Grillo, Draghi e la democrazia di Giano

Nella Roma pre-imperiale, il dio Giano era considerato l’unico dio ingenerato, eterno, preposto ad ogni inizio ed ogni fine. Testimone di una natura ciclica che da sé viene e a sé ritorna, Giano era sovrano degli opposti: di vita e morte, di acqua e terra, di mito e storia. In particolare, il suo principale tempio ai piedi del Viminale lo vedeva come Bifronte (in alcune raffigurazioni le teste del dio arrivano a quattro), un volto per i tempi di guerra, durante i quali il tempio veniva aperto, e uno per i tempi di pace, che vedevano invece il santuario chiuso. Spada o vomere, battaglia o commercio, conquista o alleanza, ogni coppia di opposti veniva unificata nella figura dello stesso nume tutelare, il Padre di tutti gli dei secondo il Carmen Saliare, molteplici aspetti di una sola, dinamica e a volte contraddittoria realtà romana.

A millenni di distanza, la situazione a Roma non è cambiata poi granché, e tra contraddizioni, stravolgimenti e piccole o grandi rivoluzioni, i giorni scorsi hanno visto conciliarsi anche l’ultimo di una lunga serie di irriducibili opposti. L’incontro tra il fiero e belligerante anti-casta Beppe Grillo e l’ex Governatore della Banca di Italia e Managing Director della Goldman Sachs Mario Draghi si è risolto con una curiosa, forse inaspettata coincidenza di vedute, una alleanza tra estremi che ha inaugurato una nuova stagione della sempre movimentata politica italiana.

Al di là di ogni considerazione di merito, non è difficile vedere come e perché una alleanza tra i due, seppure di scopo, apparisse quantomeno improbabile, considerati i rispettivi curricula. Beppe Grillo, ex comico fondatore del Movimento 5 Stelle, ha fatto il proprio ingresso in politica con il Vaffa Day, una manifestazione itinerante che non risparmiava certo strali alla “casta dominante”, passando poi la stessa impronta al Movimento, la cui vocazione iniziale era proprio quella di scardinare i sistemi di potere, abbattere i partiti, cambiare il paese. Mario Draghi, tra i più esperti e capaci economisti di Europa, è proprio l’incarnazione di quei “poteri forti” avversati dal primo M5S: banchiere, ministro del tesoro, Presidente della Banca Centrale Europea diventato famoso per un salvataggio dell’Euro scandito dall’iconico “Whatever it takes“, e per una famigerata politica di “correzione” nei confronti dell’insolvente Grecia. Difficile immaginare due figure più agli antipodi.

Eppure, i due leader del momento potrebbero essere nient’altro che i nuovi, moderni volti di quel Giano che non ha mai abbandonato la città capitolina, apparentemente distanti, ma facenti capo a un solo corpo, una sola realtà, una sola natura. A voler trovare qualcosa in comune tra due approcci così palesemente opposti, è facile rilevare come entrambi siano una critica, gridata in un caso e sottesa nell’altro, alla politica tradizionale, a un sistema azzoppato da lotte intestine, incatenato da un clima di campagna elettorale permanente concimato da televisioni e social media, accecato da una spiazzante mancanza di visione, incapace di rispondere alle sfide del tempo e alle legittime istanze della popolazione.

Negli ultimi anni, movimenti popolari “dal basso” e proteste anti-casta si sono alternati con geometrica regolarità a interventi emergenziali di professionisti e tecnocrati, il tutto rigorosamente esterno ai sistemi partitici. L’immagine della politica che ne emerge è sconfortante: da un lato, i movimenti popolari e/o populisti si fanno avanti per supplire alla carenza di contatto con la popolazione, portando violentemente alla ribalta richieste, problematiche, lamentele, stanchezze e insoddisfazioni altrimenti inascoltate; dall’altra, i tecnici intervengono quando il problema contingente è “troppo serio” per essere lasciato in mano ai politici, sottolineando la mancanza di preparazione e professionalità di questi ultimi, e riducendo la politica stessa a una macchina che chiunque è capace di guidare, ma che richiede l’intervento di un meccanico al momento del guasto, una questione meccanica piuttosto che una vocazione o tantomeno un servizio.

Dalle rovine del tempio al Viminale, Giano continua a vigilare su Roma e sulla sua doppiezza, aprendo una porta o l’altra, unendo l’uno vale uno al governo tecnico, ancora una volta riunificando gli opposti nel loro essere, entrambi a loro modo, sintomi e testimoni del fallimento della democrazia rappresentativa.

 

Giacomo Mininni

 

NOTE:
Immagine di copertina appartenente all’archivio personale dell’autore

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Per una filosofia del giornalismo

«Indipendentemente dalla voce in cui […] gli autori di inchieste giornalistiche classificano le loro preoccupazioni, l’attività cui si dedicano – per scelta, necessità o entrambe, come accade quasi sempre – è il marketing: la prova che devono superare per poter aspirare al riconoscimento sociale cui ambiscono li costringe a trasformarsi in merci, in prodotti capaci di suscitare attenzione e di attrarre domanda e clienti» (Z. Bauman, D. Lyon, Sesto Potere, 2013). Questo è il giudizio tranchant che il sociologo polacco Zygmunt Bauman dà del giornalismo nella «società dei consumatori». Una società che, nel contesto di un pervasivo affermarsi delle tecnologie digitali, si è (volontariamente) assoggettata a una nuova forma di schiavitù consumistica, in cui gli individui sono «sono promotori di merci, e al tempo stesso le merci che promuovono» (ivi).

Potremmo definirla una sorta di prostituzione digitale, da cui siamo sedotti e insieme costretti, che si innesca ogni volta che cediamo i nostri dati personali alle multinazionali della tecnologia. Il giudizio di Bauman ha il merito di mettere a nudo il perverso do ut des su cui si impernia il consumismo digitale, nel quale, pena l’esclusione sociale, siamo forzati a rendere pubblico tutto ciò prima apparteneva alla sfera del privato. Tuttavia, le considerazioni del teorico della «modernità liquida», nella sua radicalità, determinano alcune conseguenze, di cui occorre tenere conto.

Innanzitutto, se la mercificazione volontaria caratterizza l’uomo indipendentemente dalle sue – per quanto nobili – intenzioni, ne consegue che anche la filosofia (e, in definitiva, ogni attività intellettuale) si configura come prostituzione intellettuale. Essa si ridurrebbe, infatti, da una parte a un disperato mendicare visibilità per i propri “prodotti”, dall’altra all’artefatta costruzione di merci appetibili ai consumatori, con l’esito di tradire l’originaria concezione di una filosofia come ricerca disinteressata della verità. Anche qui, è innegabile, le categorie di Bauman, colgono nel segno: a cosa si è ridotta la figura del filosofo-di-professione, se non a quella di un funzionario con mansioni burocratiche, obbligato a “svendere” una quota minima di articoli a «riviste scientifiche di Classe A per i Settori Concorsuali dell’Area 11»? Nient’altro che valutazione di performance di marketing, canonizzate in base agli indiscutibili standard vigenti.

