Pazienti e libero arbitrio nella pratica medica

La società civile e il senso comune ritengono che l’oncologia possa essere la specialità medica che per eccellenza trarrebbe giovamento dall’applicazione della recente legge 219/22 del dicembre 2017 riguardante le disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Dove le DAT si applicherebbero al meglio se non nel paziente oncologico terminale, colui che soffre per definizione, colui che è portatore di una patologia mortale, quindi non guaribile, colui che momentaneamente sopravvive senza speranza?

In realtà tutte le questioni che la legge afferma e promuove quali il dovere di informare e il diritto di informazione del paziente relativamente al suo di salute, il consenso informato, la comunicazione e la relazione tra medico e paziente, nonché la pianificazione condivisa delle cure, sono tutti temi estremamente familiari in oncologia. È dunque chiaro che i contenuti del testo di legge sulle DAT giungono né inaspettati, né estranei, ma semplicemente come una serie di normative d’azione più formali rispetto a quanto già si svolge nella pratica clinica quotidiana da molti decenni.

Mi soffermerei piuttosto sul comma 5 dell’art.1 che, relativamente al diritto del paziente di approvare o rifiutare accertamenti diagnostici e trattamenti sanitari proposti, afferma: “ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici”.

C’è un accordo decennale a proposito dell’utilizzo razionale di nutrizione ed idratazione artificiale in oncologia: ovvero, che l’applicazione di tali mezzi è il risultato finale di una ponderata valutazione pluridisciplinare basata, ove possibile, sul consenso informato del paziente.

Sicuramente, l’impiego della nutrizione artificiale non pone interrogativi dopo un intervento operatorio per neoplasia, indipendentemente dal distretto corporeo interessato, se utilizzata al fine di evitare la perdita di peso e l’insorgenza di complicanze da malnutrizione. Valgono le stesse considerazioni in caso di terapie che pregiudichino la capacità ad alimentarsi, come terapie radianti o chemioterapie che interessano la cavità orale o l’apparato gastroenterico ed esofageo e che richiedono la somministrazione di sostanze nutritive per via enterale1 o parenterale2.

Nessuno, nei casi sopra riportati, può contestare la necessità vitale di tali trattamenti.

Anche nei casi di diagnosi terminale, nonostante la speranza di vita si abbrevi e non essendo esattamente quantificabile l’aspettativa della durata della stessa, nessun medico acconsentirebbe alla sospensione del trattamento nutrizionale il cui epilogo, la morte, non costituirebbe diretta conseguenza della patologia neoplastica, ma piuttosto  della denutrizione.

Differente è il caso di quadri clinici conclamati di morte imminente: in questo frangente la nutrizione artificiale è spesso sospesa, per volontà del malato, non avendo più alcuna efficacia, non potendo prolungare la sopravvivenza ed essendo, in alcuni casi, addirittura controproducente e perciò, sproporzionata.

Diverso è il problema dell’idratazione artificiale. L’organismo di un paziente in fine vita richiede non più di 1 litro di soluzione fisiologica o glucosata nell’arco di 24 ore per evitare una morte atroce da disidratazione che provoca febbre, vomito, scompenso idro elettrolitico, ecc. Considerato che non si prolunga la vita di un paziente idratandolo, né si può ipotizzare una forma di accanimento terapeutico, ritengo che, in oncologia, nella maggior parte dei casi, non si possa considerare l’idratazione artificiale un trattamento sanitario in quanto è la stessa condizione clinica a richiedere un’adeguata idratazione per alleviare le sofferenze del paziente. La somministrazione di liquidi implica l’infusione di due flebo al giorno tramite vena periferica, ciò non richiede molto tempo e, inoltre, non sono richieste manovre “impegnative” come nel caso della nutrizione artificiale.

È chiaro che nutrizione e/o idratazione sono necessarie, nella misura in cui e fino a quando dimostrano di raggiungere la loro finalità propria; andranno, invece, sospese se hanno cessato di avere la loro efficacia e se diventano sproporzionate per la condizione del paziente, come avviene nei casi in cui il soggetto non risulta più essere in grado di assimilare il nutrimento o i liquidi che gli vengono somministrati.

È altrettanto ovvio che, se nella legge 219, nutrizione ed idratazione artificiale vengono entrambe indicate come interventi medici, quindi passibili di interruzione, il paziente tenderà ad interpretarli come “azioni” altamente invasive in quanto non sempre sufficientemente informato riguardo alla reale applicazione di tali misure, alla invasività di cura e ai relativi svantaggi nel rifiutarla. In questo specifico caso, eseguire le DAT potrebbe paradossalmente portare ad agire contro ciò che il paziente avrebbe realmente voluto, ovvero, non soffrire. Il rischio è che, in caso di necessità, le disposizioni anticipate del paziente potrebbero risultare non più rappresentative delle reali volontà del paziente e delle reali necessità mediche volte al suo bene; senza contare che verrebbe sottovalutato un fattore cruciale in campo medico, cioè il rapporto medico-paziente, nel giungere a formulare la soluzione migliore volta al bene del soggetto, soluzione implicante il coinvolgimento dei professionisti e, ove possibile, cioè in presenza di capacità decisionale, del paziente stesso.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE
1. Quest’atto clinico consiste nella somministrazione di sostanze nutrienti tramite l’apparato gastroenterico attraverso sondino naso-gastrico o stomia.
2. Il secondo atto medico, invece, consiste nella somministrazione di sostanze nutrienti per via venosa.

[Credit Matheus Ferrero su Unsplash.com]

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Libri selezionati per voi: settembre 2018!

Con l’arrivo del mese di settembre l’estate sta ufficialmente andando incontro al rettilineo finale della sua corsa 2018. Se vi siete persi i nostri consigli estivi non vi resta che tornare in carreggiata e riprendere a leggere insieme a noi!

Puntuali come sempre, ecco allora a voi le nostre proposte di lettura!

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

chiave-di-sophia-neve-di-primaveraLa neve di primavera – Yukio Mishima

Primo lavoro della “quadrilogia della fertilità”, Neve di primavera rappresenta a detta di molti critici il romanzo più maturo e ricercato dello scrittore giapponese. La delicatezza della sua penna fa in modo che ad ogni riga il lettore si senta parte della veneranda tradizione giapponese e dei suoi rituali, i quali rappresentano lo sfondo su cui le due storie d’amore e di amicizia si dischiudono. Accanto a una profonda analisi introspettiva, l’autore delinea il lento incedere dell’amore tra Kiyoaki e Satoko, l’acerba capacità del primo di guardare oltre l’amore verso di sé e l’amicizia con il giovane razionale Honda.

