Incroci letterari a Venezia: un festival per l’incontro culturale

Anche quest’anno si è svolto a Venezia, dal 29 marzo al 1 aprile, Incroci di civiltà, il consueto festival internazionale di letteratura promosso dall’Università Ca’ Foscari, dal Comune e dalla Fondazione di Venezia, con la partnership di Marsilio, di Fondazione Musei Civici Venezia e di Bauer Venezia.

Come ogni anno, Incroci di civiltà ha aperto le porte a moltissimi scrittori provenienti da tutto il mondo: dalle firme più prestigiose, come l’israeliano Abraham B. Yehoshua e lo statunitense Michael Chabon (premio Pulitzer nel 2001), alle nuove speranze quali Jonas Hassen Khemiri, il giovane talento proveniente dalla Svezia, e l’argentina Mariana Enriquez (vincitrice del premio Bauer Giovani).

Oltre a incrociare, per l’appunto, culture, lingue e stili narrativi, il festival è stato ospitato in varie strutture veneziane e mestrine. Fra queste si ricorda la splendida Fondazione Querini Stampalia, il Fondaco dei Tedeschi da poco restaurato e l’auditorium di Santa Margherita, splendide cornici per un festival in grado di abbracciare ogni angolo della città entrandone in armonia attraverso la forza della letteratura.

A presentare la manifestazione, che quest’anno festeggia il suo primo e personalissimo anniversario decennale, ci hanno pensato la vicesindaco di Venezia Luciana Colle, il rettore di Ca’ Foscari Michele Bugliesi, il prorettore alle Attività e Rapporti culturali Flavio Gregori, la direttrice del Festival Pia Masiero e il direttore della Fondazione di Venezia Giovanni Dell’Olivo.

«Nascono molti festival – ha esordito Colle – ma pochi arrivano all’importante traguardo della decima edizione raggiunto da Incroci di civiltà. Un graditissimo appuntamento culturale il cui successo cresce ogni anno grazie alla capacità di rinnovarsi, pur rimanendo nel solco di quella tradizione che da sempre ha visto Venezia come luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Gli scrittori di tutto il mondo che parteciperanno a questo prestigioso festival onoreranno con la loro presenza e le loro opere l’intera città, orgogliosa di riscoprirsi elemento vitale del panorama letterario nazionale e internazionale».

Per concludere, non occorre neanche sottolineare la grande affluenza di pubblico che si è dimostrato, come ogni anno, estremamente interessato alle voci internazionali della letteratura. Un successo, dunque, che incentiva le istituzioni veneziane a pensare già a Incroci di Civiltà 2018.

Marco Donadon

Aprile senza dormire! Un mese di festival letterari e mostre d’arte

Aprile è cominciato portando con sé un caldo quasi estivo e promette una lunga stagione di eventi da trascorrere piacevolmente all’aperto; abbiamo appena cambiato l’ora e le giornate ci sembrano cariche di possibilità − basta solo fare attenzione ai pollini, per tutti coloro che soffrono d’allergia. La stagione dei festival culturali comincia a pieno ritmo e noi non vedevamo l’ora: ne abbiamo selezionato qualcuno per voi.

Per soddisfare la vostra sete d’arte abbiamo anche scelto alcune mostre ed eventi che possano darvi soddisfazione, beando la vostra vista e le vostre orecchie di bellezza.

international-journalism-festival-perugia_la-chiave-di-sophia-01UMBRIA | International Journalism Festival | Perugia 5-9 Aprile

Cinque giorni, circa 250 eventi, oltre 600 speaker da 44 paesi diversi, il Festival internazionale del giornalismo di Perugia apre la stagione culturale dei Festival con una grande newsroom mondiale che richiama nella città di Perugia giornalisti, professionisti e non per fare giornalismo e informazione, delineando lo scenario attuale mondiale: dall’America di Trump alle Filippine di Duterte, passando per l’Africa e il Medio Oriente e ovviamente l’Europa.

Come sempre un appuntamento che ha al centro la riflessione sul giornalismo attuale, nazionale e internazionale e sui cambiamenti in atto della professione. 

L’International Journalism Festival, ad accesso gratuito, è un punto di riferimento per confrontarsi sullo scenario sociale e politico attuale di tutto il mondo: quest’anno si parlerà della Turchia di Erdogan e della libertà di informazione sotto attacco in tutto il mondo, dell’Europa al bivio con Brexit e la spinta dei movimenti populisti, e la pericolosa tentazione di legiferare sulla verità per contrastare le fake news, in una presunta era della post-verità.

Si parlerà inoltre di Siria, di Yemen e di Africa. L’attivismo, i diritti umani, le cyberguerre, la guerra ai signori del narcotraffico, la crisi di fiducia nei media che mette a rischio le nostre democrazie, il cambiamento climatico, la necessità di un giornalismo capace di parlare alle nuove generazioni “digitali”, il ruolo, i rischi e l’etica dei leak e del whistleblowing per il giornalismo. E ancora: modelli di business e ruolo della filantropia nel presente e futuro dei media, disabilità e sport, ISIS e il ruolo delle donne nel terrorismo islamico, ricerca e università, la sfida degli algoritmi per il giornalismo e la democrazia, vaccini e la necessità di saper comunicare la scienza.

Grazie al contributo dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti sono stati organizzati diversi workshop validi per il riconoscimento dei crediti formativi.

Per consultare il programma completo: qui

Sito web: qui

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LAZIO | DieciLune Festival dell’Autore | Roma 7-9 Aprile 2017

Inaugura il 7 Aprile il DieciLune – Festival dell’autore al Millepiani a Roma, ideato e organizzato dal Circolo Bell’Ami con l’obiettivo di valorizzare e formare talenti artistici nel campo letterario, musicale, cinematografico, teatrale e delle arti visive. Giunti alla VII edizione, il Festival si è arricchito di nuovi e sempre più interessanti approfondimenti, ampliando così il pubblico partecipante. Ad arricchire il programma ci saranno workshop, laboratori, conferenze e incontri appartenenti alle cinque macro aree di riferimento: Letteratura, Cinema, Teatro, Arti visive e Musica.

Il Festival si svolgerà dal 7 al 9 aprile presso il Millepiani, via Nicolò Odero 13, Roma (zona Garbatella). L’ingresso a tutti gli appuntamenti del Festival è libero e gratuito.

