Immagini ed etica nella comunicazione: intervista a Giovanni Scarafile

Giovanni Scarafile insegna Etica della Comunicazione nell’Università del Salento. Dirige la collana editoriale Controversies. Ethics and Interdisciplinarity per John Benjamins Publishing Company di Amsterdam. È vicepresidente dell’International Association for the Study of Controversies (www.iasc.me) e componente dello Steering Committee della Fédération Internationale Des Sociétés De Philosophie. Inoltre è direttore di Yod Magazine ed autore del podcast il Ramo del Mandorlo su iTunes. In questa intervista la nostra attenzione si concentra sulla sua ultima pubblicazione, Etica delle Immagini (Morcelliana, 2016), per riflettere sulle ambiguità della comunicazione a partire dall’ambivalenza e potenziale espressivo del linguaggio visivo. Proprio questo suo ultimo libro è stato il testo di riferimento nel mio precedente articolo Le ragioni di un’etica delle immagini, pubblicato nella rivista La chiave di Sophia #6 dedicata alla Comunicazione etica.

 

Professore, noi viviamo in una società dell’immagine e dell’apparenza come mai prima d’ora, quello visivo è il linguaggio che è diventato il più gradito e facilmente assimilabile da parte di noi lettori/consumatori, trasformandosi in discriminante per la virilizzazione e diffusione di un’informazione. Diventa quindi necessario riflettere sul valore etico della comunicazione visiva, eppure sembra che non venga dato abbastanza spazio ad un’analisi di questo tipo. Lei cosa ne pensa?

Nel 2001, il regista Patrice Chéreau realizzò il film Intimacy, basato su due racconti di Hanif Kureishi. La trama, in fondo, era semplice: Jay e Claire si incontrano ogni mercoledì nell’appartamento dell’uomo per fare sesso. Il film vinse l’Orso d’Oro a Berlino, ma fu massicciamente criticato da alcuni ambienti per la presenza esplicita di alcune scene di sesso. A mio avviso, quelle critiche erano ingenerose, perché si concentravano su un particolare, perdendo di vista lo sfondo.
Jay e Claire, infatti, vengono mostrati dal regista mentre sono catturati da una forza che li travolge e che, partendo dai corpi, li eleva ad una conoscenza che li supera e sembra trascenderli. Da sempre, a quella forza la filosofia ha dato un nome: eros. Quando vidi il film rimasi colpito dalla sua capacità espressiva: parlava di erotologia con molta più efficacia di quanto avesse potuto fare un discorso di filosofia. Non sto, ovviamente, mettendo in alternativa le due cose: l’aspetto visivo ed il discorso orale. Si tratta di elementi per certi versi complementari. La questione di fondo, però, rimane: quando mai avremmo potuto fare un discorso sull’eros con la stessa vividezza con cui il film mostrava la vicenda di questi due amanti?
Ecco, Intimacy è l’esemplificazione di una situazione piuttosto comune sotto i nostri occhi: siamo circondati da questioni ad alto tasso filosofico. Si tratta di aprire gli occhi per riconoscerle. Proprio nella rinnovata acutezza dello sguardo, infatti, possiamo trovare l’antidoto perché il nostro parlare di filosofia non sia una banale “verniciatura di formule”, secondo il noto avvertimento di Platone nella Lettera VII.

 

Partendo anche dal suo libro Etica delle immagini (2016), che cosa si intende per mito dell’oggettività fotografica e perché oggi può risultare un paradigma pericoloso?

Recentemente ho visto un filmato in inglese in cui l’ex presidente degli Stati Uniti, Obama, all’improvviso dice delle cose senza senso, pur rimanendo serio. Ho dovuto rivedere quel filmato, per essere sicuro di non aver capito male. In effetti, era proprio Obama, con la sua voce e con il suo volto. Ho scoperto in seguito che quel filmato è il risultato del software Face2Face che, inizialmente ideato in alcuni centri di ricerca, anche grazie all’intelligenza artificiale, consente di attribuire a chiunque espressioni facciali diverse da quelle originali del soggetto rappresentato. Quello che vedi è del tutto realistico ed è praticamente impossibile rendersi conto che si sta guardando un video alterato.
Oggi, esponenzialmente più che nel passato, quel che vediamo non è un indizio di qualcosa che si è verificato effettivamente di fronte alla macchina fotografica o alla macchina da presa. Si tratta di un cambiamento epocale. Agli inizi della sua storia, infatti, la fotografia fu ritenuta una prova schiacciante della capacità della “nuova” tecnologia di vedere meglio dell’occhio umano. Per questo, la fotografia fu considerata un sinonimo di obiettività. Di ciò che era fotografato, ti potevi fidare. Assistiamo oggi ad un cambiamento di paradigma: sì, sappiamo che esiste Photoshop e che le foto si possono modificare, ma la tendenza a credere in ciò che vedo è dura a morire. Dobbiamo imparare ad assumere una nuova postura di fronte al cambiamento in atto.

 

In che misura prendere coscienza dei codici del linguaggio visivo ci permette di difenderci da eventuali manipolazioni? Cosa significa saper leggere un’immagine? Esiste un certo “analfabetismo visivo” diffuso?

