Film selezionati per voi: aprile 2018!

A voi amanti del cinema, ecco i consigli del mese firmati dai nostri esperti in materia. Ve li introduciamo con una citazione di Nanni Moretti tratta dal film classico recensito…

Silvia: Speriamo che nostro figlio non diventi un attore!
Nanni: Silvia, ma che discorsi fai… speriamo che non diventi un attore… noi gli impediremo di fare l’attore!

Buona visione a tutti e buona fortuna agli aspiranti attori che ci leggono!

 

FILM IN USCITA

chiave-di-sophia-prigioniero-coreanoIl prigioniero coreano – Kim Ki-Duk

«Dove c’è una forte luce c’è sempre una grande ombra»: questa la risposta emblematica data a Nam Chul-Woo, povero pescatore nordcoreano che si chiede in cosa consista la democrazia. Un film esplicitamente politico l’ultimo di Kim Ki-Duk che torna alle proprie origini per l’attenzione prestata agli emarginati e per la durezza delle situazioni portate sullo schermo. Nam Chul-Woo ha nella sua barca l’unica proprietà ma un giorno mentre si sta occupando delle reti gli si blocca il motore in prossimità del 38° parallelo, al confine tra le due Coree, così la corrente del fiume lo trascina verso la Corea del Sud. Qui, preso sotto controllo e trattato come una spia, il pescatore, che crede nel duro regime di Kim Jong, si trova a contatto con l’inferno capitalistico per le strade di Seoul, dove può girare controllato a distanza e notare i segni deteriori della società, quali la prostituzione. USCITA PREVISTA: 12 aprile 2018

chiave-di-sophia-amore-doppioDoppio amore – François Ozon

L’altro, inteso come la donna e il doppio, è il fulcro dell’ultima pellicola di François Ozon, thriller psicologico e étude de femme. Chloé, giovane donna fragile, intraprende un percorso psicoterapeutico ma Paul, lo psichiatra che la ascolta senza mai dire nulla, interrompe le sedute perché la seduzione che Chloé esercita su di lui è incompatibile con la deontologia professionale. La donna ricambia però il sentimento e inizia così la liaison traslocando con il suo gatto a casa di Paul, che le nasconde il suo lato oscuro: un gemello omozigote, Louis, che svolge la medesima professione in un altro quartiere di Parigi. Fatale e intrigata Chloé prende un appuntamento, iniziando la sua progressiva caduta agli inferi. USCITA PREVISTA: 19 aprile 2018

chiave-di-sophia-la_casa_sul_mare_-_manifestoLa casa sul mare – Robert Guédiguian

Assorto e appassionante racconto di crisi, La casa sul mare è un aggraziato e disilluso addio in un tableau assolato, a Méjan, cala marina tra Marsiglia e Carry, dove tre fratelli si riuniscono per vegliare il padre, colpito da un ictus. Angèle, attrice, Joseph, professore, e Armand, ristoratore di anime, si misurano con la morte di un padre e delle utopie rivoluzionarie di una nazione che ha smarrito lo slancio e l’azione. L’irruzione di tre bimbi, naufraghi sulle sponde del Mediterraneo – doppio speculare dei tre protagonisti – li sconvolge segnando un nuovo inizio. USCITA PREVISTA: 12 aprile 2018

 

UN FILM D’ANIMAZIONE

chiave-di-sophia-sherlock-gnomesSherlock Gnomes  John Stevenson
Dopo i 194 milioni di dollari incassati da Gnomeo e Giulietta, a fronte di un budget realizzativo di soli 36 milioni, non è certo una sorpresa che la Rocket Pictures di Elton John abbia deciso di produrre questo divertente sequel dedicato al mondo degli gnomi. Collegandosi ai protagonisti del primo film, Sherlock Gnomes è un piccolo ma riuscito prodotto di intrattenimento per tutta la famiglia grazie a un efficace mix di mistero, risate e simpatia. Ideale per una serata dedicata ai bambini. USCITA PREVISTA: 19 APRILE 2018

 

UN CLASSICO DEL CINEMA

chiave-di-sophia-aprileAprile – Nanni Moretti
Il mese e la situazione politica in cui ci troviamo, non possono far altro che richiamare alla mente uno dei grandi classici della filmografia di Nanni Moretti. Considerata ingiustamente da molti come un’opera minore, tra le tante girate dal regista capitolino, “Aprile” è una satira attualissima sul cambiamento politico vissuto dall’Italia nel 1994 e sulle ossessioni dello stesso Moretti che, oltre a fare il regista, si diverte a raccontare le sue manie personali davanti alla macchina da presa. La sequenza iniziale della prima elezione di Berlusconi ha fatto storia, il resto è un ottimo ritratto personale e politico di un’Italia in cui (forse) ancora oggi viviamo.