Questa mastodontica burocratizzazione, favorita dalla digitalizzazione e allo stesso tempo stimolo per una sempre più capillare trasformazione digitale, ha avuto un ruolo cardine nel progressivo ritirarsi della filosofia nel suo orticello accademico. Assorbita dalle suadenti (o torturanti) incombenze istituzional-amministrative, da “amore per il sapere”, la filosofia nelle Università si è ridotta a “discorso – preconfezionato e scodellato – sull’erudizione”. Una “astensione mal giustificata”, aggrappandosi alla quale la filosofia ha rinunciato a voler incidere su un attualità troppo vorticosa per essere maneggiata.

La radicale consapevolezza di Bauman sembra lasciare pochi spazi ad alternative: ogni attività umana, persino la più nobile per lo spirito umano, non è altro che una strategia di promozione e vendita di prodotti di massa. Eppure, pur mantenendo la consapevolezza dell’influenza delle dinamiche commerciali anche in campo intellettuale, l’esito non deve essere necessariamente nichilistico.

Una possibile risposta passa proprio per il superamento della snobistica indifferenza nei confronti dell’attualità della filosofia da università. Occorre ripensare una gerarchizzazione del sapere, in nuce presente anche nelle considerazioni di Bauman sopra citate, che relega il giornalismo mero “accertamento” cronachistico, mentre eleva (e perciò relega) la filosofia a superbe contemplazioni di mondi inesistenti. È fine a se stesso denunciare la compromissione con la materialità, ovvero con logiche meramente economicistiche, del giornalismo: la riflessione di Bauman smaschera come anche la pratica filosofica non possa più essere considerata immune dalle dinamiche della società dei consumi digitali.

Alla luce di questo, si rende necessaria l’elaborazione di una vera e propria “filosofia del giornalismo”, che vada oltre le semplici considerazioni deontologiche, andando a indagare le ragioni profonde dell’analisi dell’attualità. A partire dall’elemento fondativo che sia il giornalismo, d’inchiesta in particolar modo, che la filosofia possiedono in comune: la ricerca di una verità. Questo consentirebbe di nobilitare una professione ancora troppo associata (e come tale praticata) a quella di “pennivendolo”, contribuendo, allo stesso tempo, a strappare la filosofia dal suo astratto torpore accademico.

 

Edoardo Anziano

 

[Photo credit Bank From via Unsplash]

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Una visione mancata sotto lo sguardo della storia

Tra le prime pagine del nuovo libro di Corrado Augias Breviario per un confuso presente (Einaudi, 2020) c’è un capitolo dedicato al popolo italiano. Augias riprende le parole di una grande persona, Ferruccio Parri, che da capo della Resistenza più volte martoriato si trova all’età di ottant’anni a definire con amarezza il popolo italiano come dotato di «scarsa educazione civile e politica»1. Prosegue poi Augias: «la libertà, ecco un’idea con la quale gli italiani hanno un rapporto difficile. Le grandi libertà civili sono state a lungo cedute in cambio di pane e spettacoli, – dal Colosseo alle reti sociali – mentre le libertà individuali per mancanza di limiti si sono estese fino alla licenza»2. Giustamente lo scrittore ricorda momenti elevati della nostra italianità: il Risorgimento, la Resistenza, ma anche lo spontaneo brulicare di lavoro cui abbiamo assistito in seguito ai terremoti e all’alluvione di Firenze del ’66. Ecco allora che Augias, facendo eco alle parole di Giorgio Gaber, afferma che libertà è «partecipazione, solidarietà, sentimento collettivo d’appartenenza, la possibilità di tenere a bada, insieme, l’arroganza criminale e la licenza irresponsabile»3.

A una manciata di passi dal compiere trent’anni, dunque ben lontana dal Risorgimento come anche dall’alluvione del ’66, non posso smettere di chiedermi dove si sia persa questa idea di libertà. Ho sempre guardato con ammirazione alle storie del passato, interrogandomi su cosa dev’essere stato partecipare con coraggio alla storia, essere degli individui così ardentemente impegnati, condividere una visione. Da amante dei musical – e probabilmente non è un caso, visto che è nella coralità che essi esprimono la propria potenza viscerale – ho inseguito quell’energia e quella tenacia trasudanti da alcuni versi di Les Misérables, grande classico del 1980 basato sul romanzo di Victor Hugo, e da Hamilton, capolavoro di Lin-Manuel Miranda del 2015. In entrambi percepisco la potenza di qualcosa che continua a mancarmi nella vita reale, qui, nel 2021: una visione. Con immensa frustrazione la vedo inabissarsi totalmente in chi dovrebbe possederla più di qualsiasi altro, chi si trova nelle posizioni che possono davvero cambiare i destini di una nazione. Coloro che invece politicano ancora nella logica mirabilmente descritta da Giovenale quasi due millenni orsono, quella del «panem et circenses»4 appunto e che io, ispirata da Augias, proporrei di tradurre nel 2021 come “sussidi e social media”.

Oggi ci troviamo davanti a una sfida epocale. Per dei giovani come me, e ancor di più per quelli nati dopo di me, la pandemia è sicuramente l’avvenimento spartiacque. Ma che cosa ci sarà dopo? O meglio, che cosa vogliamo che ci sia dopo? Qual è la nostra visione del domani? Non ne abbiamo una unica. Non c’è alcun leader che sia davvero una guida, che ci spinga con decisione e coraggio verso una nuova idea di Italia. Mi guardo attorno e da nessuna parte intravvedo un guizzo dell’ensemble de Les Misérables quando cantano, all’alba della rivoluzione del 1832, “One day to a new beginning/ There’s a new world to be won/ There is a life about to start/ When tomorrow comes5. Ancora meno l’energia della combriccola dei padri fondatori d’America in Hamilton: la volontà di darsi per una causa, per il proprio popolo, per i propri figli e per il proprio futuro. Questo ultimo punto in particolare mi colpisce, considerando che la mancanza di visione di chi ci governa si ripercuote su di me e i miei vicini anagrafici, mai presi in considerazione in qualsiasi decisione, ignorati come se non fossimo già adesso e saremo ancora di più in futuro i nuovi pilastri della nazione. Mi commuovo nell’ascoltare le parole che i protagonisti Hamilton e Burr cantano ai loro neonati figli in un’America emancipata dalla Gran Bretagna: “We’ll bleed and fight for you/ We’ll make it right for you/ If we lay a strong enough foundation/ We’ll pass it on to you, we’ll give the world to you/ And you’ll blow us all away6. Personaggi fittizi, certo, ma non esiste proprio nulla di vagamente paragonabile in questo XXI secolo.

