E se il filosofo diventa un blogger? Intervista a Massimo Pigliucci

Nell’immaginario comune il filosofo è stato spesso rappresentato come un uomo intento a speculare e a indagare su realtà lontane, talmente assorto nell’esercizio del pensiero e nella ricerca della verità da perdere qualsiasi ancoraggio alla realtà mondana.
Vi ricordate la rappresentazione di Socrate nelle Nuvole di Aristofane? Sospeso su una cesta a mezz’aria, il filosofo greco se ne sta completamente assorto nel suo pensatoio a scrutare i corpi celesti.
Il distacco fisico dalla terra sembra essere da sempre una caratteristica con cui viene identificata la figura del pensatore. A forza di stare con il naso all’insù, sembriamo tutti, chi più e chi meno, destinati come Talete a cadere nel pozzo, procurando lo scherno di chi ci sta attorno.
Beh, dimenticatevi questa immagine, perché il filosofo 2.0 non solo sembra fare i conti con la realtà forse più di chiunque altro (qualcuno potrebbe dire finalmente), ma pare sia diventato anche un abile comunicatore.
In occasione dell’ultima edizione del festival della letteratura di Mantova abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda a Massimo Pigliucci, docente di filosofia al CUNY – City College di New York, blogger e divulgatore scientifico, per parlare degli attuali sviluppi della filosofia e del suo rapporto con la comunicazione e la divulgazione scientifica nell’era del blogging.

 

La chiave di Sophia si pone fin da principio come obiettivo la relazione tra filosofia intesa come interrogazione e ricerca costante e la quotidianità. Anche al centro dei suoi interessi c’è la divulgazione scientifico-filosofica. Fondatore dei blog Rationally Speaking e Footnotes to Plato, ha poi fondato Scientia Salon, che si occupa di scienza e filosofia e del loro dialogo. Secondo lei, quali sono le difficoltà che si possono incontrare nel tentare di rendere più accessibile ambiti considerati da sempre specialistici e accademici come la filosofia e la scienza?

La divulgazione è sempre stata difficile e sempre lo sarà, indipendentemente dalla particolare disciplina accademica. Non è facile scrivere per un pubblico generale di argomenti di fisica, biologia, filosofia, storia, ecc. Questo perché si devono navigare delle acque turbolente cercando di evitare sia la Scilla del semplificare troppo, perché allora si presenta un’immagine falsa della disciplina di cui si scrive, sia la Cariddi del mantenersi così tecnico che la gente semplicemente perde interesse. Non ci sono formule magiche, ma direi che il semplice fatto di essere un accademico, anche se di grande statura dal punto di vista specialistico, non prepara per nulla allo scrivere per un pubblico generale. A questo aggiungiamoci che ancora oggi troppi dei miei colleghi considerano lo scrivere per il pubblico un’attività secondaria, probabilmente a cui si dedica gente che non è sufficientemente brava a fare lavoro tecnico; e anche il fatto che il pubblico stesso è spesso refrattario all’idea di investire tempo ed energia per capire argomenti difficili, e otteniamo l’attuale situazione, un tantino deprimente. Ma bisogna continuare, la scienza e la filosofia (e la storia, e l’economia, ecc) sono troppo importanti per lasciarle solo agli specialisti.

Con la rivoluzione che ha interessato la comunicazione, si può dire che in parte il blogging abbia soppiantato o quantomeno affiancato la forma tradizionale del giornalismo. Quali sono secondo lei le sostanziali differenze?

Sicuramente il blogging si è affiancato al giornalismo tradizionale, ma non può (o perlomeno, non dovrebbe) soppiantarlo. Il blogging ha reso possibile ai giornalisti stessi di scrivere in maniera più libera e flessibile, ed ha anche portato più accademici a scrivere direttamente per il pubblico. Ma il blogging è sostanzialmente una forma di commento editoriale, non una fonte di notizie. I bloggisti semplicemente non hanno le risorse (e spesso le competenze) per fare, per esempio, giornalismo investigativo, o anche semplicemente per produrre buoni pezzi di cronaca, informati da fatti, non dicerie. Quindi mi auguro che il giornalismo superi presto la sua crisi attuale e trovi un modo di trasformarsi e di crescere, ma senza essere rimpiazzato dai social media. Se lo fosse penso sarebbe una catastrofe per la democrazia.