 

UN FESTIVAL CINEMATOGRAFICO

chiave-di-sophia-le-voci-dellinchiestaLe voci dell’inchiesta @ Pordenone
Nonostante aprile sia per antonomasia il mese del Far East Film Festival di Udine (la più importante rassegna italiana dedicata al cinema dell’estremo Oriente), da mercoledì 11 a domenica 15 il Friuli ospiterà un evento altrettanto importante, incentrato sul cinema d’autore. A Pordenone è infatti di scena l’undicesima edizione de “Le voci dell’inchiesta”, festival del cinema del reale nato con l’intento di presentare in anteprima italiana film in grado di esplorare il genere del giornalismo d’inchiesta. Negli ultimi anni il focus del festival si è sempre più spostato verso temi d’attualità, contaminando il genere giornalistico con il cinema del reale. Una rassegna imperdibile di documentari, quasi tutti in anteprima nazionale o europea, impreziosita dalla presenza di importanti ospiti internazionali provenienti dal mondo del cinema e del giornalismo. Tutte le proiezioni saranno aperte al pubblico, biglietti e abbonamenti disponibili online o alle casse di Cinemazero, in Piazza Maestri del Lavoro a Pordenone.

 

Rossella Farnese, Alvise Wollner

 

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Spirito apollineo e dionisiaco nel processo penale: l’estetica del giudizio criminale

Il processo penale contemporaneo, per il vero come anche quello antico, medioevale e moderno, suscita interesse, pulsioni sociali, contesa emotiva; tende all’odio verso il colpevole e compassione verso la vittima. Basta pensare ai casi di cronaca più recenti per rendersi conto di quanta enfasi popolare accompagni la storia dei processi. Ne cito solamente alcuni: la strage di Erba, gli omicidi di Garlasco, Perugia e, da ultimo, il processo a Massimo Bossetti. Questo tuttavia accade anche per vicende giudiziarie meno cruente e sanguinose, ma ugualmente “sentite” dall’opinione pubblica, come i procedimenti contro l’ex premier Berlusconi, “mafia-capitale” o gli scandali per i conti esteri di questo o quel personaggio pubblico.

La tensione che si crea tra l’aula di giustizia e la società è palpabile e sostenere, come talvolta ha fatto la Corte di Cassazione, che tutto questo non possa incidere sul giudizio tecnico è un’illusione. Lo è per due motivi fondamentali: l’uno perché l’essere umano non è una macchina, il secondo perché è il diritto stesso che attribuisce al giudicante una funzione sociale attraverso lo scopo general-preventivo della pena che consiste nella portata educativa della pena stessa, non solamente nei confronti del reo, ma di tutta la società. Già l’antropologo e sociologo Émile Durkheim aveva categorizzato quest’esigenza laddove affermava che il delitto causa una frattura nel tessuto sociale che viene rimarginata proprio attraverso la sanzione penale e dunque il processo. La collettività ha bisogno del colpevole per emendarsi dal delitto e per essere sicura di poter vivere in pace, senza pericolo.

Persino l’avvocato cavalca questo istinto allorquando, sostenendo l’innocenza del proprio assistito, crea pressione emotiva sostenendo che “il colpevole è ancora in libertà”. Il caso di Bossetti è paradigmatico in questo senso: il rapimento e l’omicidio della giovane Yara ha sconquassato la quiete della ristretta e civilissima comunità della provincia bergamasca ed il bisogno di sapere “chi è stato” è un’esigenza di vita quotidiana. Nel caso oramai quasi dimenticato dell’omicidio di Milena Sutter (Genova, anni Settanta) accadde qualcosa di molto simile: una bellissima ragazzina fu “prelevata” all’uscita dalla scuola, tenuta non si sa dove per alcuni giorni e poi gettata in mare. A Genova la “terra di nessuno”, dove far ritrovare un corpo esanime, è il mare; a Bergamo un campo incolto. A quel tempo i genitori avevano paura a mandare i propri figli a scuola, oggi accade lo stesso. E’ il “pericolo dell’accettare le caramelle dagli sconosciuti”.

