È ora di cambiare! Val(ore) contato

Cambiamento, continuità, tempo. Certo il tempo trascorre, trasvaluta, e, nell’azione, nella prassi dell’umano, conferma e rinnega i valori per i quali l’umana specie persevera e conserva la propria specie. Conserva, mette da parte o eleva per tramandare i contenuti. Eppure questi contenuti sono soggetti al cambiamento, una piccola matrioska con trentamila anime diverse, da scartare?

Predichiamo i valori come fossero delle realtà a priori universali, come realtà imperiture con un grande valore di scambio, delle realtà impagabili. Le religioni, le filosofie ne hanno discusso, stabilendo una scala gerarchica, eppure non siamo ancora capaci di una convivenza pacifica e razionalmente orientata alla condivisione dello spazio. Al servizio dei valori sono le ideologie politiche, i partiti, i leader spirituali, le icone da questi generate, e − in genere − ognuno di noi che, in una specifica fase della propria esistenza, se ne faccia portatore. Ed è proprio per questi valori, per la loro portata ideale, che agiamo contro i nostri fratelli. Per il valore che riponiamo nelle nostre famiglie, i nostri primi stati domestici, ripudiamo la nostra stessa appartenenza.

È lecito chiedersi “quanto” valore ci sia nelle nostre esistenze e quindi quale prezzo si debba pagare per il loro mantenimento? Chi si sente appagato dalla verità ne paga un prezzo, ma non va con la verità; chi lotta per la pace lo fa distruggendo la pace. In genere chi si sacrifica per un valore, per il suo riconoscimento, muore nel nome di quel valore. La storia stessa ci dimostra come questa “dialettica paradossale”, questo sopra citato tranello esistenziale e patologico insito nella natura relazionale dell’essere umano, sia l’unica certezza condivisa. I corsi e ricorsi storici ci insegnano che l’essere umano ha dovuto pagare a caro prezzo una libertà limitata e che questa travagliata lotta non trova mai tregua, anzi essa si ripete, mettendo in discussione la validità dell’insegnamento storico e quindi la natura stessa dell’essere umano. L’animale razionale, homo sapiens sapiens, afferma la propria libertà d’esistenza eliminando tutti gli ostacoli che si interpongono tra lui e questa.  Se da un lato sembra che l’evoluzione della nostra specie abbia permesso una convivenza più pacifica, dall’altro le cronache di questi ultimi anni, giorni confermano il contrario. Il terrore inonda la nostra realtà, limitando in modo impressionante la nostra sfera privata, la nostra libertà di movimento, di scelta. Esso ci si presenta come un ritorno storico scomodo, foriero di ricordi e di modi di fare tipici dell’essere umano. L’aggettivo “umano” stesso inizia allora a barcollare nella sua accezione più pura. Non sappiamo ancora cosa voglia indicare. I valori sembrano trovare, in questa precisa fase storica, un valore nell’annullamento, della negazione della vita stessa. Si può lottare per la fede annullando la fiducia reciproca? Basterebbe in questo caso credere che il responsabile di questi orrori sia Dio stesso, nel paradosso, fautore di crimini perché assente.

Ci si chiede ancora se questa lotta per i valori abbia senso e se ci sia dato sapere per chi o per cosa si lotti. L’unica cosa importante sembra essere che questi valori ci siano, a prescindere da tutto, da tutti. L’emergenza di esprimere, imporre il proprio volere, la propria opinione per affermarsi, per dar fregio alla propria personalità, al proprio sistema di convinzioni ha sempre rappresentato un piccolo peccato di presunzione, connaturato alla natura umana. Basta guardare le enormi e infinite bacheche personali potenziate dai social: quanto è importante trovare appagamento attraverso l’approvazione dell’altro! Ci siamo però mai chiesti, dove abbiamo posizionato la nostra scala dei valori e dove essa ci faccia approdare? Ci siamo chiesti se abbiamo bisogno di questa scala?

