La bellezza educherà il mondo

Affermava Dostoevskij che «è la bellezza che salverà il mondo», non il maquillage. Eppure la cultura odierna sostiene il contrario: la cosmesi e i suoi trucchi salveranno il mondo con le mirabili opportunità offerte dalla chimica e dalla tecnica, dall’intelligenza artificiale e dalla chirurgia, dal wellness e dal body care. No problem. C’è una soluzione a tutto. Ma a quale prezzo?
Essere concentrati su vite da copertina, selfie e like, impone l’adozione di modelli convenzionali, codificati e replicabili. La cosmesi costruisce il mondo nel quale viviamo e ne definisce valori, ruoli e appartenenze. È l’inganno dell’effimero, prodigo di giudizi e insoddisfazioni. Crescere e vivere con l’ossessione dell’apparenza, non sentendosi mai adeguati e soddisfatti di sé è però estremamente dannoso e può determinare vissuti di insicurezza e di scarsa autostima.

La bellezza, invece, porta con sé e invoca il riconoscimento dell’alterità, dell’ulteriorità, dell’indicibile e del mistero. Afferma Bruno Forte:

«La bellezza scova, non cattura, suscita, non arresta, invoca, non presume» (B. Forte, La via della Bellezza, 2007).

Hans Urs Von Balthasar parla perfino di una «bellezza disinteressata» (H.U. Von Balthasar, Gloria, 1. La percezione della forma, 1975) – disinteressata al calcolo, agli apprezzamenti, che non si allinea alle mode – lontana dal mondo dei profitti, dalla sua cupidigia e tristezza. Sì, la bellezza disinteressata alle logiche del mondo salverà il mondo, e lo farà con piccole ma rivoluzionarie azioni di speranza e di costruzione di futuro, educando e offrendo la possibilità di sguardi nuovi sulle cose, sulla storia, sul mondo, soprattutto per i giovani. E lo farà stupendo, provocando o disorientando, indignando o facendo sognare.

Il discorso sulla bellezza pronunciato da Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978, nel film I cento passi, esprime appieno questo concetto, anche nella sua dimensione etica e nelle positive ricadute sociali e politiche: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

La bellezza sembra allora evocare una sintesi inscindibile di vero, bene e bello. In un mondo senza bellezza perdono la loro forza di attrazione anche il vero e il bene, la capacità generativa di gioia e di storie.
Il mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non rassegnarsi alla disperazione e alla prosaicità, per resistere al logorio del tempo, per dare senso e valore ai giorni che riceviamo dalle generazioni precedenti, che viviamo nel presente e che doniamo alle generazioni future.

Nella storia dell’umanità sono stati diversi i nomi dati alla bellezza: l’ebraico tov che dice inseparabilmente bontà e bellezza; il greco kalós, il bello che attira a sé, amabile, che viene incontro; il latino pulcher, con il quale si indica un soggetto concreto: la bellezza è qualcuno, ma è anche fragile e finita. Sempre dal latino deriviamo un quarto nome della bellezza, formosus: bello è ciò che ha forma, dove la proporzione fra le parti rispecchia l’armonia. Con formosus definiamo la bellezza come ordine, armonia, pace. Dal germanico shön deduciamo l’idea di bellezza come irradiazione di luce, luminosità, splendore; dal termine bello l’immagine di una bellezza che si contrae nella debolezza (bello deriva, infatti, da bonicellum, ovvero “piccolo bene”); infine sublime, che induce alla visione di una bellezza elevata. Secondo Bruno Forte c’è un ulteriore nome della bellezza: «la bellezza oltre ogni bellezza, il silenzio di Dio oltre le tante parole degli uomini che cercano di dire l’indicibile» (B. Forte, La via della Bellezza, 2007). La bellezza è sempre oltre.

E nel silenzio di Dio troviamo anche il silenzio di uomini e donne che quotidianamente, come buoni artigiani nelle loro botteghe, si fanno costruttori di bellezza, non di maquillage. È la bellezza che vive e si realizza nel cuore, nelle menti e nelle mani di ogni persona giusta e di buona volontà che forse non realizzerà mai un’opera d’arte nella sua vita, ma avrà fatto della sua vita un’opera d’arte.