Come dicevo prima, stiamo attraversando un periodo di trasformazioni strutturali nell’ambito della comunicazione visiva e della comunicazione in generale. L’adozione di strumenti di interpretazione è senz’altro auspicabile, ma di difficile attuazione. La ragione è semplice: il nuovo contesto è accompagnato dall’immediatezza della fruibilità assoluta. Si tratta dell’illusione che qualsiasi informazione sia alla mia portata, indipendentemente dal suo genere e dalla mia preparazione specifica. È lì, su internet, e dunque è a mia disposizione. Facile, no?
Ora, con questa illusione noi dobbiamo confrontarci, perché la situazione precedente (quella, per capirsi, che attribuiva ancora una importanza alle gerarchie) è destinata a non riproporsi.
L’analfabetismo visivo cui lei si riferisce, a me fa venire in mente che oggi non si è tanto perso di vista il senso, ma il senso del senso. In questo nuovo scenario, occorre ripartire dai sensi. Con questo apparente gioco di parole voglio dire che risulta inaggirabile rifarsi a ciò che le persone sono convinte di vedere. In prima battuta, dunque, bisogna mettersi in ascolto delle loro “visioni”. In seconda battuta, occorre far presente che, per vedere sempre meglio, è bene mettere insieme più punti di vista, invece di fidarsi esclusivamente di ciò che ha visto uno solo. È questo il momento in cui l’assolutismo del proprio piano di visione può sfociare in qualcosa di più aperto al confronto.
Oggi, invece, molti esperti, di fronte ai protagonisti del nuovo scenario, reagiscono paternalisticamente. Con il sopracciglio inarcato, ad indicare un atteggiamento di sufficienza nei confronti dell’esistente, sembrano dire “Adesso ti spiego io come stanno le cose”, magari dando del “cretino” a chi non accetti di conformarsi alle indicazioni impartite (si pensi a quanto accade in materia di informazione vaccinale).
Il punto non è se le indicazioni fornite siano corrette o meno. Non possiamo fare a meno del sapere degli esperti, questo è chiaro. Tuttavia, nel nuovo scenario della immediatezza della fruibilità assoluta, gli altri non possono più essere considerati dei semplici destinatari, ma vanno intesi alla stregua di interlocutori: ai segni del cambiamento occorre rispondere con un cambiamento dei segni.

 

La diffusione delle fake news ha dimostrato che l’informazione libera non sempre porta benefici a chi legge, soprattutto se il lettore non è in grado di fare una lettura critica del messaggio che riceve. Quanto la rivoluzione del digitale ha facilitato l’elaborazione delle informazioni e quanto invece ha favorito relazioni asimmetriche tra chi crea contenuti e chi li percepisce?

Come dicevo prima, la rivoluzione digitale permette a chiunque, indipendentemente dalla sua preparazione specifica, di accedere ad una grande quantità di informazioni. A questo va aggiunto che oggi saltano le mediazioni. Se un tempo avevo bisogno di un’agenzia per organizzare il mio viaggio di nozze, oggi posso fare da solo. Questo porta con sé dei vantaggi, ma anche dei potenziali svantaggi. Cosa ne è della responsabilità degli esperti? Senz’altro non viene meno la loro responsabilità, anche se nessuno sembra più aver voglia di farvi riferimento. Il punto è che tale responsabilità, intesa come fedeltà al sapere da testimoniare, deve trovare modalità nuove per manifestarsi. In particolare, per quanto strano possa sembrare, la credibilità di un esperto non può più essere data per scontata e deve essere riguadagnata sul campo, a partire dal rispetto dovuto a coloro che sono pronti a contestarti. Riusciranno gli esperti a non farsi coinvolgere nelle risse mediatiche e a trovare nuove modalità di comunicazione in linea con i tempi? Mi sembra impossibile se gli esperti, invece di consultare gli studiosi di etica della comunicazione, preferiscono il fai da te. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre gli esperti criticano coloro che non si fidano degli esperti, con il fai da te in materia di comunicazione, essi finiscono con l’applicare la stessa logica di coloro che criticano.

 

L’etica viene per lo più associata ad una dimensione di riflessione filosofica e poco tangibile; secondo lei come può invece concretizzarsi? Perché è necessario per tutti ragionare di più su questo argomento?

Ciò di cui lei parla, il fatto che l’etica sia percepita come ‘astratta’, è in effetti difficilmente contestabile. Vede, nel filosofare ci sono due aspetti di cui tener conto. La filosofia deve senz’altro ricercare gli indici di costanza dei fenomeni, cioè le condizioni di possibilità di ciò che appare. Al tempo stesso, non può disinteressarsi alla vita concreta dentro cui quegli indici vanno intravisti. L’impresa filosofica oscilla continuamente tra i due poli dell’eidetica e della fatticità, divenendo più astratta in un caso e più concreta nell’altro. Si tratta di due stazioni provvisorie il cui alternarsi non è purtroppo percepito nel modo appropriato. Proprio per questo, aggiungerei che l’etica dovrebbe orientarsi maggiormente in direzione della evidenziazione dell’efficacia delle sue indicazioni. Come viatico in questo compito, mi viene in mente quel passaggio dei Quaderni in cui Simone Weil osservava che “Niente di ciò che è inefficace ha valore”.

 

Etica, comunicazione e arte: che significato acquisiscono questi tre linguaggi in una società polarizzata tra la forma e il contenuto?

