Una parola per voi: fine. Dicembre 2019

«Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa […]. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. […] Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. […] Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse».

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese

Con queste celebri parole Antonio Gramsci, politico e intellettuale che ha fatto la storia del secolo scorso, riflette sul senso che ha per lui il capodanno. Afferma di detestarlo, perché è una data che segna contemporaneamente una fine e un inizio, ma lo fa con un’imposizione, fissando qualcosa di fluido che dovrebbe essere lasciato scorrere liberamente: il flusso della vita, che è un intreccio di cominciamento e termine. Per questo il pensatore arriva ad affermare che per lui ogni giorno è capodanno, poiché ad ogni risveglio ricomincia a vivere, quasi ex novo, si potrebbe dire, interpretando le sue parole.
Oggi il capodanno è identificato non tanto con il primo gennaio quanto con i festeggiamenti del 31 dicembre: cenoni con amici o parenti, fuochi d’artificio e spumante a mezzanotte. In effetti, tutto questo ci viene imposto, sia a livello commerciale che a livello culturale. La maggior parte di noi tuttavia, accetta di buon grado questa velata coercizione, perché in è un’occasione conviviale e piacevole, che permette di fare festa in allegria.
Siamo a dicembre e la fine del 2019 è vicinissima, così come la fine di questa rubrica, Una parola per voi, che vi accompagna da più di un anno. Ma, per dirla con Gramsci, ogni fine è in realtà un rinnovamento, che sia esso imposto o meno. Torneremo, noi de La Chiave di Sophia, con nuove idee e nuovi progetti per voi. Vi salutiamo con la parola ‘fine’, proponendovi un film, un libro, una canzone, un’opera artistica che rifletta proprio su quest’ultima parola per voi.

 

UN FILM

viva-la-liberta-fine-la-chiave-di-sophiaViva la libertà – Roberto Andò
Sappiamo veramente quando sta per giungere la nostra fine? «Qual è questa figura che si allontana nella pioggia?» Citando il film Viva la libertà, dove il protagonista, interpretato da Toni Servillo, sembra saperlo bene e per altro si confonde con il suo sosia fratello.
Nel film troviamo, infatti, due protagonisti composti dagli stessi volti e questo può rende il tutto più difficile. Poco importa. Da una parte si parla di un partito politico in decadenza; dall’altra di un uomo che deve fare fronte ai propri dilemmi esistenziali. La fine sembra essere vicina per entrambi i casi.
Allo stesso tempo, però, c’è il flusso della vita e delle esperienze, perché dopo tutto ogni giorno è Capodanno.
Solo il prossimo telespettatore potrà darne un giudizio: chi effettivamente inizierà con pienezza a vivere o chi, tra di i due, sarà destinato a compiersi, decadendo. È difficile in poche righe descriverne la prassi. Ed è forse meglio così concluderne la recensione.

 

UN’OPERA D’ARTE

hokusai-fine-la-chiave-di-sophiaCardellino e ciliegio piangente – Hokusai
Xilografia policroma del 1832 Cardellino e ciliegio piangente, appartenente alla serie Piccoli fiori, è un poetico esempio di Kachoga, ovvero pittura di fiori e uccelli. Sensuale e leggiadra rappresentazione ridotta all’essenziale, lo schiudersi dei fiori nel rigoglio primaverile, è associata a un haiku della tradizione giapponese: Un uccellino, solo/ è uscito tutto bagnato:/ i ciliegi del mattino (Tori hitotsu/ nurete hidekeri/ asazakura). Inusuale e suggestivo per un osservatore occidentale è il punto di vista dal basso: attraverso tale prospettiva galleggiante il cardellino è raffigurato di scorcio come se venisse osservato dall’artista sdraiato sotto l’albero di ciliegio gli occhi verso il cielo, evocato dallo sfondo blu. I pittori giapponesi – come diceva Van Gogh – vivono nella natura essi stessi fiori: la fine dell’artista Hokusai è quindi l’inizio dell’artista Hokusai che si fonde in armonia panica con la natura trasponendosi al tempo stesso al di qua e al di là della rappresentazione e in essa.

 

UNA CANZONE

radiohead-fine-la-chiave-di-sophiaWhere I end and you begin – Radiohead
Where I end and you begin (The Sky is falling in) si inserisce appieno nell’album Hail to the Thief (2003) sottotitolato The Gloaming. Il crepuscolo è infatti quel momento di divario e di fusione, di scambio, di incontro e scontro, di inizio e fine: «There’s a gap in between/ There’s a gap where we meet/ where I end and You begin». Interpretabile come dilatazione di un momento d’amore dove estaticamente l’I and You si confondono («Where I end and You begin, 1,2,3,4,5,6,7…») e su un piano anche esistenziale, quasi malickiano («The dinosaurs roam the earth/ The sky turns green»), la canzone è essa stessa crepuscolo, franta e ripetutamente avvolta su se stessa, e non si fissa su un’unica pista di senso ma attraverso l’uso dei pronomi (I e You) l’inizio e la fine possono considerarsi tra loro speculari ma anche, sebbene all’interno di un medesimo flusso, tappe consecutive.