 

Massimo Cappellano

 

[Photo credit Element5 Digital via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

L’eleganza del riccio: l’apparenza che precede l’essenza

L’eleganza del riccio non è un semplice romanzo, ma un vero e proprio testo filosofico. Le protagoniste sono due donne di età e ceto sociale opposti: Renée Michel è la portinaia cinquantenne di un elegante palazzo parigino, vedova, brutta e goffa; Paloma è una ragazzina tredicenne, particolarmente intelligente, che vive nel palazzo in questione con la sua ricca e superficiale famiglia. Entrambe incarnano in maniera emblematica la potenza delle apparenze.

Un tempo era l’insostenibile leggerezza dell’essere, oggi è l’insostenibile leggerezza dell’apparire, questo per via della difficoltà sempre più presente di mostrarsi per ciò che realmente si è. La società dell’iper-modernità ci vorrebbe tutti conformi a determinati canoni  assolutamente arbitrari, che vengono però percepiti come oggettivi. Il bisogno di conferma del proprio valore e il rispecchiamento sociale, portano spesso l’essere umano ad autodefinirsi in  base all’immagine che le alterità si fanno di lui, il che comporta una perdita parziale della propria autenticità.

Le due protagoniste vivono infatti la loro vita all’interno di scontati stereotipi e nessuno dei personaggi con i quali vengono in contatto si mostra interessato a guardare oltre quelle apparenze. Dietro la maschera della goffa portinaia, si cela in realtà una donna con una grande passione per la filosofia, che però decide di non mostrarsi per ciò che è, attendendo probabilmente che qualcuno riesca ad andare più in profondità, come possiamo evincere dalle parole della donna stessa, che in una riflessione molto bella sulla fenomenologia di Husserl, paragona la definizione di quest’ultima, al fermarsi ad un giudizio di superficie:

«Fenomenologia: la “scienza di ciò che appare alla coscienza”. […] Un solitario e infinito monologo della coscienza con se stessa, un autismo duro e puro che nessun vero gatto andrà mai a importunare»1.

Ci verrebbe da pensare che, invece, Paloma, provenendo da una famiglia benestante, non abbia alcun problema a sentirsi accettata, ma non è affatto così: anche lei rimane intrappolata nella rete dei clichéLa ragazzina è bramosa di giungere all’essenza delle cose, motivo per il quale non sopporta la superficialità con cui la sua famiglia si approccia all’esistenza e pianifica di suicidarsi il giorno del suo compleanno e di dar fuoco alla casa, per far capire loro  quali davvero siano i problemi della vita.

Paloma sarà la prima ad accorgersi dell’autentico essere di Renée e questo cambierà radicalmente gli eventi, portandola a rinunciare all’idea del suicidio. La descrizione che la tredicenne fa della sua portinaia lascia capire l’affinità elettiva tra le due:

«Madame Michel […] trasuda intelligenza. Eppure […] fa tutto il possibile per entrare nel ruolo della portinaia e sembrare stupida. Ma io l’ho osservata […]. Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei […] ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti»2.

Le apparenze rappresentano dunque il fondamento di ciò che crediamo di sapere degli altri e l’essere, che è l’identità autentica del nostro Io, rimane sempre più schiacciato dal mostrarsi altro per sembrare ciò che non si è, a volte per apparire conformi ai canoni imposti dalla società, altre perché si rimane vittime di pregiudizi duri a morire.

Il libro si chiude con il tragico e fortuito evento della morte della colta portinaia, evento che porterà Paloma a riflettere sul senso autentico e al contempo assurdo dell’esistenza, la giovane rinuncerà a mettere in atto il suo piano, dicendo a se stessa queste parole:

«La vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza […]. È come se le note musicali creassero […] una sospensione […] un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai. Non preoccuparti Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente. Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo»3.