 

chiave-di-sophia-palazzo-della-mezzanotteIl palazzo della mezzanotte – Carlos Ruiz Zafón

Zafón, da narratore di storie qual è, rivisita un consueto tòpos letterario indagando come l’animo infantile si riversi e risorga nella coscienza adulta con il suo bagaglio di ricordi, enigmi, interrogativi esistenziali sull’essere umano, sulle scelte e sulla contrapposizione manichea tra bene e male. Tra questi interrogativi si snoda una vicenda ambientata nella Calcutta dei primi anni del Novecento, dove un ufficiale inglese riesce a salvare due gemelli dal loro persecutore e ad affidarli alla nonna materna. Sarà quest’ultima a separare i nipoti per salvaguardarne l’identità. Tuttavia, essi dovranno ben presto raccogliere le ceneri del passato.

 

UN CLASSICO

chiave-di-sophia-mastro-don-gesualdoMastro-don Gesualdo –  Giovanni Verga (1889)

Secondo romanzo del Ciclo dei Vinti, dopo il capolavoro di I Malavoglia, Il Mastro don Gesualdo verghiano affronta tematiche care all’autore quali il contrasto tra borghesia e aristocrazia, la contrapposizione tra buoni sentimenti e attaccamento al denaro e il tentativo di riscatto sociale, convogliati nella figura di Gesualdo Motta, unico vero protagonista dell’opera. Già come nei Malavoglia Verga dipinge l’ambiente che lo circonda, approfondendo le debolezze e le aspirazioni di chi si è fatto da sé, effettuando una vera e propria scalata sociale che ha del miracoloso. Ma non tutta la felicità può ruotare attorno all’aspetto economico… Consigliato a tutti coloro che amano riflettere sulla contrapposizione tra affetti e denaro, sugli elementi che ci rendono umani e a cui, spesso, diamo un significato maggiore di quello reale.

 

 

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-democrazia-in-trenta-lezioniLa democrazia in trenta lezioni – Giovanni Sartori

Professore emerito all’Università di Firenze e alla Columbia University, Giovanni Sartori propone trenta brevi lezioni volte a offrire delle risposte ai maggiori interrogativi che la Filosofia Politica si pone ormai da decenni. Che cosa significa la parola “democrazia”? Qual è la natura di tale forma politica? Quali sono le condizioni necessarie affinché essa funzioni? Come si può oliare la macchina della democrazia? Perché preferire la democrazia? La democrazia è esportabile? Quali differenze e somiglianze tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni? Qual è il futuro che l’attende?

 

JUNIOR

chiave-di-sophia-quasi-signorinaQuasi signorina – Cristina Portolano

Questo fumetto racconta la storia della sua autrice, nata a Napoli sul finire degli anni Ottanta. Cristina racconta e disegna gli anni dell’asilo e le sculacciate delle suore; le prese in giro degli anni delle elementari a causa dei suoi occhiali; le villeggiature estive a Riccione; infine, il giorno in cui diventò (per fortuna e purtroppo) signorina. Un testo particolarmente adatto a tutte le ragazzine delle scuole medie, che leggendolo acquisiranno un po’ più di fiducia in loro stesse; e a tutti gli adulti che vogliono ritagliarsi una mezz’oretta di lettura per tornare indietro con la memoria agli anni della loro infanzia.

 

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Federica Bonisiol

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Il significato del “bene” nella pratica clinica. Casi clinici di fine vita

Non ci dimenticheremo mai di Alfie. Così come non ci dimenticheremo mai di Charlie.

Bambini così piccoli per essere strappati via dalla vita. Guancette porpora, occhi stanchi, spesso chiusi. L’abbraccio commovente di un padre al proprio figlio. Un orsacchiotto di peluche disteso accanto a quel corpicino esile, una compagnia familiare su un letto estraneo, quello di un ospedale. Macchine accese a scandire la vita che passa, che scivola, che scorre senza “se e senza ma”.  Senza concessioni, né tregue. Il tempo passa − da quanto tempo, forse troppo? Ma chi siamo noi, in fin dei conti, per giudicare il troppo e il troppo poco, il giusto e lo sbagliato? −, e quei corpicini sono ancora lì, la ventilazione meccanica li aiuta a respirare, il sondino nasogastrico ad alimentarsi e idratarsi.

Come potremmo mai dimenticarci di Dj Fabo, Eluana e Piergiorgio Welby? Corpi sofferenti, talvolta coscienti, ancora in grado discernere il loro bene, di ascoltare il proprio desiderio, di affrontare la morte anche laddove questa rappresenta la sola alternativa ad una condizione irreversibile, irreparabile.

Ci ricordiamo questi volti, le notizie trasmesse giorno dopo giorno dai telegiornali, le dispute tra chi sostiene che la vita debba essere protetta e difesa e che dunque i trattamenti siano necessari e imprescindibili per tale fine, opponendosi all’interruzione dei presidi vitali da un lato, e coloro i quali, dall’altro, difendono il diritto alla vita nei termini di una finitudine umana mortale cui non ci è permesso di sottrarci e contro la quale, prima o poi, veniamo a  chiamati a fare i conti.

Certo, quando si parla di bambini e di minori è sempre più complicato. Lo è poiché ci esponiamo alla vulnerabilità estrema di una relazione che deborda quella medico-paziente: i terzi sono dei genitori, direttamente implicati nella cura giornaliera del proprio bambino, personalmente coinvolti in una sofferenza senza fine che vede il loro figlio sospeso tra la vita e la morte.

Ce lo ricordiamo tutti il recente caso Alfie, la sua storia ha commosso il mondo intero; fino alla fine, la sua mamma e il suo papà hanno lottato contro tutto e contro tutti − perfino contro i giudici e i medici che si prendevano cura di lui. Volevano salvarlo, salvarlo da quella vita già segnata; salvarlo da un destino che, forse, avrebbero voluto cambiare con tutti i mezzi a loro disposizione. Ma di quali mezzi disponevano effettivamente? Una tracheotomia e una PEG per allungare il numero dei giorni da vivere e capire se, in un modo o nell’altro, ci sarebbe stata la possibilità di cambiare il decorso di una malattia neurodegenerativa, purtroppo inguaribile?

