardata del pensiero di Schopenhauer, soprattutto per chi lo conosce bene, è probabilmente quella di cui si ha bisogno.

Se gli autori del passato non sono solo carta stampata, ma possono divenire consiglieri del mondo che conosciamo, in cui i giovani hanno già le rughe agli angoli della bocca, e i vecchi non vogliono ricordare ciò che hanno fatto, allora è necessario proprio il disincanto di Schopenhauer. Egli può insegnare a riconoscere il male come la possibilità del bene, l’egoismo dell’empatia, e che nulla di tutto ciò si ottiene, se non si è pronti a riconoscere se stessi per ciò che si è. Il bene emerge dal male, e lo sovrasta, solo se l’individuo osa guardare in profondità.

Il pessimismo diventa ciò da cui bisogna scappare, solo quando si avvera l’unico rischio insito in sé: la resa alla realtà così come l’abbiamo trovata*.

 

Fabiana Castellino

 

* Per comprendere al meglio la filosofia di Schopenhauer, si consiglia la lettura della sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, edito da Einaudi, 2013

[Photo credits: Annie Spratt via Unsplash]

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Il corpo parlante: elementi di un linguaggio di cura

Che valore acquista oggi la celebre espressione di Giovenale mens sansa in corpore sano, divenuta oramai motto della nostra contemporaneità?

Ci insegnano, fin da piccoli, a essere e a diventare ciò che mangiamo. Diamo al cibo lo spazio fisico dentro di noi in cui abitare e nel quale abitarci. Senza renderci davvero conto, tuttavia, di quanto il cibo faccia parte di quella grammatica invisibile del nostro quotidiano essere al mondo.

Certo, riuscire a capire il significato e l’essenzialità di vivere un’armonia tra mente e corpo non è semplice. Lo è oltretutto molto meno in un’epoca quale la nostra, in cui siamo diventati soggetti di una servitù volontaria, come la definirebbe Etienne de la Boétie. Bulloni di un ingranaggio complesso che, in modo invisibile, ci priva della capacità di avere piena consapevolezza rispetto a ciò che compiamo.

Mangiare è diventata un’azione come un’altra. Esattamente come lo è bere, respirare e camminare. Semplicemente parte della nostra routine. Una componente di quel registro di attività che svolgiamo meccanicamente.

Eppure il cibo, così come l’acqua, rappresentano ciò in ragione di cui tutto il resto diventa possibile. Senza cibo, non riusciremmo più a camminare. Il nostro corpo inizierebbe a deperire. Il nostro battito cardiaco a rallentare, sino al suo arresto.

Il nutrimento è ciò che ci permette di sopravvivere, di respirare, lavorare e amare. Nutrirsi correttamente, perciò, equivarrebbe alla capacità personale di costituire un’armonia dialettica tra quei bisogni fisici che ci costituiscono e il cui soddisfacimento è essenziale per mantenere un buon ed efficiente stato di salute, e quelle spinte emotive che esprimono la dinamicità del nostro essere-al-mondo. Quel disagio che talvolta proviamo quando ci sentiamo gettati in un mondo estraneo. Quell’amore che, invece, in un modo o nell’altro ci anima sempre, facendoci provare il sapore frizzante dell’esistenza.

Già Platone, nel Timeo, analizzando le caratteristiche fisiche dell’essere umano, aveva sostenuto il bisogno di realizzare un’armonia tra la conoscenza del corpo e quella dell’anima. Pertanto, la medicina aveva lo scopo di rendere manifesta la congiunzione dei due mondi: quello psichico e quello corporeo.

Certo, un’alimentazione equilibrata risulterebbe necessaria al fine di poter crescere e sopravvivere sul piano fisico e biologico. Può tuttavia questa sola prospettiva essere sufficiente?

La riduzione del cibo a oggetto da integrare e assimilare nel nostro corpo al fine di poterne garantire il mantenimento sembra non bastare. A maggior ragione nell’epoca dell’individualismo, in cui il mero sopravvivere richiede di essere accompagnato da un’etica del vivere.

Gli automatismi che impastano il nostro vivere quotidiano hanno così implicato lo svuotamento di senso di quello che dovrebbe essere il significato simbolico originario del cibo.

Necessariamente dipendenti, prima da quel ventre materno che ci culla e poi da quel seno che ci allatta, abbiamo appreso a nutrirci attraverso la presenza dell’Altro. Un Altro che ci da la vita e che ci alimenta attraverso il suo essere lì. Semplicemente presente. Unicamente per Noi. Par amarci e accarezzarci.

Che cosa potrebbe accadere di fronte all’assenza di quell’oggetto d’amore?