Uno dei grandi insegnamenti di questo libro è che dovremmo imparare a guardare oltre le apparenze, a scavare nel profondo delle persone con le quali veniamo in contatto, a non credere che sia tutto oro quello che luccica e neanche che l’abito faccia il monaco; se imparassimo a liberarci dalle catene che ci impongono di guardare in un’unica direzione e, come il filosofo Re dell’analogia della caverna di Platone, provassimo ad uscire a guardare la “luce del sole”, probabilmente come lui rimarremmo accecati, ma potremmo comprendere, con nostra sorpresa, quanto abbiano da esprimere molte persone e quante invece indossino semplicemente una maschera.

 

Federica Parisi

 

NOTE
1. M.Barbery, L’eleganza del riccio, edizioni e/o, Roma 2016, cit. pp. 55-56
2. Ivi, p. 137
3. Ivi, p. 318

[immagine tratta da Unsplash]

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Il mondo del fitness: tra estetica e trasformazione

“Ho odiato ogni minuto di allenamento, poi ho detto: Soffri ora e vivi il resto della vita da campione”. Testimoniava così Muhammad Alì nel 1964, uno dei più apprezzati pugili statunitensi della storia. È proprio da questa frase che intendo partire per analizzare una delle più diffuse pratiche di modifica, addomesticamento e trasformazione del corpo: il fitness.

La ginnastica è stata da sempre espressione delle finalità biopolitiche dei governi statali per controllare e ammansire i corpi, con il loro culmine durante i totalitarismi. Le attività sportive, per loro stessa logica interna, mirano a dotare il soggetto di particolari competenze fisiche, concentrando l’attenzione sul gesto atletico e sulla sua esecuzione, sulla prestazione eccezionale ai fini della competizione. In queste pratiche il miglioramento del corpo è subordinato alla qualità dell’esercizio sportivo. Il fitness, invece, si differenzia radicalmente dall’atletismo poiché lo stile e la prestazione hanno un valore strumentale ai fini del rimodellamento del corpo e della sua trasformazione. Oggi le pratiche fisico-ricreative risultano de-politicizzate, poiché non sono più pratiche statali volte a uniformare i corpi in vista di obiettivi politici. Le pratiche del fitness, piuttosto, si edificano sui desideri e sui bisogni dei singoli che scelgono di frequentare la palestra.

Le palestre di oggi si presentano sempre più come “isole urbane”, spazi separati e attentamente organizzati per rendere il tempo trascorso al loro interno come “tempo per se stessi”. In questi luoghi ci si estranea dal mondo esterno e si entra in un tessuto relazionale e sociale a sé stante. L’esercizio fisico è l’attività centrale, attorno al quale gravitano attività di rilassamento e momenti di socialità e confronto tra i clienti. Oggi, infatti, la palestra per il fitness è pensata non solo per far bene al corpo, ma anche per essere uno spazio nel quale il soggetto può esprimersi nel modo che gli è più proprio, può svagarsi e rigenerarsi.

Per comprendere la nascita e l’esplosione del fitness dobbiamo guardare agli Stati Uniti degli anni Settanta, in cui si assiste alla nascita di un tipo di ginnastica ricreativa, l’aerobica, improntata a valori sociali nuovi. Vengono a crearsi spazi collettivi nei quali il corpo si plasma secondo i canoni dettati dalla cultura pop del momento: una silhouette sottile, un aspetto fisico slanciato e armonico. Le motivazioni personali diventano l’unico obiettivo. Contemporaneamente cresce l’importanza del fitness, che si configura come attività volta a esprimere i desideri e le volontà del soggetto. Il fitness non fa distinzioni di genere, non detta regole e ben si sposa con la nascente tendenza alla commercializzazione: è l’individuo a scegliere di aver bisogno o meno della palestra, esprimendo una domanda, alla quale il mondo del fitness risponde.

Oggi le palestre si sono lasciate alle spalle le ambizioni atletiche prima e di adeguamento estetico poi delle prime fan dell’aerobica. Quella che sembra esponenzialmente aumentare è l’ansia di conformazione, la ricerca dell’approvazione altrui, la competizione all’interno del gruppo di pari per l’allineamento ai suoi standard. Il successo della pratica del fitness va inquadrato nel crescente consumo di beni e servizi legati al miglioramento e alla trasformazione del corpo, derivati da un diverso rapporto con la corporeità, fondato sulla disinibizione e sull’esteriorità.