C’è un ultimo verso che voglio condividere e che da mesi mi ronza in testa. Lo pronuncia George Washington (il George Washington orgogliosamente afroamericano in Hamilton): “History has its eyes on you7. La storia ti sta osservando. Ecco, vorrei che tutti noi italiani ce ne rendessimo conto. Non solo chi ha il potere di cambiare le cose con pochi tocchi, ma anche chi ci deve mettere quotidiana tenacia per creare il proprio piccolo cambiamento. La storia giudicherà la nostra visione di futuro. Siamo ancora in larga parte quel popolo di «scarsa educazione civile e politica» citato da Parri qualche decennio orsono. Nonostante sia di uno scoraggiamento devastante quello che succede oggi nei palazzi del potere, è anche il popolo a determinare la sua storia con il suo carattere. Lo scriveva Benedetto Croce e lo riprende Augias. La storia sta guardando tutti noi: che cosa vogliamo fare?

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1-2. C. Augias, Breviario per un confuso presente, Einaudi, Torino 2020, p.11.
3. Ivi, p. 13.
4. Giovenale, Satira X. L’espressione integrale è «[populus] duas tantum res anxius optat panem et circenses» che traduco liberamente con: “[Il popolo] brama due cose sopra ogni altra: il pane e gli spettacoli circensi”.
5. Si tratta di alcuni versi tratti dalle canzoni One day more e Do you hear the people sing? tratte da Les Misérables. Mia traduzione libera: “Un solo giorno ad un nuovo inizio/ C’è un nuovo mondo da conquistare/ C’è una vita che sta per iniziare/ Quando il domani arriverà”.
6. Questi versi sono tratti da Dear Theodosia in Hamilton. Mia traduzione libera: “Sanguineremo e lotteremo per te/ raddrizzeremo ogni torto per te/ Se noi costruiremo delle basi sufficientemente forti/ Te le passeremo, ti daremo il mondo/ e tu ci potrai sorprendere”.
7. La canzone in questione s’intitola proprio History has its eyes on you e il passaggio è il seguente: “Let me tell you what I wish I’d known/ When I was young and dreamed of glory/ You have no control/ Who lives, who dies, who tells your story/ I know that we can win/ I know that greatness lies in you/ But remember from here on in/ History has its eyes on you”. La mia traduzione libera: “Lascia che ti dica quello che avrei voluto sapere/ quando ero giovane e sognavo la gloria/ Non hai alcun controllo/ Su chi vive, su chi muore, su chi racconta la tua storia/ So che potremo vincere/ So che sarai un grande uomo/ Ma ricorda che d’ora in poi/ la storia ha i suoi occhi su di te”.

[Photo credit unsplash.com]

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Impariamo la mutevolezza: un insegnamento da Machiavelli

Vedi le stelle e ‘l ciel, vedi la luna,
Vedi gli altri pianeti andare errando
Or alto or basso senza requie alcuna.
Quando il ciel vedi tenebroso e quando
Lucido e chiaro: e così nulla in terra
Vien ne lo stato suo perseverando
1

Gli eventi mutano, il mondo e la natura mutano costantemente, niente è statico: ce lo rammentava già Niccolò Machiavelli nel suo Asino (1517), il piccolo poema satirico rimasto incompiuto e considerato la moderna versione del famoso Asino d’oro di Apuleio, in cui il grande umanista esprime uno dei cardini del suo pensiero: il limite umano e l’incapacità di mutare la propria natura.

Incapacità che, secondo Machiavelli, determina un vero e proprio deficit umano: quello di andare in accordo solo con determinati tempi e ordini in cui l’umanità si trova a vivere.
Infatti, se l’uomo fosse tanto saggio da comprendere il cambiamento dei tempi o anche solo da osservare il mondo circostante, avrebbe sempre una buona sorte; ma l’uomo non riesce a vedere più in là del suo naso, è un grumo di passioni e ambizioni, e non essendo in grado di comandare la propria natura, che viene accecata dal desiderio fino a divenire bestiale, si lascia soggiogare dalla Fortuna, dalla mutevolezza.

Machiavelli vede nella natura umana una sorta di fissità, totalmente estranea ad esempio all’uomo descritto dal filosofo Pico della Mirandola nel De dignitate hominis (1486), che è invece padrone del proprio destino, che si muove come vuole, elevandosi verso Dio o degradandosi a livello delle bestie. 
Ma quindi la visione machiavelliana dell’uomo, con la sua totale incapacità di modificare e trasformare la realtà, è quindi completamente pessimista? 
Secondo me, non è del tutto così. Machiavelli ci lascia uno spiraglio di azione, ma occorre saperlo cogliere al momento giusto. Nel suo Principe (1532) infatti indica più volte che l’uomo può contrapporsi alla Fortuna: per farlo occorre però essere prudenti e lungimiranti, costruire argini quando i tempi sono lieti e favorevoli.

Iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra
Della metà delle azioni nostre, ma etiam lei ne lasci
Governare anche l’altra metà, o presso, a noi.
E assimiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi
Che, quando si adirano, allagano e’ piani, rovinano
Gli arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quell’altra:
Ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare.
[…] non resta però che gli uomini, quando sono tempi queti, non vi potessimo fare fare provedimento e con ripari e con argini […]2

La Fortuna – il Destino, se vogliamo – con la sua mutevolezza continua può innalzare e rovinare l’uomo come e quando vuole, ma possiede solo la metà delle nostre azioni. L’uomo di Machiavelli è proprio colui che sa vincere gli eventi, non contrapponendosi ad essi, ma adattandosi e mutando con essi: virtuoso è colui che costruisce argini nei momenti lieti, si mette al riparo dagli attacchi della Fortuna e sa cogliere le occasioni che essa, in vari momenti della vita, può donare. In ogni suo scritto – il Principe, le commedie, l’Asino – Machiavelli insegna all’uomo ad adattarsi ai mutamenti degli eventi, degli ordini politici e della sorte: la felicità e la verità (intesa nel senso di una vita fatta di rapporti autentici) richiedono all’uomo una metamorfosi continua, l’adattabilità, la prudenza e l’assennatezza.

E in questo, di fatto, gli scritti di Machiavelli restano ancora oggi, a mio parere, dei grandi maestri di vita sono a dir poco attualissimi. L’ho capito profondamente nei giorni in cui l’emergenza Covid-19 ci ha costretti a restare in casa, a cambiare abitudini, ad avere paura per la propria vita e quella dei nostri familiari, a vedere il nostro Paese e il mondo intero messo in ginocchio da un virus tanto piccolo quanto terribilmente letale.
Non eravamo ovviamente pronti a tutto quello che è successo, gli eventi si sono abbattuti su di noi travolgendoci, piegandoci, e per sopravvivere siamo mutati, abbiamo dovuto agire, abbiamo dovuto correre ai ripari, abbiamo rinunciato alla nostra libertà, messo le mascherine, i guanti, le distanze tra noi.
Facciamo dunque tesoro, per la vita di ogni giorno, di quanto Machiavelli scriveva: solo attraverso l’azione, il mutamento, l’accortezza, la saggezza di leggere il tempo in cui vive, l’uomo può essere felice e ripararsi dalle avversità.