Vero è che Alfie per un po’, una volta interrotta la respirazione artificiale, è riuscito respirare in completa autonomia. Giorni che facevano credere che il piccolo guerriero fosse riuscito a dimostrare di potercela fare anche da solo, senza l’aiuto della tecnica medica. Eppure, se questo è ciò che molte notizie volevano far trasparire con la comunicazione “Il piccolo Alfie respira da solo!”, è giusto porre l’attenzione sulla sofferenza nascosta di ogni suo singolo respiro. Una sofferenza indecifrabile, determinata da uno stato fisico molto fragile. Respirare autonomamente significava riuscire a sopravvivere, certo; riuscire a sopravvivere fin tanto che ce l’avrebbe fatta con le proprie forze, le energie di un piccolo guerriero. Ecco perché i presidi vitali sembravano necessari: il bambino aveva dimostrato di essere forte e un giorno, avrebbe potuto farcela di nuovo. Il desiderio dei due genitori, infatti, era nutrito dal bisogno di dare al piccolo Alfie non una possibilità di mera sopravvivenza, ma di vita. Sarebbe però stato davvero concretizzabile? Fino a che punto il giudizio clinico può essere scavalcato? Poteva il prolungamento quantitativo della vita del piccolo paziente corrispondere ad un progresso qualitativo?

La decisione di sospendere i presidi vitali, dettata dai medici in funzione di una tutela della vita, ha rappresentato l’estremo gesto di cura, inteso come un to care e non come un semplice to cure. Laddove guarire non è possibile e utilizzare trattamenti salvavita diventa sproporzionato, il ruolo dei medici continua ad essere quello di prendersi cura del paziente, traducendosi nei termini di un giudizio di proporzionalità rispetto al trattamento previsto. È questo l’aspetto più ignorato quando la bioetica emerge dai casi clinici degni di nota. “Il medico deve fare il bene del paziente, non procurarne la morte”: questo si dice quando i trattamenti vengono interrotti. Ma di quale bene stiamo parlando? Qual è la vera intenzione dei clinici di fronte a casi irreversibili? In quali circostanze le cure sono appropriate e non rientrano nella medical futility?

Quando i clinici hanno riferito ai genitori di Alfie la necessità di sospendere i presidi vitali, è stato perché proseguirli non avrebbe costituito un atto medico volto al raggiungimento del bene dello stesso paziente. Al contrario, sarebbe equivalso al prolungamento di sofferenze intollerabili cui il bambino non avrebbe potuto nemmeno dare voce. L’intenzionalità sottostante alla pratica clinica non è quella di causare la morte − in quanto la sospensione ne costituirebbe unicamente la condizione clinica − ma rispettare la vita, accettando i limiti di una scienza che, come la medicina, non può fare tutto, non può prolungare indefinitamente l’esistenza procurando, in taluni casi, unicamente una stasi, un’immobilità, e in altri, una diminuzione della qualità di vita del paziente.

Il dolore della perdita è qualcosa di inenarrabile. Indescrivibile. Silenzioso.

Il piccolo Alfie, il piccolo Charlie, Eluana, Piergiorgio, Dj Fabo. Tanti nomi. Tante storie che ci hanno trasmesso il valore della vita e del coraggio. Contesti culturali diversi, dall’Italia all’Inghilterra. Ogni racconto ci parla di una finitudine incontestabile, che si impone prepotentemente. Tanti nomi che hanno chiamato in causa le nostre vite, interrogandoci sulle paure profonde che ci attraversano. Certo è che, nella pratica clinica, la fine della vita è una questione inevitabile ed è necessario ascoltare quell’universo di relazioni che, ben oltre la clinica, è impastato di sofferenza, fragilità profonde e causa di molti conflitti, incomprensioni. Ciò affinché sia possibile, un giorno, parlare un linguaggio comune in cui la barriera tra medici e pazienti, tra medici e genitori, possa essere abbattuta, trasformando quel muro di calce che li separa in uno spazio comune di comunicazione e riconoscimento reciproco.

 

Sara Roggi

 

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Arthur Schopenhauer: la lezione del disincanto

Arthur Schopenhauer, spesso, è ricordato come uno dei più celebri pessimisti che abbia mai osato esprimere la propria opinione. Il suo pensiero è duro, limpido nella sua crudezza, senza fronzoli e diretto; indubbiamente difficile da accettare.

Il pessimismo è una modalità di pensiero che poggia su un unico pilastro: il disincanto. Se la filosofia ha sempre voluto svegliare le menti, aprire gli occhi, e rendere coscienti i cuori, il pessimismo lo fa proprio a partire dal disincanto, dalla disillusione.

Per quanto il primo istinto sia quello di rifuggirlo, vi è un’importante lezione che Schopenhauer ha lasciato e che, probabilmente, non è stata colta.

La filosofia di Schopenhauer è ormai fin troppo nota: il nocciolo della vita, in tutte le sue forme, è un bisogno mai soddisfatto, una fame che non trova sazietà, un impulso senza appagamento. Il destino dell’uomo è segnato nell’insoddisfazione e nell’egoismo, poiché egli intenderà l’altro come strumento, e sarà per coloro che lo circondano un mezzo a sua volta, per placare bisogni e aspirazioni. La direzione degli eventi è tracciata dal dolore e dalla mancanza. Della filosofia di Schopenhauer si è appreso soprattutto questo e altro non si è voluto vedere.

Eppure, proprio il pessimismo di Schopenhauer ha lasciato un profondo insegnamento, che ben si adatta allo scoramento a cui si è abituati.

Se il male, cioè l’egoismo, la mancanza, il dolore, sono la madre dell’esistenza, dov’è il bene? Se è il male il diamante grezzo che l’uomo ritrova scavando dentro di sé, che cos’è effettivamente il bene?

È la più grande conquista dell’essere umano. Schopenhauer parla di diverse forme, attraverso le quali l’uomo può giungervi, ma il percorso è sempre lo stesso.

Quando l’individuo guarda dentro di sé, e trova il suo dolore, la sua voracità, il suo egocentrismo, e ne ha orrore, allora il bene può emergere, in quanto coscienza ed empatia.

Schopenhauer suggerisce, in sostanza, che il bene non è andato perduto, e non è un principio aleatorio e irraggiungibile; è frutto di consapevolezza, e soprattutto, è una vittoria dell’uomo su stesso.

L’effetto di porre il male come fulcro della vita, e il bene come costruzione, sta nel fatto che, d’un tratto, ci si accorge dell’altro non più come strumento, ma come carne che combatte contro lo stesso dolore che si sperimenta ogni giorno. Il risultato del pessimismo di Schopenhauer è che, quando si riesce a intendersi, l’altro non è più invisibile. Quel nucleo negativo diviene così la possibilità di empatia, di apertura.