Tuttavia, le interpretazioni a cui si presta il fenomeno del fitness non sono univoche.

Per alcuni si configura come pratica per modificare il corpo e produrre autonomamente una propria identità; per altri invece è il trionfo del narcisismo consumistico. A emergere sono la smania di adeguarsi a canoni estetici spesso irraggiungibili e impersonali e l’autocelebrazione della propria forma fisica. Mettere il corpo al centro della propria identità significa sottolineare la presenza di un residuo individuale sul quale poter esercitare potere decisionale autonomo. La stessa manipolazione del corpo può essere dettata dalla volontà di riconoscimento del singolo all’interno di un microgruppo (ad esempio quello dei culturisti), oppure dal bisogno di visibilità dell’individuo nel più ampio tessuto sociale, per evitare il rischio della solitudine.

L’ossimoro funambolico nel quale il singolo è chiamato a barcamenarsi oggi è quello dell’esaltazione prometeica individualista e della responsabilità di adeguarsi ai canoni estetici della società per non subire l’isolamento. La corda è tesa e l’equilibrio può mancare da un momento all’altro.

 

Maria Cristina Mennuti

Maria Cristina Mennuti, 21 anni, di Corato (BA), dove vivo attualmente.
Studio Filosofia all’Università di Bari e mi nutro di curiosità. Sono alla costante ricerca di un dialogo tra la filosofia e gli altri linguaggi, per questo mi piace esplorare strade disciplinari poco battute.
Con un libro sotto il braccio e uno zaino in spalla guardo al futuro. Nel presente scrivo per il magazine online “OublietteMagazine” e mi impegno per il territorio in cui vivo, convinta che la bellezza salverà il mondo.

 

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L’esperimento sociale della bombetta

La psicologia ci dice che mediamente impieghiamo dai sette secondi fino a quattro minuti per costruire un’idea della persona che ci sta di fronte. Tu quanto ci metti? Sicuramente ti sarà capitato di impiegarci quell’indicazione minima, quei brevissimi sette secondi all’interno dei quali pensi di aver capito tutto del comportamento, del carattere e delle intenzioni del tuo interlocutore. In un lasso di tempo così ristretto è impossibile cogliere la vera essenza di una persona (inutile dirlo), eppure inconsciamente ci costruiamo delle idee, delle immagini mentali che con forza si impongono nel nostro sguardo verso qualcuno. Il primo impatto si fa così pesante e determinante che spesso facciamo fatica ad essere noi stessi, tendiamo a presentarci al meglio delle nostre possibilità tra linguaggio del corpo ed abbigliamento. Quanta superficialità viene permessa! Quanto terreno che viene conquistato dall’apparenza! Un completo elegante, un viso curato, un orologio di classe al polso pronto a mostrarsi in una stretta di mano. Siamo tutto questo? Sei solo questo? La risposta deve essere “No!” in nome dell’amor proprio.

«Tu non sei il tuo lavoro. Non sei la quantità di soldi che hai in banca; non sei la macchina che guidi né il contenuto del tuo portafogli. Non sei i tuoi vestiti di marca».

Lo afferma Tyler Durden nel romanzo Fight Club di Chuck Palahniuk; forse un po’ banalmente, si potrebbe controbattere. Eppure ci vestiamo di un habitus non nostro, improprio per quel che possiamo davvero mostrare, lo indossiamo e lentamente lo diventiamo. È un’etichetta, un costrutto che non si genera a partire da noi, bensì da una vox populi che si presenta come verità, come via corretta da intraprendere in massa. Il risultato che ne consegue è un non-essere, o meglio una via di mezzo tra quello che essenzialmente siamo e ciò che non è assolutamente parte di noi. Siamo e non siamo allo stesso tempo, una sottile contraddizione che va a minare l’iscrizione sul tempio di Apollo a Delfi «gnōthi sautón» ovverosia conosci te stesso. Se mi faccio carico di un comportamento, di un essere tramandato dalla società, da un qualcosa di altro da me, annichilendomi e togliendo ciò che sono, la conoscenza di me viene assolutamente deviata. La mia essenza verrà data e presentata in modo eteronomo, non più autonomo direbbe Kant, divenendo secondo una volontà altrui, un’influenza esterna.