Lei è anche il fondatore del blog How to be a Stoic, un’interessante guida pratica su come affrontare la vita quotidiana attraverso il sapiente approccio della filosofia stoica. Nel blog si evidenzia l’importanza per la filosofia di conciliare la vita pratica alla ricerca teoretica, aspetto che la lezione degli stoici sembra privilegiare. Come descriverebbe uno stoico “moderno”?

Sì, ho anche scritto un libro con lo stesso titolo, che sarà pubblicato in primavera da Garzanti. Gli Stoici erano filosofi pratici, per loro la teoria è importante solo se guida la pratica in maniera effettiva, altrimenti si tratta solo di disquisizioni “accademiche”, nel senso peggiorativo della parola. Uno Stoico moderno cerca di assorbire e di mettere in pratica le lezioni impartite due millenni orsono, tra gli altri, da Seneca, Epitteto e Marco Aurelio. Due sono i principi fondamentali: primo, ci si deve continuamente chiedere se una cosa è sotto il nostro controllo oppure no. Se lo è, allora vi si dedica tutta la nostra attenzione per farla al nostro meglio; se non lo è, allora smettiamo di preoccuparcene. Per Epitteto, le uniche cose veramente sotto il nostro controllo sono i nostri valori, i nostri giudizi, e le nostre azioni. Di quelli e solo di quelli siamo veramente responsabili. Secondo, lo Stoico moderno – come del resto quello antico – cerca di applicare in ogni circostanza le quattro virtù cardinali: prudenza (nel senso di imparare a navigare situazioni difficili), coraggio (non solo fisico, ma soprattutto morale), temperanza (quindi auto-controllo, specialmente nell’evitare eccessi), e giustizia (nel senso di trattare tutti in modo equo). Sembra facile, ma non lo è. Le faccio un esempio che illustra il tutto: mantenere una relazione positiva e di crescita con il proprio partner richiede prudenza (è complicato…), coraggio (alle volte bisogna esprimere delle opinioni che non saranno bene accette), temperanza (per esempio per non perdere la pazienza in situazioni difficili), e giustizia (il mio partner è un essere umano con gli stessi diritti e dignità che vorrei fossero accordati a me). Ma il mantenere la relazione, alla fin fine, non è (interamente) sotto il mio controllo, perché dipende anche dal mio partner e da circostanze esterne. Ciò che è sotto il mio controllo, però, è la volontà di comportarmi al meglio possibile nell’ambito della nostra relazione. Solo quest’ultimo, quindi, dovrebbe essere il mio obiettivo come Stoico.

Nel corso della sua carriera accademica un tema centrale delle sue ricerche è stato il rapporto tra l’approccio scientifico e la fede. La sua posizione a riguardo si distingue nettamente dal movimento del New Atheism, che lei ha più volte criticato, definendolo un approccio “scientista”. Ci può spiegare brevemente come intende il rapporto tra fede e ragione scientifica?

Sono un ateo, e lo sono stato da quando facevo le scuole superiori. Ciononostante, vi sono molti scienziati che non trovano la loro fede incompatibile con la loro pratica scientifica, e quello che trovo bizzarro nei New Atheists è la loro insistenza quasi dogmatica che l’ateismo in qualche maniera “dimostra” il fatto che Dio non esiste. Il problema è che “Dio” è un concetto vago, che non si può mettere sotto il microscopio, e non ci sono dati scientifici che contraddicano concetti vaghi a mal definiti. Se si insiste, però, che la gente debba scegliere la scienza o la religione, perché le due sono incompatibili, non si rende un gran favore alla scienza. Ciò detto, non vedo ragioni (o evidenza) positive per credere, e non solo, secondo me ci sono ottimi argomenti filosofici per non credere; quindi considero la mia posizione di ateo perfettamente ragionevole. Se la situazione dovesse cambiare, in termini di ragioni o evidenza, allora cambierò idea.