 

UN LIBRO

terzani-fine-la-chiave-di-sophiaLa fine è il mio inizio – Tiziano Terzani
Ormai al tramonto di una profonda esistenza, Terzani intraprende un lungo dialogo con il figlio Folco presso la dimora di Orsigna. Seduti all’ombra di un albero, con la sola compagnia della natura e di un registratore, l’autore riporta alla memoria aneddoti, avventure e avvenimenti tragici. Ripercorre così la storia più recente dell’Asia, la crudeltà che a lungo prese in ostaggio il Vietnam, la delusione dell’esperimento comunista cinese, gli incontri più o meno bizzarri, la passione per le statue tibetane e la curiosità per gli uccelli esotici. Così, mentre il fuoco dell’esistenza si spegne, la pienezza del vissuto di Terzani risplende in tutto il suo fulgore.

 

 

Francesca Plesnizer, Simone Pederzolli, Rossella Farnese, Sonia Cominassi

 

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Quale compromesso con la scelta del “meno peggio”?

Il compromesso si dà come la scelta tra ciò che idealmente l’individuo vorrebbe fare e ciò che invece realizza in quanto “gettato” nel mondo. Una mediazione. Il fondamento logico alla base di ciò mostra avere tre contraddizioni. La prima è cosa scaturisce dalla logica del compromesso: i rapporti di forza. Se le qualità dell’essere di uno specifico individuo nell’hic et nunc sociale e valoriale si mostrano più “potenti” rispetto a un altro, allora la volontà di quell’individuo sarà maggiormente avvalorata dal mondo e riuscirà a spingere il compromesso un “po’ più in là”, cioè verso quello che idealmente vuole fare. Tuttavia anche chi ha maggior potere è soggetto a dei limiti: ad esempio le ossa e i muscoli del corpo non sono strutturati per prendere il volo come un colibrì. Non è quindi possibile fare una mediazione con la gravità e volare in quanto esseri umani. Questa è la prima contraddizione dell’esistenza nell’ottica della logica che propone il compromesso: o la violenza o la frustrazione dell’impotenza nel non riuscire mai pienamente ad esercitare la propria volontà.

La seconda contraddizione a cui è soggetta ogni persona è rappresentata dal tentativo di ritagliarsi un tempo sufficiente per le proprie passioni. Si dice, ad esempio, che per comprare un bene si deve lavorare, ovvero che per ritagliarsi uno spazio piacevole nel mondo è indispensabile “accettare” di dare al mondo un qualcosa che può non essere piacevole, in questo caso potrebbe essere una prestazione lavorativa magari mal pagata o stressante. Tuttavia, se è vero che ogni persona è ontologicamente gettata nel mondo, allora ogni cosa che produce quella persona sarà nel mondo. Comprese le sue passioni, il tempo che ritaglia e cosa farà in questo tempo. Tornando all’esempio quel bene che l’individuo ottiene verrà dal mondo e sarà “consumato” nel mondo. È quindi impossibile creare un sistema parallelo, o al di fuori, dal mondo stesso in cui godersi appieno il frutto di una volontà che non è individuale.

Come uscire quindi dalle antinomie proprie del pensiero che prevede il compromesso come una mediazione io-mondo? Storicamente Antonio Gramsci si espresse riguardo al compromesso con una affermazione che fugge dalla logica della mediazione, o del “meno peggio”, in Quaderni dal carcere:

«La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo».

Come sempre Gramsci esprime un pensiero lucido e ordinato: accettare delle scelte che scaturiscono “in parte” un danno, non potrà mai portare ad un godimento o un miglioramento nel lungo periodo, anzi porta ad un esito che ha gusto di regressione, insoddisfazione e infelicità. La scelta del compromesso come mediazione è in una parola: inautentica.