 

Martina Notari

 

NOTE:
1. N. Machiavelli, Asino d’oro, in Opere Letterarie, a cura di Luigi Blasucci, Adelphi, Milano, 1964, cap VIII, vv. 76-99.
2. N. Machiavelli, Il Principe, a cura di G. Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XXV, paragrafo 26, p. 167.

[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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La chiave per una quarantena filosofica

In questo periodo di pandemia ho scritto un diario giornaliero per tirare le fila del tempo trascorso nella quarantena #iorestoacasa. Ecco gli estratti dei miei monologhi interiori analizzati in chiave filosofica.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 1.
Mi sento tutti i sintomi del COVID-19. Tento di prendermi il polso, ma non riesco a contare i battiti. Ho ritirato fuori il manuale del soccorritore, pensando di poter scoprire delle verità nascoste, manco fossi Carlo Urbani
[…]».

L’angoscia emerge prontamente in questa situazione di incertezza, lasciando la paura razionale chiusa in un angolo remoto del cervello. La paura che è un ottimo meccanismo di difesa non può venire in soccorso nel caso di questa pandemia. Infatti non possiamo circoscrivere il virus a un oggetto ben determinato, esiste invece un’angoscia: chiunque o qualsiasi superficie può essere veicolo del COVID-19 e quindi infettarci.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 2.
[…] Inizio le mie elucubrazioni su tempo e spazio. Che fine ha fatto Joker e il suo “Infinite cose da fare e così poco tempo?”».

Grazie alla clausola derogatoria è possibile in caso di un dichiarato stato di emergenza derogare ad alcuni diritti umani, nel nostro caso: la libertà di movimento.
Dobbiamo fare i conti con la sola dimensione del tempo, che presentandosi a rallentatore consente a tutti noi di riscoprire la capacità di annoiarsi. Anziché “riempire il tempo”, come se in fondo si potesse, lasciamolo scorrere e apprezziamolo come un bene in quanto tale. Bertrand Russell nel suo saggio La conquista della felicità (1930) scriveva: «Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce».

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 3.
[…] L’Italia? Sembra un romanzo di Philip K. Dick, forse ci serve un guaritore galattico. La convivenza? Un cazzo di sacrificio, una casa in fiamme sarebbe un’idea brillante, Tarkovskij! […]».

La convivenza forzata mette a dura prova le relazioni di amore, amicizia, familiari; figuriamoci quelle non scelte – finisco infatti per simpatizzare per la pagina social Il coinquilino di merda. È necessario ricordarsi l’importanza della volontà di vivere la relazione, non basta trovarsi sotto lo stesso tetto e passare tanto tempo assieme per trovare benessere in un rapporto interpersonale.
In alcuni casi, la situazione è drammatica. Purtroppo la casa, che dovrebbe essere la base della dimensione dell’abitare, quindi rappresentare la protezione entro ciò che ci è parente e che ha cura di ogni cosa, si trasforma in un inferno. Le donne vittime di violenza sono costrette a una convivenza prolungata con il maltrattante.
E poi c’è chi la casa non la ha, rimane fuori e l’unica speranza resta la solidarietà delle persone.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 4.
[…] Penso che il mondo ci stia dando una lezione, ora abbiamo tempo per comprenderla».

La situazione attuale evidenzia come il nostro modus vivendi abbia influito sulla diffusione territoriale del virus, contribuendo ad aumentare il rischio di contagio. È necessario cambiare rotta, o addirittura rimanere fermi, in questo caso. L’umanità si arresta e cominciano a intravedersi alcuni cambiamenti a livello di emissioni di CO2 e di inquinamento. Già, perché il nostro modus vivendi agisce anche sul riscaldamento globale, ricordate?
A tal proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che una delle più importanti conseguenze del riscaldamento globale sarà l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive1. Il tempo di oggi si trasforma in un’opportunità per conoscere socraticamente noi stessi e diventare consapevoli di essere “esseri nel mondo“.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 5.
Osservo il mondo dal cosiddetto bunker. Intorno a me vedo solo astronauti e mutanti con mascherine e bombole. Gli astronauti si guardano perplessi: togli i guanti, metti i guanti, prendi l’amuchina, disinfetta, guarda il mutante con la mascherina, e ricomincia daccapo. Mi attendono 10 ore, manco fossi nel film
Interstellar sul pianeta “chisiricordailnome” dove il tempo è dilatato e i minuti sono anni. Pensiero cardine del giorno: essere il gatto di Schrödinger fa schifo».

L’essere umano abita la casa dell’incertezza, una condizione che accompagna l’uomo in ogni suo aspetto, a partire dalla riflessione fino al concretizzarsi nell’azione. Come sosteneva Zygmunt Bauman «La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario». L’incertezza coinvolge due dimensioni: quella del futuro e del rischio. Si è incerti perché si sente più o meno incombente la presenza del rischio nel futuro prossimo; rendendo così non certe le cose a cui ci riferiamo nella dimensione del presente.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 6.
Isolamento giorno: 1.
[…] La mia quarantena è iniziata daccapo dopo aver soggiornato nel bunker insieme ai mutanti. Inizio a scrivere le cose da fare dopo – finita la quarantena – finita la prigione – finita la sofferenza, insomma DOPO: ballare in mutande in strada, abbracciare sconosciuti, fare campeggi in tutte le stagioni in tutti i luoghi, in tutti i laghi con Valerio Scanu, imparare una lingua nuova (speriamo il portoghese, ma va bene anche l’Esperanto) per parlare con più persone possibili, riprendere aikido, yoga e iniziare tutti gli sport di squadra: più si è meglio è. Riesumare vecchie sfide e fare il giro del mondo in 80 giorni toccando più posti o persone possibili».

In questo periodo di sofferenza, penso sia importante visualizzare non che tutto stia crollando ma che ci sia ancora molto che continua e continuerà ad esistere.

 

Jessica Genova

 

NOTE:
1. Per approfondire: qui.

[Fonte immagine: Pixabay]

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Africa: una storia che c’è sempre stata

Tra le tante cose, Hegel sosteneva che l’Africa è «un continente senza storia […] al di qua della storia cosciente di sé»1. Complici di questa visione un immaginario plasmato secondo esotismi vari, che vedeva nei popoli africani uno stadio primitivo della coscienza umana, e una cecità di fondo che non riconosceva la particolarità socio-storica delle proprie asserzioni. L’idea che l’Africa sia un continente senza storia è inoltre un’idea comune ancora oggi. Ancora più comune è poi l’idea che questa storia sia stata inaugurata dalle prime spedizioni europee e islamiche, le quali hanno movimentato delle terre prima sterili e pigre.
Ma l’Africa è stato – e rimane – un continente dalla storia ricchissima, complicata e sorprendente, raccontata non solo dai vari conquistatori e commercianti stranieri che si sono spinti nel suo entroterra, ma soprattutto dagli stessi popoli indigeni, fautori di innumerevoli regni e imperi di grande prestigio, cultura e lungimiranza. La storia, per esistere, non necessiterebbe di nomi altisonanti e date fondamentali, ma queste vengono ricercate per comprovare qualcosa che altrimenti rimarrebbe ignoto e ipotetico, poiché l’idea di una storia aperta, mobile e non scritta – cioè documentata – sembra impossibile.