Mi sembra che ciò che etica, comunicazione ed arte hanno in comune è la possibilità di offrire, ciascuno dalla sua prospettiva, una effrazione della monologia del soggetto. L’artista, il comunicatore, il filosofo ci mostrano che esiste un mondo anche prescindendo dal mio punto di vista. Come soggetti, abituati a considerare noi stessi centro di gravità intorno a cui tutto il resto deve ruotare, siamo così indotti ad un esercizio di decentramento.
In proposito, torna in mente quel particolare della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca in cui uno dei fedeli è rappresentato nell’atto di togliersi il copricapo, prima di inginocchiarsi di fronte alla sacra reliquia, la Croce di Cristo, finalmente ritrovata.
Togliersi il copricapo, deporre l’elmo è una metafora straordinaria per indicare la detronizzazione del soggetto, cioè il gesto di chi, giunto a riconoscere l’esistenza di quanto non dipende da lui, è finalmente in grado di relazionarsi più autenticamente ad un altro, finalmente libero di annunciarsi.

 

Una comunicazione più obiettiva e responsabile è un obiettivo al quale poter aspirare? Se si, a che condizioni?

Se per “comunicazione più obiettiva” intendiamo una comunicazione più conforme al vero, allora il primo passaggio dovrebbe consistere nel prendere coscienza dei modelli comunicativi in cui siamo immersi. Non infrequentemente si tende a ritenere che la comunicazione coincida con la trasmissione di un messaggio da un emittente ad un destinatario. Questo modello va smascherato. Esso deriva da una ricerca, finanziata negli anni Sessanta dalla Bell Company, una compagnia telefonica, interessata a comprendere il modo migliore per ottimizzare il flusso di informazioni tra due apparecchi telefonici. Nel corso degli anni e misteriosamente, quello schema di funzionamento, proprio delle macchine, è stato riferito, piuttosto acriticamente, agli umani. La comunicazione umana, invece, è un’altra cosa e va ben oltre la semplice trasmissione di informazioni.

 

Da cosa è determinata la nostra percezione del vero, come acquisire maggiore consapevolezza del nostro essere fruitori e spettatori? In questo senso, la bellezza si può considerare una distrazione?

In genere, di fronte a qualcosa che ci sembra bello, rimaniamo senza parole, a bocca aperta. Fuor di metafora, la bellezza è ciò che interrompe la corrente continua che ci lega al mondo. In tal senso, si tratta di una distrazione salutare, perché dà avvio al processo che mi consente di interrogarmi sul modo in cui guardo la realtà.
La consapevolezza di cui lei parla è un atteggiamento riflesso, non una condizione immediata. L’accorgermi di significa che sto ragionando sul modo in cui vedo. È l’inizio di quel processo che mi rende spettatore avvertito o “emancipato”, come scrive Rancière, una specie di salto indietro, per recuperare ciò che è alla base della stessa distinzione tra vedere ed agire.
Le immagini hanno, in tal senso, una funzione straordinaria. Si pensi alle parole rivolte da Kafka nel dicembre 1912 alla fidanzata Felice, a proposito di una foto della donna: “Quando guardo il ritrattino, è qui davanti a me, gli si accompagna lo stupore di vedere con quanta intensità noi due ci apparteniamo, e come al di là di tutto ciò che si vede, al di là del caro volto, degli occhi tranquilli, del sorriso, delle spalle (a dire il vero strette) che bisognerebbe abbracciare subito, come al di là di tutto ciò agiscono forze affini, indispensabili per me e come tutto è un mistero che da piccolo uomo non dovrei neanche guardare; dovrei invece soltanto affondarvi devotamente”.
Queste parole mi emozionano sempre. Sono una grande dimostrazione non solo dell’affetto che può unire due persone, ma anche della forza misteriosa che si sprigiona dalla rappresentazione visiva e dei dinamismi che essa pone in essere. È ciò che oggi chiamiamo spectatorship.
Come filosofi della comunicazione, il nostro compito è di dare un nome, cioè comprendere sempre meglio, queste forze che Kafka definisce “un mistero”.

 

Tra i suoi scritti vogliamo ricordare anche Interdisciplinarità ed etica della comunicazione (2014), testo nel quale ha fatto emergere un tema a noi molto caro, ovvero la propensione di alcuni saperi (o meglio, dei loro esponenti) al ragionamento per compartimenti stagni e la loro difficoltà di dialogare con altri. In che modo l’interdisciplinarità dei saperi può, secondo lei, aiutare a vivere nella società e nel mondo presenti?

Farei due considerazioni. La prima è che, oggi, l’interdisciplinarità non è più una opzione facoltativa. È, piuttosto, una necessità, perché i problemi di fronte a noi sono talmente ingarbugliati da richiedere risposte non convenzionali.
La seconda constatazione è che la struttura del mondo accademico è basata, non immotivatamente, sulla divisione disciplinare. Pensi alle architetture dei nostri dipartimenti nei cui corridoi si alternano i singoli studi dei docenti, come fossero entità a se stanti. Di cosa è immagine quel modo di concepire la ricerca?
Per questo, chi si occupa di interdisciplinarità è, in genere, considerato una specie di dilettante, con interessi variegati, ma mai ritenuto “profondo” in nessuno degli ambiti di cui si occupa.
Sa qual è la prima conseguenza di questa concezione? Che coloro che si occupano di queste tematiche possono avere conseguenze negative sulle loro carriere. È quanto viene osservato nel recente The Oxford Handbook of Interdisciplinarity in cui è scritto: “those who become involved in interdisciplinary work are often professionally marginalized”.
Siamo al paradosso: c’è bisogno di interdisciplinarità, ma se te ne occupi la tua carriera si arresta!
Sono convinto che con il tempo la situazione è destinata a cambiare. Perché l’interdisciplinarità possa funzionare meglio è richiesta una sempre maggiore capacità di ascolto dell’altro. È dalla fiducia e dalla reale accoglienza che è possibile il transito dei significati da un sapere ad un altro. Ecco perché l’interdisciplinarità non è sganciata da una comunicazione etica.