Il processo, chiamato a giudicare di vicende così emotivamente devastanti, è, al contrario, un laboratorio scientifico di regole, di eccezioni, di cavilli che non sono perversioni da Azzeccagarbugli ma garanzie contro gli abusi, regole che garantiscono la logicità delle decisioni, strumenti per evitare che i protagonisti del processo operino da vittime dell’impulso e dell’emozione invece che da algidi tecnici. La toga rappresenta, metaforicamente, proprio questo: la necessità di far trionfare il diritto, cioè dire la scienza giuridica. L’errore cognitivo che “stacca” il ragionamento giuridico, per offrirsi all’impulso della sola general-prevenzione e quindi la necessità di ristabilire l’ordine e soddisfare la collettività con la sua “sete di giustizia” è manifestazione della “pop justice” e dunque del prodotto giudiziario “per la collettività”, come le opere pop, rispetto a quelle della tradizione, sono nate per essere trasfuse nei manifesti e nei posters, alla portata di tutti e per tutti. Il diritto tenta di cautelarsi contro questo rischio attraverso la “rimessione del processo” che impone lo spostamento del luogo dell’udienza quando le condizioni ambientali non consentono un giudizio sereno. E’ del tutto evidente la difficoltà di capire quando il processo travalichi così tanto nel “pop” da incidere sulla terzietà del giudice.

Ancora una riflessione sul caso Bossetti: quanti possono comprendere l’anomalia di quella prova del DNA ritrovata sull’indumento intimo di Yara e quanto, proprio quella dislocazione della traccia sul suo indumento, diviene una rappresentazione estetica capace di portare ad errori di prospettiva rispetto al migliore giudizio (va ricordato che altre tracce genetiche di soggetti non identificati sono state trovate altrove ma ad esse non è stata data importanza). Com’è possibile che il Tribunale di Brescia abbia, durante l’indagine, dichiarato che è necessario fare chiarezza su quella prova e la Corte di Assise di Bergamo abbia potuto bypassare questa indicazione ritenendo quell’indizio “preciso”, oltre che “grave” e quindi pienamente capace di provare la colpevolezza di Bossetti? I giudici di Brescia si sono espressi in base ad una valutazione tecnica, che esigeva persino meno approfondito (perché la fase processuale era diversa) rispetto a quella del primo grado; eppure hanno stigmatizzato quella prova, dando le indicazioni, in diritto, di come rimediare al dubbio. Senza il rimedio suggerito quel dubbio resta come un macigno sul futuro del processo. In linguaggio giuridico il dubbio sulla prova si chiama “ragionevole dubbio” e porta all’assoluzione.

Io credo che il processo, anche quello contro Bossetti, viva e sia vissuto con questa doppia natura: una tecnica, complessa e scientifica, l’altra emotiva, passionale, general-preventiva e sociale. Tutta la vita vive di questa dicotomia, dunque anche il diritto. Lo ha spiegato al mondo il grande filosofo Nietzsche nella sua opera La nascita della tragedia, laddove ha raccontato dell’eterna lotta tra lo “spirito apollineo” e lo “spirito dionisiaco”: il primo rappresenta la perfezione delle forme, l’armonia, la logica, ed il secondo la passione, l’emotività, l’irrazionale. Il processo è come l’arte, deve trovare l’equilibrio tra il diritto apollineo e la società dionisiaca, tra il giudice apollineo e il coro (la pubblica opinione) dionisiaca. La vicenda di Bossetti è anche questo e forse, proprio per questo, appassiona la gente (il coro della tragedia greca).

Luca D’Auria

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La mia generazione: abbiamo fallito, avanti il prossimo

Quando ho visto Matrix per la prima volta ero seduto in un cinema, in una giornata assolata di maggio come tante, eravamo seduti sui gradini del cinema perché eravamo arrivati in ritardo e nel buio non eravamo riusciti a trovare dei posti a causa della sala gremita. Avevo 14 anni e stavo seduto accanto alla ragazza più affascinante che avessi visto, uno di quegli “amori” tipicamente adolescenziali. Non sapevo che in quel film di fantascienza si sarebbero coagulati tanti significati e tante questioni che avrebbero poi influito sulla mia generazione. Era il 1999. Era un film strano che parlava di volontà, destino, amore, senso della vita, il tutto coagulato in un blockbuster ben confezionato in pieno stile hollywoodiano.
Qualche anno dopo rimasi colpito, deluso, ma comunque attento per i riferimenti cristologici inseriti in Matrix 2 e 3 e ancora ripenso alla frase che descrive un messia cieco, un simbolo per tutti quelli come lui, patetico, in attesa che qualcuno gli dia il colpo di grazia.