La verità è che non facciamo realmente ciò che vogliamo, non siamo veramente chi vorremmo essere, assoggettandoci ad una massa capace di includerci, inglobarci e farci omologare. Grandi marche, mode preimpostate, salotti ed interi appartamenti preimpostati. Formazione unilaterale, sempre più iper-specializzata, dalle tabelline all’ingegnere scontento, dalle bocciature al lavoratore manovale sottopagato. Anche la scuola stessa, un percorso obbligatorio, almeno in parte, ci conduce verso una via che si fa sempre più strettoia, sempre più povera di possibilità, di potenzialità secondo l’accezione della dynamis. Il lunedì inietta una prima dose di insoddisfazione, di lamentela generale da maturare sempre di più nel corso della settimana, il tutto in attesa di un sabato sera o di una domenica allo stadio per sfogare tutto quel risentimento, in realtà, diretto verso noi stessi, per non essere davvero sereni, per non essere noi stessi e felici. Il libero arbitrio crolla sempre più sotto il peso di questo parole, il tempo si fa Grande Inquisitore, ogni soggetto si rivela assassino di se stesso, della propria essenza. È una visione tragica, molto interpretativa, che non va posta come accusa al genere umano, come critica dall’alto di un piedistallo che non potrei proprio reggere, che non fa per me.

La soluzione, o meglio la confutazione da promuovere, può trovare ragione o almeno divertimento nel titolo di questo articolo. La bombetta a cui mi riferisco in realtà è solo un escamotage, una metaforica rappresentazione di un possibile atteggiamento. Uscire di casa con un bombetta in stile Charlie Chaplin o Hercule Poirot, poiché si presta bene per la propria assurdità e stravaganza agli occhi curiosi e giudicanti dei passanti, a meno che non ci si ritrovi in Inghilterra. Proprio ritornando da Londra, mi resi conto di quale cambiamento di sensazione poteva esserci nell’andare in giro con una bombetta, passando da un contesto all’ altro. L’obiettivo, però, è arrivare all’ indifferenza rispetto al contesto, slegarsi dalla dipendenza del giudizio, o meglio, del pregiudizio altrui, rivelandone il peso assolutamente inconsistente. Il risultato non può che essere un alleggerimento esistenziale, una leggerezza pari a quella che descrive Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, promuovendo se stessi come essere che corrisponde realmente alla sua essenza ultima.

Dunque, come esperimento, la prossima volta che uscirai di casa prova ad esser davvero chi vorresti essere, vestiti dell’habitus che senti davvero tuo, prova ad indossare la bombetta anche solo per un giorno.

Alvise Gasparini

 

La nuova rivista La Chiave di Sophia #2 dedicata al rapporto tra Uomo e Ambiente. Speciale intervista a Zygmunt Bauman prima della sua scomparsa: "L'arte del dialogo".

 

 

Essere e Nulla

<p>Disegno Musumarra Prattismo La Chiave di Sophia</p>

Ciò che in prima istanza si pone davanti agli occhi è l’essere? Ciò che si fa percepire al nostro tatto, al nostro gusto e olfatto è l’essere? Cos’è quello che propriamente, a volte segretamente, cerchiamo se non l’essere del nostro interlocutore? Ma l’essere è o non è ciò che appare? Ne è una parte ben definita, intera, oppure è in una misura pari ad una numerazione periodica o semplicemente frazionata, qua e là, tra le mille cose che la nostra specie ha portato a compimento?