 

L’impressione che si ha dell’oggi è che si parla tanto ma si approfondisce poco. C’è ancora spazio per parlare di filosofia nella nostra quotidianità?

In tutta franchezza, a me sembra di rilevare una inevasa domanda di senso, una vera e propria sete di ciò che è essenziale e che, come tale, può restituire il gusto vero delle cose. Insieme a questo bisogno forte dobbiamo cogliere che oggi le forme dell’esperienza del senso sono in continua trasformazione. Guardare avanti o indietro?, ecco la scelta che ognuno di noi deve compiere. Nel primo caso, saremo nostalgici, pronti a rubricare come superficiali od inesistenti le richieste dei più giovani. Nel secondo caso, dovremo allinearci alle mutazioni in atto, avendo il coraggio di superare la semplice riproposizione di tradizioni vetuste ed acquisendo nuove modalità espressive.
La consapevolezza che deve accompagnarci è che alla fame e sete di senso si risponde riattualizzando le matrici della nostra cultura che, in larga parte, derivano dall’incontro tra la tradizione greca e quella ebraica. Atene e Gerusalemme, dunque.
Dalla lamentata astrazione della filosofia, dal suo presunto essere disincarnata ed indifferente rispetto ai problemi degli uomini, si esce senz’altro.
Ma, a maggior ragione, si esce se saremo disposti a impegnarci in prima persona, sforzandoci di vedere meglio, di ragionare meglio, di incardinare nella nostra vita i riscontri ottenuti al livello del pensare. In questo modo, nella congiunzione di vita e filosofia, la vita diviene vita desta. Inutile illudersi: è difficile ed è impegnativo (dormire è molto più facile…).
Ma davvero possiamo pensare di vivere senza cercare il sapore delle cose?

 

 

Claudia Carbonari

 

[Photo Credits: MariAnnina Mazzillo]

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La verità della bellezza

Spesso, quando parliamo di bellezza, facciamo un errore: ci fermiamo alla sua dimensione statica. Nel giudicare una bella donna, ad esempio, consideriamo aspetti precisi come gli occhi, le labbra, i seni; ma questi elementi, visti nella loro staticità, sono sufficienti a dare un giudizio completo?

Questa domanda ha senso anche riguardo alle rappresentazioni mediatiche della bellezza: pensiamo alle pose dei modelli, che mettono in risalto alcune parti del corpo (spesso quelle erogene) ma peccano di artificiosità, tanto che il docente di semiotica Alessandro Zinna le ha definite falso dinamismo1.

Se quelle pose sono artificiose, se quel dinamismo è falso, dove possiamo trovare la verità della bellezza? Nel suo linguaggio, consiglia il filosofo Franco Bolelli2. La bellezza, infatti, non è tale secondo elementi statici, ma in relazione ai contesti: gli occhi non sono banali occhi, ma sguardi che indagano gli spazi; le labbra non sono semplici labbra, ma parti dei discorsi che le attraversano; i seni sono curve tra le curve del mondo, movimenti della realtà.

Allo stesso tempo la bellezza non si cura di coloro che la guardano: come ha scritto Roland Barthes, essa «è una sagoma intenta al lavoro»3. Quale lavoro? Quello della vita, della sua manifestazione in situazioni quotidiane, libere dalla staticità. Sembra di sentire le parole di Leonard Shelby – protagonista del film Memento di Christopher Nolan (2000) – quando ricorda la moglie, brutalmente uccisa, recuperando «frammenti che si fanno sentire anche se non vorresti»: il suo lavarsi le mani, il suo maneggiare una forchetta, il suo lasciarsi sorprendere da un raggio di sole che entra dalla finestra.05

Momenti cui solitamente non prestiamo attenzione, ma che, nel loro fondere corpi e contesti, si rivelano gravidi di bellezza. Eventi, come li definisce il fisico Carlo Rovelli; perché se il cinema, la filosofia e la semiotica non ci bastassero, entrerebbe in gioco la scienza affermando che «la migliore grammatica per pensare il mondo è quella del cambiamento, non quella della permanenza»4. Allo stesso modo, la migliore grammatica per parlare della bellezza non è quella degli occhi da cerbiatto, delle labbra carnose e dei seni prosperosi che aspettano di essere notati, ma quella di uno sguardo che, mosso dalla curiosità, incontra una fonte di luce e, come per magia, comincia a brillare.

 

Stefano Cazzaro

 

NOTE
1. A. Zinna, Unico. Eliana Lorena. A cura di Marta Carboni, 2009
2. F. Bolelli, Si fa così. 171 suggestioni su crescita ed evoluzione, Add editore, 2013
3. R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2014
4. C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017

[Photo credit: Amy Luo via Unsplash.com]

 

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“Call me by your name”: sulla bellezza malinconica dell’amore rimasto possibile

Prima di diventare un successo mondiale come film attraverso la raffinata regia di Luca Guadagnino, Call me by your name è un romanzo, scritto dallo statunitense André Aciman. Uno di quei romanzi che più che raccontare una storia dipinge un sentimento, che abbiamo provato tutti anche se forse ce lo siamo dimenticati. L’amore adolescenziale, con la sua violenza totalizzante e quel misto tra pulsante desiderio fisico e idealizzazione della persona amata. Quasi una divinizzazione che ci fa proiettare sull’altro la risposta a tutti i nostri dubbi e l’esaudirsi di ogni nostro desiderio.