Giochiamo allora per un attimo a questo gioco. L’Africa ha visto l’ascesa e il declino di moltissimi imperi, molti dei quali protrattisi per secoli. Le fonti scritte endemiche scarseggiano in favore però di una lunga tradizione orale, e insieme abbondano le testimonianze monumentali e i ritrovamenti artistici. Oltre al famosissimo Impero egizio, si possono dunque ricordare il regno di Axum nell’attuale Etiopia (IV a.C. – X d.C.), quello di Zimbabwe, con le sue mura ciclopiche e le arti metallurgiche (VIII d.C. – XV d.C.), e tutta la sfilza di imperi saheliani, del Ghana, del Mali, Kanem e Songhai, che si succedettero l’uno dopo l’altro tra il X e il XVI secolo d.C.

Ma al di là delle date e delle circoscrizioni, addentrandosi nella storia millenaria del continente, ci si imbatte in popoli vitali e creativi, sempre in movimento attraverso frontiere e confini da aggiornare, da mappare, da ristudiare in funzione dei nuovi assetti politici e culturali, fomentati ora da una ideologia, ora da un’esigenza, ora da un’occasione. Le spedizioni coloniali, ad esempio, non ridussero gli indigeni al mero ruolo di “vittime”, poiché questi vedevano negli avventori stranieri possibilità di scambi commerciali, culturali e tecnici. Nemmeno le spedizioni missionarie adombrarono la libertà agentiva dei popoli indigeni, perché questi riutilizzarono le icone e le professioni di quelle fedi in forme alternative e sincretiste. Addirittura lo schiavismo fu perpetrato e fomentato da numerosi regnanti, arrivando a fondarvi, in alcuni casi, l’economia dei propri regni.

I grandi imperi conservarono dunque una certa autonomia durante le prime colonizzazioni. Questa però si affievolì quando buona parte del prestigio economico cominciò a dipendere dal commercio con gli europei e questi col tempo iniziarono a pressare sempre più sulle autorità fino ad assoggettarle del tutto alle loro direzioni. Nel 1519 una legge portoghese imponeva che tutte le merci congolesi fossero trasportate su navi lusitane: lo stato europeo otteneva così il monopolio commerciale. Molte città venivano distrutte se restie a trattare; molte altre non venivano conquistate ma veniva loro imposto un pesante tributo monetario. Da lì in poi l’escalation di sfruttamenti fu inarrestabile e con l’arrivo di altre potenze europee l’Africa scivolò sotto le direttive di volontà straniere. Il XIX secolo fu un “secolo lungo” anche per l’Africa: dalle prime resistenze alla schiavitù di fine XVIII secolo, alle prime indipendenze dai dominî europei, il continente fu percorso da ribellioni e guerre intestine tra gruppi eterogenei (europei, africani, arabi) per il consolidamento delle egemonie e la nazionalizzazione delle regioni.

Fu questo il periodo delle esplorazioni e dei resoconti etnografici. Questi resoconti, che si alternavano tra il rispettoso e il razzista, stimolarono la fantasia occidentale, che subito creò l’Africa povera, selvaggia, dal “cuore di tenebra” che ancora oggi viene evocata. «L’Africa è un’invenzione»2, sostiene il filosofo Valentin Mudimbe; un’invenzione approssimata che nasconde e omette le dinamiche e le realtà presenti nei diversissimi contesti del continente. Come Hegel, anche nel contemporaneo ci si è lasciati traviare da immaginari sedimentati e da una concezione etnocentrica della storia. Le recenti tragicommedie politiche hanno poi esasperato questa approssimazione, producendo un oggetto che si adatta a tensioni più nostrane che altro. L’Africa resta un Paese inascoltato: quella che dovrebbe essere la sua storia, oggi forse più che mai, continua a essere manipolata da direzioni esterne che pretendono di conoscerne la realtà. La canizza politica diventa la storia (della salvezza!) di un intero continente.

La storia africana e il suo destino si tracciano ora all’insegna di una negoziazione continua. L’Africa non è un continente senza storia; e ancor di più non è un continente oscuro e violento, privo di ogni acume. Una intelligencija è presente da tempo in molti Paesi, anche se molti esponenti sono espatriati; ma si tratta comunque di figure auto-coscienti, consapevoli dei problemi del proprio popolo e della loro posizione, che hanno sempre cercato di definire un’identità africana in competizione con l’opprimente egemonia occidentale. Una cantante contemporanea del Mali, Fatoumata Diawara, scrive sull’infibulazione, sull’immigrazione, sulla libertà, sulla speranza, per sublimare il presente e così dischiudere il futuro. L’approssimazione è una forma di colonialismo rinnovata, forse più perversa: mantiene lo status quo e trasforma quei popoli in ciotole per le offerte, in sospetti, in minacce.

 

Leonardo Albano

 
NOTE
1. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, 2003, pp. 80 e 87
2- V.Y. Mudimbe, The Invention of Africa: Gnosis, Philosophy and the Order of Knowledge, Indiana University Press (1988)

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C’è qualquadra che non cosa

Premetto che questo non vuole essere un articolo “politico” in senso stretto. Piuttosto, se proprio si vuole categorizzarlo, lo definirei “sociologico” o – al limite – “antropologico”.

Vorrei soffermarmi con la lente d’ingrandimento sulla nostra penisola per concentrarci su un fenomeno che reputo altamente pericoloso per una società democratica, qual è ancora l’Italia. Siamo invasi da un’ondata di populismo e, fin qui, nulla da dire. Non è questo il pericolo, o, almeno, non è il populismo in sé. Quel che vedo e che mi spaventa, invece, è l’assenza di domande alternative a quelle delle forze che – esse stesse – si definiscono «orgogliosamente» populiste.