Il disincanto di Schopenhauer dà così avvio, per chi è pronto ad accoglierlo, alla ricerca del bene, inteso non come perdita in seguito a una colpa o a un’imperfezione, bensì come desiderio di rivoluzione, costruzione, salvezza.

Sebbene questa sia un’interpretazione azzardata del pensiero di Schopenhauer, soprattutto per chi lo conosce bene, è probabilmente quella di cui si ha bisogno.

Se gli autori del passato non sono solo carta stampata, ma possono divenire consiglieri del mondo che conosciamo, in cui i giovani hanno già le rughe agli angoli della bocca, e i vecchi non vogliono ricordare ciò che hanno fatto, allora è necessario proprio il disincanto di Schopenhauer. Egli può insegnare a riconoscere il male come la possibilità del bene, l’egoismo dell’empatia, e che nulla di tutto ciò si ottiene, se non si è pronti a riconoscere se stessi per ciò che si è. Il bene emerge dal male, e lo sovrasta, solo se l’individuo osa guardare in profondità.

Il pessimismo diventa ciò da cui bisogna scappare, solo quando si avvera l’unico rischio insito in sé: la resa alla realtà così come l’abbiamo trovata*.

 

Fabiana Castellino

 

* Per comprendere al meglio la filosofia di Schopenhauer, si consiglia la lettura della sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, edito da Einaudi, 2013

[Photo credits: Annie Spratt via Unsplash]

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Grazie perché mi hai fatto male

Seneca disse: «Lieve è il dolore che parla. Il grande dolore è muto».
Con queste parole si apre questo promemoria filosofico che, forse, non sarà utile solo a me.
Il dolore è una grande forza che corrode, come l’acqua la roccia.
Arriva seguito da uno spiacevole evento, di quale natura non importa, e rapisce per un momento la nostra vita.
Si può decidere di superare il dolore, questo è certo, ma non si può cancellare quella scia che ha lasciato dietro di sé. Il dolore è oggettivo, qualsiasi essere vivente può testimoniare la sua esistenza.
Si può essere coraggiosi e non temerlo, ma ahimè è inevitabile.
Si può pensarlo ma non smettere di provarlo. Urla senza fare rumore, non ha nome, ma sostanza.

Il dolore può sfociare nella sofferenza, che, per fortuna, può placarsi e trovare pace.
Non si parlerà però di resilienza in questa occasione, non vorrei ripetermi.
Questa volta, all’insegna di Seneca, vorrei prendere distanza dal dolore e così facendo ringraziare chi del male ne è stato il fautore. Forse sarà più una lettera che si può leggere senza impegno, ma non senza cuore. Spero possa dare voce anche al tuo dolore.

Grazie a chi oggi ti ha ferito con le parole, si dice che siano più taglienti di una spada.
Tu ringrazia chi ti ha sbattuto la porta in faccia, quella strada forse non era la tua.
Grazie a chi se ne è andato volontariamente e ti ha lasciato solo, ora, se ci pensi bene, ci sarà un posto libero per chi vorrà sedersi e viaggiare con te.
Grazie anche a te che, magari con l’ansia, le fissazioni, le paranoie, quando te ne accorgi diventi più cosciente delle tue preoccupazioni e, perché no, potresti anche riuscire a ridere di te stesso, ricalibrando i pesi del tuo presente.
Potresti dire grazie anche a chi ti ha tradito, ti ha insegnato cosa significa il concetto di fedeltà.

Grazie a chi non ha creduto in te, ora non hai più scuse, devi provare a essere il tuo vero e unico fan. Resti solo tu con la tua interiorità.

Quell’interiorità che Seneca descrive come il solo luogo in cui si può salvaguardare la propria libertà − e aggiungerei serenità − da tutti gli assalti della vita di ogni giorno.
In merito il filosofo latino ci invita ad un semplice esercizio1 senza tempo: prima di un nuovo giorno, dunque alla sera, suggerisce di provare a rivivere la giornata appena trascorsa, di fare quindi redde rationem, una ricognizione di tutto quello che è stato fatto per sincerarsi che si abbia agito nel bene, senza aver recato danno a sé e agli altri.

Il dolore, ad ogni modo, è una forza come l’amore: ti scuote, ti travolge, ti fa a brandelli e non lascia scampo. Durante la tempesta ti scopre da tutte le certezze e spesso ti annichilisce. Tirerà fuori il meglio e il peggio, quello che resta di te.
Tu cosa sceglierai?

Prima di concludere vorrei dare voce anche al mio dolore e mi rivolgo ora a chi mi ha fatto e continua ad arrecarmi dolore.
Grazie, ma nonostante tutto, io sono ancora qui.

 

Al prossimo promemoria filosofico,

Azzurra Gianotto

 

NOTE
1. Tratto da L. Anneo Seneca, De ira, III, 36, edizione Bur, 1998

[Credit Jeremy Bishop]

 

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Sfumature di amicizia: uno sguardo all’Etica Nicomachea di Aristotele

Chi non desidera, su questa terra, avere degli amici? Essi sono i nostri “alleati” nella grande avventura della vita, e stare in loro compagnia ci consente di trovare la forza di “andare avanti” nonostante i numerosi problemi che sempre ci assillano. Ma le amicizie sono proprio tutte uguali? O, detto altrimenti: esiste un solo tipo di amicizia o ci sono molti modi diversi di essere “amici”?

Per trovare risposta a queste domande possiamo provare a rivolgerci a un testo molto antico (è stato composto addirittura nel IV sec. a.C., quindi più di duemila e trecento anni fa!), ma che è senza alcun dubbio perfettamente capace di essere ancora attuale, ricco com’è di osservazioni estremamente interessanti e profonde: stiamo parlando dell’Etica Nicomachea di Aristotele. Tale scritto è diviso in dieci “libri” (termine con il quale nell’antichità si indicava ciò che noi oggi chiameremmo in realtà “capitoli”), e i “libri” che vanno dall’VIII al IX sono per l’appunto dedicati alla trattazione dell’argomento di cui in questa occasione intendiamo occuparci: le diverse sfumature dell’amicizia.

Aristotele incomincia la sua indagine sull’amicizia ricordando che essa «è un aspetto estremamente necessario della nostra vita, dato che nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni». Non va infatti dimenticato che l’uomo, dopotutto, è pur sempre un essere sociale. Dopo aver tratteggiato alcuni vantaggi dell’amicizia, Aristotele afferma che le radici di tale tipo di rapporto affettivo si trovano in natura, e infatti sono osservabili in tutte le specie animali viventi. Ma anche l’uomo è un animale, e infatti, nel proprio profondo «ciascun essere umano sente vicino a sé, e quindi amico, ogni [altro] essere umano». La volontà di allacciare un rapporto positivo con le persone che di volta in volta incontriamo fa quindi parte del nostro “DNA”, anche se è vero che purtroppo non sempre tale desiderio viene corrisposto e riesce quindi a realizzarsi pienamente. Solo «quando la benevolenza è contraccambiata, diviene amicizia».