È questo che prova il diciassettenne Elio per Oliver, giovane e affascinante dottorando americano, ospite per l’estate della famiglia di Elio. Quando infatti Oliver chiede al ragazzo “Ti piaccio così tanto?” Elio risponde candidamente “Se mi piaci, Oliver? Io ti adoro”.

E in questa adorazione anche avere ed essere si mescolano, il desiderio di possedere la persona amata si trasforma in quello di essere come lui. In quest’età confusa, in cui la nostra identità è più fragile e iniziamo a chiederci chi siamo e chi vorremo diventare, la persona amata diventa anche un modello:

«Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure essere e avere sono verbi del tutto inadeguati nell’intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno da toccare ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa?».

Per questo Elio e Oliver si scambiano il proprio nome, come il titolo suggerisce. È un gioco erotico ma anche qualcosa di molto più profondo: uno scambio di identità, un annullamento della propria personalità per fondersi con l’altro, per superare i confini ontologici che ci dividono e diventare come lui, diventare lui, essere insieme una cosa sola.

Spesso con amore adolescenziale si intende un sentimento immaturo, una cotta estiva destinata a essere dimenticata. Aciman mostra invece tutto il potere di questo primo amore, inesperto ma forse per questo ancora più autentico, fondante perché è il primo della nostra vita. Crescendo Elio e Oliver prenderanno inevitabilmente strade diverse, ma non potranno mai dimenticarsi di quel momento in cui hanno annullato la propria identità per fondersi l’uno con l’altro. Quell’estate insieme rimarrà un momento di felicità totale, incastonato nel tempo e non diluito dalla quotidianità. Il simbolo di una felicità perfetta e struggentemente malinconica, perché rimasta nel regno del possibile che non si può tradurre in realtà:

«Questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta, avrei voluto dirgli. Quei due non possono disfarla, né riscriverla, né far finta di non averla vissuta, nemmeno riviverla; è lì, bloccata, come un’apparizione di lucciole in un campo d’estate verso sera, e continua a ripetere a ognuno di loro: Avresti potuto avere questo, invece. Ma tornare indietro è falso. Andare avanti è falso. Far finta di niente è falso. Cercare di rimediare a tutte queste falsità è a sua volta falso».

 

Lorenzo Gineprini

 

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“Chiamami col tuo nome” è un inno alla bellezza

C’è una sorta di classicismo contemporaneo nella vibrante estetica che pervade le immagini del nuovo lungometraggio di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome. Miglior film ai Gotham Awards di quest’anno, l’opera del regista siculo racconta l’appassionata relazione estiva tra un giovane diciassettenne e uno studente universitario di origini americane in un idilliaco borgo del Nord Italia, a pochi chilometri di distanza da Crema.

Il viaggio di Chiamami col tuo nome inizia nel gennaio del 2017 con la presentazione, in anteprima mondiale, al prestigioso Sundance Film Festival e da lì, visto il successo riscosso oltreoceano, intraprende un trionfale cammino attraverso alcuni dei festival più importanti a livello internazionale, arrivando a essere uno dei grandi nomi nella corsa ai prossimi premi Oscar. Il merito di un simile risultato è dovuto in gran parte al talento di Guadagnino nell’offrire allo spettatore l’immagine di un’Italia che oggi non esiste più, immersa nella bellezza dell’arte antica e nella memoria storica di un passato a dir poco ingombrante (una delle scene chiave del film è girata davanti a un monumento dedicato alle vittime della Grande Guerra). Come ne La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, l’immagine dell’Italia rimane sempre sospesa in bilico tra il cliché del Paese da cartolina e una location pervasa da insanabili contraddizioni che diventano lo specchio del carattere dei personaggi sul grande schermo.

La perfetta ambientazione anni Ottanta, le pedalate estive dei due protagonisti nella campagna cremasca e una colonna sonora impreziosita da ben tre indimenticabili canzoni del cantautore Sufjan Stevens sono i veri punti di forza del film che debutta nelle sale italiane giovedì 25 gennaio. Per chi non conoscesse ancora la filmografia di Guadagnino, Chiamami col tuo nome diventerà facilmente un film indimenticabile per la sensibilità con cui viene raccontata la trama e la cura dei dettagli con cui è stata preparata ogni inquadratura. Per chi invece ha già imparato a conoscere e amare il lavoro del regista siciliano dai precedenti Io sono l’amore e A bigger splash, questa trasposizione del libro dello scrittore statunitense André Aciman risulterà un piccolo passo indietro rispetto ai lavori precedenti di Guadagnino. Chiamami col tuo nome è infatti un inno alla bellezza a cui manca spesso quella componente di sublime cinematografico in grado di assurgerlo dal semplice status di ‘bel film’ a capolavoro. La pura estetica senza pulsione rischia molte volte di trasformarsi in un semplice esercizio di stile ed è un pericolo a cui i personaggi del film vanno più volte incontro, a differenza delle splendide statue elleniche nascoste nelle acque del Lago di Garda, perfette e misteriose nella loro immutabile ieraticità. Raccontando la bellezza, Guadagnino regala momenti di grande cinema nel momento in cui mette in scena il dolore e la paura del non essere accettati e corrisposti, un sentimento che i suoi personaggi incarnano alla perfezione mentre ardono nella passione di una calda estate lombarda. In quei momenti Chiamami col tuo nome non si limita a essere una semplice storia d’amore ma diventa un film capace di parlare al cuore di ognuno di noi.