L’apparenza è già essere? Se sì, perché certe volte non basta? E se l’essere fosse un Nulla? Se non esistesse nessun essere e l’inconscia consapevolezza dell’uomo sull’inconsistenza, l’incoerenza, il mistero di questo ente-fantasma, fosse essa stessa la scintilla del Deus che imperiosamente personifica tutte le idee e le ipotesi immagazzinate, ponendosi come Spirito, Musa o Ispirazione nell’essere umano? Cos’è la spiritualità umana? Se questa nostra idea dell’Essere, se ogni suo particolare e genesi e struttura e corporeità fosse totalmente dispiegata nel nostro subconscio e che, psicologicamente, si manifestasse come desiderio, come pulsione, come momento organicamente propizio, e successivamente come pratica nel nostro Agire/Pratica nel/del reale? Proprio perché è un apparente Nulla incoscientemente svelato – ma non raggiungibile -, noi lo desideriamo, lo cerchiamo, lo vogliamo: si fa oggetto di desiderio perché apparentemente si cela, non è corporeo; questo sorta di cosa non la possiamo indicare ivi giudicare secondo gusto: è Essere, un imperioso e condizionante Sono fatto così. Allora questo è un Essere che è già svelato, seppure nel nostro puro apparire e fa gioco-forza sul Nulla sul quale poggia. Ma questo nulla è già Nulla, e l’essere che ne viene è Microcosmo, palliativo, dell’Universo che ci circonda; che poggia, sicuro, nel suo nulla come Socrate nel non sapere. Un Nulla che sostiene e protegge ciò che appare da tutto ciò che l’individuo dispiega come vero e dimostrabile e ancora come verità intelligibile e come chiave e ponte per l’al di là della personale apparenza: perché egli è nulla e chi vuole conoscerlo deve farsi esso stesso volontà del suo stesso Nulla; per conoscere l’Altro bisogna annullarsi e farsi Essere del nostro interlocutore, coglierne l’essenza e le variegate contraddizioni che si levano dal suo centro, dal suo Ego.

Ma cosa si eleva nello specifico? Tanti Oggetti, che, come cani feroci, aggrediscono le apparenze della nostra soggettività, sciogliendole dal velo della contraddizione, del dubbio e dell’ignoranza ricacciando le risposte alle nostre domande verso l’essere, verso un più saldo è così e così che, sebbene potenzialmente falso o temporaneo o celato o costruito, è certamente più stabile e plasmabile di un magnifico e cosciente, aperto, nulla: un essere che attraverso gli ideali e le dottrine e le scienze si pone una spanna al di là della sua apparenza, della sua soggettività ivi in piena contraddizione. Quest’ultima non può sciogliersi semplicemente in ciò che appare ma va cercata più in profondità; l’apparenza, e tutte le sue contraddizioni, è inaccettabile quindi si cerca l’essere tra le pieghe dell’apparenza, sostanzialmente perché la semplice equazione essere-apparire non basta; perché troppo semplice, troppo facile, troppo immediata. Morale, scienza, religione, società, giustizia, legge, libertà, amore, questi rinforzano la base, il nulla, dell’essere e mordono tutti i particolari che scintillano sulla nostra pelle, limano ogni nostro comportamento, e vogliosi, appaiono e si danno ai sensi del nostro interlocutore.

Tutto ciò che abbiamo oggettivizzato dà una via di fuga dall’apparenza, da ciò che è evidente ai sensi e al nostro corpo – da ciò che è evidente persino a noi stessi che ci scrutiamo e ci specchiamo negli occhi del nostro interlocutore o tra le mura della nostra intimità -; sono rifiuti eleganti e colti all’apparenza che viene fuori dalla corporeità, dalla soggettività, ed al contempo i distintivi delle nostre capacità comunicative e del nostro ruolo all’interno della società. Ma il nostro apparire non viene spazzato via in toto; la nostra soggettività non viene demolita, ma limata, oggettivizzata. Le apparenze si rafforzano di Oggetti, cacciando le contraddizioni della soggettività – ivi anche l’unicità della nostra sintesi io-altro-mondo – verso il nulla e profondo Essere: qui, in gabbia, la nostra soggettività, trema e scuote i nostri archetipi; la società non vuole soggetti, ma oggetti e in quanto tale non rimane altro che gettarsi fuori nelle arti, nella musica, in amore, in guerra o nell’idealismo e nella trascendenza. Ma l’essere quindi che fa? Protegge e dà all’apparenza una via di fuga, un nuovo inizio, un nuovo via? Magari oggettivizzandola, rendendola più Sociale? Di certo protegge le nostre performance sociali qualora queste vengano smascherate: l’essere è una superficie che fornisce archetipi e stereotipi sempre nuovi ma che trovano fondamento su tutto ciò che il reale ha fornito e fornisce ogni giorno. L’essere così è un retroscena di ciò che appare, è una finzione, un nulla di comodo dentro il quale rifugiarsi quando tutto ciò che trasuda dalla nostra superficie entra in contraddizione con sé stessa ed in tensione con l’atmosfera circostante. L’essere ciò che si è è ciò che pretendiamo quando siamo innamorati; un Nulla in pieno svolgimento.