Per maggiori informazioni: qui

Per consultare il programma completo: qui

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LOMBARDIA | Tempo di libri | Milano 19-23 Aprile 2017

A Milano debutta la prima edizione di Tempo di Libri, la nuova fiera milanese dell’editoria, nata dal contrasto con il Salone del Libro di Torino e fortemente voluta da alcuni editore dell’Aie, che per tal motivo hanno anche fondato una nuova società insieme a Fiera Milano e La Fabbrica del Libro. 

Tempo di libri, dal 19 al 23 Aprile 2017, si svolgerà proprio in due padiglioni del polo espositivo di Rho con un ricco calendario di incontri, eventi speciali e un fuorisalone. Tra l’elenco degli ospiti, grandi nomi della letteratura italiana e internazionale: Gianrico Carofiglio, Sveva Casati Modignani, David Grossman, Francois Jullien, Sophie Kinsella, Valerio Massimo Manfredi, Melania Mazzucco, Edna O’Brien, Francesco Piccolo, Massimo Recalcati, Clara Sanchez, Roberto Saviano, Luis Sepulveda, Walter Siti, Licia Troisi, Andrea Vitali. Ci saranno inoltre personalità di spicco del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo, della politica, dello sport e della ricerca.
 
Presente anche una sezione dedicata ai ragazzi, alla cucina, al fumetto e ai libri antichi. All’interno del Milan International Right center, dal 19 al 21 aprile, si incontreranno in un’area di 3mila metri quadri 350 editori provenienti da 32 paesi diversi, 201 italiani e 132 stranieri. Letture al buio e ad alta voce, audiolibri, videogiochi: insomma, non solo ‘lettura tradizionale’.

Sul modello del Salone del Mobile, nasce inoltre il ‘Fuori Tempo di Libri’: un palinsesto complementare alla fiera che accenderà la città di Milano tutte le sere con maratone di lettura, cocktail letterari, una gigantesca installazione in piazza Duomo dove si potranno leggere i nomi di tutti i 2000 scrittori partecipanti, bookcrossing per la prima volta all’aeroporto di Linate e Malpensa e molte altre iniziative.

Per maggiori informazioni: qui

Programma completo: qui

 

EMILIA ROMAGNA| Miró! Sogno e colore | Bologna 11 Aprile – 17 Settembre
Fino al 17 settembre Palazzo Albergati a Bologna ospita una ricca collezione di opere provenienti dalla Fondazione Pilar i Joan Miró di Palma di Maiorca.

Esponente di rilievo del dadaismo e del surrealismo, Mirò è uno dei più importanti rappresentanti dell’arte del secolo scorso: il carattere essenziale e colorista della sua pittura si muove tra visioni oniriche personali e archetipi collettivi.

Per informazioni: qui

LOMBARDIA | Keith Haring. About Art | Milano 21 febbraio – 18 Giugno

Fino al 18 giugno, a Palazzo Reale, Milano.

L’opera di Keith Haring è espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi che risultano tuttora attuali: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere. L’intenzione di questa mostra è tuttavia quella di indagare la capacita dell’artista di ricomporre e di rielaborare i linguaggi dell’arte  e della cultura pop, creando un proprio immaginario simbolico riconoscibile universalmente.

Per informazioni: qui

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VENETO | TRA – Treviso Ricerca Arte | Ca’ dei Ricchi, Treviso

L’inizio di aprile porta al piano nobile di Ca’ dei Ricchi una nuova mostra, intitolata 1KM e che verrà inaugurata sabato 8 aprile alle 18.30. Essa è scaturita da un progetto culturale collaborativo che ha coinvolto per un anno un’agenzia di comunicazione (Vulcano), una società che lavora nel campo dell’Information Technology (Altevie Technologies), uno dei più importanti magazine di fotografia contemporanea (Landscape Stories Magazine) e tre fotografi internazionali quali Raimond Wouda, Céline Clanet e Jan Stradtmann.
L’idea era quella di raccontare l’azienda coinvolta nel progetto in modo del tutto nuovo ed anche giocoso: da qui la scelta di fotografare l’Italia di Altevie inquadrando lo spazio pubblico dedicato allo svago che fosse il più possibile vicino alla sede di uno dei clienti di Altevie, e comunque nel raggio di un chilometro. I tre fotografi hanno raccontato così lo spazio del gioco e i luoghi della socialità con testimonianze capaci di generare nuove visioni, prospettive e ipotesi. Si tratta di un racconto con modalità impreviste attraverso la varietà del Belpaese tra storia, innovazione e mediocrità, un viaggio ideale e metaforico tra tensione e distrazione, un resoconto antropologico e sociale costituito da ipotesi e percorsi attraverso i quali leggere i cambiamenti della società e provare a comprendere le trasformazioni future.  
La mostra, visitabile gratuitamente sino a domenica 7 maggio, raccoglie alcune delle più significative fotografie realizzate per questo progetto.

TRA continua però a regalarci degli appuntamenti fissi con altre forme di arte contemporanea quali cinema e documentari. Dalla collaborazione con Sole Luna Festival nasce infatti un nuovo appuntamento con il documentario: mercoledì 26 aprile alle 20.45 ci propongono Sponde. Nel sicuro sole del nord di Irene Dioniso, che ritrae due persone su due sponde opposte del Mediterraneo ma mosse dalla medesima sensibilità che possiamo chiamare umanità. Continuano anche gli appuntamenti con il mondo della bicicletta, organizzati in collaborazione con la Fiab di Treviso (Contromano, di Stefano Gabbani, verrà proiettato mercoledì 19 alle ore 20.45) e con Cineforum Labirinto, che aprono il cinema di aprile con Susanna! di Howard Hawks, a continuazione della rassegna Che cos’è l’amor?: in questo appuntamento di venerdì 7 aprile alle 21 conosceremo la storia di una cerimonia di nozze che rischia di essere mandata a monte dalla comparsa in scena di una donna molto speciale.

Parallele continuano a svilupparsi anche altre attività come un photowalk nel parco del Sile (sabato 22 aprile) ed un workshop per bambini. Il ciclo di conferenze sull’arte contemporanea (Incontrart) tenuto dal dinamico Carlo Sala prosegue invece ad aprile con l’artista concettuale Joseph Beuys, il quale verrà approfondito in una serata a lui dedicata mercoledì 12 aprile alle 20.45.