 

Alvise Wollner

 

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Iperione e la ricerca dell’armonia della natura

Vi parlerò di un viaggio, ma non un viaggio come tutti.

Si racconta della vita di un ragazzo che diviene allievo, amico, soldato che lotta per degli ideali, innamorato ed infine eremita. La bellezza al centro del mondo, dell’esistenza, viene esperita in qualsiasi forma. È così che l’eroe scopre che la prima creatura della bellezza è l’arte, così come la seconda è la religione, che è amore della bellezza. E poi la poesia comprende e accoglie tutti i suoi gradi, poiché il giovane ritrova in essa l’essere infinito, eterno e divino, che si vuole ricercare attraverso il pensiero filosofico. La natura, in cui regna sovrana la pace e la divinità, riempie di serenità la mente e l’anima del protagonista e lo consola donandogli quiete e la felicità perduta. L’ardore giovanile infuoca il cuore dell’eroe che sente di dover agire per la difesa e il bene della sua patria e affronta con coraggio battaglie in nome della libertà e della giustizia. E l’amore, l’amore lo educa nella gentilezza, nel vedere quella bellezza nascosta, intrinseca perfezione nell’apparente caos. Ed ecco che posso svelare almeno il nome di colei che è capace di riportare nella luce un eroe smarrito nelle sue guerre contro la caducità del tempo e le ingiustizie umane: Diotima. Come scrive Giovanni Amoretti, Diotima sa essere donna in casa, come sa essere la donna del suo amato nel partecipare alla vita di lui, nello spronarlo nell’azione, nell’amarlo in modo tale da modificare il suo sentire, il suo modo di vivere, il suo rapporto con la natura1. È personalmente una delle figure più interessanti del racconto che sprigiona una luce rara, di un valore inestimabile, di cui si loda l’equilibrio e lo splendore, non solo fisico, ma intellettuale.

«Che cosa è tutto quello che, nei millenni, gli uomini hanno compiuto e pensato di fronte a un solo istante d’amore?»2. Questo scopre il giovane protagonista durante la vita. E alla fine si rende conto che «la conducono tutti i gradini, sulla soglia della vita, di là veniamo e colà diveniamo»3.

Quello che sarebbe bello omettere a questo punto è che si tratta di una tragedia. In qualche modo questo sogno idilliaco si infrange in un lutto che fa cadere nella sofferenza e nel dolore il nostro eroe. Solo il ritorno in patria, l’amata Grecia e la solitudine nella natura risveglierà la volontà di vita e la speranza nei suoi occhi. Tutto torna al proprio posto e ritorna l’essere note in accordo con l’armonia della natura.

«O anima! Bellezza del mondo! Tu indistruttibile! Tu affascinante! Con la tua eterna giovinezza, tu esisti; che cosa è, pertanto, la morte e tutto il dolore degli uomini? Quante vane parole hanno inventato gli uomini strani. Tutto avviene per effetto di un desiderio e tutto termina nella pace»4.

Altro non posso raccontarvi di questa storia, ma è arrivato il tempo per svelarvi il titolo.

Iperione di Friedrich Hölderlin è tutto questo e molto di più, lasciatevi trasportare in questa esperienza poetica. Iperione o l’eremita in Grecia5 è per lettori coraggiosi, che ricercano l’entusiasmo in questa vita che in tanti momenti può essere grigia. Questo romanzo epistolare rappresenta la speranza e la bellezza stessa della forza dell’amore puro che può travolgere tutto, ed è ancora una volta essere il motore del mondo.

 

Azzurra Gianotto

NOTE
1. Nota di F. Hölderlin, Iperione, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2009, p.74
2. Ivi, p.76
3. Ibidem
4. Ivi, p. 178
5. In lingua originale: Hyperion oder der Eremit in Griechenland

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La cucina della verità: intervista a Gualtiero Marchesi

Quando abbiamo cominciato a costruire il numero #4 della nostra rivista cartacea sul tema del cibo e delle tendenze alimentari ed enogastronomiche, abbiamo pensato che la ricerca filosofica non potesse non interfacciarsi con chi rende ogni giorno viva la cucina: gli chef.  Personalità poliedriche, dalle grandi abilità tecniche e dalla profonda attenzione per il mondo circostante, riescono a riprodurre e rappresentare in un piatto il pensiero che gli è più proprio. Filosofi del mondo culinario, interpretano la realtà attraverso i loro piatti e la lavorazione delle materie prime. Proprio perchè la nostra ricerca non poteva prescindere dalla voce degli chef, non poteva prescindere nemmeno dal più grande maestro della storia della cucina italiana: Gualtiero Marchesi.

