Arendt, Freud e il Covid-19 tra senso di comunità e responsabilità

Il 2020 sarà certamente ricordato per essere stato l’anno della pandemia mondiale che ha profondamente cambiato le abitudini degli esseri umani, privandoli della cosa più preziosa: la libertà. In questo periodo il mondo sta facendo i conti con la coercizione e con la limitazione di ciò che qualche mese fa sembrava scontato e gli esseri umani ne stanno risentendo nel profondo.

È vero, non siamo di fronte a una guerra mondiale e nessuno ci sta chiedendo di imbracciare le armi per amor di patria, ci viene solo chiesto di rimanere nelle nostre case, in quanto alle prese con un virus aggressivo, che ha dilagato inesorabile e spietato, rendendo le nostre città palcoscenico per le passioni di un’umanità a cavallo tra solidarietà e istinto primordiale di trasgredire le regole imposte. Questo accade perché gli individui si sentono braccati, poiché l’iper-modernità ci ha portato ad assoggettarci a una “dittatura della società”, che potremmo ricondurre a quello che Freud definiva «Il disagio della civiltà», che ha portato le individualità a conformarsi a determinati schemi, rendendole inconsciamente schiave di essi. Questo fa sorgere alcuni quesiti interessanti, quesiti che si era già posta la filosofa Hannah Arendt in relazione ai totalitarismi e ai loro crimini: siamo davvero liberi anche quando ci sentiamo tali? E, relativamente all’istinto di trasgredire le leggi, siamo responsabili delle nostre azioni? E se sì, lo siamo collettivamente in quanto parte di una società, o individualmente?

Arendt differenzia in maniera sostanziale i concetti di colpa e responsabilità, nonostante essi abbiano certamente una correlazione. La prima afferisce alla sfera etica e si riferisce alle azioni compiute da un singolo soggetto agente, a scapito della propria legge morale; mentre la seconda afferisce alla sfera politica, laddove per politica si intenda la sfera sociale. Arendt indaga il concetto di responsabilità studiando in quale misura il popolo tedesco potesse essere ritenuto corresponsabile degli atroci crimini commessi dal regime nazista; tuttavia la questione può essere estesa a qualsiasi contesto storico e, dunque, anche a questo momento particolare che stiamo condividendo a livello globale; si pensi alla similitudine, seppur forte, della dittatura con le limitazioni alla libertà personale e collettiva che ci sono state imposte in questi mesi e ai concetti di colpa e responsabilità di coloro che non rispettano tali norme, ma anche di chi invece si fa portavoce e attore del rispetto verso l’umanità facendo in modo che il virus possa essere in qualche modo contenuto. Quando ci viene chiesto di sottostare a delle restrizioni è un’autorità a farlo, motivo per cui viene meno la libertà come noi la intendiamo, ma contravvenendo alle leggi imposte e nel caso specifico del Covid-19, uscendo di casa senza giustificato motivo, mettendo in potenziale pericolo la propria vita e quella altrui, ci comportiamo secondo una nostra personale morale, divenendo, quindi, colpevoli per la nostra azione. Tuttavia, secondo la prospettiva arendtiana, l’intera comunità sarebbe responsabile per le azioni compiute dai cittadini della sua nazione, pur non essendo moralmente e, dunque, individualmente colpevole, questo perché l’azione avviene inevitabilmente nello spazio intersoggettivo; infatti, nel momento in cui il soggetto agisce, rivela se stesso agli altri, divenendo responsabile delle sue parole e dei suoi gesti in relazione alle alterità. Chiaramente se agiamo in una dimensione monadica, solipsistica, privata, possiamo fare i conti solo con la nostra etica individuale, senza che nessun altro acquisisca una corresponsabilità per le nostre azioni, giuste o sbagliate che siano.