Aristotele arriva poi a porsi l’interrogativo che più ci interessa: «vi è una sola specie d’amicizia o più d’una»? Secondo il “maestro di coloro che sanno” (così Aristotele è chiamato da Dante) vi sono ben tre tipi di amicizia, la cui differenza reciproca è principalmente determinata dal motivo per il quale si diventa amici di un’altra persona.

In primo luogo, dice Aristotele, si può diventare amici di qualcuno al solo scopo di ricavarne qualcosa di utile per noi stessi, ossia al fine di averne un proprio tornaconto personale. In questo caso, osserva il filosofo greco, non siamo in presenza di un rapporto di amicizia vero e proprio, perché ciò a cui veramente “puntiamo” non è tanto la persona della quale stiamo diventando amici, ma ciò che riteniamo di poter ottenere “sfruttandola”.

Poniamo ad esempio che un certo ragazzo che conosco, Marco, abbia una bellissima motocicletta che io con i miei pochi risparmi non potrei mai permettermi di comprare. In tal caso, potrei decidere di diventare amico di Marco per cercare poi in un secondo tempo di convincerlo a prestarmi ogni tanto la sua “due ruote”. Marco a sua volta potrebbe decidere di diventare mio amico e di darmi in prestito la moto per qualche ora al mese se in cambio convincessi i miei genitori a dargli la possibilità di usare la loro casa al mare per un paio di settimane durante l’estate.

Anche se io e Marco ci consideriamo amici a tutti gli effetti e spendiamo del tempo insieme, resta il fatto che ciò che veramente vogliamo non è il bene dell’altro, ma avere in prestito la motocicletta o la casa al mare. Si pensi inoltre a che cosa accadrebbe se Marco per un qualunque motivo si rifiutasse di prestarmi la moto: evidentemente, presto o tardi io cesserei di frequentarlo, perché il mio interesse per lui era subordinato e finalizzato all’uso della sua motocicletta. Lo stesso farebbe Marco nei miei confronti se i miei genitori gli negassero la possibilità di usare la casa al mare. «Quelli che sono amici per [amore del proprio] utile sciolgono l’amicizia insieme al venir meno dell’utile: non erano amici l’uno dell’altro, ma del profitto», ossia di ciò che potevano ricavare dal loro legame, ammonisce Aristotele.

Si noti che il bene che io voglio raggiungere attraverso Marco non deve essere per forza un “oggetto” come la motocicletta, ma può anche essere qualcosa di più “immateriale”, come il piacere o il mio personale benessere. Siamo al secondo gradino dell’amicizia, che però esprime ancora un legame non perfettamente autentico e duraturo. Ci troviamo in questo secondo caso se ad esempio l’unico motivo che mi ha portato a diventare amico di Marco è il fatto che mi è simpatico, racconta bene le barzellette e mi fa ridere. Anche questo legame d’amicizia è alla fin fine effimero, perché il giorno che Marco cesserà di farmi divertire con le sue battute smetterò anche di vederlo, diradando sempre più le mie occasioni d’incontro con lui.

Ecco perché, secondo Aristotele, questi primi due tipi di amicizia (che potremmo anche definire “amicizie per interesse”) non sono destinate a durare: se a interessarci non è la persona che il nostro amico è nel suo complesso, ma è soltanto qualcosa che questa persona è, o ha, o può farci ottenere, non appena quella persona cesserà di avere, o di essere, o di poterci far ottenere quel certo qualcosa, l’amicizia inevitabilmente si scioglierà. Un segno, questo, che in fin dei conti il nostro non era un legame vero e profondo.

Salendo di un gradino ancora, troviamo infine il rapporto amichevole che si forma tra persone che praticano una stessa virtù. In questo caso, l’amicizia contribuisce al perfezionamento morale di entrambi i “contraenti”, e quindi non è semplicemente finalizzata all’ottenimento immediato di qualcosa di utile o di piacevole, né è “sbilanciata” in favore di uno solo dei due poli della coppia. Gli amici appartenenti a questa terza tipologia si spronano infatti a vicenda a fare sempre del proprio meglio in un certo campo (o anche in molti), e quindi traggono entrambi un positivo profitto “spirituale” dallo stare assieme. Inoltre, a differenza dei primi due esemplari di amici, gli amici di quest’ultimo tipo «desiderano allo stesso modo l’uno il bene dell’altro, e sono buoni di per sé». Ognuno dei due è poi utile all’altro nel perseguimento di un obiettivo comune: la realizzazione del “Bene” (ma, volendo rimanere all’interno del vocabolario aristotelico, dovremmo forse piuttosto parlare del raggiungimento del “giusto mezzo” o di un “perfetto equilibrio”) nel proprio modo di pensare, di agire, di comportarsi.

Dato poi che, a differenza delle passioni e degli interessi momentanei, «la virtù è cosa stabile» (quantomeno una volta che la si sia acquisita), ne si può concludere che «tale amicizia permane salda», almeno finché entrambi gli amici continuano a perseguire una comune virtù e quindi la via del Bene. «L’af­fet­to e l’amicizia che si trovano in tali persone sono al massimo grado, e i migliori», annota Aristotele. «Bello è fare il bene senza mirare al contraccambio», egli continua, ed è proprio questo che accade nel terzo tipo di amicizia. Certo, rileva il filosofo, «è ragionevole che tali amicizie siano rare: uomini di tal sorta non sono frequenti, e in più tale amicizia ha bisogno di tempo e di consuetudine». La rarità di tale tipo di legame si spiega anche con il fatto che «tutti, o quasi, desiderano compiere belle azioni, ma poi, [alla prova dei fatti,] scelgono ciò che è loro utile [o piacevole]».

Come si può vedere, i tre modelli di amicizia che Aristotele ci propone non sono “equivalenti”: il secondo modello relazionale ha maggior valore del primo, e il terzo tipo di amicizia è molto più prezioso dei primi due. L’implicito consiglio che questo antico filosofo greco ci vuole fornire è allora di evitare di limitarci soltanto a desiderare di aumentare il numero dei nostri amici, e di puntare piuttosto a incrementare la qualità della relazione che intendiamo sviluppare con loro. È infatti facile mettere in piedi una gran quantità di amicizie scadenti, ma esse non sono poi effettivamente in grado di cambiare in meglio la nostra vita e quella del­l’a­mi­co e di “lasciare il segno” nella nostra anima.

