Voci e immagini per l’8 marzo

Volevo scrivere qualcosa di significativo e di interessante per la giornata dedicata alle donne, ma più riflettevo, più ricordavo e leggevo, più mi rendevo conto che di parole profonde, incisive, grandi e importanti ne sono state dette davvero tante. Allora ho pensato che la cosa più giusta da fare era diffonderle ancora, trasmetterle, farvele scoprire o ricordare. È vero, di parole nuove ne servono sempre, ma ricordare quelle del passato, forse, può darci più forza e farci sentire meno sole.

Scriveva Oriana Fallaci ne Il sesso inutile (1961): «I problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne. Non alludo solo a una certa differenza anatomica. Alludo ai tabù che accompagnano quella differenza anatomica e condizionano la vita delle donne nel mondo».
E poi ancora: «Per quanto possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire […] un argomento a parte […]. Il padreterno fabbricò uomini e donne perché stessero insieme, e dal momento che ciò può essere molto piacevole, checché ne dicano certi deviazionisti, trattare le donne come se vivessero su un altro pianeta dove si riproducono per partenogenesi mi sembra privo di senso».

Vera e propria pietra miliare del femminismo è il Secondo sesso di Simone de Beauvoir, un tomo di oltre 700 pagine dato alle stampe nel 1949 e dove si legge: «Certamente, se si mantiene una casta in stato d’inferiorità, essa rimane inferiore: ma la libertà può spezzare il cerchio […]; così gli uomini si sentono indotti, nel loro stesso interesse, a emancipare parzialmente le donne: esse non devono fare altro che seguire la loro ascesa, e i successi che ottengono le incoraggiano in questo senso; sembra più o meno certo che prima o poi raggiungeranno una perfetta eguaglianza economica e sociale che porterà con sé una metamorfosi interiore». Questo è ancora vero e va tenuto presente in una società come quella di oggi in cui, contrariamente ai nostri stessi desideri, spesso sono proprio alcune donne (e spesso per ignoranza) le peggiori nemiche della causa delle donne. A questo lego una famosa frase attribuita a Mary Wollstonecraft, filosofa settecentesca, perché stupisce come le cose a volte sembrino non cambiare: «Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse».

Tante parole e pensieri, molto profondi e molto belli, nonché storie e curiosità, le hanno condivise anche le mie colleghe de La chiave di Sophia: Sara, Greta, Pamela, Fabiana, Sonia, Francesca.

Parole sì, ma anche immagini. Forse è scontata e banale ma per me, che ho concluso il mio percorso di studi in architettura arte e design con una tesi sulla cartellonistica italiana degli anni ’50, resta ancora straordinariamente incisivo il ricordo di questo fazzoletto rosso a pois, di questo sguardo serio, di quelle semplici parole: possiamo farlo.
Restando nel mondo delle immagini, mi piace citare le opere di Anne Taintor, di cui ho già parlato anche in questo articolo, per affrontare il tema anche con un po’ di sana ironia.
Una delle immagini più potenti, ma anche un po’ inquietanti, la rilevo nella Giuditta di Gustav Klimt: ci si può vedere un urlo di guerra nei confronti degli uomini in quella testa di Oloferne, ma messa lì nell’angolino buio a me fa pensare che la cosa più importante è lei, quella donna che sfida la società, che si prende finalmente il suo spazio, e che se costretta è in grado di usare anche le maniere forti.

Per minare poi l’oggettivazione della donna nel terreno più adatto, quello del corpo, vi propongo le opere di Jenny Saville, artista classe 1970: niente corpi statuari o bellezze mozzafiato, basta modelli irraggiungibili e largo spazio invece alla totale imperfezione, alla violenza, l’obesità, la gravidanza, la carne nuda e cruda.