Freud, prima della Arendt, aveva affermato in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) che la socializzazione fosse in un rapporto di dipendenza dall’individualità e che quindi una distinzione netta tra società e individuo fosse superflua, in quanto la prima si compone essenzialmente della molteplicità degli individui che la costituiscono. Secondo Freud, le azioni negative compiute da una massa e dunque la negatività della stessa, dipendono dalle individualità che la compongono, che possono essere più o meno negative in base a quanto incidano i fattori oggettivi, inconsci, sull’Io del singolo. Con l’esperienza della Grande guerra si è assistito a quella che Freud ha definito esternalizzazione dell’inconscio, ossia all’oggettivazione dei moti pulsionali primordiali che si sono esteriorizzati nella massa, poiché, in accordo con Arendt, è solo all’interno della società che il singolo può agire e dunque sbarazzarsi delle rimozioni pulsionali inconsce.

È dunque necessario riflettere sul senso di appartenenza alla società e alla responsabilità che abbiamo in un momento storico come questo, di comportarci individualmente nella maniera più etica possibile per fare in modo di renderci collettivamente e positivamente responsabili della rinascita del mondo che torneremo ad abitare dopo l’esperienza del virus, nella speranza che possa essere un mondo migliore, nel quale tornare ad essere, per dirla con Aristotele, degli animali sociali.

 

Federica Parisi

 

[Photo credits Ryoji Iwata su unsplash.com]

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Brevi storie di comportamenti altri: un ricordo

Le storie che leggerete nelle prossime righe e nei prossimi paragrafi meritano di venir qui raccolte e ricordate affinché non si creda che in una società totalitaria, come quella che si ebbe in Germania negli anni Trenta e nei primi anni Quaranta del Novecento, l’unico comportamento possibile fosse quello massificante. Un comportamento altro fu talora possibile. E si trattò di un comportamento umano.

Non credo di essermi mai soffermata sull’utilità sociale e politica che delle cartoline, o qualunque altra cosa simile, possano assumere in particolari circostanze storiche. Nella Berlino del 1940, dipinta nel film Alone in Berlin (tratto da una storia vera), delle cartoline riportanti ora il Fürher ora la città divengono lo strumento con il quale è possibile condurre una resistenza silenziosa ma incrollabile. All’indomani dell’occupazione nazista di Parigi, una lettera della Wehrmacht notifica a Otto e Anna Quangel la morte del loro unico figlio sul fronte francese. Munito di guanti per non lasciare traccia, Otto decide di scrivere dei messaggi contro il regime nazista sul retro di svariate cartoline, depositandole in luoghi strategici della città con la speranza di ridestare quella capacità di pensare criticamente che i suoi concittadini sembravano avere ormai perduto. Delle duecentoottantacinque cartoline scritte, diciotto non verranno mai consegnate all’ispettore della Gestapo Escherich; un dato tutt’altro che insignificante. Nonostante lo spettatore venga messo a conoscenza di tale dato solo nelle battute finali del film, esso è il cuore stesso dell’intera storia. Diciotto persone dimostrarono che la loro umanità non era stata schiacciata dal peso della macchina totalitaria, così impegnata a massificare e atomizzare l’essere umano.

Vorremmo leggere di più di questi “qualcuno” che si comportarono in maniera così banale, così disarmante, in un universo in cui la banalità poteva diventare ciò che propriamente è umano. La storia di Otto e Anna, per quanto rara, non è la sola ad esserci stata tramandata, seppur con tono sommesso e scarso pubblico.

Ne è un esempio la storia di Anton Schmidt, sergente della Wehrmacht, il quale comandava in Polonia una pattuglia che si occupava dei soldati tedeschi staccati dalle loro unità di appartenenza. Costui, la cui figura nel dopoguerra venne citata in molti documenti in lingua yiddish, si imbatté in partigiani ebrei cui fornì documenti falsi e camion militari senza alcuna richiesta di denaro in cambio. Ai tempi si parlò anche di un artigiano che preferì lasciar distruggere la sua attività indipendente e impiegarsi in una fabbrica come operaio piuttosto che iscriversi al partito nazista. Senza contare chi preferì rinunciare alla carriera accademica piuttosto che prestare giuramento a Hitler, o i molti operai, soprattutto berlinesi, e alcuni intellettuali socialisti, che aiutarono come poterono i loro conoscenti ebrei. Poi ci furono due ragazzi, figli di contadini, arruolati a forza nelle SS alla fine della guerra che si rifiutarono di firmare; furono condannati a morte e in un’ultima lettera ai genitori confessarono di preferire questo amaro destino piuttosto che partecipare alle azioni delle SS, ormai ben note.