Una fuga. Un abbandono. Un’attesa troppo lunga. Uno sguardo non rivolto.

E l’improvviso sentirsi scivolare nel desiderio-di-niente. Nell’assenza-di-bisogni. Soprattutto di quelli primari. Del cibo, con i suoi sapori e i suoi colori, i suoi odori e profumi. L’anestesia dei sensi. E con essa, un’anestesia nei confronti della vita.

Quando ci si sente sprofondare in quel vuoto che ci portiamo dentro, il cibo diventa spesso il protagonista delle nostre vite. Un digiuno costante per non sentire più il dolore. Una ricerca ossessiva di tutto, per riempirci di tutto ciò che ci manca.

Capire il legame esistente tra cibo ed emozioni non è facile. Come non è facile talvolta ascoltarci per capire se abbiamo voglia di dolce piuttosto che di salato.

Prendersi cura del proprio corpo, di quel corpo che abbiamo, certo, ma soprattutto di quel corpo che siamo, significa anche soffermarsi a riflettere sul significato che attribuiamo al cibo che assumiamo. A quello che proviamo quando ne assaporiamo il gusto. Alla sensazione avuta quando soddisfiamo la voglia di questo piuttosto che di quest’altro alimento. A ciò che sta dietro i nostri bisogni e i nostri desideri.

Parlare di cibo significa essere capaci di investire il cibo-oggetto, mercificato e consumato in modo automatico e consapevole, con il suo valore esistenziale. L’alimentazione meccanica lascia così spazio ad un’alimentazione consapevole e vissuta nella misura in cui il corpo abbandona la sua funzione di contenitore-svuota-emozioni.

Non si tratta pertanto unicamente di sapere che cosa mangiamo, quanto più perché lo assumiamo. Ascoltandoci, e attraversando quel vuoto attraverso una nuova cultura ed etica della cura che, inevitabilmente, si intreccia con il valore simbolico che ciascuno di noi attribuisce al cibo.

 

Sara Roggi

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Tatuaggi e bisogno di unicità

<p>Legendary Bowery tattooist Charlie Wagner tattooing an unknown woman. Don and Newly Preziosi<br />
Collection.</p>
<p>Bodies of Subversion was the first history of women's tattoo art when it was released in 1997, providing a fascinating excursion to a subculture that dates back to the nineteenth-century and including many never-before-seen photos of tattooed women from the last century. Newly revised and expanded, it remains the only book to chronicle the history of both tattooed women and women tattooists. As the primary reference source on the subject, it contains information from the original edition, including documentation of:</p>
<p>•Nineteenth-century sideshow attractions who created fantastic abduction tales in which they claimed to have been forcibly tattooed.<br />
•Victorian society women who wore tattoos as custom couture, including Winston Churchill's mother, who wore a serpent on her wrist.<br />
•Maud Wagner, the first known woman tattooist, who in 1904 traded a date with her tattooist husband-to-be for an apprenticeship.<br />
•The parallel rise of tattooing and cosmetic surgery during the 80s when women tattooists became soul doctors to a nation afflicted with body anxieties.<br />
•Breast cancer survivors of the 90s who tattoo their mastectomy scars as an alternative to reconstructive surgery or prosthetics.</p>
<p>Must link to: http://www.powerhousebooks.com</p>

Di tatuaggi, soprattutto in estate, se ne vedono a palate. Maori, disegni astratti, iniziali, frasi, veri capolavori dalle piccole definizioni, ce n’è per tutti i gusti. Avendone io stessa, mi capita spesso e volentieri di provare una sensazione alquanto fastidiosa quando scopro lo sguardo di uno sconosciuto mentre cerca probabilmente di indovinarne i significati. Per non parlare di quanti, con i quali non hai nemmeno un po’ di confidenza, il significato te lo chiedono prontamente con nonchalance. Per quanto mi riguarda, i tatuaggi li ho fatti per me e sebbene in certi periodi dell’anno diventino afferrabili dallo sguardo di chiunque, vorrei che restassero tali. Se me ne capita uno sott’occhio dunque, di solito lo guardo velocemente, e il più delle volte lo apprezzo tra me e me cercando di non farmi notare dal proprietario per non dover rischiare di apparire indiscreta.

Qualche giorno fa, però, il tatuaggio di una ragazza seduta in treno di fronte a me, mi ha dato da pensare: era una parola in greco, bibliophile, ben tatuata sul suo avambraccio. Bibliofilo, amante dei libri. Quella ragazza prova probabilmente un interesse così forte verso libri, lettura e scrittura, da arrivare a scrivere questo suo interesse, con inchiostro indelebile, sulla propria pelle. Quella ragazza ha voluto scritto su di sé non un disegno che le piace, ma una sua passione. Ha saputo andare oltre il piacere visivo ed estetico, ha voluto scrivere su di sé una parola che la descrive. Ha reso il suo corpo un veicolo per comunicare un messaggio.