Tante poi sono state le donne che nel corso della storia, per quanto ad esse antagonista, sono riuscite a lasciare un segno e ad aprire uno spiraglio sempre più ampio al lavoro, al genio, alla creatività e al potere femminile. Accennerò solo ad alcuni esempi del tutto casuali, andando a cercare in ambiti diversi. Hatshepsut, sovrana (faraona? La faraone? Donna faraone?) tra i più grandi della storia dell’antico Egitto secondo gli storici ma soggetta, per motivi controversi, a damnatio memoriae dai suoi successori. Murasaki Shikibu, pseudonimo di una ignota dama di corte vissuta durante la dinastia Heian e autrice attorno all’anno Mille di uno dei capolavori della letteratura giapponese, il Genji Monogatari. Rosalba Carriera, artista e intellettuale veneziana: nella prima metà del Settecento non c’era viaggiatore che se ne andasse da Venezia senza essersi fatto fare un ritratto a pastello dalle sue mani abili. Freya Stark, viaggiatrice inglese e fondatrice del travel writing novecentesco, che nel 1927 si imbarca da sola verso il Medio Oriente per imparare l’arabo e che racconta più volte di come le persone che incontra non si capacitino del suo essere lì, non maritata, solo per interesse verso la grammatica. Amelia Earhart, aviatrice americana scomparsa nelle acque del Pacifico nel 1937 ma con il primato di prima persona ad aver sorvolato sia sull’Atlantico che sul Pacifico. E poi certo, per fortuna ce ne sono state (relativamente tante), Elisabetta d’Inghilterra, Indira Gandhi, Marie Curie, Malala Yousafzai, Florence Nightingale, Artemisia Gentileschi, Saffo, Benazir Bhutto, Maria Montessori, Emmeline Pankhurst, Anna Politkovskaja e l’elenco continua. Le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, scritto da Elena Favilli e Francesca Cavallo è stata forse una grandissima operazione mediatica ma evidentemente ce n’era il bisogno.

Concludo con piacere con quella che a prima vista può sembrare la meno “femminista” di tutte: Jane Austen. Dal suo mondo di ricami e di carrozze, di chaperon e di matrimoni combinati, di etichetta e di costrizioni, arriva illuminante il suo monito, scivolato in una lettera alla nipote Fanny, aspirante scrittrice: «Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno il voltastomaco».

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits Tomoko Uji su unsplash.com]

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Una strana (?) idea di femminismo

Le abbiamo viste tutti almeno una volta nella vita, penso. Che sia per questioni di età oppure per (più o meno) casualità culturale, ci siamo imbattuti tutti quanti nei volti levigati e smaglianti delle casalinghe nelle pubblicità anni Cinquanta-Sessanta: quando i soldi sono ritornati in circolo ed acquistare beni cominciava a diventare un obbligo sociale, lì in mezzo c’erano loro, le casalinghe, chiuse in casa ma felici di godere dei frutti del miracolo economico.

Quanti passi avanti abbiamo fatto, da allora! Se infatti pensiamo alle nostre pubblicità, nelle tv e nei manifesti del XXI secolo, è molto più facile trovare donne in carriera e uomini alle prese con gli elettrodomestici e le pulizie, giocattoli per bambini rosa o peluche coccolosi e bambine davanti a modellini di jet e navicelle spaziali; ed è anche difficile ormai trovare smaglianti mamme felici accudire sfrontati bimbi perfetti in attesa del papà di ritorno a casa con la valigetta…

Beh. Forse no.

Eppure oggi si fa un gran parlare di femminismo. Le istituzioni straparlano delle donne, vengono create agevolazioni ad hoc nel settore delle imprese e si sono inventati persino un affronto come le quote rosa. Questo perché il femminismo odierno sembra rivendicare alle donne una superiorità rispetto all’uomo più che un desiderio di essergli pari in quanto persona: ciò non significa quindi che le femmine debbano raggiungere il modello maschile, ma essere considerate (come i maschi) “soltanto” esseri umani. Continuamente invece vedo e leggo dei veri e propri inni alla femminilità: le donne sono più creative, le donne sono più istintive, hanno il privilegio della maternità e per questo sono più comprensive. Da qui alla misandria, però, è un attimo: gli uomini sono “meno”.

