“Stiamo cambiando pelle”. Intervista a Remo Bodei

Abbiamo incontrato il Professore Remo Bodei in occasione del Festival Filosofia, le cui attività si articolano entro lo spazio delle tre città di Modena, Carpi e Sassuolo.

Il professore è stato per molto tempo docente di Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è stato visiting professor in molti atenei internazionali ed attualmente insegna filosofia allo UCLA di Los Angeles. Ha inoltre pubblicato numerosi libri e saggi dei quali gli ultimi due nel 2016. I suoi studi si sono concentrati sull’idealismo tedesco, per poi ampliare gli orizzonti alla filosofia della storia e alla cultura filosofico-letteraria romantica, dalla quale emerge in particolare il binomio antitetico ragione-passioni, tema che ha spesso coinvolto il pensiero filosofico.

Nel corso dell’intervista che segue, abbiamo cercato di approfondire alcuni dei preziosi spunti contenuti nella lectio magistralis che ha tenuto nell’ultima edizione del Festival.

 

Professore Bodei, vorremmo iniziare da una suggestione che arriva dal suo ultimo libro Limite (Mulino, Bologna 2016), in cui riferisce che la filosofia moderna, da Locke fino a Kant, si interroga incessantemente sui limiti dell’intelletto umano, cercando di stabilire quali siano i limiti tra il conoscibile e l’inconoscibile. Secondo lei la filosofia contemporanea attorno a quali limiti si interroga?

I limiti variano col tempo: da Locke a Kant erano quelli dell’intelletto umano, si ricercava fin dove l’uomo potesse conoscere, avendo come base l’esperienza e la scienza. Fin dove la metafisica o la fede potessero estendersi. Oggi i problemi sono diversi e sono costituiti dall’incontro tra le varie culture e civiltà del mondo, in quanto si è rinunciato ad un’idea che valga per tutti, che poteva essere rappresentata dalla stessa forma di conoscenza. Un altro limite è segnato dalle biotecnologie: com’è che l’uomo si trasforma? Come si possono scoprire degli aspetti della natura umana che prima non c’erano? È la questione dell’artificialità e del post-umano. Un altro limite è segnato dalla comunicazione e dalle tecnlogie dell’informazione e di come queste possano trasformare persone e culture. Per certi aspetti si cerca il superamento dei limiti, per altri si cerca invece di stabilire dei confini che sono stati incautamente violati e che bisogna ricostruire: non siamo sicuri di avere una morale saldamente condivisa e per questo si cerca, ad esempio, di evitare che tutto sia permesso: da attraverso la spesso fraintesa espressione della morte di Dio, Nietzsche s’è accorto che non possono più sussistere regole insindacabili perché espresse da Dio: sono gli uomini che devono darsi regole credibili e solide, e di questo – Nietzsche lo capiva – non siamo stati capaci. Viviamo in una morale provvisoria permanente, che non è di per sé un male ma ci pone in una situazione difficile.

Un’altra posizione indubbiamente difficile e complessa è quella da lei evocata durante la sua lectio magistralis di Modena: la lotta contro se stessi pare essere un confronto drammatico per ritagliarsi un proprio spazio nel mondo. Secondo lei tra le sfide che l’uomo contemporaneo deve affrontare c’è anche quella che lo vede in cerca del suo posto nel mondo? Se sì, a che prezzo?

Trovare il proprio posto nel mondo è sempre stata un’impresa che ha riguardato gli uomini sin dall’età della preistoria: semplicemente cambiano questioni e limiti. Orientarsi oggi in un mondo così complesso e cangiante rispetto a quello della tradizione è più difficile o – per meglio dire – diversamente difficile: bisogna muoversi su d’un piano globale interconnesso e, d’altro canto, in un mondo che cambia continuamente e pone un problema di adattamento.

A proposito della complessità del nostro mondo: uno dei suoi tratti generalmente più riconosciuti è la liquidità, la quale – più di ogni altro – sembra dare un’illusione di libertà. In che modo la fluidità delle relazioni sociali e personali può aver compromesso la stabilità del tessuto sociale contemporaneo?