Eppure noi educhiamo attraverso i valori, gli ideali che essi rappresentano. La cultura cui apparteniamo, alla quale facciamo appello nelle difficoltà di relazione, si rispecchia, riflette nei valori, in questi sostantivi totemistici. Quanta valenza avrebbero queste convenzioni senza la presenza e il sostegno della funzione linguistica, senza l’altro, senza la relazione? In una situazione specifica come la nostra, del qui e dell’ora, potrebbe risultare interessante coniare nuovi valori etici ai quali “sottostare” oppure accordarci. Troveremo così nuovamente spunti per cui varrebbe la pena uccidere il prossimo? Non è infatti un paradosso dire che per un valore tutti noi saremmo disposti ad uccidere.

Allora non esiste un valore universale e non ne “vale la pena” nemmeno crearne uno, nessuno o mille tra i tanti. È ora di cambiare, di cambiarci, di rinnovare. Trasvalutiamo e facciamo emergere i valori di fratellanza e uguaglianza per i quali sembra che il progresso sia nato nominalmente. Sembra uno slogan di carattere politico.

Quando mi trovo a parlare di valori con i ragazzi in classe − hanno circa 17 anni − devo per forza considerare il valore, la valuta, la moneta. Poi parlo di scambio, poi di rapporto-relazione e di beni, materiali ed immateriali. Molti ragazzi rispondono che con le monete giuste si può comprare tutto. Io li guardo attonito, rammaricato e credo che in fondo non hanno ancora ragione. Tiro fuori una moneta dalla tasca e anche se scelgo tra testa o croce, il numero, il valore su essa incisa non cambia. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Il valore dell’individuo varia in base alla società, alla storia in cui la società sviluppa il suo cambiamento o lo ammutolisce.

Allora è proprio nei valori che bisogna custodire valore. È nell’alterità che il valore si riconosce come tale, nell’alterità di un valore non conosciuto ma riconosciuto. Ogni persona, cultura, nazione rappresenta e presenta un valore di diversità con il quale rapportarsi. Considerare queste diversità e rendere degno lo spazio dell’ascolto e della coesistenza è forse l’unico gesto che ci porterà alla condivisione più armoniosa. L’appartenenza è unica, l’essere umano è unico perché abitante di un unico spazio.

Raffaele Mirelli

NOTE: Quello del valore costituisce il nodo centrale del Festival di filosofia di Ischia La filosofia il Castello e la Torre nell’edizione 2017. Maggiori info qui.

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Un’idea di felicità: la filosofia servita a tavola

Sempre di più oggi la cultura alimentare sembra essere estranea a se stessa: l’uomo non è più ciò che mangia, non sa più cosa mangia e neppure perché. Progressivamente si stanno perdendo i suoi riferimenti fondamentali definiti nel tempo.

Per comprendere cosa rappresenta oggi il cibo, bisognerebbe ritornare al significato stesso della parola, come facevano i grandi filosofi, riacquistando il suo senso autentico che non si riferisce solamente a ciò che si consuma e che nutre, ma a ciò che è in grado di esprimere anche un intreccio di prospettive legate a identità, appartenenza e relazione, perché è la tavola stessa a raccontarci il suo cibo.

L’etimologia della parola appetito, ossia l’essere attratti da qualcosa, non si riferisce ad una pulsione istintiva che obbliga a mangiare, ma è attrazione per qualcosa che ci invita. Ecco che il cibo può essere considerato lo strumento di relazione per eccellenza: la condivisione, la ritualità quotidiana, il convivio, rappresentano il cuore del vivere insieme e l’uomo, che Aristotele descriveva come essere sociale, ha sempre desiderato di vivere assieme agli altri; un vivere che si esprime solo attraverso lo scambio e l’esperienza.