Purtroppo nel pensiero comune la filosofia e la scienza sono ancora considerati rami diametralmente opposti, destinati a non incontrarsi. Anche scienziati e filosofi spesso rimangono trincerati dietro a posizioni dogmatiche che negano ogni tipo di collaborazione tra le due sfere. Nel corso della sua carriera si è occupato anche di filosofia della scienza, genetica e biologia. Qual è secondo lei una prospettiva utile per poter incrementare ed agevolare la ricerca e il dialogo tra scienza e filosofia?  

La mia carriera è iniziata come scienziato, in biologia evoluzionistica, e sono passato alla filosofia solo negli ultimi anni. Ha ragione, trovo molto strana questa antipatia reciproca tra scienziati e filosofi, che non ha né un senso da un punto di vista accademico, né riflette l’evoluzione storica delle due discipline (dopotutto la scienza era un ramo della filosofia fino al diciannovesimo secolo…). Il problema, comunque, non è universale. Ci sono diversi scienziati e filosofi che collaborano attivamente e pubblicano lavori comuni. E ci sono luminari della scienza per i quali la filosofia è importante per la formazione della mente scientifica. In una famosa lettera ad un suo amico, Einstein spiegò che uno scienziato senza cognizione della filosofia è semplicemente un tecnico, uno che si focalizza sugli alberi di fronte a lui ma non riesce a vedere l’intera foresta. Per essere giusti, però, di tanto in tanto sono i filosofi che se la cercano, visto che alcuni hanno scritto delle corbellerie sulla scienza senza evidentemente capirla, ma dandone dei giudizi sommari ben poco utili, anzi dannosi. È ora di superare questa situazione e di lavorare assieme per una visione più organica della conoscenza umana, quella che una volta si chiama “scientia”, cioè sapere nel senso più ampio della parola.

Carlin Romano, giornalista e docente di filosofia, nel saggio America The Philosophical descrive la cultura americana come estremamente ricettiva dal punto di vista filosofico. In base alla sua esperienza, lei è d’accordo con questa teoria? Come viene vissuta la filosofia negli Stati Uniti?

Romano si sbaglia di grosso. Il pubblico americano è uno dei più anti-intellettualistici del mondo occidentale. Io insegno filosofia alla City University di New York, e non le dico quante volte devo spiegare agli studenti perché vale la pena studiare la mia materia. Basti pensare alla seguente statistica: ci sono almeno quattro ottime riviste di divulgazione filosofica in lingua inglese. Tre vengono pubblicate in Gran Bretagna, una in Australia. Eppure la popolazione generale, ed il numero di filosofi professionisti, sono di gran lunga più grandi negli Stati Uniti. No, l’America ha molte cose di cui vantarsi, ma la ricettività filosofica del suo pubblico non è tra queste.

In questi ultimi anni si sta affermando sempre di più il legame tra formazione filosofica e il web 2.0. Basti pensare a personalità come Reid Hoffman, inventore di LinkedIn, o Peter Thiel, tra i fondatori di Facebook, hanno tutti in comune la stessa formazione accademica. Si può parlare secondo lei di un nuovo modo di “fare filosofia” che la rivoluzione digitale avrebbe introdotto?

Una delle ragioni per studiare filosofia all’università è che fornisce una preparazione rigorosa, soprattutto dal punto di vista del pensiero critico e del sapere scrivere in maniera logica e coerente – e queste sono abilità che aprono ampi spazi nel settore lavorativo (non lo dico solo per dire, ho controllato le statistiche: i laureati in filosofia negli Stati Uniti trovano lavoro facilmente e guadagnano bene). Il che spiega perché, per esempio, compagnie come Google o il network televisivo ABC impiegano filosofi ad alti livelli nei loro organici. Ma è anche vero, come dice lei, che “fare filosofia” è divenuto più facile grazie alle nuove piattaforme mediatiche. Per esempio, prima si parlava di Stoicismo: la pagina Facebook del gruppo internazionale di Stoicismo annovera più di 18.000 utenti (ce n’è una anche esclusivamente in lingua italiana, mantenuta da me). Non solo, ma piattaforme come meetup.com rendono facile alle persone con interessi filosofici simili di trovarsi nella stessa città, di incontrarsi, discutere, fare amicizia. La rivoluzione digitale sta cambiando ogni aspetto della nostra vita, inclusa la nostra capacità di fare filosofia.

