“Perché il papà ha ucciso la mamma?”

“Perché il papà ha ucciso la mamma?”
Può essere solo questa domanda a scandire ogni singola giornata dei figli sopravvissuti alla morte delle loro mamme, uccise dai loro padri.

Questa società sarà anche stata protagonista della liberazione sessuale, del riconoscimento (almeno formale) di pari diritti, dell’avanzata del femminismo, ma i femminicidi, frutto di ideologie non troppo remote, non ancora sradicate, quelle antiche idee di onore legato alla proprietà del corpo femminile e all’affermazione della potestà maschile, sono ancora presenti. Nel femminicidio riaffiora ancora l’archetipo dell’ordine patriarcale violato.

Dei figli che restano si parla e si scrive poco. Se da un lato c’è l’intento di tutelarli, essendo nella maggior parte dei casi ancora minorenni al momento dell’assassinio della madre, dall’altro, nei confronti di questi orfani sussiste una negligenza colpevole, palesemente dimostrata dal fatto che i primi studi sul dramma vissuto da questi bambini e sulle conseguenti ripercussioni emotive risalgono a meno di una decina di anni fa.

È infatti nell’anno 2011 che, la psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry avvia il progetto europeo Switch Off del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli con il supporto dell’associazione nazionale D.i.RE (Donne in rete contro la violenza) e in collaborazione con le Università di Cipro e della Lituania, ponendo al centro dei suoi studi concernenti il femminicidio le vittime collaterali, ovvero i bambini sopravvissuti che hanno perso entrambi i genitori: la mamma vittima di femminicidio e il padre, autore dell’omicidio, rinchiuso in carcere o spesso morto suicida.

Nel 2016, le prime Linee guida di intervento per quelli che vengono definiti “orfani speciali”1: un sussidio a disposizione dei servizi sociali, dei magistrati, degli insegnanti, delle forze dell’ordine il cui obiettivo è utilizzare un protocollo di azione omogeneo e tempestivo perché queste vittime secondarie necessitano di sostegno concreto e cura. Diritti imprescindibili che le istituzioni non possono continuare ad eludere.

Questi bambini, che sono costretti a vagare da un’istituzione all’altra, nella maggior parte dei casi e nel tentativo di preservarne la continuità affettiva, vengono affidati ai parenti più stretti che faticano a far fronte alle innumerevoli esigenze psicologiche e materiali.

Gli “orfani speciali” si trovano a dover avanzare nella strada della vita nonostante il carico sconvolgente di un legame familiare che ha dato loro vita e morte, protagonisti di un’atrocità indescrivibile a parole, privati di quella base vitale e certa su cui fondare la propria forza psichica ed il proprio equilibrio. È innegabile l’obbligo dello Stato e di quella stessa società che si definisce civile provvedere a questi orfani, vittime non solo di un padre violento ma anche di Istituzioni che, in molti casi, non hanno saputo proteggere le loro madri che avevano già subito violenza e avevano più volte denunciato i loro partner o ex partner.

In Italia, da poco più di un anno, è in vigore la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 che, modificando il codice civile, il codice penale e di procedura penale e prevedendo altre singole disposizioni, introduce strumenti di tutela legale ed economica dei figli (di qualunque genere di unione, coniugale o equiparata), minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, rimasti orfani di un genitore a causa di un crimine commesso dall’altro genitore. Ma, come spesso accade nel nostro paese, la normativa approvata manca di adeguati fondi economici.

Questi “orfani speciali”, figli del ventunesimo secolo, sono nati in una società che si definisce inclusiva, liberale, emancipata e civile ma che sopporta che i bambini siano spettatori involontari di crimini efferati, violenza inaudita. Questi bambini in realtà non sono altro che figli di una società liquida in cui, per dirla con le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è protagonista «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza».

A nulla serve introdurre nelle scuole un’educazione finalizzata al riequilibrio di genere se il legislatore non interviene in maniera urgente e decisa con leggi severe che sanciscano la gravità assoluta e la certezza della pena di un crimine che offende la nostra coscienza civile, riportandoci ad una barbarie già vissuta nel passato e ridestando un problema che credevamo di aver superato ma che in realtà l’umanità non ha ancora elaborato.

La donna, ancora e troppo spesso è considerata di “seconda classe”… poi, si arriva ai femminicidi e a non essere in grado di tutelare chi per tutta la vita, inevitabilmente, porterà le conseguenze del terrore, del sangue e del silenzio di quando quel maledetto giorno, in quell’istante tutto è finito.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. Il documento relativo alle “Linee guida di intervento per gli special orphans” è consultabile nel sito dedicato: www.switch-off.eu.

[Photo credits Tam Wai su unsplash.com]

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Credenze uguali, opinioni diverse!

Nel sogno c’erano file imperiose di banchi in palissandro. Sopra i tavoli sulla destra, maioliche porcellane terrecotte terraglie e altre ceramiche accomodate qua e là, caotiche, con superba noncuranza. La regina d’Inghilterra non potrebbe scegliere un servizio migliore, dissi.
La regina d’Inghilterra ha di sicuro queste ceramiche, commentò la mia amica.
Ma allora come mai le tiene in questo negozio di antiquariato?