Il suo curriculum, una sorta di cursus honorum del mondo della gastronomia e della ristorazione, è lungo e sensazionale, così come l’elenco dei premi e dei riconoscimenti ricevuti, sia come chef che come persona e come rappresentante nel mondo della cultura italiana. Possiamo riscontrare l’impronta di Gualtiero Marchesi in moltissime città del mondo, ma noi oggi lo ringraziamo soprattutto per la fondazione di ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana, di cui lui è stato un grande promotore e rettore sino a quest’anno: ha aperto i battenti nel 2004 in un bellissimo palazzo vicino Parma e con la guida di Marchesi regala al mondo alcuni tra i migliori professionisti del settore. Nel 2010 nasce la Fondazione Marchesi, «nido d’arte per i bambini e scuola creativa per i cuochi», mentre risale al 2014 la nascita dell’Accademia Marchesi, un progetto complementare ad ALMA e che rappresenta «un luogo di studio, di apprendimento e di sperimentazione dove formare i cuochi e divulgare i principi di una sana alimentazione, dove la cucina e l’arte, in tutte le sue manifestazioni, dalla musica alla scultura, alla pittura, all’architettura, al teatro… possano contribuire alla definizione del buono e del bello, coinvolgendo sia gli adulti sia i bambini».

Gualtiero Marchesi è uno degli esempi in cui cucina e filosofia sono a stretto contatto, in cui non può darsi una vera cucina senza un pensiero forte alle sue spalle. Un pensiero che si fa percorso e quindi esperienza attravero le materie prime, la loro lavorazione e la loro fruizione estetica nel piatto. Abbiamo avuto l’onore di riflettere sullo stato del mondo contemporaneo e di come la cucina debba essere una cucina della verità, in cui aristotelicamente parlando, materia e forma rilevano l’essenza del piatto. Una cucina che diventa specchio della nostra realtà e della necessità di riscoprire un rapporto sincero, vero e genuino con il cibo. Grazie Maestro!

 

La sua esperienza si è sempre intrecciata all’amore, alla passione e curiosità per l’arte: dalla pittura, scultura, alla letteratura sino alla musica. In che modo il Bello e il Buono possono coesistere in modo equilibrato? Evitando così che l’estetica si innalzi a un culto e che i cuochi si trasformino in solo esteti.

Il segreto dell’arte è proprio questo: illuminare in maniera simbolica il rapporto tra l’uomo e la natura, l’uomo e la vita, la storia, la morte.  Per questo motivo, l’arte non è distrazione, né capriccio: serve a raccontare grandi e piccoli misteri. Ridurla a qualcosa di decorativo, di futile, è come non usarla o sprecarla. L’espressione artistica si raggiunge quando si governa la tecnica talmente bene da dimenticarsela. Per questo serve studiare, formarsi, in cucina come nelle diverse arti.

La dimensione educativa e formativa è per Lei una parte fondamentale e determinante per il percorso di un cuoco e paragonando la cucina alla musica afferma che prima di tutto bisogna giungere nella condizione di essere ottimi esecutori e poi alla fine aspirare a diventare profondi compositori. Quali sono le caratteristiche che fanno di un cuoco oggi un abile compositore?

Trovo che ci siano delle somiglianze tra cuochi e musicisti, poiché ambedue lavorano sodo e di notte, devono conoscere a fondo la tecnica e saper riprodurre con esattezza una ricetta che è come uno spartito. Io apprezzo i buoni esecutori, i cuochi che sanno cucinare, che non steccano. L’interprete si trova un passo oltre. Un ruolo destinato a pochi, mentre i compositori, in grado di creare, quelli sono veramente rari. I piani di studio dell’Accademia Marchesi si basano su queste premesse.

Lei afferma che «La cucina non è un fine ma un mezzo. È uno dei linguaggi con cui parlare a se stessi e al mondo». Considerando le profonde trasformazioni socio-culturali che hanno attraversato e tutt’ora attraversano la nostra società, possiamo dire che la cucina ha anche il dovere di raccontare i cambiamenti che interessano l’individuo e la società tutta? Può individuarci due momenti storici particolari in cui la cucina ha cambiato sé stessa in funzione dei bisogni dell’uomo e della sua società?

riso-oro-e-zafferano_La chiave di SophiaCon la caduta dell’Ancien Régime, i cuochi di corte si sono ritrovati disoccupati e si sono messi in proprio. La grande ristorazione nasce dalla Rivoluzione francese. In Italia, il cambiamento avviene quando, nel ristorante di via Bonvesin de la Riva, a Milano, nasce la Nuova cucina italiana, non più succube dei ricordi di fame, della guerra, della quantità immediata a discapito della qualità.

Erano ormai cambiati i ritmi e gli stili di vita, l’apporto calorico poteva essere ridimensionato, studiate meglio e applicate le giuste cotture, rendendo il piatto leggibile, curando la composizione, i rapporti tra vuoti e pieni, tra i colori, le forme del cibo e la forma del piatto. Non a caso, ho sempre disegnato piatti e stoviglie per ottenere un’armonia visiva e concettuale. La materia è forma e il contenuto è il suo contenitore. Solo così l’esperienza ri-creativa e sapienziale della cucina diventa totale e quindi anche estetica.

Viviamo in un’epoca in cui ogni informazione è presa e consultata sul web: da un lato proliferano i blog di cucina, siti internet dove trovare ricettari e vademecum culinari, dall’altro ogni nostra esperienza, compresa quella enogastronomica, è mossa e influenzata da siti e realtà come TripAdvisor dove la recensione e il feedback da parte di altri utenti-consumatori diventa la premessa fondamentale dalla quale prendere le nostre scelte. A Suo parere, perché ritiene che l’uomo abbia bisogno innanzitutto del parere soggettivo altrui nel giudicare un luogo, un ristornate o un locale? Non abbiamo dimenticato forse quello spirito di curiosità e scoperta che ci caratterizza?

