Il vero guerriero della resilienza: Nietzsche

«Quel che non mi uccide, mi rende più forte»1.

In Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa con il martello, opera del 1888, Nietzsche esprime la sua sentenza e reagisce alla morte di Dio: in merito si rivolge ad un acclamato richiamo alla vita e torna a vivere orientandosi direttamente verso la teoria all’Oltreuomo (Ubermensch). Questo è il Nietzsche che rinasce dalle ceneri della decadenza dei valori e dei costumi, lo spirito costruttivo che noi stessi dovremmo adottare di fronte al negativo.

Tale sentenza richiama il concetto di resilienza, che ormai non ci è molto oscuro come termine. La rivalutazione di tale parola è molto utilizzata oggi in psicologia e fa leva su questa strategia per risolvere e affrontare i problemi. Per “resilienza” per intenderci possiamo indicare la capacità di reagire agli urti della vita, di riuscire a superare le esperienze più negative e traumatiche della nostra vita, uscendone rafforzati. Un modo per affrontare queste situazioni lo avevo già messo in dubbio nello scorso articolo, trattando della distrazione, ma questa volta è proprio necessario prendere il toro per le corna e affrontare il tema.

Ognuno di noi è capace di reagire a ciò che gli accade: ognuno a suo modo. Questa attitudine adattativa comune ma personale, ci consente di essere di nuovo intatti, arricchiti e pronti per nuovi stimoli ed esperienze. Essere resilienti significa analizzare la situazione traumatica, comprendere gli errori, l’evento, le colpe e le responsabilità, e accettarli. La fase dell’accettazione è la più difficile perché richiede un notevole sforzo emotivo, che spesso è dato per scontato, perché si tratta non solo di accettare l’evento, ma di convivere con le conseguenze che esso ha creato e di tutte quelle modifiche che hanno cambiato anche noi stessi. Con l’accettazione di ciò e dunque l’accettarsi, l’evento si può dire superato. L’urto in questo caso non è più vissuto in modo violento e non crea lo stesso turbamento che si è presentato in un primo momento. Le ferite, se profonde, si possono rimarginare, anche se a volte i segni e le cicatrici rimangono.

Ecco, la resilienza sta proprio nella nostra capacità di guarigione da queste ferite dell’anima che ci vengono inferte volontariamente e involontariamente.

Detto così è semplice, ma non tutti hanno in primo luogo gli stessi tempi di reazione; a volte avviene in modo completo e efficace e può succedere che da soli non riusciamo ad affrontare le situazioni. Ci possiamo ammalare per questo. La prima tra tutte le malattie dell’anima e la più comune, solo per citarne una, è la depressione. Anche prendendo in considerazione semplicemente il termine, si può comprendere la sua natura: de – pressione, il cui prefisso è un rafforzativo. L’anima è sotto pressione, è schiacciata dalla vita. Di questo però parleremo in un’altra occasione.

Questa dote che è la resilienza non è solo una capacità della persona, ma può essere insegnata, sviluppata e dovrebbe essere condivisa per vivere e cercare un equilibrio nel vortice della vita. A volte da soli non si riesce ad affrontare tutto, insieme il peso e la pressione dei carichi che questa esistenza ci lascia, si dimezza. Ricordatevi solo che anche questo è un dono.

Al prossimo promemoria filosofico

 

Azzurra Gianotto

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
1. F.NIETZSCHE, Il crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 2010, pg.26.