Ciò da luogo a una terza contraddizione: se si può ammettere solo ciò che si pensa (il lettore può sfidare questa tesi provando ad ammettere qualcosa che non pensa) come può il mondo, il quale è oggetto prodotto del pensiero, chiedere qualcosa non nell’interesse di un soggetto che lo pensa? Il pensiero in questo discorso è diverso dal pensato che è il suo predicato. Il pensiero è invece quel movimento nella mente dell’individuo che permette l’esistenza di un mondo, esso infatti non esisterebbe se non ci fosse tale movimento. Quindi il mondo, tutto ciò che è altro da sé, come potrebbe chiedere, esigere, qualcosa di diverso dalla volontà dell’individuo che è il suo creatore? Sarebbe assurdo!

Allora qual è il motivo di tanti individui fragili, sofferenti e infelici? Il fatto che le scelte, se mediate nella logica del compromesso o del “meno peggio”, non sono mai autentiche. “Alla lunga” portano a un peggioramento dell’intero sistema.

Ci sono altre soluzioni percorribili? Una potrebbe essere quella di risolvere la dicotomia “io-mondo” uscendone: lasciare coincidere materialmente l’io con il mondo in un unico grande e concreto assoluto. Ecco che il compromesso non lo fa solo l’Io che sceglie “questo e non quello”, ma lo fanno tutti quanti, tutti quelli che in un dato momento si possono pensare. Ogni decisione deve essere una scelta presa — pensata, sofferta, discussa, lottata — da tutti gli attori pensabili. Se la società costringesse un individuo a dedicarsi per un lavoro che non gli lascia né tempo né energie per sviluppare la sue passioni al di fuori d’esso, oppure quel lavoro non rispecchia la sua indole e qualità intellettuali, allora si sarebbe di fronte alla follia! L’azione che ne risulta viene pensata come bene per qualcuno, ma non per tutti. Si è quindi di fronte a una “regressione storica”, cioè alla tendenza universale verso il male. Tale scelta è avvenuta perché non c’è stato abbastanza confronto, abbastanza dialettica con il sé e l’altro da sé che concretamente è tutto ciò che in un determinato momento, quello della scelta, si può pensare.

Cosa fare? Se ci sono le capacità residue — psicologiche si intende —, quindi umorali e toniche per farlo, bisogna lottare non per ritagliarsi un tempo al di fuori delle logiche del mondo, né scegliere il “meno peggio” — che come si è visto è contraddittorio —, ma mobilitarsi attraverso l’insegnamento e l’educazione del mondo e di se stessi all’autenticità collettiva come principio di non indifferenza, ovvero avere uno sguardo complesso e completo dell’assoluto. Non è facile. Infatti Benedetto Croce, in parte maestro intellettuale di Gramsci, nel suo Logica come scienza del concetto puro afferma:

«Pensare è combattere, senza tregua alcuna, sebbene nella battaglia stessa si abbia sempre, a ogni attimo, pace e sicurezza; e il definire è indistinguibile dal dimostrare, perché si trova in ogni attimo del dimostrare e coincide con esso».

Lo scopo ultimo del rifiutare il compromesso è una vita molto più complicata, prevede una “lotta costante” scriverebbe Croce, ma assai più soddisfacente: è risolvere contraddizioni, pensare nella totalità e fare scelte autentiche. È difficile, stressante, nei casi più sfortunati si sviluppano nevrosi e psicosi o forme di delinquenza, perché da una parte c’è chi sarà troppo fragile per lottare per le sue idee e dall’altra ci sarà chi è troppo violento per ascoltare quelle degli altri, ma è l’unico modo per costruire una direzione di felicità comune.

 

Matteo Gazzitano

 

Matteo Gazzitano, classe 1990. Da sempre affamato di conoscenza per soddisfare il suo bisogno di bellezza, calma e comprensione. Specializzato in studi clinici sulle cure palliative e umanistici sulle scienze dell’educazione con più corone d’alloro. La sua attività professionale è rivolta alla cura, all’aiuto e alla vicinanza nella sofferenza delle persone con dipendenza patologica. La sua ricerca verte sui modi, politici e psico-pedagogici, per implementare i contesti che generano possibilità esistenziali non disagiate.

[Photo credits Jeremy Bishop]

Il canto delle sirene

«Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita».

Con queste parole Antonio Gramsci – e ancora di più con l’incisivo «Odio gli indifferenti» – impronta alcuni scritti che, lungi dalla sterile lamentela, vogliono testimoniare l’Italia del primo dopoguerra, tristemente inascoltata. Ed è proprio nella raccolta di tali scritti, curata da Sergio Caprioglio per Giulio Einaudi Editore, che si rinviene uno dei più affascinanti e penetranti brani vergati dalla penna del fondatore del partito Comunista italiano contro la guerra. L’interrogativo principe con cui il testo si apre guarda al perché un certo momento della storia e non un altro veda lo scoppio di una guerra. Riecheggiando Eraclito, la guerra si presenta come un conflitto che esiste perenne ma non è un fatto costante e quotidiano. C’è un momento in cui la guerra viene chiamata, un momento in cui viene reputata necessaria hic et nunc. Ogni società o comunità sembra vantare le sue sirene della guerra, coloro che sono impegnati a vivacizzare le ceneri del conflitto, a vivificarlo ogniqualvolta esso appaia utile e proficuo. Gettano sale sulle ferite generando dubbi tra il popolo. Essi sono come le sirene omeriche che

«con limpida voce
ammaliano, sedute tra i fiori di un prato;
alti biancheggiano intorno cumuli d’ossa
umane con pelli disfatte»1.