Certo, ciò può avvenire ogni giorno in maniera del tutto naturale, in base a come ci pettiniamo, a come ci trucchiamo, a come ci vestiamo. Spesso questi elementi manifestano i nostri pensieri o i nostri stati d’animo, la nostra idea di noi stessi. Il tatuaggio dunque non fa altro che accentuare questa nostra naturale e legittima volontà. Come se vestiti, trucco e parrucco, ad oggi, non bastassero più. Vogliamo esporci agli altri e farci conoscere. E il tatuaggio è diventato un mezzo per rispondere a questa nostra esigenza senza farci fare troppa fatica. Il tatuaggio permette di attirare l’attenzione e la curiosità. Il tatuaggio ci descrive; in maniera più o meno diretta parla di noi; spiattella davanti agli occhi degli altri ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere, o addirittura ciò che vorremmo essere. Il tatuaggio risponde al nostro bisogno di unicità. Perché quello di sentirci unici non è soltanto un desiderio, ma è un vero e proprio bisogno. Non ci basta sentirci unici, ma vogliamo anche essere riconosciuti come tali. Non ci basta sentirci unici per i nostri cari, ma vogliamo essere unici agli occhi di tutti.

Rispondendo al nostro bisogno di unicità, il tatuaggio riesce a rimediare ad una problematica ed esso intrinseca: se riesce a parlare direttamente del suo portatore, infatti, il tatuaggio si mantiene segno distintivo senza rischiare di essere marchio di conformismo. Il che vuol dire: unici e non omologati! Cosa c’è di meglio?

In conclusione sarebbe da chiedersi non le motivazioni alla base del nostro bisogno di unicità; questo è pienamente legittimo, e a dirla tutta ci consente di relazionarci in maniera positiva con la vita e le varie difficoltà che questa si porta appresso. Per provocazione, sarebbe invece da chiedersi: perché ci affanniamo tanto alla ricerca di espedienti vari per manifestare quell’unicità della quale siamo già portatori?

«L’uomo è a se stesso il più prodigioso oggetto della natura; perché non può comprendere che cosa sia il corpo, e ancor meno che cosa sia lo spirito, e meno di qualunque altra cosa come un corpo può essere unito con uno spirito.»
Blaise Pascal, Pensieri

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google Immagini]

Let’s take care

Qualche tempo fa, una persona cara che ho avuto modo di conoscere meglio qui a Parigi mi ha detto di prendermi cura di me. Di lottare e di impedire al dover essere di avere la meglio sul mio corpo e il mio spirito perché non ci dovrebbe essere davvero nulla che che ognuno di noi deve a tutti i costi fare.

Tutte le mie scelte dovrebbero essere frutto di una volontà deliberata, senza obblighi né costrizioni, ogni desiderio rincorso, ogni piccolo piacere assaporato, senza il peso di un dovere che mi sovrasta e che e che soffoca di insicurezze.

Può sembrare strano, ma davvero a volte ho bisogno di qualcuno che me lo ricordi, che mi ricordi che prendermi cura di me stessa, questo sì dovrebbe essere un dovere e una priorità.

Più il tempo passa, più mi sto rendendo conto che affidarsi all’altro non è possibile se prima di tutto non si ha fatto i conti con se stessi.

Con ciò non voglio realizzare l’elogio dell’individualismo, negando il valore che un’alterità che ci accompagna nella nostra vita potrebbe avere, quanto più riscrivere i fondamenti necessari del vivere insieme, a partire dalla cura che ognuno dovrebbe avere per il proprio orticello.

Care. Take care of you!

Quanti si sono sentiti dire questa frase, almeno una volta della vita?

Quanti però hanno anche fatto scivolare via queste parole come se in realtà fossero vuote di senso?In quanti abbiamo pensato che for taking care of ourselves avevamo davvero molto tempo e che ci avremmo pensato in un altro momento perché nel qui e ora eravamo troppo indaffarati a fare altro?

Ci nascondiamo dietro a piacevoli illusioni, preferiamo rimanere imprigionati nella nostra routine mentre è proprio la cura, di noi stessi e di ogni singolo gesto, a venire meno.

Quasi scomparsa. Eppure presente nelle parole di tutti. Ricercata.