«Il desiderio d’amicizia», e dunque di riconoscimento intersoggettivo, – puntualizza Aristotele – «è rapido a nascere, [ma] la [vera] amicizia no». Essa richiede tempo, risorse, pazienza, comprensione, ascolto e tanta volontà di impegnarsi per davvero nel perseguimento delle virtù e nella comune ricerca delle “cose belle” della vita. D’al­tron­de, come dice Spinoza al termine della sua Etica, «tutte le cose più splendide sono tanto difficili [da ottenere], quanto rare», ma – aggiungiamo noi seguendo Aristotele – sono forse anche le uniche per cui valga veramente la pena di lottare.

 

Gianluca Venturini

 

NOTE:
A questo link de Il Post potrete leggere il testo in greco e la traduzione in italiano del brano tratto dall’Etica Nicomachea scelto come seconda prova di greco per i licei classici per la maturità 2018.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Call for papers: il Festival di Filosofia di Ischia lancia il tema ‘Valori: Continuità e cambiamento’

La Filosofia, il Castello e la Torre, Festival Internazionale di Filosofia di Ischia giunto alla sua III edizione lancia la sua Call for papers: Valori continuità e cambiamento è il tema conduttore dell’edizione 2017. Bene, Bellezza, Verità, Giustizia, Uguaglianza, Libertà, Potere, Sicurezza, Dignità, Fratellanza, questi alcuni tra i concetti chiave su cui si vuole incentrare la discussione pubblica.

Chiamati ad intervenire con una relazione dalla lunghezza massima di 500 parole non sono solo i filosofi ma chiunque senta di poter contribuire allo sviluppo del tema con una riflessione appartenenti alle quattro sezioni di intervento proposte: Ti esti? Cos’è il Valore?, Teorie dei Valori, Il valore dei valori: utilità e applicazioni, Arte e Valori. 

Ischia International Festival of Philosophy 2017 riporta la Filosofia alla sua funzione fondamentale e molto più legata alla dimensione pratica: interrogarsi sui valori.

«Affrontando il vasto campo dell’agire umano, e dunque della filosofia pratica e dell’etica, occorre adesso concentrarsi sul nesso – di continuità o discontinuità – tra teoria e prassi. L’emergere di nuove dinamiche sociali, dovuto tra l’altro ai mutamenti demografici e all’alterarsi della composizione sociale, rende necessario mettere a tema la questione della convivenza tra individui e tra popoli, soprattutto alla luce dell’ideale di un’Europa libera, unita e pacifica, in cui purtroppo le differenze culturali fanno fatica a convivere.

In quest’ottica s’intende porre un interrogativo sui valori che metta congiuntamente a tema il tratto storico del loro costituirsi e il richiamo alla trascendenza che essi sembrano costitutivamente incarnare, sia che li si concepisca come universali a priori semplicemente da riconoscere, sia che li si intenda come il segno dell’irriducibilità ultima tra epoche e culture differenti. Alla luce di queste domande potrà forse essere ripensato il senso stesso del “dare valore” tanto nella sua funzione positiva che nella sua portata critica. Allora è proprio nei valori che bisogna “custodire valore”. Nell’alterità il valore si riconosce come tale, nell’alterità di un valore non conosciuto ma riconosciuto. Ogni persona, cultura, nazione rappresenta e presenta un valore di diversità con il quale rapportarsi. Considerare queste diversità e rendere degno lo spazio dell’ascolto e della coesistenza è forse l’unico gesto che ci porterà alla condivisione più armoniosa. L’appartenenza è unica, l’essere umano è unico perché abitante di un unico spazio.»

Come partecipare? Inviando la propria proposta di relazione a ischiafilosofest@gmail.com, con una breve biografia; potrete essere selezionati per intervenire direttamente durante il Festival. 

Per scaricare la Call for Papers integrale clicca qui 

Per scaricare l’approfondimento sul tema Valori, continuità e cambiamento clicca qui

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Chiamati ad intervenire sul tema sono anche i giovani pensatori tra i 16 e i 23 anni: nasce la call Young Thinkers Festival, Become a Philosopher!

Per tutti i giovani con una forte attitudine al pensiero filosofico, quest’anno il Festival di Ischia vuole lanciare delle sessioni intere di intervento ai ragazzi e ai giovanissimi filosofi. È sufficiente presentare una proposta di relazione, da soli o in gruppo, per poi discuterne con i coetanei e adulti durante le giornate del Festival. Un modo nuovo e dinamico per permette a giovani studenti di filosofia e non solo di intervenire con una propria riflessione davanti al pubblico, riportando così la Filosofia alle sue origini: in piazza. 

Per scaricare la Call Young Thinker Festival, Become a Philosopher clicca qui

Per maggiori informazioni visita il sito La Filosofia, il Castello e la Torre

Elena Casagrande

[Immagini di proprietà di Ischia International Festival of Philosophy]

La fine di un amore non cambia mica l’universo (credo)

È dura riconoscere la fine di un amore! (Mi fa quasi ridere scriverlo a due giorni di distanza da San Valentino, ricorrenza a cui molti tengono e che molti festeggiano, eppure… questo l’allegro argomento del giorno). Ricominciamo dai…

È dura riconoscere la fine di un amore, specie se si tratta di un amore durato un periodo di tempo sufficientemente lungo per riconoscergli senza troppa presunzione la qualità di amore “vero”. Non che la durata di un rapporto determini inevitabilmente la sua importanza; ma all’infuori della convivenza o del matrimonio, quello temporale è sicuramente un fattore che contribuisce a definire la profondità di una relazione. Il tempo da dedicarsi, il tempo da trascorrere insieme è forse il regalo più bello che due innamorati possano farsi. Si suppone infatti che il tempo sia la vera chiave per scoprire al meglio la persona che si ha di fronte, per conoscerne con meno approssimazioni possibili le caratteristiche, per amarne i pregi e per accettarne i difetti. La durata di un rapporto a volte sembra determinarne la saldezza, sembra renderlo immune a qualsiasi tipo di intemperie.