Pensiamo solo alla fissazione di fotografare tutto quello che mangiamo. Il web è sommerso di foto di piatti. Credo che questa paranoia sia l’effetto di un bisogno estremo, di una paura da esorcizzare, facendo quello che fanno gli altri, unendosi al branco. Muoversi con la massa rassicura, maschera l’angoscia di non essere accettati. La tomba dell’originalità!

Al fine di tutelare, custodire e raccontare una cultura della cucina vera, secondo Lei, verso quale direzione l’informazione, il giornalismo e la comunicazione in generale dovrebbe muoversi?original_raviolo-aperto-gualtiero-marchesi_la-chiave-di-sophia

L’informazione è diversa dal consumo di informazioni. Fare cultura richiede una certa preparazione e soprattutto curiosità e sincerità.

Ho sempre sostenuto, anche polemicamente, che al posto dei critici, spesso incapaci di cucinare alcunché, avremmo bisogno di più cronisti, gente che sappia raccontare cosa ha visto, ha sentito e mangiato, magari aggiungendo anche il perché e il per come di un piatto, ciò che pensava in quel momento il cuoco.

Quali sono state le tendenze in grado di affermarsi nel panorama culinario italiano e che hanno sviluppato un loro pensiero, rispondendo ad un reale bisogno e non semplicemente imponendosi e scomparendo come una semplice moda?

Bisogna sempre partire dal passato, dissetarsi alla sorgente per riuscire a capire il futuro. Rileggere le ricette della tradizione, attualizzandole, alleggerendole, senza pasticciare e giocare con le apparenze. Restare legati al clima. Se lavoro al mare non posso proporre una cucina alpina e viceversa. Scegliere sempre il meglio che offre il mercato, seguendo le stagioni, quando i frutti della terra raggiungono la pienezza del gusto.

Il resto è moda, va e viene.

Si può affermare che è cambiata la testa e soprattutto il palato delle persone, non si mangia più per fame ma per appetito e questo sposta sempre più il centro dei comportamenti dal mondo dei bisogni a quello dei desiderio, potremmo dire “dallo stomaco alla mente”, assumendo un nuovo punto di vista sull’oggetto del cibo a quello della cultura. A questo proposito e in risposta alle richieste di un nuovo consumatore sempre più attento, come risponde la ristorazione tradizionale? E quali sono i suoi criteri di scelta?

Non sarei così sicuro che il cambiamento sia concluso, è ancora in atto. Per questo è necessario dedicarsi alla ricerca e alla formazione sia dei consumatori sia dei cuochi. Ricordiamoci, anche, che la globalizzazione comporta e comporterà un sempre maggiore meticciamento della cucina, a partire dagli ingredienti. Non è facile stabilire dei criteri di scelta, validi oggi e tra dieci anni. L’unica cosa che si può ribadire è che la forma è materia e la materia è forma, che il buono è anche il bello.

Quali sono secondo lei i valori fondamentali della cucina italiana e del sistema agroalimentare italiano?

Come dicevo prima, l’estrema varietà. Siamo un Paese lungo e stretto, percorso da microclimi diversi, addirittura opposti, storie di persone e modi di pensare multiformi. Sembra una debolezza ma è una forza. Questo continuo confronto e il peso specifico di una grande civiltà ci hanno regalato il senso della misura, la percezione di cosa sia l’eleganza che non ha nulla a che vedere con lo sfarzo, l’esibizione del lusso. Siamo mediterranei e greco-romani, viviamo in uno spazio dove la prima regola è riconoscere il limite e trasformarlo da ostacolo in opportunità e − perché no? − in bellezza.

È importante anche riflettere intorno al nuovo senso dello stare assieme, trovando un motivo di aggregazione nell’identità del cibo consumato, diventando anche una paradossale sollecitazione etica oltre che intellettuale. Qual è la Sua posizione sulla ritualità dei pasti e sul valore aggregativo del cibo?

original_rosso-e-nero-coimbra-gualtiero-marchesi_la-chiave-di-sophiaIn passato, il rito del cibo si svolgeva in casa, perché la casa paterna era il vero, indiscusso, centro del mondo. Oggi, non credo che questo legame sia, fatte le debite eccezioni, più forte. Prevale, secondo me, il desiderio di trasformare i dettagli in rito. Forse, la modernità è afflitta da una vera e propria crisi di nostalgia più che per le cose in sé, per quello che rappresentano. Il consumismo si basa sull’apparenza. Possedere, imitare è più sbrigativo che essere o avere qualcosa, perché ce lo siamo conquistato.

La nostra rivista intende riportare alla luce il valore della filosofia come disciplina in grado di parlarci di noi e del mondo odierno e anche pratiche quotidiane come la cucina.  Lei che cosa pensa della filosofia?

Mi piace, innanzitutto, che la parola abbia a che vedere con il concetto di amore verso qualcosa. Amore della conoscenza. L’unico modo per onorare la nostra umanità.

 

Martina Basciano e Elena Casagrande

Photo credits ritratto: Luisa Valieri

Sulla nostra rivista #4 articolo speciale di Gualtiero Marchesi, per leggere qui

 

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