Per tutte le informazioni legate alle loro attività vi rimandiamo al sito ufficiale di TRA.

 

Claudia Carbonari, Elena Casagrande e Giorgia Favero

[Immagini tratte da Google Immagini]

Sulla fiamma di una candela

Ha comprensibilmente destato preoccupazione, qualche tempo fa, l’affermazione dell’arci­ve­sco­vo Georg Gänswein per la quale Benedetto XVI si starebbe «spegnendo serenamente, come una candela». L’apprensione era tuttavia almeno in parte ingiustificata, perché Gänswein, pronunciando tali parole, non aveva tanto l’intenzione di alludere a una qualche repentina e preoccupante forma di decadimento fisico del pontefice emerito, quanto piuttosto quella di sottolineare che, nonostante gli acciacchi dell’età, Benedetto XVI è comunque ancora in grado di essere una preziosa “fonte di luce” per i cristiani. Se si legge con attenzione il contesto in cui l’affer­ma­zio­ne è stata pronunciata, e non solo i titoli dei giornali, appare chiaro, infatti, che ciò che l’arci­ve­sco­vo intendeva sostenere era che la grande luce di Benedetto XVI, per quanto vada per ovvi motivi progressivamente indebolendosi, brilla ancora intensamente e rimane un punto di riferimento per tutti i fedeli. Resta il fatto che l’espressione utilizzata, soprattutto se letta alla svelta, dava la possibilità di equivocare sul reale stato di salute del pontefice emerito, dato che essa, in italiano, viene per lo più usata per indicare la debolezza, la consumazione, la fragilità, l’estrema prossimità alla morte di chi si trova in tale condizione di “affievolimento”.

In questa più comune accezione, tale espressione non è peraltro qualcosa di sensazionale o di assolutamente inaudito. Si può anzi dire che la nostra cultura abbia da sempre fatto più o meno esplicitamente riferimento a essa quando si è trovata a dover descrivere la natura di ciò che appartiene alla dimensione della temporalità. L’Occidente non afferma infatti forse da secoli e millenni che tutti noi “abitatori del tempo”, in fondo, non siamo altro che “esili fiamme di una candela”? Ciò che accade ogni giorno nel mondo non ci ricorda inoltre costantemente che ogni essere umano, anche se è nel fiore degli anni e nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e mentali, rimane comunque una luce fragile e indifesa, che anche un semplice “soffio di vento” può spegnere all’improvviso e per sempre? E da un paio di secoli a questa parte la nostra cultura non aggiunge forse, e con sempre maggior forza, che a trovarsi in tale precaria situazione non sono solo gli esseri umani, ma sostanzialmente tutte le cose di questo mondo, persino gli “dèi” e i valori supremi che finora erano stati ritenuti stabili, granitici e assolutamente inscalfibili?

Può essere allora interessante tornare a leggere il libro di Gaston Bachelard intitolato La fiamma di una candela, che è tutto dedicato all’esplorazione del significato che ha avuto per letterati e poeti quella straordinaria lingua di fuoco che splende tremante e solitaria sulla sommità dei ceri, che, come già diceva l’antico filosofo greco Eraclito, i mortali accendono per avere «un lume nella notte, quando la vista dei [loro] occhi si è spenta» (fr. 26 B DK). Il proposito del filosofo francese è infatti quello di «meditare sul destino della fiamma» e, così facendo, su quello dell’uomo, della cui vita terrena la vibrante ma vulnerabile fiamma è un grande e potente simbolo. Bachelard riporta a questo proposito una bella poesia di Martin Kaubish, che suona: «Fiamma, alato tumulto, / oh soffio, rosso riflesso del cielo / – chi svelerà il tuo mistero / saprà che cosa è la vita / e la morte».

Certo, ricorda Bachelard, ormai «il mondo va in fretta, il secolo […] accelera. Non è più tempo di lucignoli e candelabri», che erano invece una «coppia indispensabile in una dimora degli antichi tempi». Eppure, ancora oggi, il loro surrogato moderno, la lampada, è «il centro di ogni dimora» e «lo spirito che veglia su ogni stanza». Perché allora voltare impunemente le spalle alla candela, che della lampada è il passato non poi così tanto remoto? Tanto più che – sostiene Bachelard – al cospetto della sua luce tremolante le cose ci appaiono diversamente: la luce della candela, che per poeti e scrittori è l’«astro della pagina bianca», «ci chiama a vedere le cose come se fosse la prima volta». Il potere di attrazione che tale donatrice di luce ha sulla fantasia dell’uomo è tale da poter perfino rapire la mente di chi perde il proprio sguardo in essa e proiettarla nel passato, verso gli antichi bagliori dei primi fuochi che furono accesi nel mondo.

Bachelard sa benissimo che oggi «siamo entrati nell’era della luce amministrata» e che attualmente il «nostro unico ruolo [nei suoi confronti] è girare un interruttore»; ma egli ci vuole trasportare in un tempo lontano, «un tempo dimenticato dagli stessi sogni», in cui «la vecchie domestiche [di casa] custodivano le lampade degli antenati» e «sapevano trovare per ogni grande evento della vita domestica la giusta lampada». In quel tempo, «la fiamma di una candela faceva meditare i sapienti: donava sogni infiniti al filosofo solitario». «Sul suo tavolo», – continua Bachelard – «accanto agli oggetti prigionieri della loro forma, accanto ai libri che istruiscono lentamente, la fiamma della candela richiamava pensieri senza misura, evocava immagini senza limite».

Posare lo sguardo sulla fiamma, oltre che sui libri, consente di comprendere meglio il mondo, perché che cos’è l’universo per la cultura occidentale se non una fiamma che continuamente consuma e rigenera se stessa, e che sprigiona luce finché riesce ad alimentarsi con lo “stoppino” fornitole dai dinamismi della materia? «Dentro una fiamma» – si chiede Bachelard – «non vive forse il mondo? […] Non contiene forse, questa fiamma, tutte le contraddizioni interne che conferiscono a una metafisica elementare il suo dinamismo? Perché cercare dialettiche di idee quando si hanno, nel cuore di un semplice fenomeno, dialettiche di fatti, dialettiche di esseri?».