Io invece sogno un femminismo che non ha bisogno di puntare il dito sugli uomini. Sogno il femminismo degli albori, quando tutto ciò che si chiedeva era di essere considerati tutti degli esseri umani, con diverse personalità ma gli stessi diritti. Perché è così difficile pensare che le differenze derivino dalla personalità e non dal genere? Vorrei sentirmi dire che mi servono tre tentativi a fare un parcheggio ad S decente perché sono un’imbranata cronica, e non perché sono una donna. Vorrei che una ragazza che non sa come indossare una gonna e dedica la sua vita agli sport non fosse definita “un maschiaccio”. Vorrei che una Samantha Cristoforetti nello spazio fosse esaltata per le sue capacità e non solo perché è la prima donna italiana in orbita.

Invece continuiamo a millantare una superiorità che poi non abbiamo affatto: basti pensare al fatto che ad oggi viene uccisa una donna ogni due/tre giorni (solo in Italia!), e che secondo i dati ISTAT quando nasce un figlio all’interno del nucleo famigliare è quasi una donna su due a chiedere un congedo parentale, e di queste una su tre ad abbandonare permanentemente il lavoro.
La domanda è: la scelta di queste donne è dettata dalla tradizione culturale millenaria e dalle aspettative della società, oppure da una reale, concreta dedizione e vocazione alla maternità? In altre parole, veniamo cresciute (direi addestrate) come madri, o lo siamo per nostra libera scelta?

Ho preso in causa la pubblicità non solo perché essa è uno specchio della società e dei bisogni creati dal consumismo, ma anche perché tempo fa ho scoperto su Pinterest una donna statunitense (un’artista, se vogliamo) di nome Anne Taintor, classe 1953. Il suo lavoro è molto semplice: prendere le immagini patinate delle riviste americane anni Cinquanta-Sessanta ed associarvi frasi umoristiche a rivelare i veri pensieri dietro quei sorrisi smaglianti, gli occhi dolci e la messa in piega impeccabile. Donne frustrate, con qualche piccola dipendenza da happy hour, shopping maniache, incapaci di cucinare, madri forzate, mogli deluse, tristi domestiche.
Lo humor sta nel contrasto tra l’immagine ed il testo, l’horror sta nella riflessione che l’insieme può suscitare: perché donne così sono veramente esistite. Esistono ancora, camminano in mezzo a noi. Donne vuote. O peggio ancora: donne piene compresse dietro una facciata.

anne-taintor-3_la-chiave-di-sophia“Che ci fa una bella ragazza come me senza un drink in mano?”

“Rimettere in sesto l’economia una boutique alla volta”

“L’ingrediente segreto è il rancore”

anne-taintor-19_la-chiave-di-sophia“No, non preoccuparti: posso portare dentro la legna, preparare la cena e trovare anche il tempo di chiedermi che cavolo sia successo alla mia vita!”

“Era forse innamorata… o era soltanto una reazione allergica?”anne-taintor-7_la-chiave-di-sophia

“I sogni e le speranze mi distrarrebbero dal creare questo magnifico stufato”

“Cammina più in fretta, i bambini ci stanno raggiungendo”

“Ok, ho messo su la mia faccia felice… e adesso?”

Non fraintendetemi: allo stesso modo condanno le anticonformiste a prescindere, perché questo è proprio il momento storico migliore per decidere di essere chi siamo, di esprimere quello che realmente siamo dentro, sia che questo si scontri o assecondi le aspettative della società.

Anche in questo, oltretutto, le donne e gli uomini sono uguali: pure gli uomini infatti devono vedersela con un mucchio di aspettative sociali e di convenzioni che proibiscono loro piccole inezie come l’utilizzo del colore rosa, ma anche passioni come la danza, fino a concetti macroscopici come la debolezza, le lacrime
Quindi il punto è che il nemico è comune ed è lo stereotipo, la chiusura, l’ignoranza. Perché allora non combatterli insieme?

Giorgia Favero

[Immagini tratte da Google Immagini; per approfondire l’artista, date un’occhiata qui]