Il sedersi a tavola insieme può rappresentare quella dimensione reciproca fatta di valori che è in grado di ridare significato e spessore a un gesto di vita spesso tralasciato, perché semplicemente non viene interrotta l’abituale corsa frenetica,  in un contesto in cui soprattutto la percezione e l’organizzazione dello spazio e del tempo vengono trasformati e sottratti allo scambio e alla relazione. Godere dell’esperienza quotidiana, comunicare e consumare la narrazione del cibo, sono infatti dei rituali che nella società frammentata di oggi si stanno perdendo. Il mangiare insieme, quando legato al concetto di convivialità, oltre a ridare dignità al gesto in sé, può rafforzare la ricerca della felicità condivisa, perché anch’essa è raggiungibile attraverso il cibo e il rapporto con esso, ricerca che a volte può essere articolata come la natura intrinseca delle relazioni.

L’esistenza stessa si fonda sul legame che si instaura tra il mangiare e il quotidiano, portatore di significati e mediatore nei confronti di una realtà la cui conoscenza e comprensione spesso non può che avvenire in modo diretto. Come mangiare un piatto di pasta assieme, in cui gli elementi base restano prodotti semplici, ma che insieme sono in grado di costruire un forte valore identitario e di soddisfare il gusto tanto da diventare un’abitudine quotidiana. Non a caso il piacere della semplicità e dello stare a tavola assieme si condivide con facilità. La quotidianità del mangiare quindi rappresenta quel semplice spazio di condivisione ripetuta, in grado di aggiungere valore e sentimento anche ad un modesto piatto di spaghetti al pomodoro.

Una pratica che può essere riconosciuta come patrimonio immateriale proprio perché si riferisce ad uno stile di vita e alla tradizione, non solamente ai singoli ingredienti, che vengono ricreati e trasmessi garantendo un senso di identità e continuità tra i soggetti, in risposta alla loro cultura.

All’interno di questo contesto il rapporto con l’altro trova sulla tavola di tutti i giorni il luogo speciale per la sua manifestazione più genuina, perché è nel quotidiano e nella continua ricerca che cibo e filosofia possono trovare il loro punto di unione: il cucinare, il mangiare assieme e il fare filosofia, in modi diversi, accompagnano continuamente l’uomo nella ricerca costante di una vita che ha bisogno dell’impegno umano per poter essere riconosciuta, se non felice, quantomeno nostra.

Riprendendo le parole di J. Inés de la Cruz, «si può benissimo filosofare e preparare la cena. E io dico spesso pensando a tali bagatelle: se Aristotele avesse cucinato, avrebbe scritto molto di più».

Martina Basciano

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Abbi cura del mondo, abbi cura di te

<p>Dettaglio della statua equestre bronzea dell'imperatore Marco Aurelio (161-180 ad). eretta nel mezzo della piazza del Campidoglio sin dal 1538 quando la piazza fu ristrutturata da Michelangelo.</p>

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di ecologia e stili di vita green, cioè rispettosi dell’ambiente in cui noi esseri umani siamo chiamati a vivere. Si sono accumulati volumi e volumi di prescrizioni da osservare per vivere in maniera sostenibile, col minimo impatto possibile sul nostro habitat. Se, per un verso, è indispensabile agire sui comportamenti di ciascuno, correggendone quegli aspetti che danneggiano maggiormente l’ecosistema, è pur vero, per altro verso, che tutto ciò non è sufficiente a provocare un cambiamento radicale del nostro modo di vivere la Terra e, in senso più ampio, la Natura (la maiuscola vuole qui indicare la totalità naturale organicamente intesa, compreso dunque il principio che riposa al cuore di ogni singola entità naturale). L’autentica trasformazione di cui c’è bisogno, a ben vedere, non può non prendere le mosse da un’attenta analisi di sé e dei rapporti che continuamente costruiamo con la Natura, tramite le nostre azioni.

Pur continuando a ragionare su quali determinati comportamenti siano in grado di giovare o, al contrario, di nuocere al nostro eco-sistema, bisogna indagare la fonte originaria dell’inquinamento che ammala la Terra e, ancor più a fondo, capire che non è fatto solo di COo di residui d’altro genere, questo miasma che, forse troppo tardi, è diventato uno degli oggetti principali delle nostre preoccupazioni.