A Bachelard non sfugge che nella fiamma brillano in piena luce i più antichi problemi ontologici evocati dalla filosofia. Già Roger Asselineau aveva scritto in una poesia che la fiamma è un «ponte di fuoco gettato tra reale e irreale / dell’essere col non essere ogni momento coesistenza», e Bachelard è perfettamente d’ac­cor­do: «i giochi di pensiero dei filosofi che conducono le loro dialettiche dell’essere e del nulla su un tono di pura logica diventano davanti alla luce che nasce e che muore drammaticamente concreti».

Metafora degli sforzi che la luce dell’essere fa per vincere il buio del proprio non essere, la fiamma della candela è anche immagine della lotta che la coscienza umana mette costantemente in atto per fuoriuscire (ed evitare di riprecipitare) nelle tenebre dell’ignoranza. Scrive Bachelard: «il mondo è per me […] il libro difficile rischiarato dalla fiamma di una candela. Perché la candela, compagna della solitudine, è soprattutto la compagna del lavoro solitario. La candela non rischiara una cella vuota, rischiara un libro. Solo, di notte, con un libro rischiarato dalla candela – libro e candela, doppia isola di luce, contro le tenebre doppie dello spirito e della notte».

Sennonché, per il filosofo francese, sembra che da ultimo siano proprio il buio e le tenebre a dover prevalere. Al termine del passo egli scrive infatti: «ma la candela [della coscienza] si spegnerà prima che il difficile libro [del mondo] venga capito». Con questa frase, Bachelard sembra allinearsi alle più pessimistiche correnti di pensiero che trovano posto all’interno della sapienza occidentale. Si pensi ad esempio a Leopardi, che nel maestoso Cantico del gallo silvestre afferma che l’universo farà in tempo a venir distrutto dalle forze che si agitano in esso prima che l’enigma «mirabile e spaventoso dell’esistenza universale» possa venir pienamente compreso dall’uomo.

Eppure queste tonalità cupe sembrano smorzarsi e quasi venir meno quando Bachelard offre al lettore questo tenero ricordo della sua infanzia: «a volte la mia cara nonna riaccendeva, con un fusto di canapa, al di sopra della fiamma, il fumo lento che risaliva il focolare nero. […] E quando la sovrafiamma riprendeva esistenza: “Vedi, piccolo mio”, mi diceva la nonna, “sono gli uccelli del fuoco”. E allora io, che sognavo sempre al di là delle parole della nonna, credevo che quegli uccelli del fuoco avessero il nido nel cuore del ceppo, ben nascosti sotto la scorza e il legno tenero. L’albero, questo custode di nidi, aveva preparato, nell’intero corso della propria crescita, l’intimo nido in cui gli splendidi uccelli del fuoco si sarebbero nascosti. Nel calore di un grande focolare, viene il tempo di schiudersi e di volare via».

Proponendo questo aneddoto, Bachelard sembra infatti quasi voler suggerire la possibilità che anche la fiamma dell’anima umana, dopo la morte, possa rinascere dalle proprie ceneri e librarsi sopra le braci annerite del proprio cadavere, rifulgendo di uno splendore forse anche maggiore di quello che aveva perduto. E, certo, sarebbe davvero magnifico se il fuoco che splende nel profondo di ognuno di noi non fosse spento del tutto dal gelido soffio della morte, ma covasse ancora, nascosto sotto le nostre ceneri, in attesa di esser riacceso e di poter spiccare verso l’alto, in un tripudio di scintille, quello stesso volo liberatorio e vittorioso che Bachelard aveva visto eseguire alle “Fenici domestiche” che da piccolo egli credeva che facessero il loro nido nel caldo cuore della casa di sua nonna, tra i ceppi fiammeggianti del focolare.

Gianluca Venturini

BIBLIOGRAFIA:
G. Bachelard, La fiamma di una candela, trad. di G. Alberti, SE, Milano 2005 (1a ed. it. 1996; 1a ed. franc. 1961)

[Immagine tratta da Google Immagini]

Intervista a Dacia Maraini: l’arte come fondamento della vita

Nata da una famiglia di scrittori, Dacia Maraini è destinata a seguire la medesima strada. Circondata da libri, la sua voglia di leggere e scrivere è cresciuta naturalmente: una nonna inglese, gran viaggiatrice, scriveva di viaggi; un padre, autore di libri sull’Estremo Oriente, scriveva sempre in sua presenza. Un’infanzia travagliata, contrassegnata dalla guerra, dai campi di concentramento giapponesi, dove la povertà e la fame sono alla base del vissuto quotidiano. La famiglia, una volta tornata dal Giappone si stabilisce in Sicilia, dove Dacia conosce per la prima volta la Mafia, sulle quali esprimerà le proprie impressioni e ricordi nel libro Bagheria.

Le sue prime righe però appaiono sul giornalino della scuola Garibaldi di Palermo, dove con le due sorelle frequenta il liceo, prima di trasferirsi a Roma dal padre. Da quel momento la sua scrittura ha un  crescendo. Nella capitale, l’autrice percorre i suoi primi passi nel mondo della letteratura italiana, pubblicando il primo romanzo La vacanza dove affronta il tema della gioventù in fase adolescenziale. Negli anni successivi seguono numerosi altri romanzi, in cui vengono trattati differenti temi. È doveroso citare i più fortunati: La nave per Kobe, in cui viene rievocata la sua esperienza nei campi di concentramento giapponesi; il sopracitato Bagheria, dove per la prima volta Dacia decide, dopo anni di rinvii, di parlare della sua Sicilia; e La lunga vita di Marianna Ucrìa, romanzo che vinse il Premio Campiello e che tratta delle problematiche di una giovane nobildonna sordomuta nella Sicilia del primo Settecento.