Mi spiego meglio. Ritengo che esistano due tipi di concretizzazioni politiche che possano definirsi “populiste”. Entrambe rispondono a dei bisogni del popolo e, a bene vedere, questo dovrebbe essere uno degli obiettivi primari di qualsiasi forza politica: dar conto delle richieste della cittadinanza. Ma è questo ciò che realmente sta accadendo? Io non credo. Piuttosto, concentrando il nostro sguardo, possiamo osservare come siano le stesse forze politiche a creare le domande. Ovvero: non votiamo più in base alle risposte che i vari schieramenti offrono alle nostre richieste, scegliendo quella che più si identifica con quella che vorremmo sentire, ma votiamo il partito che crea al posto nostro le domande, le cui risposte sono assolutamente, a quel punto, necessarie. Un esempio? La domanda non è: «come conciliare le conseguenze della globalizzazione, del surriscaldamento globale, delle differenze tra nord e sud del mondo e degli interessi economici internazionali che costringe parte della popolazione – ad esempio – africana a spostarsi con l’attuale, ancora presente, crisi economica (per lo più di occupazione e di pensionamento) che caratterizza l’Italia?» La domanda, invece, è: «come impedire la sostituzione etnica che conseguirà all’invasione clandestina che sta attaccando l’Italia?» oppure: «come impedire che le ONG si arricchiscano di nostri soldi con il traffico di barconi?»

Esistono differenze strutturali tra la prime e le seconde domande. Innanzitutto la “semplicità” di linguaggio delle seconde. Questo non significa che quelle siano per gli “ignoranti” e la prima per gli “intelligenti”. Magari fosse così semplice il discorso. Piuttosto, ciò mette in luce un carattere che sta prepotentemente mostrandosi nel mondo contemporaneo: la sua estrema complessità di interpretazione e di lettura. Coniughiamo questa qualità con la frenesia delle nostre vite – ed il poco tempo disponibile alla riflessione – ed il risultato è quello sopra-descritto: accettiamo di auto-silenziarci e permettere che qualcuno, prima delle risposte, ci metta in bocca le stesse domande. Il rischio, visibile, è che con il ripetersi di questo meccanismo ci si convinca che, in realtà, quelle domande danno voce alla nostre, dimenticandoci di averne delegata la genesi.

La seconda differenza è la lunghezza della prima. Può sembrare strano che ciò abbia importanza ma ce ne si rende conto anche solo leggendola: quattro righe di testo formate da nomi, aggettivi, avverbi, incisi, congiunzioni, subordinate e chi più ne ha più ne metta la rendono non di immediata comprensione. Questo, nuovamente, mette in luce la grande quantità di informazioni necessarie alla nascita della domanda stessa. Qui il ragionamento è molto semplice: se non si hanno certe informazioni lo stimolo non parte, dunque si crede di non avere questioni e, bombardati da quelle degli altri, queste prima o poi riempiranno il nostro vuoto.

La terza è l’impegno veritativo che responsabilizza chi le pone. La prima è così lunga e complessa perché ha alla base un’intrinseca ricerca del vero. Non si può porre una questione con così tante implicazioni (in primis per le vite di altri esseri umani) e dire qualcosa che potrebbe essere falso. Al contrario, le seconde sono oggettivamente costituite da falsità. Ciò non significa che siano del tutto false ma che lo siano almeno in parte: la prima delle due perché dà per scontato che vi sia un’invasione (quando i numeri dicono il contrario) e la seconda perché generalizza un’accusa che per molte ONG è del tutto infondata e infamante, visto che si tratta di persone che rischiano la propria vita per salvare quella di altri.

Il tutto va relazionato alla crescente crisi dei pareri che si definivano “autorevoli”: esperti, scienziati, intellettuali. Quando mancano il supporto e gli apporti della comunità formata da chi sa di cosa sta parlando (proprio perché il mondo contemporaneo è così complicato e ci vuole tempo e voglia per capirlo) allora qualsiasi domanda con la successiva risposta diventa legittima ed ecco davanti a noi l’esplosione delle fake-news, del clickbait, dei “webeti”, dei “laureati all’università della strada” ecc.

Esistono due tipi di populismo, quindi: quello che risponde ai bisogni espletati dalle domande del popolo e quello che crea le stesse domande, sostituendosi a chi delega l’incarico e, dunque, in un certo senso auto-delegandosi. Noi quale stiamo vivendo?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Credit Paweł Czerwiński]

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All’origine della crisi della scuola: sul caso Galli della Loggia

«Marco, dimmi un po’. Ora ti è venuta voglia di leggere un libro?». Il ragazzo è al terzo anno di un istituto tecnico, vive in un quartierino di provincia come tanti altri, con mamma infermiera e papà impiegato. Ci vediamo una volta la settimana, a ridosso delle verifiche più imminenti. Matematica, inglese, italiano: qualche problema con la grammatica, rifiuto totale per la lettura. Avanzo la domanda dopo aver studiato assieme un paio di poesie siculo-toscane del XIII secolo, d’uno specialismo linguistico da laureato magistrale in Lettere. «Neanche per sogno» risponde lui schietto, mentre con le mani chiude l’antologia di mezzo migliaio di pagine. La copertina tutta stropicciata.

Che ci sia qualcosa di sbagliato nel funzionamento della scuola lo capisco dalla risposta di Marco, e da quell’antologia pesante e autoreferenziale che dovrebbe creare affezione crescente per il libro come tecnologia della conoscenza, non certo rigetto! Un paradosso sconfortante, forse all’origine delle tante proposte di rinnovamento che scuotono oggi l’istituzione scolastica.

L’ultima in ordine di tempo è quella firmata dallo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia nella sua Lettera sulla scuola, apparsa online il 4 giugno scorso, sezione Opinioni del Corriere della Sera1. Cattedre più alte per i professori, gite scolastiche solo in terre nostrane, abrogazione definitiva della rappresentanza parentale negli istituti: un decalogo polemico e saccente, destinatario simbolico il neo Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Per lui dieci semplici misure da adottare «già dal prossimo settembre», così da dare l’idea «che qualcosa stia veramente per cambiare nella scuola italiana».

Impensabile passasse inosservato, il vademecum per programmatori scolastici messo a punto da Galli della Loggia piove sul dibattito pubblico a pochi mesi di distanza da una serie sconcertante di episodi di bullismo perpetrato da giovani studenti – o, peggio ancora, dai loro genitori – a insegnanti di mezza Italia, in un’escalation di violenza che nell’era delle reti sociali e degli smartphone perennemente a portata di mano si propaga velocissima fuori dalle mura scolastiche.

In un clima di tensione accesa sul nervo scoperto della scuola, il decalogo di Galli della Loggia ha restituito, secondo molti, l’immagine stucchevole di una filosofia dell’educazione paternalistica, retrograda, deteriore. Un’idea logora di scuola che non ha certo trovato d’accordo il fisico e professore universitario Carlo Rovelli: «Non dobbiamo avere nostalgia di un mondo passato che non era migliore del nostro, non si educano i giovani con autoritarismo ottocentesco», commenterà acido e sessantottino nel suo contro-editoriale2.

Ennesimo screzio di una frizione pregressa, quella tra Galli della Loggia e Rovelli, con botta e risposta consumati sulle pagine della stessa testata, divenuta terreno di scontro virtuale tra le due forme della conoscenza che regolano la nostra civiltà: da una parte la cultura scientifica, interessata al movimento, alla trasformazione e all’innovazione permanente; dall’altra quella umanistica, che celebra invece l’estetica del fermo, della resistenza tradizionale alla distruzione creatrice del progresso (non sono forse cambiamenti retrogradi e anti-progressisti, quelli proposti da Galli della Loggia per contenere all’odierna deriva dei costumi culturali?).