Questa caratteristica di liquidità egregiamente messa in luce da Bauman, per cui dall’inizio degli anni ’80 ad oggi sembra che non vi sia nulla di solido è una proposizione enunciata da Marx e Engels nel Manifesto del Partito Comunista: tutto ciò che è solido si squaglia. In questa situazione, con le difficoltà del terrorismo e della crisi finanziaria, stiamo scoprendo che il mondo è molto più duro e molto meno liquido di quanto pensavamo. Anzitutto abbiamo la necessità di trovare i limiti, di riconoscerli e comprendere come far fronte alla nuova rigidità della nostra esistenza.

In questo contesto sociale e politico così complesso, che ruolo crede abbiano le passioni umane, calate in un’epoca dominata da una tecnica che, sempre più a fondo, modifica i contesti e i soggetti che vi abitano?

Le passioni hanno sempre costituito un valore per il vivere comune: bisogna tuttavia distinguere tra le varie forme di passione. Noi viviamo in un’epoca in cui le passioni sono state sostituite dai desideri: questi non sono altro che passioni declinate al futuro, quindi passioni che non sono legate a qualcosa che, tradizionalmente, ha dei limiti. Abbiamo delle passioni che, in quanto proiettate verso il futuro, sono elastiche e procedono avanti. C’è poi una dimensione legata alle passioni private come l’amore (messe in risalto dalla modernità e dal Romanticismo) a cui fa da contraltare un declino della dimensione pubblica: in parte ci si richiude in se stessi davanti alla durezza dell’esistenza, in parte c’è una crisi delle passioni democratiche legate agli ideali di uguaglianza tra gli individui.

Secondo lei l’assenza di una bussola per l’agire comune piò dipendere dalla perdita di senso della nozione di bene comune? Se sì, crede che sia oggi possibile ricostruire tale nozione?

La nozione di bene comune è sempre stata da un lato un’aspirazione ideale e dall’altro una sorta di ingannevole prospettiva con cui si sono mascherate tutte le forme di soppressione: i totalitarismi del ‘900 hanno predicato un bene comune che, in realtà, si è rivelato un bene per certi tipi di classi, di individui. L’esistenza di un orizzonte che superi l’individuo segna il problema di trovare la strada per cui esso diventi effettivo e non diventi una maschera che serve a legittimare dei comportamenti che perseguono beni non comuni ma parziali.

Questo è un problema che sembra ripercuotersi anche nella dimensione individuale; nel suo libro Immaginare altre vite: realtà, progetti, desideri (Feltrinelli, Milano 2013) ricostruisce il ruolo fondamentale che ideali e modelli hanno giocato nelle dinamiche di costruzione di sé. Secondo lei a quali ideali, modelli si può ricorrere? Ve ne sono?

In generale questi modelli sono cambiati abbastanza recentemente perché in precedenza il nostro mondo (limitato, occidentale, europeo) questi ideali erano legati alla realizzazione di se stessi, alla possibilità di avere una soddisfazione in un mondo che, per certi versi, ha rinunciato all’al di là e richiede dunque che si possa trovare godimento nell’arco dell’esistenza fisica degli individui. Dopo il fallimento di certi regimi completamente laici, i quali ritenevano che l’uomo potesse, nell’arco dell’esistenza storica, trovare il proprio compimento, questi modelli si sono indeboliti ed è tronato il bisogno di trascendente e anche delle religioni: talvolta è tornato in forme piuttosto violente, come nel caso degli islamisti. Stiamo cambiando pelle: c’è un tentativo di ritrovare una soddisfazione che non è solo di questo mondo, non solo secondo una matrice religiosa ma anche estetica, secondo la maniera di Foucault per cui si fa di se stessi un’opera d’arte e si ha un’estetica dell’etica, si diventa come statue, si cerca di far vivere la bellezza nell’etica.

Lei da anni conduce parallelamente un’opera di ricerca filosofica e un’azione di divulgazione molto importante. Crede che il rinnovato e generalizzato interesse per le questioni della filosofia sia connesso con i bisogni del senso comune a cui si riferiva prima?

Penso che nell’esistenza delle persone, da quando ciascuno di noi è un bambino, ci si pone delle domande sul perché si esiste. Sono domande alle quali, a un certo punto, ci si rifiuta di rispondere: talvolta le domande diventano tarli fastidiosi. In forza di ciò ci si costruisce una visione del mondo fatta in casa, non suffragata da riflessioni profonde e perciò in genere non viene poi sviluppata dalla scuola, dalgi studi che guardano ad un sapere tecnico-professionale. Il bisogno di filosifa è una fame di senso che procura una sorta di esame di riparazione in età adulta di messa a fuoco di cose che non si sono osservate lungo la propria esistenza.