In fondo ripensandoci era proprio un film adolescenziale, senza usare il termine in maniera dispregiativa, anzi, era una enorme storia in salsa cinematografica della Volontà di Potenza di Nietzsche che ha profondamente attraversato la mia generazione, una generazione sorta all’alba della decadenza dell’Occidente e della sua crescita: gli anni ’90 hanno rappresentato il preludio di un declino. La volontà di potenza ci mette un attimo a trasformarsi in volontà di impotenza, indolenza e ozio.

Penso che la mia generazione abbia delle grandi responsabilità per quanto è accaduto, sta accadendo e accadrà: siamo stati incapaci di dar vita a grandi prese di posizione generazionali, ma anche di dare alle cose una nostra inclinazione, seppur non all’insegna di rotture nette; siamo caduti preda di una anestetizzazione tecnologica, imbambolati da Mediaset e figli del berlusconismo, a prescindere che fossimo pro o contro.

Che fossimo pro o contro siamo pur sempre cresciuti all’ombra della figura di Berlusconi, una figura paradigmatica perché come i nostri genitori la sua generazione si è dimostrata quella dei moderni Crono e come tali non hanno che potuto divorare i propri figli. Gli anni di governo personalistico e finalizzato alla produzione di leggi ad personam più che di leggi per lo sviluppo non ci ha messo al riparo dalla crisi ed anzi hanno catalizzato quanto di peggio ha finito poi per abbattersi sul nostro Paese.

In un’ ottica marxiana i boomers (le generazioni che hanno vissuto la prosperosa epoca del boom economico) hanno fatto quello che i capitalisti fanno con i mezzi di produzione, hanno cioè fagocitato diritti in modo ipertrofico finendo per privare i propri figli e le generazioni future delle medesime opportunità, lo stesso dicasi per quanto riguarda gli impatti ambientali.

Lungi da me tuttavia indicare il male, additare le generazioni passate e sgravare così noi tutti da un onere di responsabilità al quale eravamo chiamati a dare una risposta, perché se le generazioni che ci hanno preceduto non sono state virtuose noi abbiamo peccato di una ignavia ben peggiore, ci siamo infatti ben guardati dal rompere gli schemi e ci siamo invece trincerati nel consumismo e nella moda.
La nostra risposta ai cambiamenti del mondo è stata quella di comprarci l’ultimo Ipad, di tirare per le lunghe lo studio e continuare a farci foraggiare dai nostri genitori. Se da un lato l’aiuto è servito a sostenerci in questi tempi difficili, dall’altro ha avuto l’effetto di renderci apatici e poco inclini a rompere gli schemi costituiti. Siamo stati come gli animali da allevamento, come un animale domestico che non esce mai di casa e come tali non abbiamo mai saputo elaborare una visione del mondo che ci permettesse di crescere al di fuori della pesante ombra dei nostri genitori.
Siamo dei novelli Benjamin Button: privi di progettualità a lungo e medio termine, finiamo per vivere una vita all’incontrario. Se la fine degli studi universitari un tempo significava l’accesso all’età adulta, è qui che il processo si inverte, assistiamo così alla devoluzione, un regresso inquietante quanto diffuso, un perenne rifiuto di confrontarsi con il mondo e prendere in mano il proprio destino.

Spesso vedo ragazzi di ormai quasi trent’anni farsi foto in discoteca che normalmente si era soliti farsi fare quando si avevano quindici o sedici anni, ma al posto di provare vergogna per l’immaturità manifesta tali foto sono invece oggetto di orgogliosa ostentazione. In un mondo dove conta sempre meno essere ciò che si è e conta invece apparire per ciò che la società ha presunto che dovremmo essere.