Oltre il conflitto dialettico tra la cultura scientifica e quella umanistica, articolate nelle rispettive ragioni dai due editorialisti del Corriere, le proposte contemporanee per salvare la scuola non tengono in minimo conto una riflessione filosofica sulla crisi del discorso educativo lunga quasi due secoli, e capace di andare al di là del manicheismo partigiano di chi difende il sistema educativo tradizionale e di chi vorrebbe invece rovesciarlo.

Sarebbe infantile – scrive Theodor Adorno in Theorie der Halbbildung (1959) – pensare che basti riformare i programmi didattici per sanare le lacune melmose su cui poggia il sistema educativo. Dibattere la reintroduzione del predellino nelle aule scolastiche non ha alcun senso se nulla facciamo per neutralizzare l’avanzata inesorabile del «potere extra-pedagogico», la presa asfissiante alla gola dell’educativo da parte di ciò che a esso dovrebbe rimanere esterno. Un esempio? Il mercato, che vuole l’educazione prona alle sue esigenze strutturali – profitto, competenza, produzione, innovazione – ma anche la politica, che della scuola tende sempre a fare strumento d’indottrinamento di massa, dispositivo disciplinare nelle mani di un preciso progetto d’obbedienza morale.

Ecco che il compito della filosofia dell’educazione, come scritto da Mino Conte ne La forma impossibile (2016), dovrebbe essere quello di sottrarre la scuola a ogni forma di «riduzionismo (o tentazione) tecnicistico-amministrativo-commerciale». Una presa di posizione netta e necessaria contro la mano invadente e molesta del mercato (e della politica), anche a costo di tenere la scuola all’oscuro di ciò che accade nel mondo: è dall’oscurità che sgorgano le forme di vita, non solo vegetativa.

Sottrarre la scuola al richiamo suadente dei poteri extra-pedagogici vuol dire anche superare il «falso principio» su cui essa si fonda, ovvero l’idea che il sapere abbia natura accessoria, bagaglio cognitivo da amministrare e trasmettere attraverso una burocrazia didattica che ha perso ogni rapporto erotico la conoscenza. Un sapere che non espande il raggio d’azione e di vita di chi vi s’immerge, un sapere che non diventa personalità cosciente.

Necessario che gli insegnanti, scrive Massimo Recalcati ne L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014), tornino a trasformare i corpi teorici – libri, teoremi, quadri, poesie (anche quelle siculo-toscane del XIII secolo) – in corpi erotici, capaci di accedere il desiderio della conoscenza. Questa la condizione prima per pensare la scuola oltre la sua crisi.

 

Alessio Giacometti

 

NOTE
1. E. Galli della Loggia, Lettera sulla scuola, in “Corriere della sera”, 4 giugno 2018
2. C. Rovelli, Il predellino? No, ai docenti serve dignità, in “Corriere della sera, 6 giugno 2018

 

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Facebook, dati personali e privacy: siamo all’altezza?

Nel marzo 2018, Cambridge Analytica, compagnia fino a quel momento pressoché sconosciuta, diventa tristemente famosa per aver raccolto informazioni personali identificative di almeno 87 milioni di persone tramite Facebook. Secondo l’informatore Christopher Wylie, ex-dipendente di Cambridge Analytica, la compagnia avrebbe raccolto dati che poi sarebbero stati usati per influenzare le elezioni americane e il referendum inglese sulla Brexit. La compagnia era già nell’occhio investigativo dell’Observer almeno da un anno1, ed era stata oggetto di un articolo del The Guardian nel 20152. Il primo articolo dell’Observer nel febbraio 2017 portò all’apertura di due inchieste ancora in corso, mentre nel 2015 l’Observer accusò il senatore americano Ted Cruz di usare dati definiti “psicologici” raccolti da Cambridge Analytica tramite Facebook, per influenzare i suoi utenti ritenuti potenziali sostenitori. Le interviste all’informatore Wylie del marzo 2018 hanno causato sdegno pubblico a livello internazionale: le inchieste che ne sono derivate hanno portato la compagnia a dichiararsi fallita, a causa delle spese legali sostenute e della pubblicità negativa, il 2 maggio 2018.
Il caso Cambridge Analytica dimostra che le informazioni personali che definiamo sensibili, sono effettivamente molto sensibili, perché possono essere usate in modi che superano la nostra immediata comprensione. Nell’immediatezza dello scandalo, molte persone hanno cancellato i loro profili Facebook, nel tentativo di proteggere i propri dati da futuri utilizzi illeciti.

Ma a ben vedere, il caso Cambridge Analytica dimostra qualcos’altro, altrettanto preoccupante: ovvero, quanto siamo diventati influenzabili in balia dei social media e quanto profondamente essi possano modificare i nostri pensieri e le nostre convinzioni, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto. Lo scandalo del caso Cambridge Analytica non risiede tanto nella scoperta che i dati personali sono preziosi e possono essere usati e venduti per vantaggi commerciali (e politici): questo, in teoria, lo sapevamo già, come dimostrato dal proliferare di legislazioni sempre più restrittive a protezione dei dati personali degli ultimi anni. Cambridge Analytica dimostra una verità scomoda, per la prima volta proiettata senza filtri su larga scala: Facebook è uno strumento potente, su tutti i fronti, e noi probabilmente non ne siamo all’altezza. Siamo sufficientemente capaci di usare Facebook con le necessarie considerazioni ed attenzioni che esso richiede? Come è possibile poter influenzare il nostro voto tramite pubblicità o fake news mirate? Della violazione dei nostri dati, se ne occuperà chi di dovere, perseguendo chi ha violato le legislazioni in materia ed emanando nuove politiche per la loro protezione. Ma è sufficiente questo per proteggerci da noi stessi?

La necessità di esistere ed essere visibile, essere quindi social, è più forte nella maggior parte delle persone della preoccupazione per i propri dati e, in molti casi, della possibilità che essi siano sfruttati per influenzarci. Inoltre, l’uomo è un essere (più o meno) influenzabile per natura: la capacità di essere influenzato sta alla base della pubblicità. Eppure, nei confronti della pubblicità che passa in televisione, comunque meno effettiva perché non mirata verso uno specifico individuo, siamo più critici perché sappiamo che per vendere un prodotto bisogna, banalmente, mostrare le sue qualità piuttosto che i suoi difetti e, con ogni probabilità, anche gonfiarle facendo attenzione al linguaggio usato, alle immagini, ai colori, a qualsiasi dettaglio necessario per attrarre l’attenzione prima, ed influenzare poi. Non si tratta solo di pubblicità: siamo influenzabili anche offline. Se un nostro amico, collega o conoscente fa qualcosa che ci sembra particolarmente cool, con ogni probabilità influenzerà il nostro comportamento verso quella stessa cosa e nel caso più estremo faremo lo stesso. Un esempio sono le destinazioni turistiche: paesi precedentemente esplorati solo da viaggiatori avventurosi che nel giro di pochi anni vedono duplicare o triplicare il numero di visitatori.
Partendo da questo presupposto, Facebook non ha reso gli individui influenzabili. Esso ha piuttosto moltiplicato potenzialmente all’infinito questa nostra influenzabilità, non fosse altro perché passiamo molto tempo scorrendo una news feed che nella migliore delle ipotesi ci mostra quello che fanno i nostri amici e, nella peggiore, ci presenta notizie o pubblicità mirate ad influenzarci.