Per questa riflessione, proponiamo come interlocutore un uomo d’altri tempi, che dedicò tutta la sua vita a indagare se stesso e la natura delle proprie azioni, a edificarsi secondo i principi del dominio di sé e del costante esercizio di autocoscienza. Si tratta di Marco Aurelio, a cui gli dèi diedero in sorte di essere a capo dell’Impero Romano dal 161 al 180 d.C.

Nei suoi Pensieri (il titolo originale è Ta eis eauton, “A se stesso”), al paragrafo 16 del libro II, Marco Aurelio scrive che «l’anima dell’uomo si copre d’infamia, innanzi tutto quando diventa, per quanto dipende da lei, come un ascesso e un tumore del mondo».

L’anima dell’essere umano ha in comune con ogni singola altra entità che vive nel cosmo, il partecipare di una natura universale, di un qualcosa di divino che innerva tutta la realtà. Scavando in se stesso, l’essere umano scopre che la propria intima natura è data dalla sua appartenenza ad una Natura principiale, che fa della sua vita singolare, una determinazione della vita del Tutto.

L’uomo retto è dunque capace di prendersi cura della Vita, curandosi del proprio sé più profondo (la parola originale è daimon, sulla cui traduzione si possono scrivere trattati. In un senso generico, si può tradurre come “spirito”: nulla ha a che vedere con l’italiano “demone”, che ha un’accezione notoriamente negativa), seguendo i principi di una ecologia interiore per cui, alla fine della vita mortale, ciascuno riconsegnerà alla Natura il proprio spirito, intonso e puro, così come l’ha ricevuto al momento della nascita. L’essere umano ha sin da sempre ciò che gli occorre per prendersi cura del proprio sé: l’introspezione dà la conoscenza necessaria al raggiungimento dell’equilibrio; l’esercizio costante permette il suo mantenimento, nonostante gli accidenti della vita che si mostrano, per quanto gravi, esterni a ciò che di meglio c’è nell’essere umano: il suo daimon, appunto.

Chi non volesse prendersi cura di sé, pur se a fatica – perché è difficile, sia chiaro, conoscersi e curarsi –, non danneggerebbe soltanto se stesso ma la Totalità; o meglio: danneggerebbe se stesso e, allo stesso tempo, la Natura. Marco Aurelio è attento a definire, infatti, l’anima lorda dell’uomo inconsapevole come “tumore del mondo”, un agglomerato di cellule malate che, proliferando, infettano tutto il corpo – anche simbolico – di cui sono parte. L’anima che si maltratta, che non rende onore a se stessa, spreca la propria vita e inietta errore nell’organo della Totalità e rischia di non aver occasione di rimediare: mai distogliere l’attenzione da sé. Disonorare il proprio sé significa, ipso facto, disonorare la Natura di cui si è parte.

L’inquinamento più pervasivo è dunque quello delle intenzioni, in forza del quale ci lasciamo distrarre da ciò che è veramente importante: dal compito che ciascuno di noi ha, di prendersi cura di sé e del mondo, di sé nel mondo.

Ecco, dunque, uno degli insegnamenti che possiamo trarre dalle parole di Marco Aurelio: tra ciascuno di noi e la Natura esiste un inscindibile legame di doppia implicazione, che è posto nel profondo dell’essere umano. Se inquiniamo il nostro sé, inquiniamo la Natura di cui siamo particelle, inevitabilmente. E ciò, a prima vista, appare sconcertante: chiunque abbia mai provato a farlo, sa bene quant’è difficile prendersi cura di sé, non violentare la propria anima con ciò che non vorremmo fare – almeno così pare – eppure ci ritroviamo a fare; con ciò che – lo sappiamo bene – ci arreca danno, eppure continuiamo a cercare spasmodicamente. Ma laddove c’è il problema, si cela anche la soluzione. È su questo legame, infatti, che dobbiamo ritornare a riflettere, se vogliamo che qualunque correzione dei nostri comportamenti (privati o pubblici, industriali o familiari) raggiungano autenticamente il grado di sostenibilità richiesto dalla pericolosa situazione in cui ci ritroviamo, tutti. È nel ripensamento di noi stessi che possiamo trovare la cifra del nostro rapporto con la Natura, la tonalità giusta in rapporto con la quale accordare le nostre pratiche quotidiane, i nostri sistemi economici e politici, la nostra vita interiore, che devono tornare ad essere naturali: «non v’è nulla di male – scrive il nostro autore in chiusura del II libro – in ciò che avviene secondo natura».