Quanto ha appena detto si sposa con la missione ideale de La Chiave di Sophia, che si propone di stimolare la comprensione di quanto la filosofia sia presente nella vita dell’umano, nella sua quotidianità, contrariamente a chi ritiene che essa sia – e, in certa misura, – debba rimanere una disciplina di nicchia, ristretta quanto a temi e pubblico cui si rivolge.

Fare filosofia significa cercare di capire il tessuto connettivo e orizzonte di senso entro cui noi ci situiamo, che non è appunto qualcosa di specifico. Rispetto alla frantumazione dei saperi e delle pratiche la filosofia è un tentativo continuamente rinnovato di trovare un orizzonte entro cui muoverci e situarci, perché essa non è un sapere specialistico. Si potrebbe dire che la filosofia è uno specialismo dell’universale: la filosofia ci riguarda tutti ma è molto difficile orientarsi filosoficamente perché si rischia di creare delle generalizzazioni astratte. Per questo si innesta in un sapere che riguarda un’acquisizione: per esempio, 2500 anni in cui nel nostro occidente si è pensato. Noi siamo debitori nei confronti di queste forme di ricerca che rappresentano una sorta di palestra mentale. Essa serve a tutti: senza di essa saremmo come automi. Essa è una forma di vivere in maniera consapevole. Se facessimo un esperimento mentale in cui la filosofia non avesse fecondato la nostra cultura, noi ci ritroveremmo certamente più creduloni, più stupidi e manipolabili e quindi meno liberi. È un valore per la democrazia, in quanto ci permette di vivere più consapevolmente e in maniera meno dogmatica.

 

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Modernità liquida e potere

Ignoranza, impotenza, frustrazione sembrano essere le condizioni di un uomo contemporaneo, in perpetuo cambiamento, che vive diviso tra un frenetico progresso tecnologico ed un progressivo smantellamento dei valori e di quelle certezze che caratterizzavano la società passate. La paura quindi rischia di essere un’abitudine – oltre che un fattore costante – della modernità. Attraverso il pensiero di Bauman definiamo la modernità come processo in sé, come un continuo modernizzarsi, un continuo cambiamento.

Una società del genere è incapace di avere una forma ed una costanza; è una società liquida. Contemporaneamente frenetica ed incerta dove è impossibile imparare dalle proprie esperienze perché non si hanno i tempi e le condizioni per le quali queste possano maturare.

Incertezza e precarietà sono invece i campi d’azione del Potere “ability to act or affect something strongly’– presumably by possession of control or command oven others’” così da ristabilirne l’ordine. Il potere inoltre è presente in ogni contesto della società ed è oggetto di studio. Da Niccolò Machiavelli passando per Michel Foucalt, il potere resta comunque una prateria aperta e soggetta al cambiamento come all’adattamento. Infatti oggi si registra un potere invisibile, quasi panottico, ma al contempo debole – come quello dello stato nazione – al continuo processo di modernizzazione e di apertura verso una concezione globale slegata dal territorio e dalla sua politica.

Questo passaggio da solido a liquido avviene per una concomitanza di fattori come la caduta delle vecchie sicurezze e l’avvento della globalizzazione. Gli stati nazione sono attraversati dal potere economico fattosi anzitempo globale, dai media sempre più capillari e abili nell’eludere anche le politiche più ristrettive in merito alle libertà di stampa e di pensiero, persino da mafie e terrorismo subendone la perdita di potere politico, costringendo lo stato-nazione a delegare i rispettivi ruoli a un’entità centrale che possa concorrere a livello globale. Un esempio è l’Unione Europea. Ad oggi i singoli governi si ritrovano ad arginare l’impetuosità di poteri un tempo ancorati al territorio e alla forza lavoro locale – e quindi alle sue leggi e alla sua politica – e che oggi si ritrovano liberi di proliferare in e da un punto all’altro del globo. I cambiamenti non avvengono solo nei contesti Macro come in Politica o l’economia ma anche all’interno della società che diviene sempre più liquida e individualizzata. Gli impegni tra individui sono spesso a tempo determinato e si vola di opportunità in opportunità. Si vive in un mondo che educa ad un modello culturale che esalta l’individualismo pur rimanendo ancorati, per certi versi, ad un idea classica dei rapporti con la vita ed il mondo. L’individuo e le sue relazioni sono impregnati dallo “spirito” individualistico e trovano nel consumismo il simbolo di se stesso. Si entra in un rapporto con un altro individuo solo se vi è la possibilità di uscirsene poco dopo, resistendo finché si è in grado di procurarsi un vantaggio o un godimento. In questo clima di estrema incertezza e di precarietà, persino dei rapporti sociali, non manca la nascita e il proliferare di linee di pensiero estreme.