Tuttavia, questo non significa che non dovremmo più usare Facebook, come alcuni hanno pensato in preda all’isteria del momento. Non è il male di tutti i mali, ma un facile capro espiatorio. È uno strumento molto potente, con funzionalità potenzialmente positive. Tuttavia, esattamente perché potente, va saputo usare: è necessario aver ben chiaro come funziona, conoscerne i meccanismi (reali) che vi sono dietro, essere consapevoli dei rischi (potenziali) e delle vulnerabilità associate. Serve usare Facebook consapevolmente, nello stesso modo in cui dovremmo bere alcool e fumare consapevolmente, guidare solo con una patente di guida e sparare solo con un porto d’armi. In fondo, nessuna di queste quattro cose, la lasceremmo fare ad un bambino, perché non ha raggiunto la maturità intellettuale, cognitiva e critica per comprenderne a pieno conseguenze e rischi associati a tali azioni. In conclusione, più di tutto è necessario stimolare negli utenti quella criticità perduta (o forse mai veramente sviluppata), la cui assenza rischia effettivamente di essere il male di tutti i mali poiché ci rende influenzabili ad un livello pericoloso, non solo per un utilizzo consapevole di Facebook ma anche nella vita quotidiana.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Revealed: 50 million Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, The Guardian
2. Harry Davies, Ted Cruz using firm that harvested data on millions of unwitting Facebook users, The Guardian, 11 Dicembre 2015

[Immagine tratta da pexels.com]

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Nietzsche, gli Avengers e il nuovo titanismo

Ogni cattivo è l’eroe della propria storia“, hanno pensato i fratelli Anthony e Joe Russo nello scrivere quello che con ogni probabilità passerà alla storia come il blockbuster più redditizio di sempre, Avengers: Infinity War, e infatti, ribaltando ogni topos narrativo del genere supereroico, la vera star del nuovo film Marvel è Thanos, il Folle Titano interpretato da Josh Brolin.

Contrariamente a tanti altri “cattivi” che si sono succeduti nei diciotto film (più serie televisive) legati a un universo narrativo che spegne quest’anno dieci candeline, Thanos non è spinto da ambizione personale, dal proprio ego (nonostante tradisca un’innegabile megalomania), da sete di conquista o di dominio. Il Titano presenta una ambigua e complessa posizione etica che lo vede “sacrificare tutto”, se stesso, i propri affetti, la propria umanità, per salvare l’universo. Il nemico da affrontare, oltre agli eroi che si mettono sul suo cammino, è l’entropia cosmica: l’universo non è infinito, le risorse sono limitate, mentre la vita è una variabile incontrollabile che ha bisogno di correttivi per poter continuare a prosperare. Per questo motivo, Thanos vuole eliminare metà degli esseri viventi dell’intero cosmo, così che i sopravvissuti possano condurre una vita serena e prospera, lontani dallo spettro della sovrappopolazione, della fame, dei disastri ambientali.

Il genocidio messo in atto, insomma, sarebbe un “piccolo prezzo da pagare” per salvare un universo altrimenti destinato ad un lento e agonizzante auto-annientamento. In questo senso, Thanos stesso non può essere considerato un analogo di migliaia di altri villain da blockbuster hollywoodiano: nella sua imponenza nietzschana che supera (ignora) ogni morale per raggiungere un fine etico più alto, al cospetto del quale ogni individuo non può che essere considerato alla stregua di un numero su una tabella, il Titano incarna alcune delle paure più radicate e giustificate del nuovo millennio, e propone una soluzione mostruosa, terrificante, disumana… ma indubbiamente efficace.

La cosa che più colpisce è che, oltre ai fan del fumetto che avevano imparato ad apprezzarlo nel superbo lavoro di Jim Starling, il personaggio si è ritagliato una solida fanbase anche nella sua versione filmica. Pur presentato come un omicida e un torturatore, pur uccidendo nell’arco di un solo film una quindicina dei personaggi principali dell’universo Marvel, Thanos riesce nella titanica impresa di porsi come un martire della necessità, una vittima dell’inevitabile, non tanto un cattivo in senso stretto quanto un anti-eroe che, grazie a una volontà granitica e a una morale non rigida quanto quella dei “buoni”, ha il coraggio di fare ciò che deve essere fatto.

Al livello di sensibilità contemporanea la lettura non è affatto confortante. L’incombere inevitabile di un collasso ambientale sempre più prossimo, una sovrappopolazione fuori controllo, risorse energetiche, alimentari e idriche in esaurimento, venti di guerra alimentati da nazionalismi che nascondono una incertezza e una paura endemiche, hanno plasmato una generazione senza speranza, senza futuro, senza prospettiva. Gli stessi spettatori che hanno decretato il successo della rinascita dei supereroi al cinema ora non credono più che il mondo possa essere salvato: si può eliminare una minaccia dietro l’altra, ma sempre nell’orizzonte di una fine neanche più rimandabile. Se rimane qualche speranza è riposta ora nel cattivo, in chi può fare ciò che il buono per definizione non può fare senza perdere se stesso e senza corrompere il proprio sistema valoriale. Il kakòs sotèr (salvatore malvagio) incarnato da Thanos è l’ultima incarnazione dello übermensch di Nietzsche, un oltre-uomo che non si limita a infrangere la legge morale, ma la riscrive, la riadatta a se stesso, e ha tutto il potere di un dio per dare valore e solidità al sistema da lui stesso incarnato.

La sfida più grande per gli Avengers sopravvissuti, e soprattutto per gli sceneggiatori, nel prossimo capitolo, non sarà quella di sconfiggere fisicamente Thanos, magari resuscitando i miliardi e miliardi di vittime del suo intervento “salvifico”: questa conclusione sarebbe un mero palliativo, un ristabilire la condizione iniziale comunque votata alla fame, alla guerra, alla morte. La sfida più grande è invece dimostrare che Thanos ha torto, che la sua disperata soluzione finale non è l’unica praticabile, che esiste un’altra via pur di fronte all’oggettività di una fine magari lenta ma inarrestabile. Buona parte del pubblico ha finito col simpatizzare col Titano: sarà molto più difficile rendere loro una speranza sparita ben prima che qualcuno schioccasse le dita.

 

Giacomo Mininni

 

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