Inizialmente collaboratrice di diverse riviste, quali Paragone, Nuovi Argomenti e il Mondo, decide di fondare assieme ad altri giovani la rivista letteraria Tempo di Letteratura. I suoi interessi però sono vari, così la vediamo occuparsi anche di teatro, fondando assieme ad altri scrittori il Teatro del Porcospino, e successivamente il Teatro della Maddalena, gestito e diretto solamente da donne, all’interno della quale scriverà la maggior parte dei testi teatrali rappresentati. Il suo interesse per il mondo femminile è talmente forte che decide di occuparsi di questo tema anche nei suoi libri, inizia così la sua lotta contro il femminicidio, contro le violenze e i soprusi verso le donne. Con maestria e affetto parla di grandi donne quali Chiara d’Assisi, Marianna Ucrìa ed anche di Mme Bovary, del suo rapporto d’amore-odio con il suo creatore, Gustave Flaubert.

Nella Roma della sua generazione, c’era la straordinaria possibilità di conoscere artisti di qualsiasi genere semplicemente bevendo un caffè al bar. Le arti in questi luoghi si scambiavano informazioni e si creava una sorta di commistione tra loro. In tutto questo reciproco scambio, cosa può dire di aver acquisito che abbia contribuito a modellare i suoi lavori?

Fino agli anni 70 c’è stato un sentimento della comunità degli artisti, i quali si incontravano, come ho più volte raccontato, nei caffè e nei ristoranti per conoscersi meglio, per solidarizzare, per parlare del più e del meno, senza nessuno scopo preciso che non fosse la gioia di sentirsi parte di un mondo povero ma pieno di idee e di progetti. A me ha insegnato che fra artisti è bene solidarizzare, non farsi la guerra e soprattutto non scivolare nella competitività che sembra regnare nei nostri giorni.

Al giorno d’oggi le persone vengono valutate dalla società a seconda di quanto possiedono e dalle conoscenze che hanno. Secondo lei, si può ancora credere nel diritto alla povertà come forma di liberazione interiore ma anche dai bisogni materiali, difeso da Chiara d’Assisi? E come potrebbe essere trasposto questo principio nella ‘modernità’?

La povertà è una parola ambigua, per molti significa miseria, per altri mancanza di benessere. Più che di povertà, parlerei di sobrietà, ovvero accontentarsi di quello che serve senza cercare il sovrappiù, senza pensare che la ricchezza dia felicità e serenità. Imitare Santa Chiara è impossibile. La sua era una povertà voluta fortemente, era un sacrificio severo, al limite dell’eroismo. Come ho detto, mi fermerei alla sobrietà e alla misura.

Il rapporto che aveva Flaubert con la sua Mme Bovary l’ha colpita talmente da portarla a scrivere un libro al riguardo. Egli insegue quel suo personaggio, tanto da identificarvisi e affermare «Mme Bovary c’est moi», ma ad un certo punto si accorge di essersi troppo immedesimato e ne prende le distanze con rabbia. Le è mai capitato di identificarsi in modo pericoloso ad uno dei suoi personaggi?

Sinceramente no. Mi sono spesso identificata con i miei personaggi, ma non me ne sono mai pentita. Il fatto è che Flaubert, con tutta la sua genialità, era prigioniero di una forma di misoginia che lo portava a disprezzare il personaggio che aveva troppo amato.

Quando creò il teatro delle donne, diede la possibilità a chi non aveva voce di farsi sentire. La parte creativa del Teatro della Maddalena venne appunto assegnata principalmente a donne. Da poche settimane si è conclusa la 73esima edizione del cinema di Venezia che ha ospitato tre registe italiane. Se pensa al presente, si può dire che le donne abbiano più spazio nel mondo teatrale e cinematografico, che non comprenda necessariamente la recitazione?

Di attrici ce ne sono sempre state. Quello che mancava quando abbiamo fondato la Maddalena era la presenza di drammaturghe e di registe. Allora esisteva solo Franca Valeri che scriveva per il teatro, ma non veniva presa sul serio, la consideravano una attrice comica e basta, mentre oggi le si riconosce anche un grande talento di autrice. Noi abbiamo fatto un teatro in cui si dava spazio alle donne perché si esprimessero in prima persona come registe e come drammaturghe. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Tante registe sono nate e cresciute nel mondo del cinema e del teatro. Non so quanto abbia contribuito il teatro della Maddalena alla moltiplicazione delle donne nel mondo dello spettacolo, ma certo qualcosa ha fatto in questo senso.

Suo padre, in Giappone, per dimostrare il suo valore si tagliò un dito e lo gettò in faccia agli aguzzini, riuscendo in tal modo ad avere una prigionia meno crudele per lei e la famiglia. Quale può essere considerato il suo gesto estremo? Quel momento in cui decise di prendere in mano la sua vita e di essere ciò che voleva, superando gli orrori della sua infanzia?

Mio padre conosceva molto bene la storia e la cultura giapponese tradizionale e questo gli ha permesso di agire entrando in profondità nella mentalità dei poliziotti guardiani del campo di concentramento. Il taglio del dito, chiamato yubikiri, appartiene alla tradizione samurai e crea nel nemico una obbligazione e inoltre è un atto di coraggio che impone al nemico un certo rispetto. Non a caso i poliziotti che non avevano mai risposto alla richiesta di più cibo per le bambine (tre figlie di sette, cinque e due anni), dopo lo yubikiri ci hanno portato una capretta che faceva due o trecento grammi di latte al giorno. Quel latte ci ha salvato la vita.

Lei è nata in una famiglia di scrittori, dunque prima di tutto lettori. In un’intervista affermò che ha imparato a scrivere proprio perché aveva letto molto: come mai le due cose sono così legate? Perché c’è questo rapporto indissolubile tra le due, che porta una persona a non poter scrivere se prima non è stato lettore?

In tutte le arti è così. Non basta il talento ma ci vuole conoscenza e preparazione. Pensi alla musica: nessuno penserebbe che, dotato di una buona voce ed essendo intonato, potrebbe andare a cantare l’Aida sul palcoscenico. Con la letteratura nasce l’equivoco di chi pensa: io parlo e quindi scrivo. Senza capire che come nelle altre arti, fra il parlare e lo scrivere c’è una grande differenza. Il talento è un fatto naturale, l’arte, come dice la parola stessa, è un artificio ed ha bisogno di conoscenza e preparazione.

Noi riteniamo che la filosofia sia la spinta, il motore di ogni nostra azione e quindi di ogni professione, essendo riflessione e ricerca di senso. Nel suo mestiere ritiene che la filosofia possa avere un ruolo importante?