Emanuele Lepore

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Invito al pensiero di Ernesto De Martino

Il concetto di esistenzialismo si accompagna spesso alle immagini della Parigi anni ’30, a mondani personaggi posati e sempre vestiti di nero, ai caffè e alla musica jazz. Eppure anche da questa parte delle Alpi, vari pensatori sono stati raccolti, forse troppo in fretta, sotto questa etichetta per poi essere velocemente messi da parte.

Uno di questi è Ernesto De Martino. Cresciuto nel clima culturale della Napoli di Croce, con un solido retroterra filosofico, voltosi all’antropologia, rappresenta, con le sue analisi sul campo, un eccellente esempio di ibridazione di diverse influenze filosofiche quali l’idealismo, la psicoanalisi, e la fenomenologia. I suoi libri sono per lo più rielaborazioni di indagini svolte sul campo, con la collaborazione di un team variabile di esperti di medicina, storia della musica, psicologi, avvenute per lo più nel sud Italia tra gli anni ’50 e ’60. In questi anni, in questa parte d’Italia, il processo di industrializzazione, analizzato così finemente da Pasolini, che ha coinvolto gran parte del nord e centro Italia, trova le ultime resistenze di forme di ritualità millenarie, destinate presto a sparire lasciando tracce vaghe. De Martino in sintesi procede all’analisi di riti, tra cui la Taranta e il pianto rituale, nel momento del loro tramonto.

Il tempismo di queste ricerche ha permesso di registrare comportamenti umani che appaiono oggi incomprensibili, se non ridicoli, nella loro irrazionalità apparente, ma che contemporaneamente illuminano l’immagine dell’uomo di una ricchezza nuova, da poco scomparsa e già dimenticata.
La domanda che anima le ricerche di De Martino è volta a individuare l’utilità fondamentale, nell’economia della psiche e dell’esistenza umana, dei riti. Il fatto che ogni cultura ne sia ricca così come lo scrupolo con cui essi vengono osservati sono sintomi di un ruolo effettivo da essi svolto.

La chiave di lettura proposta, espressa qui sommariamente, consiste nella tesi secondo cui le diverse forme rituali di ogni civiltà siano tutte in qualche modo un’operazione collettiva di autodifesa psichica. Di fronte ad eventi che l’uomo non può controllare e che mettono in luce tutta la fragilità e inconsistenza del suo essere al mondo, egli troverebbe riparo nella ripetizione di gesti che riportano il passato nel presente, stabilendo una continuità consolatrice. Così facendo egli afferma di esserci ancora, afferma un nesso tra la situazione passata e quella presente, afferma che, in fin dei conti, non tutto è cambiato. Inoltre, nel rito, alle paure e alle difficoltà vissute dall’individuo viene donato un senso, del cui valore e solidità si fa carico tutta la comunità. E attraverso essa la situazione traumatica viene inquadrata, rielaborata e superata. Un esempio di questa mediazione comunitaria è rappresentato dal coro delle lamentatrici che si uniscono alla parente del defunto e attraverso la professionalizzazione dell’atto del piangere liberano la parente dal suo ruolo facendola diventare una lamentatrice tra le altre. L’irrigidimento dell’elaborazione del lutto indirizza in questo modo il dolore per vie sicure attraverso cui sfogarsi senza rischiare che esso prenda il sopravvento.