Lucien Sfez, in Critica della comunicazione, allo scopo di descrivere la dipendenza che lega l’uomo all’oggetto tecnico, utilizza una metafora molto efficace: il tautismo, ovvero un neologismo nato dall’unione della parola “tautologia” e “autismo”.

Apparentemente secondo Sfez, siamo sordi a tutto ciò che ci circonda, siamo immersi in un mondo gestito dai mezzi tecnologici dove tutto sembra equivalersi e ripetiamo in esso funzioni che oramai sembrano essere meccaniche ed automatiche a tal punto che sono più i mezzi a guidarci, che viceversa.

Eppure, sostiene Sféz, è proprio in un mondo come questo che sentiamo il bisogno di utilizzare le parole per colmare quella sorta di vuoto che la frenesia giornaliera porta con sé.

Parole per ritrovare quel senso che le giornate perdono. Parole per nominare una sofferenza che dobbiamo nascondere, perché dobbiamo essere forti, dobbiamo farcela.

Parole perfino per nominare l’amore, perché c’è chi trova la scusa che non si ha nemmeno più il tempo per quello e che la solitudine, in fondo, è la soluzione migliore e protegge da qualsiasi problema..

Parole per nominare il bisogno di cura e riconoscimento.

Dalla filosofia, alla psicologia e la sociologia non si fa altro che parlare della necessità di ricominciare a prendersi cura di sé e dell’altro al fine di poter ricostruire un mondo socializzante, eppure sembra tutto così faticoso.

Quando in realtà, a volte, si tratterebbe di piccoli gesti, piccole attenzioni, piccoli passi in avanti.

Piccoli “sì” che ci permetterebbero di uscire dalle sabbie mobili.

E allora capisco bene cosa intende Sféz quando sostiene che siamo soliti utilizzare le parole quando l’oggetto a cui esse si riferiscono non esiste più, oppure non è mai esistito.

È in assenza di parole che ci sentiamo persi, abbandonati in un bosco buio e freddo.

Ma anche utilizzare le parole, spesso, non è sufficiente e non basta nominare il bisogno di cura e di riconoscimento per rimettere in ordine i pezzi che il sistema sociale ha sparso qui e lì.

Non è abbastanza constatare una mancanza, per riuscire a viverne senza.

Al contrario, c’è bisogno di metabolizzare il lutto dentro di sé, viverlo giorno dopo giorno.

Ma per realizzare ciò, è necessario un grado di consapevolezza che ci permetta di svegliarci e di distogliere lo sguardo da quelle che sono le ombre della caverna, come suggerirebbe Platone, per rivolgerlo verso il sole, verso la luce autentica che esiste dentro di noi e dare ascolto a quella voce che chiama, chiedendoci aiuto.

Fermarsi, non essere ingranaggi di un meccanismo perverso.

Ascoltare e ascoltarci.

Come scrisse William Shakespeare infatti, “ I nostri corpi sono i nostri giardini dei quali le nostre volontà sono i giardinieri.”

Sara Roggi

[Immagini tratte de Google Immagini]

Al di là del velo di Maya

Ho sempre voluto scrivere su di te.

Conservo a mò di tesoro tutti i tuoi libri sullo scaffale, di cui ogni tanto leggo qualche pagina, sapendo di non dovere superare una certa dose di parole.

Troppe sono così vere da far male.

Più ti leggo e più desidero smentirti, ma ogni volta mi rendo conto che nessuno avrebbe potuto essere più lucido di te

Quando penso a te, alle tue lezioni a cui nessuno partecipava, sorrido…gli uomini non capiscono mai la genialità che sta loro di fronte. Erano tutti troppo preoccupati a segnare ogni singola parola che usciva dalla bocca di Hegel per rendersi conto che lì, nell’aula accanto, stava un uomo che con le sue teorie apriva anticipatamente l’era della filosofia contemporanea: Arthur Schopenhauer.

Arthur Schopenhauer (1788-1860) era un filosofo ma prima di tutto e sopra ogni altra definizione era un essere umano.

Cercava verità, bramava intensamente quella risposta in grado di bloccare per sempre ogni domanda. Questa è la sete dell’Assoluto, intransigente bisogno umano di dare un senso unitario ad ogni cosa. Ma Schopenhauer sapeva di essere un uomo, sapeva che il mondo di cui si teorizzava era popolato da uomini come lui: diversi, imperfetti, instabili.

La soluzione del relativismo poteva sembrare l’unica possibile: tante verità relative, ognuna per ogni uomo che popola questo mondo. Soggetivismo stremo.

Tuttavia il prezzo di questa soluzione era troppo alto: l’abbandono totale di certezze, di una verità, la perdita della speranza nella coerenza del mondo.