Come vede la filosofia accademica nel nostro Paese? Secondo lei si potrebbe o si dovrebbe cambiare qualcosa all’interno delle facoltà italiane di filosofia?

Onestamente, non ne so molto. Ho smesso di seguire da vicino l’ambiente accademico italiano dopo che, più di 25 anni fa, ho dovuto lasciarlo perché il nepotismo, la rigidità interna e la mancanza di fondi rendevano pressoché impossibile una carriera universitaria. Purtroppo ancora oggi il consiglio migliore che posso dare a un giovane italiano interessato alla scienza o alla filosofia è di andarsene da qualche altra parte.

Forse la filosofia è rimasta troppo a lungo confinata nelle facoltà accademiche, perdendo il rapporto, a mio avviso essenziale, con chi di filosofia non ha mai sentito parlare. Credo che la sfida sia tutta qui: se dovesse consigliare un libro a chi vuole avvicinarsi allo studio del pensiero, che libro sceglierebbe?

Uno solo? Difficile! Il libro che mi aprì il mondo della filosofia quando ero al liceo fu Storia della Filosofia Occidentale di Bertrand Russell, un capolavoro classico, scritto con verve e senso dell’umorismo. Vedo su Amazon che è ancora disponibile…

 

Lontano dagli stereotipi che la legano a uno statico passato, la filosofia ha davanti a sé infinite possibilità di contaminazione e dialogo con altre discipline. Dalla scienza alla comunicazione e alle nuove tecnologie, spetta a noi raccoglierne la sfida, riconoscendone l’importanza per la nostra cultura, con la fiducia che essa venga compresa anche da chi oggi sembra più refrattario ad ammettere l’imprescindibilità del pensiero umanistico.

Greta Esposito

Siete certi di poter porre certezze?

«L’unica certezza nella vita è che non ci sono certezze».

Spesso e volentieri si risolve così il nostro scetticismo nei confronti della conoscenza e della presenza o meno di certezze, di qualche sorta di punto fermo nella nostra vita. So che ci pensate ogni giorno, che è un pensiero che può tormentarvi nelle vostre vite instabili, che mai trovano pace, evento dopo evento, problema dopo problema. Vorremo tutti avere un perno irremovibile, un’ancora di salvezza che ci dia qualcosa, anche solo un senso di sollievo e tranquillità.

Voi che state leggendo, assieme a me che in tutto questo voglio essere coinvolto al vostro stesso livello, che anche io mi sento di dovermi fermare a riflettere e leggere assieme a voi, noi facciamo parte di quel gruppo di persone che in tale epoca hanno tutto e niente. Abbiamo tutto a portata di mano, viviamo in una condizione di comodità inimmaginabile per chi ha vissuto ben altri periodi. Siamo provvisti di tante, troppe cose alla portata di un click, di una semplice domanda, arrivando ad una sbornia dal punto di vista dell’offerta. Vogliamo sempre di più e ci appare tutto come dovuto, tanto che alla prima mancanza di uno dei nostri tanti oggetti del desiderio ci riscopriamo incapaci di cambiare passo, di girarci e prendere un’altra strada per la soluzione. In questo nostro voler avere tutto, per assurdo, quasi perdiamo la concezione di volontà, di desiderio e dell’oggetto del desiderio stesso. La condizione in cui ci ritroviamo è quella di una massima instabilità, di vulnerabilità di fronte alla vita. Nulla stringiamo e nulla valorizziamo, invocando quella serenità, quella sicurezza che per noi sarebbe una ripresa di fiato, uno stop, una pausa in questa vita che ci chiede tanto e di cui non vediamo i doni, non li apprezziamo a causa del nostro essere viziati.