Nel senso che dice lei, ovvero la filosofia intesa come motore di “ogni riflessione e ricerca di senso”, certo che è importante per la scrittura.  Ma direi che è qualcosa di più della pura filosofia, addirittura un modo di pensare, di riflettere e di interpretare la realtà che comprende tutta la cultura di un popolo.

 

Coscienti del fatto che non si possa riassumere l’essenza di un’autrice di così grande talento e forza interiore in queste poche righe, si può solo arguire che nella vita, sono proprio le esperienze più dolorose a plasmarci e farci diventare le persone che siamo. Dacia Maraini dall’esperienza del campo di concentramento non si è lasciata affondare come una nave nella tempesta, bensì il suo carattere si è temprato e in un certo modo rafforzato. Forte di questo doloroso evento e con un bagaglio culturale letterario degno di nota, ha saputo ricavarsi uno spazio nel mondo come pochi sarebbero stati in grado. Parte importante nella scena artistico-culturale italiana degli anni ’30, ha portato avanti con fermezza, agendo in prima persona, le sue idee per poter migliorare la condizione della donna nel suo paese, esprimendosi attraverso la poesia, la saggistica, il teatro e la narrativa. Un’autrice che ha un rapporto speciale con i suoi personaggi, che passano nella sua vita, alle volte congedandosi, altre volte soffermandosi. Sono proprio i personaggi che le fanno compagnia «prendendo un the», come sostenuto da lei stessa in un’intervista passata, che sono degni di essere raccontati, che chiedono in prima persona che la loro storia venga scritta. Grazie alle sue riflessioni possiamo concludere con l’idea che sia fondamentale la lettura alla base della scrittura, poiché chi legge diventa a sua volta scrittore, identificandosi nella storia e personalizzandola con il proprio vissuto. Ma soprattutto che la scrittura sia importante poiché, dato che il pensiero di per sé si dissolve, è importante poterlo fissare, poterlo divulgare.

Laura Cogo

Laura Cogo. Classe 1991, di origine padovana, dopo aver studiato lingue al liceo prosegue gli studi linguistici conseguendo la laurea triennale in Lingue, Letterature e Culture Moderne in terra natia. Segue poi il suo cuore iscrivendosi alla magistrale in Editoria e Giornalismo a Verona, concentrandosi sul curriculum editoriale, sperando di trovare il suo posto in mezzo ai libri. Cassiera e grafica a tempo perso, è inguaribilmente ossessionata dalla cucina, dai libri, dai cervi e da un bel bicchiere di vino.

[La fotografia-ritratto dell’autrice è realizzata da Giuseppe Moretti]

Nota: Questa intervista ci è stata rilasciata dall’autore in occasione di Pordenonelegge.

Elsa Morante, “Lo scialle andaluso”

Elsa Morante (1912-1985) ci appare come una scrittrice assoluta: fedele al bisogno di raccontare storie, capace di creare personaggi vividi e imprevedibili come la vita stessa, strenuamente dedita alla ricerca di un linguaggio duttile e screziato, lontano dalla banalità della comunicazione quotidiana eppure sempre limpido. Qualità che tutti i lettori riconoscono nei suoi quattro romanzi – tra i quali bisogna ricordare almeno L’isola di Arturo (1957) e La storia (1974) – ma che ritroviamo con tutta evidenza anche in un’opera meno conosciuta e frequentata come i racconti di Lo scialle andaluso (1963).

È un’opera composita, costruita selezionando alcuni titoli della raccolta d’esordio Il gioco segreto (1935) e aggiungendo alcuni racconti più recenti. In questo modo possiamo sondare una buona parte dell’evoluzione di questa autrice: dal breve Il ladro Lo scialle andaluso, copertina - La chiave di Sophiadei lumi, con una bambina che teme la punizione di Dio sul guardiano di un tempio ebraico che ruba l’olio delle lampade funerarie e sottrae quindi la luce ai morti (un tema vagamente kafkiano), al lungo racconto che dà il titolo alla raccolta e di cui parleremo alla fine.

Sono storie piene di bambini, tratteggiati senza nessuna condiscendenza, e anzi accettando con grande serietà il loro punto di vista sul mondo. Gli adulti, nel racconto Il gioco segreto, vivono in un antico palazzo ormai decaduto («era una casa patrizia in rovina, una volta pomposa, ora disfatta e squallida. La facciata carica di ornamenti, resa grigia dal tempo, mostrava i segni dello sfacelo. I putti librati a guardia della soglia erano corrosi e sudici»), ma ai loro tre bambini basta immaginare il gioco del teatro, paludarsi con una coperta sbrindellata che si trasforma in un manto di velluto tempestato di gioielli, perché le storie che recitano di nascosto prendano vita.

Anche alcuni personaggi adulti conservano uno spirito fanciullesco, come la candida e aerea Donna Amalia, incantata dai mille aspetti della realtà e capace di svegliare le sue domestiche perché contemplino con lei la luna: “Una luna come non s’è mai vista! Questa non è una luna, è un sole! Guardate l’aria! Questa non è un’aria, è una specchiera! sembra che ad affacciarsi su questa serata uno ci si debba specchiare il viso. Ah, Maria Santissima, madruzza mia dolce, che bellezza di luna! che se ne va per  il cielo, come una barchetta per il mare! ”.

I personaggi di Elsa Morante sono estremi, i loro amori sconfinano in cieche gelosie, in brame di possesso assoluto. Nel racconto La nonna una vecchia madre, dopo il matrimonio del figlio è incapace di accettare la donna che glielo ha portato via, e scompare nel nulla. Quando ritorna, alla coppia sono nati due gemelli, e racconta ai bambini incantevoli fiabe che li spingono a salire su una barca rincorrendo una farfalla; ma la barca si scioglie e i bambini scendono a precipizio per un fiume: «già, sulla verde linea della luce, i cavalli di vetro si impennavano incontro a loro e da quel galoppo irruppe fischiando un vento gelato, in cui gli uccelli dalle ali d’acqua si dibattevano. – È qui! – bisbigliarono i fratelli atterriti».