Molto più conosciuta è la storia degli Scholl, Hans e Sophie, due studenti dell’Università di Monaco che, ispirati dal loro insegnante Kurt Huber, distribuirono dei manifesti in cui Hitler veniva definito un assassino di massa. Essi facevano parte di un gruppo, denominato La Rosa Bianca, che operò dal giugno 1942 al febbraio 1943, opponendosi in modo non violento alla Germania nazista. Del gruppo facevano parte anche Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. Scrissero sei opuscoli prima di venire arrestati, all’interno dei quali si rivolgevano all’intelligentia tedesca, sperando di farle aprire gli occhi sugli orrori perpetrati dai nazisti ed esprimendo il loro desiderio di un’Europa a regime federalista improntata a valori cristiani di giustizia e tolleranza.

Sul piano pratico le azioni e le resistenze di queste persone non ebbero alcun valore. Non poterono niente, ma dimostrarono di aver sempre saputo distinguere il bene dal male. Un pensiero inquietante invade la mente e si fa strada l’impraticabile idea del cosa sarebbe successo, dell’aspetto che la Germania avrebbe assunto, se ci fossero state più persone simili a queste e più storie da raccontare. Ma la macchina totalitaria è progettata per colmare quello che è il suo tallone d’Achille, la più vera natura umana, o almeno per escogitare raffinate strategie con cui indebolirlo e affamarlo. Di una di queste ci dà ragione un medico della Wehrmacht, Peter Bamm. Assistette senza far nulla insieme ad altri commilitoni all’omicidio di un gruppo di ebrei di Sebastopoli nei locali contigui a quelli in cui costoro vennero prelevati e collocati a forza sui furgoni a gas. Riferisce che chiunque si fosse opposto agli Einsatzgrouppen, ovvero alle unità addette allo sterminio nell’Europa dell’Est, sarebbe scomparso in poche ore senza alcuna traccia. Un regime totalitario, se ben costruito, è consapevole di dover togliere agli esseri umani la possibilità di una morte degna, eroica e tragica1. Ogni tipo di oppositore scompare nel nulla, la sua figura cade in un limbo da cui non c’è memoria o redenzione. La macchina totalitaria priva l’atto della morte della possibilità di acquisire un carattere grandioso e tragico rendendola un gesto privo di senso, impraticabile perché inutile.

Eppure, come potrebbe essere insignificante un gesto ispirato e profondamente mosso dalla propria capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male e dal rifiuto di venir schiacciati e resi pallide ombre di se stessi. Dalla confessione di Bamm emerge un senso di facile resa, che nasconde la vuotezza di quella maggioranza di tedeschi che si sottomise. Ma alcuni no, non lo fecero. A loro vanno queste parole colme di gratitudine:

«È vero che il regime hitleriano cercava di creare vuoti di oblio ove scomparisse ogni differenza tra il bene e il male, ma come i febbrili tentativi compiuti dai nazisti dal giugno 1942 in poi per cancellare ogni traccia dei massacri […] furono condannati al fallimento, così anche tutti i loro sforzi di far scomparire gli oppositori “di nascosto, nell’anonimo”, furono vani. I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano; qualcuno resterà sempre in vita per raccontare». 

E perciò nulla può mai essere “praticamente inutile”, almeno non a lunga scadenza2.

Sonia Cominassi

 

NOTE:
1. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2013, p. 239.
2. Ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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