Schopenhauer non poteva farlo e ci rivela invece che dietro ogni singolo essere umano, dietro ogni desiderio, ogni scelta, insomma dietro ogni atto con cui crediamo di esprimere la nostra personalità più autentica in realtà siamo agiti. Non siamo mai noi a farlo, o meglio, non lo decidiamo noi, è la volontà di vivere che mette in scena sè stessa facendo uso delle nostre membra.

Siamo dei burattini.

Siamo semplici mezzi per la realizzazione della volontà di vivere, semplici tasselli di un mosaico facilmente sostituibili e viviamo nell’inconsapevolezza di questa tragicommedia.

Siamo stupidi esseri umani che credono di essere unici, la realtà dei fatti è che siamo tutti indiscriminatamente volontà di vivere.

Il filosofo parrebbe averci consegnato al pessimismo più nero.

Cosa può fare allora l’uomo per mettersi in salvo dalle catene della necessità di vivere?Come essere sè stesso? Come essere libero?

Il passo più grande sta nell’autoconsapevolezza.

E’ quando abbasso lo sguardo sul cammino che ho fatto, lo guardo dall’esterno, lo critico, che dimostro di poter vincere la volontà di vivere.

Quando giungo alla consapevolezza della forza maligna che coltiva sè stessa nutrendosi dei miei desideri, quando strappo il velo di maya che mi rendeva cieco difronte ad una realtà così palese, ho già in parte vinto.

La strada per la liberazione inizia qui, nel preciso istante in cui sento di non essere io a vivere la mia vita, ma un cieco istinto che si fa beffa di me.

Qui inizia la lotta e sarà un duro conflitto dove l’uomo cercherà di staccarsi dall’elemento primario, pur sapendo che è ciò che lo tiene in vita.

Sarà una rivolta contro le proprie membra, che metterà totalmente a soqquadro la sua esistenza ma in cambio gli donerà la libertà.

Questa è l’ascesi, che tanti hanno interpretato come un distacco totale dalle sensazioni del corpo, io invece ritengo che si possa rileggere Schopenhauer come l’esortazione a raccogliere dietro le sensazioni le vere emozioni. Un appello ad andare al di là del mero bisogno, del semplice istinto ed avere la forza di pretendere per sè stessi l’emozione.

L’uomo potrà dire di vivere veramente solo quando sacrificherà il bisogno e metterà a rischio la sua sopravvivenza pur di sentire il battito del proprio cuore accellerare vertiginosamente.

Non concordo con la morte per inedia, per il lasciarsi morire, e qui penso ti stia sbagliando Schopenhauer: non vincerò il bisogno e l’abitudine ad essere vivo negando la vita ma celebrandola al massimo grado, pretendendo da ogni giorni le emozioni che vorrei provare nell’ultima ora della mia vita.

 Valentina Colzera

[immagini tratte da Google Immagini ]

 

Un desiderio per una stella

Ogni anno, un po’ come quando a Natale si aspetta con ansia la mezzanotte della vigilia per scartare i regali, la notte di San Lorenzo rappresenta un’occasione da non perdere.

Ci si distende sulla spiaggia e si guarda il cielo, con lo sguardo un po’ perso nel vuoto.

Si attende la scia luminosa di quella stella che traccia, sul cielo scuro, un disegno dorato.

Si esprime quel desiderio, meditato nei giorni precedenti, nella ferma convinzione che qualcosa potrà cambiare, che davvero ci sarà una svolta. Read more

Una rabbia costruttiva


La rabbia è una follia momentanea, quindi controlla questa passione o essa controllerà te.

Quinto Orazio Flacco, Epistole, 20 a.e.c.

Quante volte nell’arco della nostra vita e delle nostre giornate abbiamo sentito i nostri occhi diventare rosso sangue, i muscoli del viso contrarsi e sentito un’anomala vampata di calore nel petto? Chi a seguito di un risultato insoddisfacente, chi a seguito della perdita del proprio lavoro o vittima di ingiustizie, chi a seguito di una delusione amorosa nei confronti di un fidanzato/a o nell’aver ricevuto un torto da un amico.

È chiaro che la rabbia ci appartiene più di quanto possiamo immaginare vista la pluralità di situazioni nelle quali questa si può sviluppare, anche per coloro capaci di controllarla, gestirla e anche reprimerla.

La rabbia possiede diversi modi di manifestarsi e talvolta risulta essere la maschera di qualcos’altro. Esiste inoltre una rabbia del tutto diversa che potremmo definire “rabbia silenziosa”, priva di manifestazioni fisiche esteriori evidenti ma che si condensa in una specie di magma interiore. Read more