È insufficiente proclamarsi contro la guerra, essere contrari ad ogni comportamento che induce irreparabilmente al conflitto. È indispensabile, come ben intuì Gramsci, che la ragione non sia mai dormiente e non generi mostri, per citare Goya. È necessario che ogni individuo insieme agli altri, in concerto, costruisca un muro critico tale per cui ad ogni vociferare di potenziali conflitti la complessa macchina umana inneschi gli ingranaggi per evitare che una guerra abbia effettivamente luogo. Solo una mente che ha allenato i propri muscoli, che ha fatto un atto volontario di formarsi per avere la capacità e la fermezza di contrapporsi in maniera attiva, e non solo con futili dichiarazioni di principio, ad ogni potenziale guerra può, se unita agli Altri, scovare i trucchi, polverizzare ogni copione bellico, «sventando le trame dei seminatori di panico, degli stipendiati dell’industria bellica, degli stipendiati delle industrie che domandano le protezioni doganali per la guerra economica»2. Eppure ciò che manca è proprio l’avvedutezza di munirsi di cera con cui tapparsi le orecchie e di corda con cui legarsi per resistere al seducente canto di chi invoca la necessità della guerra hic et nunc.

Così come Circe ammonì Ulisse che assecondare il canto delle sirene gli avrebbe impedito di rivedere Penelope e Telemaco tra la pietrosa Itaca, anche l’essere umano è esortato ad assumere tutte le misure necessarie per evitare qualunque spreco di vita e di felicità. Eppure, riconoscere i sobillatori non sembra essere così agevole. Al contrario, i loro intenti vengono celati, dissimulati da ragioni di facciata. Non è, quindi, immediato il loro riconoscimento. Men che meno lo è per una mente non allenata e predisposta ad assecondare qualunque notizia o proposta ascolti purché il propinatore risulti un buon oratore. Da qui discende l’importanza che Gramsci attribuisce nello scritto al rafforzare le difese del pensiero critico, al predisporlo a vagliare qualunque affermazione professi la necessità di una guerra. Solo in questo modo non ci vedremo riflessi nella favola di Fedro dell’albero di quercia abitato da tre famiglie.

Racconta Fedro che vi era un albero di quercia che ospitava tre famiglie di animali appartenenti a specie differenti. In alto, lungo i suoi rami, un’aquila aveva costruito il proprio nido e covato le uova. Un cinghiale si era, invece, scavato un rifugio tra le radici di esso. Infine, un gatto aveva trovato in un punto mediano dell’albero il suo rifugio. Per molto tempo l’aquila e il cinghiale condussero le proprie vite ignorandosi vicendevolmente. Fu il gatto a mettere lo zampino e a salire fino al nido dell’aquila per confidarle dei perversi piani del cinghiale. Questi, a detta del gatto, era intento a indebolire le radici della quercia al fine di divorare i piccoli aquilotti. L’aquila, onde evitare ciò, avrebbe dovuto agire il prima possibile uccidendo i piccoli di cinghiale e interrompendo qualunque lavoro sotterraneo. Poi il gatto andò dal cinghiale e gli raccontò come la posizione dell’aquila, in cima all’albero, fosse particolarmente favorevole per quest’ultima per cibarsi dei suoi piccoli. Il cinghiale, per salvare i suoi cuccioli, avrebbe dovuto scavare sotto le radici e far cadere l’albero. Seminando così il panico, né il cinghiale né l’aquila osarono più lasciare incustodito il proprio rifugio e morirono di fame. Alla fine, il gatto divorò i corpi e, per qualche giorno, non dovette più cacciare.

 

Sonia Cominassi

 

NOTE
1. Omero, Odissea, RCS, Milano 2000, p. 363
2. A. Gramsci, Odio gli indifferenti, Chiarelettere, Milano 2018, p. 85

[Immagine di copertina: Astuzie della ragione. Ulisse si fa legare per resistere al canto delle Sirene. Fonte: www.ilsole24ore.com]

 

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