La mia generazione è fatta di cani di Pavlov, ma a differenza del celebre cane noi siamo restii a imparare dall’esperienza. Più subiamo la nostra impotenza e la vessazione di chi non ha alcuna tutela lavorativa e quindi nessuna dignità umana, più continuiamo ad abbeveraci dalla fonte che sta anche all’origine di tutti i nostri mali. Anziché ribellarci o quanto meno rifuggire gli stimoli negativi, nel migliore dei casi finiamo per chinare il capo diventando gregari e subalterni delle generazioni che ci hanno preceduto, nella vana speranza che prima o poi tocchi anche a noi, come se la nostra mente non avesse registrato che all’alba del nuovo millennio l’aspettativa di vita è tale che è molto più probabile che saremo noi a perire di stenti prima della dipartita di chi oggi regge le leve del potere.

Ci hanno detto che il lavoro doveva essere flessibile, ci hanno fatto imparare le lingue e tantissime competenze diverse, ci hanno raggirato usando accattivanti termini anglosassoni come long life learning o learning by doing, ma mi chiedo quanti dei grandi ideologi di questo modo di pensare, quanti professori che ci hanno proposto questo modello di vita e quanti funzionari che hanno stilato protocolli amministrativi che deliberavano in tal senso si sono sottoposti allo stesso trattamento. Quanti di loro hanno veramente provato ad assaggiare la ricetta che avevano preparato per noi e per i loro figli? Penso ben pochi visto che la pubblica amministrazione è piena di gente che non parla nemmeno l’inglese e che per anni non ha fatto altro che ripetere sempre e solo la stessa mansione, senza mai aggiornare le proprie competenze, tanto che se si rimettessero oggi sul mercato del lavoro a stento troverebbero posto come posteggiatori di auto o lavapiatti in un ristorante. Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio e nella Pubblica Amministrazione ci sono ancora tante persone che si aggiornano e combattono ogni giorno per garantire servizi migliori ai cittadini: perché non siamo stati capaci di allearci con loro?

Siamo stata la generazione che ha potuto studiare fino ai gradi più alti della formazione, ci hanno viziati dicendo che eravamo tutti speciali, ma se siamo tutti speciali vuol dire che non lo è nessuno e così il nostro grado di istruzione crescente ha finito con l’unico scopo di far crollare la retribuzione salariale di coloro che potevano essere impiegati nel lavoro cognitivo.

Abbiamo ostinatamente voluto credere alle promesse dei nostri genitori circa il fatto che il mondo fosse un posto facile dove vivere, che eravamo unici e irripetibili e che strabilianti opportunità ci avrebbero atteso, chiusi sotto una amorevole campana di vetro che ci ha tenuti al riparo dal mondo. Abbiamo rimandato un confronto con la realtà destinato ad essere devastante, quella ovattata campana non era altro che una bolla paranoica di mediocrità. Non siamo stati meglio di coloro che si sono affrettati a votare Berlusconi perché persuasi che avrebbe davvero creato – già il termine mi cagiona ilarità – un milione di posti di lavoro, abbiamo preferito credere che creare le nostre opportunità con un po’ di fatica e di sudore. Abbiamo voluto far finta che ci fossero risposte semplici a domande complesse.

In politica e nel lavoro ci siamo relegati noi stessi al margine, ogni volta che abbiamo chinato il capo e ci siamo fatti imboccare, tutte le volte che non abbiamo provato noi stessi a mostrare che le cose potevano essere diverse nascondendoci dietro a una presunta italianità della raccomandazione, ogni volta che non abbiamo anteposto il merito al nostro interesse abbiamo replicato la mediocrità dei nostri padri e delle nostre madri che facendoci trovare sempre la pappa pronta non hanno fatto altro che crescerci deboli e fragili, ma anche supponenti perché mai posti di fronte ai nostri stessi limiti. Così si è costituita la generazione dove tutti siamo speciali, tutti siamo qualcuno, abbiamo tutti vite interessanti e fantastiche, mentre viviamo una condizione miserabile contronatura perché costretti a restare presso i nostri genitori senza la possibilità di svilupparci diventando ciò che siamo come adulti e perché no anche nella senilità.

L’ultimo grande demerito è che non abbiamo saputo restare uniti, ci siamo fatti investire dalle ideologie già precostituite dai nostri padri finendo per farci molto più la guerra tra di noi che provare a imporre una nuova visione delle cose, noi che siamo nati alla fine delle grandi ideologie, dove la religione è più mite nella rigidità, dove il muro di Berlino è caduto, dove se da un lato ci hanno accusati di non credere in niente avevamo invece l’opportunità di credere in tutto con uno sguardo nuovo e invece non abbiamo fatto altro che suonare uno spartito datoci da altri e danzato su quelle stesse note.