Una pausa non l’avrete mai, almeno per quel che posso modestamente pensare, sarete sempre in situazione e quei momenti di riposo non li vivrete allo stesso modo di quell’ideale che tanto invocate. Sarete sempre le solite persone problematiche che crederanno d’esser sole, d’essere abbandonate al mondo e alla vita, senza neanche l’ombra di una certezza, di un faro che si erga nella vostra esistenza. La soluzione, però, potrebbe essere proprio davanti ai vostri occhi, la quale viene ignorata perché troppo vicina, troppo semplice, troppo poco in questo immenso quadro di cui volete cogliere tutto, primo e secondo piano, prospettiva, punto di fuga ed ogni piccolo e minuzioso dettaglio. Voi pensate di non aver certezze quando date per scontate un’infinità di cose, non ponete interrogativo alcuno su argomenti che ne richiederebbero e che se analizzati risulterebbero infinitamente complicati. È il caso della filosofia che si oppone a tale superficialità e si propone di analizzare, di dare la giusta importanza ad ogni singola tematica, ogni singola componente del mondo. Con la filosofia, facendo filosofia, difatti, alziamo i nostri standard epistemici, parlando con la voce di Ludwig Wittgenstein, ponendo forse un dubbio su ogni cosa, iniettandoci questo sentimento scettico che di certezze non ne vuol sentir parlare.

Vi confesso che sono influenzato dalla lettura di “Della certezza” sempre di Wittgenstein, testo che mi ha fatto riflettere sul concetto di conoscenza e di certezza, il tutto incluso nell’immenso spazio della filosofia del linguaggio. Proprio per questo vorrei citare Bertrand Russel, maestro proprio di Wittgenstein, che afferma: «Ogni tanto è bene porre dei punti interrogativi su ciò che si è sempre dato per scontato». Fa al caso nostro, scettici o no, e siamo immersi in questo percorso conoscitivo che ci influenza e cambia rotta a seconda dei nostri standard epistemici, di ciò che decidiamo di dubitare e quanto siamo disposti a dubitare. A scuola vi avranno insegnato che la scuola dello Scetticismo poneva un freno alla conoscenza umana, affermando il dubbio universale e la conseguente epoché, ovverosia sospensione del giudizio. Eppure sarete d’accordo con me che non si può dubitare di tutto, come io non posso dubitare delle parole che sto usando per scrivere questo articolo, delle parole che uso per parlare con le persone. Non posso dubitarne, secondo Wittgenstein risulterebbe un non senso, come io la riterrei una grossa insensatezza per quel che è il mio vivere e stare al mondo, e persino la certezza con cui dubiterei di tutto ciò sarebbe meno forte della certezza con cui affermo e mi esprimo.

La soluzione dovrebbe essere quella di porre delle certezze, dei punti fermi nella nostra visione del mondo, quelli che Wittgenstein all’interno della filosofia del linguaggio indica come proposizioni “cardine”. I cardini per noi sono necessari, non potremmo aprire la porta senza gli adeguati cardini, come dall’altro lato non potrebbe esserci  una porta se ponessimo dei soli cardini, un insieme di punti fermi indubitabili scacciando completamente lo scetticismo. Il dubbio è forse per noi indispensabile, come forse lo sono anche quelle certezze che ogni secondo della nostra vita noi stabiliamo, diamo per scontate come l’aria che respiriamo, come l’esistenza del mondo esterno in cui stiamo. Siamo sempre nella solita situazione, nel solito punto di stallo in cui non sappiamo come comportarci, se affermare convinti o dubitare prudentemente. Forse la filosofia non ci dà la soluzione ma solo una sguardo a tutto ciò, uno sguardo che rivela qualcosa che prima ci appariva solo come insoddisfazione, come desideri inappagati, come mancanza di stabilità, mentre ora riscopriamo una stabilità che esiterei a definire tale, un equilibrio tra certezza e dubbio che ci tiene in sospeso e forse è proprio questo ciò che avevamo davanti agli occhi, forse è ciò che non volevamo, o che non volevamo vedere in tutto l’insieme. Siamo ancora una volta come la colomba descritta da Immanuel Kant, la quale è convinta che senza l’attrito dell’aria volerebbe meglio, non realizzando che è proprio quell’attrito che le permette lo sbattere delle ali.

Alvise Gasparini