E in Lo scialle andaluso tutti questi temi sembrano fondersi insieme in un impasto di realismo, passioni, fantasie che appare come la cifra più evidente di questa scrittrice. La protagonista, Giuditta, ha lasciato tutto per seguire la passione per il teatro e il canto, e fa la ballerina nel teatro dell’opera. Il figlio maggiore, Andrea, è geloso di quella passione per il teatro che gli sottrae l’affetto per la madre, e come per punirla entra in seminario. Anni dopo il ragazzo ritrova la madre su un manifesto, e preso dalla nostalgia evade dal collegio per vederla sulla scena: talmente incantato da non capire che lei è ormai un’attrice scadente, presa in giro crudelmente dal pubblico. Ma la madre avvolge il ragazzo nel suo grande scialle andaluso e insieme se ne vanno. Solo in seguito Andrea capisce che lei lo ha fatto solo perché il teatro le ha voltato le spalle. E il ragazzo può solo immaginare il ruolo che è destinato a recitare: «Come sarà? Egli vorrebbe immaginare il futuro se stesso, e si compiace di prestare a questo Ignoto aspetti vittoriosi, abbaglianti, trionfi e disinvolture! Ma, per quanto la scacci, ritrova sempre là, come una statua, un’immagine, sempre la stessa, importuna: un triste, protervo Eroe avvolto in uno scialle andaluso».

Giuliano Galletti

[Immagine tratta da

La cultura che unisce: il Festival della letteratura di Mantova

 

Dal sette all’undici settembre si è svolto il Festivaletteratura nella splendida cornice di Mantova, meravigliosa città rinascimentale riconosciuta dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità ed eletta capitale italiana della cultura per il 2016. Il festival è giunto proprio quest’anno alla sua ventesima edizione, un traguardo prezioso per una delle manifestazioni culturali più importanti a livello nazionale.

La chiave di Sophia ha avuto l’occasione di partecipare e vivere da vicino gli incontri con gli autori e gli eventi presentati nelle suggestive piazze, palazzi e teatri del centro storico.

festival-letteratura-mantova-2Difficile scegliere tra i numerosi incontri proposti dal festival. La letteratura contemporanea (con ospiti italiani e stranieri), l’arte, la comunicazione, la scienza e la musica sono stati i protagonisti di cinque giorni magici, dove la cultura, la passione e il divertimento non sono mancati.

L’attenzione del Festival si è rivolta anche alla narrativa per ragazzi. Per avvicinare i più piccoli alla lettura, sono stati organizzati diversi eventi sparsi per la città: laboratori per i piccoli e incontri aperti ad adulti e bambini, dove le parole e le immagini si sono mescolate alla poesia e alla performance teatrale.

Ampio spazio dato anche ai diversi eventi a ingresso libero presenti nelle numerose piazze della città. Gli “accenti”, incontri gratuiti della durata di mezz’ora, hanno permesso al visitatore di continuare ad assaporare l’energia del festival tra uno spostamento e l’altro in attesa dell’evento successivo. Interessanti anche le “lavagne”, brevi lezioni che affrontando un argomento specifico hanno stimolato la curiosità e la voglia di approfondire tematiche spesso considerate “specialistiche”.

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Ciò che ha reso speciale questa edizione del Festivaletteratura sono stati i grandi nomi della letteratura italiana e internazionale: dalla presentazione dell’ultimo libro di Erri De Luca all’evento dedicato ai quarant’anni dell’opera Bar Sport di Stefano Benni, passando attraverso le Lectures di Alessandro Baricco, grandi rappresentanti della cultura italiana si sono raccontati sul palco del festival, emozionando e dialogando con il pubblico. Presenti anche tanti ospiti stranieri, come Jonathan Coe e Jami Attenberg.

Anche l’arte ha avuto il suo spazio a Mantova: Oliviero Toscani e Stefano Boeri, solo per citare due nomi, il cinema e il teatro (Lella Costa e Nanni Moretti). Si sono incontrate sul palco del festival anche importanti personalità del giornalismo come Concita De Gregorio e della politica come Alec Ross e Stefano Rodotà.

Nelle cinque giornate del festival si sono susseguiti anche diversi incontri legati al tema dell’ambiente e della sostenibilità che hanno visto la partecipazione di specialisti come Chiara Deligia, portavoce dellla Divisione Nutrizione e Sistemi Alimentari della FAO e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

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Allora cosa rimane di questo festival? Rimane la sorpresa nel vedere le piazze gremite di lettori e le file interminabili per assistere alle presentazione degli autori. La speranza nell’incontrare tantissimi giovani interessati a partecipare come volontari a manifestazioni culturali come queste. La gioia della condivisione, la libertà di poter chiacchierare dell’ultimo libro letto con una persona che non conosci, ma che è lì seduta accanto a te e che condivide con te la stessa passione. Rimane la gioia nel vedere la commozione negli occhi di chi stringe la mano al proprio autore preferito.

Alla Chiave di Sophia resta la grande soddisfazione di aver partecipato e incontrato alcuni dei protagonisti di questo festival, ma non solo. Ritorniamo a casa con la consapevolezza che si deve e si può fare di più in questo paese. Al di là delle statistiche e dei numeri che ci ricordano che i lettori sono sempre meno e che gli analfabeti funzionali sono sempre di più, rimane la speranza che in un futuro tutto ciò possa cambiare. Investire nella cultura e nell’educazione è forse l’unico modo che abbiamo per crescere liberi e consapevoli, pronti di fronte a ciò che la vita e la realtà ci riserva. Leggere non è soltanto un modo per evadere dalla realtà attraverso il potere creativo dell’immaginazione, ma è l’unico modo autentico per imparare ad affrontarla. É un atto di coraggio, una presa di posizione forte e chiara:

«Ogni lettura diventa un atto di resistenza. Di resistenza a cosa? A tutte le contingenze» (D. Pennac, Come un romanzo, 1992).