Non abbiamo fatto tesoro delle parole di Michael Young che ci ha provato a dire:

«I giovani devono combattere il potere degli anziani invece di allearsi con loro per ricevere favori».

Spero solo che le generazioni che stanno crescendo oggi e che verranno domani imparino dai nostri errori e non ce ne abbiano troppo a male per il mondo che ci apprestiamo a consegnare loro.

Matteo Montagner

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Vendesi followers. Comprasi fiducia. Cedesi reputazione.

Quando un essere umano non sa come comportarsi, si adegua al comportamento di chi lo circonda.

Il cosiddetto principio della “riprova sociale”, se applicato al mondo del web, comporta che un basso numero di seguaci influenzi negativamente gli altri potenziali followers.
Su Facebook non metteremmo mai il decimo like, ma il millesimo si.
Su Twitter è difficile che si segua qualcuno con 30 followers. Per quante cose interessanti possa scrivere. Quasi automatico seguirne uno con almeno 4000. E appena andiamo su Twitter, ancora prima della bio, della foto, del primo tweet, l’occhio cade inevitabilmente sul numero di followers.

E come spesso accade nella vita reale, nell’arco temporale di un battito di ciglia elaboriamo un giudizio che in realtà è un pregiudizio.

Se lo seguono in pochi, non è interessante.

Con la pagina de la Chiave di Sophia ho avuto modo di osservare come seguaci di fatto, che mettevano anche like ai singoli post, sono diventati seguaci per così dire “dichiarati” solo quando la pagina ha raggiunto un considerevole numero di “ mi piace.”

believeeeee

Da qui la fortuna di agenzie specializzate in vendita  di followers, like, visualizzazioni, recensioni.

Qualche esempio:

http://www.comprafollowers.net/

http://www.magicviral.com/

http://www.recensionitripadvisor.it/

Tutti servizi nati per accrescere la reputazione on line di aziende, istituzioni, personaggi pubblici, politici, strutture alberghiere. Qualsiasi cosa e chiunque.

Il paradosso? E’ che l’effetto, se di reputazione parliamo, è esattamente l’opposto. Una volta scoperto il trucco, la reputazione è persa per sempre. La memoria del web, oblio o non oblio, non perdona.

Gli addetti ai lavori o i semplici “smanettoni” hanno sviluppato negli anni una certa sensibilità, diffidenza e soprattutto consapevolezza nei confronti del mondo che esiste alla base di un post, di una recensione, di un fashion blog, di una pagina Facebook, di milioni di visualizzazioni e migliaia di follower in 5 giorni.Una volta scoperto, è un po’ come quando ti dicono che Babbo Natale non esiste. Scopri l’inganno. E la magia finisce.
Per quanto riguarda Twitter, anche un non addetto ai lavori può agevolmente rendersi conto se i followers sono “fake” o meno. In genere i follower falsi:
a) non hanno una foto del profilo
b) non hanno una bio
c) hanno molti più following che follower e questi ultimi spesso non arrivano a 5

d)sono inattivi o i loro tweet sono standard e pubblicitari

Oppure ci si può affidare anche a servizi come  Twitter Audits e Status People per avere in pochi minuti la percentuale dei follower falsi, di quelli inattivi e di quelli reali.

Prendete un paio di politici a campione e vi renderete conto coi vostri occhi.

Le problematiche che scaturiscono dalla compravendita di consenso, non sono da sottovalutare. Basti pensare che una  recente inchiesta condotta da Nielsen afferma che il 64% degli italiani basa il proprio comportamento d’acquisto sul passaparola on line, e quindi sulle opinioni e recensioni postate sui vari social. Per non parlare dell’influenza che hanno i blogger in questo senso, soprattutto nel settore della moda, argomento che approfondiremo nelle prossime settimane.

Dove inizia e dove finisce il confine tra pubblicità ingannevole ed ordinari strumenti persuasivi del marketing? E sopratutto, come facciamo quando il finto consenso non è acquistato per l’ultimo profumo di Dior ma per un politico? O addirittura per un partito?

Abbiamo una legge sulla par condicio che cronometra minuti, secondi e nanosecondi televisivi. E nel frattempo c’è un mondo parallelo il cui consenso si forma davanti ad una tastiera. Non davanti a Porta a Porta.

 

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

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