Eppure, la durata di un rapporto, sa essere anche una vera scocciatura, una nebulosa indefinita che non ci permette di distinguere raggio d’azione e confini della relazione. La durata di un rapporto d’amore è infatti direttamente proporzionale alla difficoltà di stabilirne la fine! Il tempo trascorso insieme, carico di bei momenti ma anche di difficoltà superate, ci fa credere invincibili. Il tempo vissuto à deux ci sembra il più convincente fattore legittimante per sopportare gli screzi del presente e per trovare la forza e la voglia di andare avanti. Come se di bei momenti da vivere insieme ce ne potessero essere ancora tanti; come se le difficoltà superate ci permettessero di affrontare e scavalcare anche quelle attuali o addirittura quelle che si potrebbero presentare nel futuro.

Quando il tempo trascorso insieme lo si è guardato con sempre rinnovata incredulità, come fosse qualcosa di veramente incredibile nella sua bellezza, come si può capire se è davvero giunto il momento di dichiararsi tregua reciproca? Quando si ha sempre guardato con soddisfazione e orgoglio a quanto si è saputo costruire, come poter riconoscere la necessità di pronunciare la parola “fine”?

L’amore e l’odio sono le due forze che muovono il mondo e assieme a lui anche noi poveri umani. Che ci affanniamo tanto con domande e preoccupazioni di ogni genere, come se il mondo lo dovessimo portare sulle nostre spalle, come se la fine di una relazione potesse cambiare completamente le carte della nostra partita. Ma infondo noi umani non siamo altro che pedine microscopiche di un gioco di cui non conosciamo le regole, e forse nemmeno il nome. Ma di cui sappiamo invece l’obiettivo finale. Certo, perché la conoscenza delle tattiche per vincere ci appartiene senza volerlo. Lo scopo del gioco è quello di essere felici, di conoscere il bene, quello vero. Sì, proprio quello che i vari filosofi che abbiamo letto e studiato si sforzavano di individuare e definire.

Allora personalmente dico: pazienza se non sappiamo definirlo, pazienza se non sappiamo descriverlo a parole. Il bene lo sentiamo, lo riconosciamo senza volerlo; impossibile girarci attorno, impossibile confonderlo. Ed è quindi domandandoci se rispecchia o meno l’idea del bene, del bene-per-noi-stessi e del bene-per-l’altro, che possiamo capire se il nostro rapporto d’amore è giunto o no alla sua fine. Siamo ancora capaci di donare e di ricevere il bene? Riusciamo ancora a farci del bene malgrado il tempo che è passato, i cambiamenti che abbiamo subito, le nuove scelte che abbiamo intrapreso?

La risposta DOVREBBE essere semplice…

Mal che vada, vi ricordo che i testi di Schopenhauer sono sempre in commercio! (Ma cercatelo da soli, perché io oggi mi rifiuto proprio di citarlo).

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google immagini]

Che cos’è la virtù? Un piccolo scorcio sull’Etica aristotelica

Uno dei testi più importanti della tradizione filosofica occidentale è senza dubbio l’Etica Nicomachea di Aristotele, ricchissima di spunti di riflessione che, se correttamente contestualizzati, possono ancora oggi dire qualcosa di significativo riguardo alla vita pratica dell’essere umano. Tra i tanti, uno dei più potenti è la definizione della virtù come una disposizione che orienta la vita dell’essere umano alla migliore forma possibile il richiamo alla sua fisica è qui evidentissimo: come ogni forma tende alla sua configurazione più compiuta, così l’essere umano tende virtuosamente al bene. Accade frequentemente, oggi, di imbattersi nell’immagine secondo cui l’essere umano virtuoso è granitico e immobile, secondo cui il discorso etico non sarebbe altro che un residuato della religione, che vuole l’uomo costretto a rinunciare a vivere e godere della vita. Almeno per quel discorso etico che nasce a partire dalla lettera aristotelica, nulla è più sbagliato di una simile immagine.

Per descrivere ciò a cui guarda, in fondo, la filosofia morale – e, a ben vedere, ciò a cui tutta la filosofia dovrebbe badare – potremmo invece utilizzare un’immagine che ripercorre costantemente nel testo di un filosofo contemporaneo, che proprio con Aristotele e Tommaso d’Aquino inizia a fare i conti: è l’immagine della fioritura umana, di cui nel 1980 ritorna a parlarci John Finnis nel suo libro Natural Law and Natural Right (pubblicato per i tipi della Oxford University Press). Il punto nodale della riflessione è la seguente questione: cosa è buono? Ciò che favorisce la fioritura della persona umana, cioè il raggiungimento da parte della persona della sua propria forma migliore. Per riprendere il dettato aristotelico, potremmo dire che l’essere umano ha in sé una naturale disposizione al suo bene più grande, desiderando il quale questi va desiderando e realizzando nientemeno che se stesso. Siamo davanti ad una filosofia che ricorda di essere un discorso elaborato per il bene dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature, che rifiuta di scadere a libretto di istruzioni di una qualche macchina, seppur sofisticata. Trattare gli esseri umani come tali costituisce una vera e propria sfida per la filosofia odierna e, dunque, per la persona umana stessa, sempre più ingabbiata in inganni socio-culturali ed economici che confondono – qui si mente sapendo di farlo – la virtù con la noia e la consumazione sistematica di tutto con la libertà. Leggere testi come l’Etica Nicomachea è oggi un vero e proprio atto politico, oltre che filosofico: è intercettare un segnavia importante lungo il cammino verso la propria evoluzione. È avere il coraggio di affermare che esiste un bene a cui la persona umana tende per natura, un bene che non può essere venduto o acquistato, che non può essere manipolato.

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

La saga di Harry Potter come “meditatio mortis”

L’uscita quasi contemporanea del libro Harry Potter e la maledizione dell’erede e del film Animali fantastici e dove trovarli può costituire un’occasione per andare a recuperare i sette volumi che compongono la saga di Harry Potter e reimmergersi nella loro lettura. Molti dettagli che magari quando eravamo più giovani avevamo tralasciato o ci erano semplicemente sfuggiti potrebbero, ora che siamo più grandi, saltare subito all’occhio e gettare nuova luce sulla vicenda che ha accompagnato e reso ‘magica’ l’infanzia e l’adolescenza di tutti noi.

Può essere d’aiuto, in questa impresa di riscoperta, la lettura di qualche bel libro di appro­fon­di­men­to, come ad esempio Filosofando con Harry Potter, di Laura Anna Macor. Il volume è di grande interesse perché capovolge con decisione il ‘pregiudizio’ per cui J.K. Rowling non avrebbe fatto altro, nella sua storia fantasy, che riproporre per l’ennesima volta una variazione sul classico tema dell’eterna lotta tra il bene e il male. Macor riesce infatti a dimostrare che, sebbene tale conflitto giochi senza dubbio un ruolo importante nella saga, il vero nucleo narrativo di quest’ul­tima non consiste tanto nella ‘scontata’ contrapposizione tra i ‘buoni’ e i ‘cattivi’, ma in una battaglia ben più decisiva, che impegna l’uomo fin dalla notte dei tempi: quella con la morte.