Greta Esposito

(Il filosofo sul) viale del tramonto: appunti di Norma Desmond e simili visionari

<p>Sunset Blvd. (1950)   aka Sunset Boulevard<br />
Directed by Billy Wilder<br />
Shown center: Gloria Swanson</p>

Vi sono momenti in cui, guardando la mia libreria – infarcita, grondante, obesa di testi – mi sembra di veder le storie, e i momenti di vita, di ciascuno degli autori. Sì, sono lì, uno accanto all’altro – come se fossero tutti convenuti a un party, tutti gioviali e arguti: qualcuno beve un Martini, qualcun altro fuma una Marlboro, altri giacciono mollemente sui divanetti in porpora sparsi qui e lì nella sala. Tre tizi vestiti da pinguino suonano il Trio Élégiaque n° 2 di Rachmaninov.
Da buon anfitrione passo da un ospite all’altro salutando con aria compiaciuta e affabile: “Oh buona sera Dumas, tutto a posto? Ci vediamo dopo Tolkien! Giacomino, come stai?” – e che la festa cominci! Un attimo però, qualcosa non mi torna… due, quattro, venti, trenta… “Señor Marquez scusate, ma qui non manca forse qualcuno? Avete visto per caso la pattuglia dei filosofi? Dove sono Georg, Immanuel e Søren?” “Estàn en la otra habitaciòn, querido”.
Perché? Perché si sono riuniti tutti lì? Quella stanza l’avevo tenuta chiusa, come hanno fatto a entrare? Immagino – immagino non vogliano mescolarsi… i signori mi scusino, devo andare a recuperarli.

Quel che non sapevo è che il salotto, dove credevo si fossero rifugiati tutti i signori filosofi, era sparito. Al suo posto era comparso un lungo corridoio, freddo e fiocamente illuminato da alcuni civettuoli lampadari in vetro di Murano, inverosimilmente polverosi e ipnoticamente dondolanti… iniziai a percorrerlo, leggermente a disagio; giunsi a una porta di mogano, di quelle vecchie, intarsiate, con le maniglie alte… apro.

Mi ritrovai in un giardino che dava s’un luogo strano, una di quelle costruzioni solenni che, un tempo, inorgoglivano i grandi nobili… una casa abbandonata (soprattutto quando te la ritrovi dentro casa tua, al posto di un salotto di tappezzeria blu!) fa sempre un effetto sinistro. Questa poi!, era un rudere… aveva l’aria di uno di quei vecchi pensatori decadenti carichi di vesti damascate sdrucite e di medaglie di concorsi ormai aboliti da anni, che vivono isolati dal mondo tra gli spettri di un passato lucente. Attraversai il vialetto d’ingresso ed entrai.

Seduto sopra un tappeto sgualcito (di quelli da fachiri) troneggiava un vecchio barbuto, puzzolente all’inverosimile; attorno a lui, un pubblico eterogeneo di soggetti adoranti pendeva dalle sue labbra. Era Socrate. Guardai il tutto un po’ spaesato.
“Siete arrivato, Casagrande” disse una voce soave, alla mia destra: mi voltai e riconobbi Søren.
“Maestro” risposi “che ci fa lei qui? E perché non siete tutti alla mia festa, insieme agli altri?”
“Te lo spiegherò. Intanto seguimi, saliamo le scale.”
Giungemmo in cima alla grande scalinata, e ci affacciammo al corrimano; da quella prospettiva, la scena del piano di sotto pareva ancora più ridicola.
“Qualcosa non ti torna?”
“Maestro, sono confuso… perché voi filosofi siete qui soli?”
“I matti, di solito, non sono separati dagli altri?”
“Che domanda strana.”
“Siamo filosofi, caro mio, siamo matti per eredità propria. Cos’è la filosofia, te lo sei chiesto? Certo, e credo tu ti sia anche risposto. È una ricerca continua, una sete che non si placa mai, una vera e propria ossessione. È come vestire un abito che scopri essere cosparso di colla, e che più porti più ti si appiccica alle carni. Siamo persone inascoltate, che amano non esserlo: trasformisti per vocazione, capaci delle più impensate malinconie e delle più superbe gioie, diciamo agli altri com’essere felici e, per farlo, dimentichiamo che anche noi dovremmo cercare d’esserlo. Sciogliamo nodi che altri hanno stretto, chiedendoci: “Perché lo facciamo?”, ma che c’interessa saperlo, l’importante è chiedercelo! Disprezziamo i soldi di questa vita, perché non sappiamo che farcene, aneliamo attenzione anche se non viviamo per essa. Siamo musicisti, scriviamo sinfonie con le lettere, e detestiamo le banalità. Non siamo noi che ci siamo riuniti qui, in una stanza a parte, sono stati gli altri a cacciarci dalla festa: non siamo noi che “non vogliamo mescolarci”, sono gli altri che non vogliono essere contaminati dalle nostre chiacchiere. Perché “gli altri” scrivono senza pensare, noi pensiamo senza scrivere. Lo vedi? Siamo troppo diversi per poter stare assieme, anche se a volte, parte della nostra vita, la trascorriamo con loro.”
“Ma… perché io sono qui?”
Søren rise e iniziò a scendere la grande scalinata, e quando arrivò sull’ultimo gradino, mi accorsi che attorno a lui si era creata una folla di curiosi. Socrate stava in prima fila; poco più in là Sartre mi adocchiava, fumando. A destra c’era un gruppetto di tedeschi, al centro era Hegel, a sinistra stavano i medievali. Kierkegaard parlò ancora: “Perchè? Ma perché anche tu, come noi, sei pazzo! Non è forse la filosofia una follia? Non occorre che tu mi risponda. Sì, mio caro, hai fatto una scelta, e non si può sfuggire. Troverai mille ostacoli che ti faranno pensare di aver fatto la cosa sbagliata, quando ti desti al libero pensare, e mille volte tenterai di fuggire. Ma, amico mio! Non ce la farai! Ormai sei qui, in questo manicomio!, e questa è la tua vita, e non ne potrai mai avere una diversa. Capisci?”

Ormai non vedevo più nulla, solo gli occhi dei filosofi puntati su di me. Iniziai a discendere verso il conclave filosofico: “Sì, hai ragione… non riesco neanche a parlare, sono troppo felice! Voglio soltanto dirvi quanto sia fiero di trovarmi qui con voi! Mi siete mancati, prima ancora che vi conoscessi – e ora, ora no non vi lascerò mai più. Perché dopo questo pensiero, ce ne sarà un altro, e altri ancora! Vedete questa è la mia vita, e lo sarà per sempre, non esiste altro. Solo noi e il mondo… e nell’oscurità, gli altri a riderci addosso! Eccomi, signor Kierkegaard, sono pronto per il mio primo pensiero.”

David Casagrande