Salvatore Musumarra

[Immagine tratta da Google Immagini]

Io e ancora io

Qualche anno fa ho letto un romanzo di Pirandello e in cambio quello mi ha lasciato dentro un’ossessione. Sapete come fa Pirandello, no? Ti strappa la terra da sotto i piedi come fa un mago con la tovaglia e ti lascia precipitare… no, non nel vuoto, piuttosto in un magma denso di domande e di dubbi. Da un lato questo mi piace: sfidare ciò che noi diamo ogni giorno per scontato e cercare piuttosto un’altra soluzione, un’altra angolazione delle cose, è decisamente un buon allenamento per tenersi fuori dalla banalità, da una sciocca perché tracotante certezza di conoscenza. Già, perché non è che ci devi impazzire: devi solo tenere la mente allenata al cambiamento, alle possibilità. Per quanto riguarda me, il vero grattacapo, il vero sassolino nella scarpa, è il fatto che non mi sono mai vista vivere. Vitangelo Moscarda detto Gengè ha instillato in me l’idea e questa non se ne va più via: non riesco a vedermi vivere.

Pensateci. Ogni volta che incrociate il vostro sguardo o la vostra immagine su di una superficie riflettente non potete far altro che recitare: vi siete visti, e ciò che fate lo fate proprio perché vi siete visti. Magari non ve ne accorgete, però è così. Come la mia amica quando siamo salite insieme in ascensore, proprio l’altro giorno: si è vista e la mano è volata ai capelli, repentina come lo scatto d’un serpente, s’è aggiustata quella ciocca che di sua iniziativa s’era messa da un’altra parte; in questo modo è rientrata in quella che per lei doveva essere la sua parte, la sua versione di sé: ordinata. Io naturalmente faccio lo stesso e in particolare, se sto parlando con qualcuno o sto facendo qualcosa ma nel frattempo continuo a guardarmi, c’è una parte del mio cervello che s’interroga su quello che sta guardando, e ciò che anche gli altri stanno guardando.

Come quando quell’altra mia amica, mentre riguardavamo le foto di un viaggio fatto insieme, indicando un particolare scatto ha chiesto “Ma chi è quella botola” – realizzando un attimo dopo che era proprio lei; la cosa si è risolta a grasse risate, però lei non si è riconosciuta in una foto a tradimento. Similmente altre ragazze si guardano allo specchio e sostengono di vedere delle “botole” quando gli altri invece vedono qualcosa di ben diverso. Le immagini ci appaiono sempre distorte dal nostro cervello, dai nostri desideri, aspettative e cultura. Qualsiasi immagine, certo (L’uomo è misura di tutte le cose, diceva qualcuno), ma il fatto che anche l’idea di noi stessi sia così facilmente deformata crea quello che secondo me è un grave disagio per la nostra mente. O almeno per la mia. E quindi grazie, Gengè Moscarda.