In altre parole, secondo la studiosa, se si leggono i libri della Rowling con occhio attento, appare che il centro del discorso da essi condotto è costituito innanzitutto dal fatto che tutti i personaggi, ‘puri di cuore’ o i ‘malvagi’ che siano, sono chiamati a prendere posizione nei confronti della morte. Non bisogna dunque farsi ingannare dal fatto che il contrasto tra personaggi positivi e negativi sia posto in primissimo piano: esso, per quanto decisivo, è in qualche modo un fenomeno ‘di superficie’ che richiede, per essere adeguatamente compreso, di essere letto alla luce di un significato più profondo, che costituisce il ‘sottosuolo’ della saga.

Certo, ricorda la studiosa, per quanto nella storia di Harry Potter ci siano «molti temi secondari, peraltro fortemente attuali, come la discriminazione su base etnico-razziale, l’emancipazione di categorie socialmente sfruttate, la lotta al pregiudizio, […] questo però non toglie che il perno su cui ruota tutta la storia sia, con le parole della stessa Rowling, il ‘tentativo di trovare un senso alla morte’». A ben vedere, quindi, i sette libri di Harry Potter conterrebbero «una gigantesca, avvincente e riuscitissima meditazione sulla morte», che non avrebbe «niente da invidiare al Fedone platonico o ai virtuosismi teoretici di Essere e tempo». Nella storia del mago più famoso di sempre ci sarebbe dunque ben di più di quanto appare a un primo sguardo.

Che la morte sia «il vero interlocutore dei personaggi principali della storia» e il meccanismo che «determina in misura decisiva l’evol­ver­si della vicenda» appare chiaro se si pensa ai due personaggi chiave della saga: Harry Potter e Voldemort. Come tutti sanno, la storia comincia proprio perché Harry si salva ‘miracolosamente’ da un incantesimo mortale scagliato contro di lui da Voldemort, e prosegue descrivendo il modo in cui il giovane mago riesce sempre, durante ogni anno trascorso a Hogwarts e in generale all’interno della comunità magica, a ostacolare i piani del Signore Oscuro, evitando nel contempo di essere ucciso da lui.

Per quanto riguarda poi Voldemort, è indicativo il fatto che il suo vero nemico, in effetti, non sia né Harry Potter, né Silente, né gli Auror, ma proprio la Morte, che costituisce una vera e propria «ossessione» per Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato. È infatti proprio il terrore per il proprio decesso (oltre che il desiderio di ottenere una fama imperitura e un posto di rilievo nella storia della magia) a indurre Voldemort, sin da quando è un giovane studente, a informarsi sulle modalità di creazione e di funzionamento degli ‘Horcrux’, dei particolari manufatti magici, creabili solo mediante omicidio, che consentono a frammenti della propria anima di sopravvivere anche se il proprio corpo viene distrutto.

Secondo Laura Anna Macor, ciò che i ‘cattivi’ del mondo di Harry Potter e in particolare Voldemort non sembrano capire è che esiste qualcosa di peggiore della morte: la perdita della propria umanità o della propria ‘anima’. Peggio della morte, per i ‘buoni’, è ad esempio tradire i propri amici o essere responsabili della loro morte (come Peter Minus), o commettere turpi azioni per restare in vita a ogni costo (come fa Voldemort); ma peggio della morte è anche «la condizione di chi sia stato spogliato dalla sua anima dal Bacio dei Dissennatori» (come accade a Barty Crouch Junior), o «la sorte di Frank e Alice Paciock», i genitori di Neville, «torturati fino alla pazzia da un gruppo di Mangiamorte».

Se dunque i membri dell’Ordine della Fenice sono convinti che vi sia «un ordine di ragioni superiore al mero impulso alla sopravvivenza, alla richiesta biologica di salvaguardia personale», e che pertanto non sia negabile «la priorità di dignità e giustizia rispetto al mantenimento dell’esi­sten­za a tutti i costi», i Maghi Oscuri sono invece persuasi che «la morte [sia] il peggiore dei mali, di fronte al quale qualsiasi alternativa diventa legittima». Lo scontro tra queste due visioni del mondo è riassunta nello scontro tra Voldemort e Silente che ha luogo nel Ministero della Magia:

“Niente è peggio della morte, Silente!”, ringhiò Voldemort.
“Ti sbagli”, replicò Silente. […] “In verità, l’incapacità di capire che esistono cose assai peggiori della morte è sempre stata la tua più grande debolezza”.

Ciò che Voldemort non vede è che la morte, propria o altrui, per quanto sia innegabilmente un fatto drammatico e tragico, può essere ‘accettata’, e persino essere foriera di eventi ‘positivi’ di maturazione e cambiamento. Il trauma derivante dalla visione della morte altrui può ad esempio essere un viatico per una «conversione integrale» della persona e per un «riassestamento dei suoi punti cardinali»; si pensi ad esempio a Piton, che, dopo la morte dell’amata Lily, deciderà di tradire Voldemort e passare dalla parte dell’Ordine della Fenice. Ma si pensi anche al fatto che morire può essere anche un modo per proteggere chi amiamo: sarà proprio il sacrificio di Lily Evans, la madre di Harry, a formare uno scudo magico intorno al figlio neonato e a permettergli di sopravvivere alla più potente delle Maledizioni senza perdono e quindi, a lungo termine, a consentirgli di sconfiggere Voldemort. Lily accetta la morte per permettere al proprio figlio di vivere e quindi per far sì che il Male abbia termine.

Se si vedono le cose da questo punto di vista, si può capire che «il vero padrone della Morte […] non cerca di sfuggirle. Accetta di dover morire e comprende che vi sono cose assai peggiori nel mondo dei vivi che morire». Ciò che la saga ci insegna è che solo mediante la «coraggiosa accettazione e [il] riconoscimento del limite dell’umano, la cui mortalità non necessariamente implica un difetto», potremo congedarci da questa vita andando incontro alla morte a testa alta, «da pari a pari», salutandola al suo arrivo «come [se fosse] una vecchia amica». «In fin dei conti», dice Silente, «per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura».

 

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA
L.A. Macor, Filosofando con Harry Potter. Corpo a corpo con la morte, Mimesis, Milano-Udine 2011.

[Immagine tratta dal film Harry Potter e i doni della morte – pt. II]

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