Come si esprime lo stesso De Martino, i riti sono necessari a far morire (in noi) ciò che è morto. Espressione che ha valore letterale se si pensa al caso di decesso di una persona cara, ma che in generale significa far passare ciò che passa, accettare il divenire, senza rimanere patologicamente aggrappati a fantasmi del passato. De Martino tende a non tematizzare il contenuto della crisi nelle sue analisi più teoriche, nelle osservazioni sul campo essa si presenta però come recesso della presenza dell’uomo a sé stesso, perdita di lucidità, fino ad arrivare a veri e propri disturbi psicotici.

All’alba di un’epoca in cui l’invito a pensarsi privi di ogni limite, capaci di tutto, è ripetuto insistentemente, le ricerche di De Martino ci aiutano a ricordare il senso dell’appartenenza dell’essere umano ad una certa cultura, ad un certo mondo. Quest’appartenenza che viene sempre più spesso vista come una gabbia, è invece, per il nostro autore, il punto di appoggio grazie a cui l’uomo attraversa la vita saldo e solido.

Francesco Fanti Rovetta

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Fotografia – “Non ora, non qui” di Erri de Luca

Recensione di “Non ora, non qui” di Erri de Luca

C’è un mare, il Tirreno, che rende i bambini sacri alla sua acqua, li pettina come una lingua madre di lupa e si ammala dei loro resti. E c’è un Erri de Luca un po’ balbuziente che ripercorre la sua infanzia guardando una fotografia di madre, un’istantanea con la quale poter dialogare del passato. “Non ora, non qui” non ha una trama da riassumere, solo uno sciabordio di episodi che si rincorrono, è il palpito agitato di un animale appena nato.

Al suo primo romanzo, lo scrittore napoletano decide di rivivere la sua infanzia nello stesso modo in cui farebbe chiunque: sul bilico della maturità, tenendo stretto nei denti e nelle mani i nomi e i volti di chi lo ha cresciuto e voluto bene, tuffando indietro gli occhi per riemergere nella realtà e salvare il salvabile.9788807723094_quarta.jpg.312x468_q85_upscale

Dice di se stesso, l’autore, di essere sempre stato un bambino che non sapeva domandare, ma che non sapeva neppure allo stesso tempo, dare risposte. E la potenza di questo romanzo breve sta tutta qui: nel rapporto tra una madre e un figlio, fatto di parole spesse volte a senso unico, bisbigli ferventi e continui che tessono leghe sotterranee dure come piombo. La giovinezza di Erri de Luca è la giovinezza di un cuore legato a chi lo ha fatto nascere, a quella madre giovane che gli raccontava le disgrazie del mondo, che gli passava un ciclo di dolori fatto di vecchi, malati, miseri e bestie che rantolavano, che gli insegnava a vivere come sapeva. È la maturità di un ragazzo che soffre i primi amori e le prime perdite, tra tutte quelle dell’amico Massimo, affogato in mare. Di lui ricorda il fisico da nuotatore, le bracciate, il suo pianto lasciato in fondo al Tirreno, i suoi sudori, le sue stanchezze. È la storia di un uomo che si sposa con chi sa provare solo affetto ma non amore, perché resa esperta da molte leggerezze fatte e subite.

“Non ora, non qui”, scritto con una musicalità struggente, fatta di piccole note amare che vanno a depositarsi in fondo allo stomaco di chi legge, è un click sui rapporti umani, su quel vizio di darci per scontati come se dovessimo esserci sempre, come se fosse impossibile vedere i propri genitori morire prima di noi. È una fila di parole che non vuole ammonirci né spaventarci, semplicemente farci vedere come si possa e si debba ammettere il passato, prima o poi, perché se ci si ferma un istante allora si raggiunge un punto d’equilibrio, un tempo, un’occasione per incontrarsi e capirsi.

Non importa se non accade ora né qui, non importa se tra due persone le parole sono state usate male, masticate a forza; Erri de Luca ci insegna, con la sua voce frammentata, che anche un figlio anziano e una mamma giovane possono incontrarsi al di là di un qualsiasi spazio predefinito.

Perché il tempo fa come le nuvole e i fondi del caffè: cambia le pose, mescola le persone. E il senso di ri-appartenenza ci aspetta.

Luzia Ribeiro da Costa

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