La mia amica, in realtà, non voleva dire che la regina d’Inghilterra possedeva proprio le ceramiche che stavamo osservando, ma intendeva ceramiche dello stesso tipo. Mentre mi spiegava questa cosa, ci incamminammo verso il grande banco di sinistra. Sopra c’erano orologi di ogni sorta, argenteria e oggetti cinesi. Tutto era molto curioso, ma una cosa in particolare risaltò ai nostri occhi: era un candelabro d’argento molto grande rispetto alle dimensioni degli altri oggetti. Aveva una base ampollosa, un collo lungo e elegante e cinque sottili bracci anneriti. Un solo braccio reggeva una candela che qualcuno aveva lasciata accesa, probabilmente l’antiquario.
Poco sopra la fiammella, pendevano gocce di cristallo. Erano poco più di una ventina e componevano la corona di un grande lampadario, uno dei tanti appesi al soffitto. L’avevo visto a teatro da bambina.

Proprio questo lampadario? Chiese la mia amica.

Beh, no, non esattamente questo. Le raccontai che si trattava di un lampadario di cristallo molto simile, ma immenso. Sospeso al centro del teatro, sovrastava la platea e sembrava anche molto pesante. Io, che temevo il peggio, pregavo ogni volta mia zia di sederci in galleria, lontano da quel coso luminoso.
Questo lampadario, invece, non è che facesse molta luce, ma se lo si considerava insieme ai suoi fratelli lampadari allora sì, il negozio poteva dirsi luminoso. I quadri, sulle pareti, erano ben visibili e lo era anche quella scultura che, con broncio marmato, sembrava fare la guardia alla stanza.

Nell’angolo in fondo dove il negozio rientrava c’era un’antica credenza in mogano. Mentre ci avvicinammo per studiarne il profilo, giunse finalmente l’antiquario. Con grande sorpresa, notammo che si trattava di un bambino. Ancora più grande fu la sorpresa quando realizzammo che era proprio lo stesso bambino che avevamo incontrato nella città senza nome.1

Il bambino notò subito il nostro interesse per la credenza, così domandò se ci piaceva quel pezzo da collezione da brivido e se lo volevamo comprare. Sì, disse proprio “da brivido”, anche se, a dire il vero, a osservare la credenza non avevamo sentito freddo. A noi piaceva molto, ad esempio, il gioco di colore che si creava tra il mogano e i cassetti che erano stati verniciati con varie tinte.
Rispondemmo che era proprio un bel pezzo da collezione e lui ci raccontò che suo nonno l’aveva appena finita di restaurare completamente: aveva sostituito ogni suo pezzo a mano a mano che si era usurato. Costa settemilacento euro, ci informò. Infatti è del Millesettecento.

Lo stile, intendi? Chiedemmo, dato che se i pezzi erano stati tutti sostituiti e del legno originale non restava più traccia, non ci pareva possibile che il bambino si riferisse alla credenza.

No, la credenza! È stata restaurata con la massima fedeltà all’originale, quindi è sempre la stessa, ci informò con tono sicuro.

Anche le tue parole dicono implicitamente che una è la credenza che abbiamo davanti agli occhi, altra è la credenza originale del Millesettecento. Per quanto il legno sia stato trattato per sembrare antico e uguale a…

Nessuno noterebbe la differenza! Rispose il bambino, sulla difensiva.

Che c’entra: se il materiale è un altro, non puoi dire con questa sicurezza che le due credenze sono lo stesso mobile, disse la mia amica. Non diresti infatti che due gemelli sono la stessa persona solo perché si assomigliano molto, giusto?

E se io ti dico che non si è mai mossa, anche quando è stata restaurata, e che è cambiata a poco a poco e non di punto in bianco? Chiese il bambino, e il suo viso si fece immobile e recettivo, curioso di avere risposta a quella domanda.

A me sembra piuttosto che la credenza originale abbia lentamente smesso di esistere, mentre quella nuova le sia nata addosso e l’abbia progressivamente sostituita, disse la mia amica.

Mmm, ha senso.

Non ti pare esagerato dare a intendere che questa sia la credenza del Millesettecento, se di legno settecentesco non rimane una briciola? Intervenni io.

Beh, potrei dire “Vendesi credenza di stile settecentesco”, gorgogliò, aggiustando il suo pensiero.

Il che sarebbe corretto, continuò la mia amica. Ma allora potresti pensarci un po’ su prima di mantenere un prezzo così alto. Poi, se vogliamo essere pignoli, per una credenza che ha uno stile del Millesettecento forse sarebbe più adatto proporre millesettecento euro, non settemilacento. In questo modo il costo sarebbe, in un certo senso, adeguato allo stile.
I settemilacento euro divennero millesettecento e la mia amica accolse l’offerta. Peccato che questa faticosa trattativa si rivelò inutile, poiché qualche goccia di pioggia interruppe il mio sogno, svegliandomi.

 

 

La valigia del filosofo

NOTE:

1. Cfr. Dove trovammo la valigia del filosofo.