Globalizzazione ed individualizzazione danno un senso al consumismo – che non sia solo surplus nel capitale – diventando il partner perfetto per ogni individuo per distinguersi dagli altri. Come il bisogno di distinguersi e di elevarsi dell’individuo anche la sua volontà di sicurezza aumenta. Un estremizzazione della costante sicurezza ed le avanzate conoscenze tecnologiche in dotazione al Potere politico la si ritrova nel concetto “Panopticon power” di Michel Foucalt.

Secondo Zygmunt Bauman, la liquefazione della globalizzazione e delle opportunità – come delle paure – dei processi sociali e degli individui, è suddivisa in due tappe e si basa sull’avvento di un nuovo soggetto nel tessuto sociale: i managers. In una prima rivoluzione manageriale si disarciona la classe dominante del capitalismo moderno solido, quello dei proprietari. I manager, grazie ad una sostanziale pigrizia e all’abitudine nel delegare dei proprietari, acquistano il potere necessario per punire, sanzionare o premiare, quindi di assumere una tangibile posizione privilegiata da dove poter così esercitare non solo il potere, soprattutto la propria volontà.

La seconda rivoluzione cominciò qualche decennio fa ed è tuttora in corso e vede coinvolti tre enti: il gardening, Il Game Keeper e l’Hunter . Ogni giardiniere parte da un’idea, un progetto di giardino, in cui ogni pianta viene classificata in termini di funzionalità e compatibilità con il progetto. Tutto ciò che non entra in questo ordine è da estirpare; tutto ciò che non rende per la causa e per il sostentamento non ha motivo di proliferare. I Game Keeper come governanti e potenti che non interferiscono con la natura, limitandosi a sedare i disordini interni ed esterni e subito dopo tornare in gran fretta entro i confini. Tra loro vi sono anche quelle figure che sono interessati ad un “surplus” e alle modalità per ottenerlo, seppure ne delegano il lavoro a terzi ossia l’Hunter che non ricerca l’ordine piuttosto desidera che le sue azioni vadano a compimento e riportino successo. Questa seconda rivoluzione è all’insegna dell’essenza della managerialità, intervenendo sulla dialettica tra spazio globale e territorio. I nuovi privilegiati di questa modernità godono dei vantaggi della globalizzazione e dell’impotenza degli impianti statali elevandosi dalla maggioranza ancorata alla dimensione locale.

Con la separazione della sfera economica da quella familiare si aprirono le porte a libertà del tutto inedite e al bisogno di un organo regolatore: lo stato moderno. Lo stato-nazione nacque dal bisogno di ordine e di regolamentazione di tutti gli aspetti della modernità solida e dai legami al territorio delle forze produttive, dal capitale e dalla forza lavoro. Oggi si è davanti ad un nuovo principio di separazione: la sfera economica dallo stato-nazione. L’economia si è emancipata dai legami col territorio divenendo globalizzata, tendendo a portarsi su un piano separato rispetto a quello dello stato-nazione influendo sulla società e sui suoi aspetti. Ci spostiamo da un progetto all’altro e tutto si scioglie ma non più al fine di creare una nuova solidità. Diviene un processo continuo e non assume una forma per lungo tempo. Nella modernità liquida si punta alla massima flessibilità, mutabilità e mobilità degli impegni assunti. Ogni impegno è valido sino a nuovo ordine e quindi può essere rimpiazzato in vista di nuove opportunità. Si suggerisce una condotta leggera, senza pesi e sempre in corsa verso nuove opportunità. In questa nuova fase della managerialità, in un contesto liquido della modernità, l’individuo non è costretto ad accumulare crediti o bonus o reputazione, ciò che conta è l’ultimo lavoro, l’ultimo successo.

Per approfondire: Journal of Political Power

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google Immagini]