Sicuramente quando ce ne andiamo in giro e facciamo cose ci pensiamo molto meno: siamo un’entità che attraverso due fori guarda al di fuori di noi stessi e diversamente dagli altri non possiamo vederci al naturale –cioè possiamo ascoltarci annusarci e toccarci ma non vederci. Certo, nemmeno gli altri possono, non veramente, proprio perché ognuno di loro ci filtra attraverso la sua anima, cultura, personalità, e allora siamo diversi ancora. L’altro giorno sono andata ad una piccola ma interessante conferenza a Conegliano ed una delle relatrici, una donna sui trentacinque e molto sottile, con un naso fino e dritto, i capelli ordinati e la camicetta di seta a stampe molto carina, a quanto pare per tutto il tempo in cui ha parlato, aldilà di quel lungo tavolo al quale era seduta anche la mia amica, s’era tolta le scarpe col tacco e si stava massaggiando i piedi, il tutto durante il suo intervento. Come a dire: una metà composta, distinta ed ordinata, mentre l’altra nascosta del tutto imprevedibilmente in una posa scomposta a grattarsi i piedi; mezza falsa, mezza reale, oppure entrambe reali o entrambe false.

Apparenza e realtà, io e qualcun altro. Forse, se mi vedessi vivere, proprio io da fuori, capirei come sono realmente. Per esempio: io mi definisco, e senza il minimo dubbio, una persona timida, soprattutto nel relazionarmi con qualcuno che non conosco; un’amica di vecchia data invece è riuscita a dirmi che appaio altezzosa e distaccata nei confronti delle altre persone. Come può il contenuto del mio corpo esprimere apertamente un sentimento così diverso? E poi ancora: con tutto il tempo che passo allo specchio, banalmente a truccarmi, asciugarmi i capelli, riordinare le sopracciglia, neppure io quando mi vedo fotografata a tradimento riesco a riconoscermi. Voglio dire, a guardar bene lo so che sono io, ma in qualche modo non sono io.

Che poi, si può davvero dire che il modo in cui mi vede ciascuna delle persone che m’incontra sia solo un’apparenza? Non è forse un altro lato ancora del mio essere, pur con tutti gli inevitabili filtri del singolo individuo che mi osserva? Banalmente, mia mamma mi vede sempre bella (ovvio, è la mia mamma), un’altra ragazza mi definisce “troppo simpatica”, quella mia amica mi crede altezzosa: perché dovrebbero essere proiezioni false? Può essere che io a volte possa sembrare più carina di quello che sono (diciamocelo, a volte capita), o più simpatica, e anche altezzosa. Siccome l’essere umano è mutevole e multiforme, possono essere tutte verità che le altre persone colgono in modo diverso e in momenti diversi.

Ci sono insomma millemila versioni di me: quelle di tutte le persone che mi guardano, quella che io mi vedo a tradimento, quella che io mi vedo quando so di vedermi, quella che io mi sento di essere, e poi ce n’è un’altra ancora, una infame, una proprio difficile con cui convivere: quella che vorrei essere quando gli altri mi guardano e soprattutto quando io mi guardo. Sostanzialmente è diversa in molti aspetti da quella che credo di essere, cioè lei è più tenace e sicura di sé, probabilmente meno banale e certamente meno pigra, all’occorrenza è menefreghista e sa anche suonare il pianoforte! A volte coincide con quello che alcune persone pensano che io sia, ma la cosa mi fa ridere perché per me è irraggiungibile, ma se non altro conoscerla ed inseguirla dovrebbe aiutarmi a migliorare me stessa.

Comunque, in Pirandello tutto ciò finisce male: il protagonista decide che siccome la sua personalità (il suo uno) è frammentata in almeno centomila altre, in realtà lui non è nessuno. E si chiude in un manicomio. Io invece preferisco sprofondare solo di tanto in questa mia pazzia, ma il resto del tempo mi godo il quotidiano confronto con le personalità multiple che ritrovo nello specchio e scopro negli occhi degli altri, perché forse (e dico forse) è comunque un buon modo per conoscere se stessi.

Giorgia Favero

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Apparire o Essere

E’ celebre il libro di Erich Fromm “Avere o Essere”, geniale nelle sue intuizioni, ci mostra come le cose che crediamo di possedere in realtà ci possiedano, come l’abbandonarci a una spirale di consumismo smodato non possa che condurre alla perdita della nostra identità più profonda.

Nella società della comunicazione, del gossip, della sovraesposizione mediatica quel libro sarebbe ancora attuale? La mia tesi è che il titolo andrebbe cambiato in “Apparire o essere”, il vero dilemma della contemporaneità.

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