Intervista a Giovanni Gaetani: tra cucina e filosofia

È un torrido giorno d’estate, uno di quelli in cui rifugiarsi in biblioteca è una tattica di sopravvivenza, oltre che un dovere. Alzo gli occhi dal testo che sto studiando e vedo un volto noto: Giovanni Gaetani, giovane studioso di filosofia e appassionato di cucina. Da un lungo e piacevole incontro, nasce questa intervista: dalla filosofia alla tradizione gastronomica italiana; dalle nuove tendenze culinarie alla richiesta – sempre più importante – di cibo che non abbia a che vedere con la crudeltà che sembra dover accompagnare necessariamente macellazione e  sfruttamento degli animali.
Gli argomenti trattati sono diversi e, per certi versi, scottanti: le riflessioni del nostro ospite, d’altro canto, non mancano di essere giustamente provocatorie, senza mezzi termini.
Non c’è da dire altro se non “buona lettura”.

Albert Camus scrisse «nel mezzo dell’inverno, imparavo che c’era in me un’invincibile estate». Puntiamo socraticamente al cuore della questione: chi è Giovanni Gaetani? La filosofia e la cucina t’hanno permesso di trovare la tua invincibile estate?

È un periodo strano, questo, “di nuvole e sole”, come direbbe De Andrè, quindi posso dirti solo che sto ancora cercando la mia personalissima “invincibile estate”. Ad ogni modo, per rispondere alla prima domanda, posso dirti che sono nato nel 1988 a Gaeta, dove ho vissuto fino ai 18 anni, età in cui mi sono trasferito a Roma per studiare filosofia, la mia vera passione: ricordo che, ancor prima di iniziare a studiarla, avevo preso in prestito Così parlo Zarathustra dalla biblioteca del liceo, perché qualcuno mi aveva detto che era un autore di destra e volevo capire se fosse vero – ma a 15 anni cosa avrei mai potuto capire? Poi negli anni ho letto lo Zarathustra più e più volte, e più a fondo: ora Nietzsche è senza dubbio uno dei miei autori di riferimento…
La passione per la cucina, invece, è nata proprio durante il primo anno di università: vivendo da fuori-sede dovevo scegliere se a) morire di fame; b) campare di pizza, kebab e surgelati o c) iniziare a darmi da fare ai fornelli. L’amore per la cucina per me è nato proprio in questo contesto, ed è così che continuo a viverlo: ho studiato filosofia, voglio continuare a farlo – la cucina è e resta solo una bellissima passione!

Sappiamo che ci sono fondazioni italiane di un certo rilievo che nel corso degli anni hanno avuto sempre maggior influenza nel panorama culturale. Spicca fra queste quella di SlowFood il cui presidente, Carlo Petrini, ci dice: «Recuperare il giusto valore del cibo è il nostro compito e lo dobbiamo fare come persone che davanti ad esso recuperano la loro identità. Occorre, però, ricordare che esso coinvolge la sociologia, l’antropologia, la genetica, la biologia, e altro ancora fino alla cucina stessa. È il terreno su cui l’olismo e la multidisciplinarietà che non è ancora passata si devono conformare. Bisogna, quindi, assumere la visione olistica del cibo in quanto argomento che può diventare anche un impegno politico». Dunque alla luce di quanto affermato da Petrini, qual è la tua posizione?

Credo che nella società attuale ci siano due idee di cucina ben distinte: una fatta di lustrini e spettacolo, che ha un vero e proprio indotto economico e che spesso distorce il senso originario dell’esperienza culinaria (il #foodporn, per usare un noto hashtag di Instagram); un’altra idea che invece resta più vicina all’esperienza culinaria originaria, ovvero quel luogo d’incontro tra i mille volti dell’umanità, quella cucina familiare che non ha nulla da invidiare alla cucina dei grandi chef. Troppo spesso dimentichiamo cosa (e chi) c’è dietro il piatto che mangiamo, così come dimentichiamo che ci sono persone – da questa e dall’altra parte del mondo – che vivono sotto la soglia di povertà e che, a differenza nostra, non possono permettersi neppure un pasto al giorno, a causa dei nostri eccessi; persone che, magari, hanno raccolto per due soldi i pomodori che abbiamo nel piatto, o le arance che beviamo nella nostra spremuta. Nel cibo come altrove, ci vorrebbe meno spettacolo e più conoscenza.

Altri luoghi di arte culinaria propagandistica, lasciami passare il termine, sono posti come Eataly. Questi sono luoghi in cui senz’altro si preserva l’enorme patrimonio culturale gastronomico che appartiene alla nostra nazione ma la domanda nasce spontanea: se da una parte bisogna importare i veri vini italiani, i veri formaggi regionali e in generale la vera cucina italiana come può essere questo in accordo con la sua salvaguardia? Come si fa a dire “esportiamo in tutto il mondo il vino italiano” e al contempo “viva il chilometro zero”? Cosa ne pensi?

Eataly, che pure è un’idea ottima, credo possa funzionare molto bene per esportare il brand della cucina italiana all’estero. La cucina italiana vissuta in Italia, però, è un’altra cosa: è quella veramente slow, locale, domestica, familiare. È una cucina a chilometro zero che, però, non mira allo stesso profitto. D’altro canto, ogni esportazione è in realtà sempre una contaminazione – è inutile nasconderselo. In cucina non sono platonico, non credo in essenze culinarie rigide o nelle ricette come esperienze ipostatizzate: ciascuno è libero di sperimentare quel che vuole, senza però credere che la sua maniera sia l’unica giusta. Ecco, sono liberale in tutto, anche in cucina!

È evidente che siamo in un momento storico delicato e di transizione ma una cosa è certa: l’uomo continuerà a dover mangiare. Dunque non sta cambiando il cosa ma il come. E allora la mia domanda è: Come cambierà la cultura del cibo nei prossimi anni e soprattutto qual è la direzione che secondo te lo sviluppo alimentare e gastronomico deve prendere? 

Negli ultimi 150 anni la popolazione mondiale è aumentata in maniera esponenziale, passando da un miliardo e mezzo nel 1900 ai 7 miliardi e mezzo nel 2016: si tratta di una crescita demografica mai vista prima nella storia dell’umanità. Fino ad ora la tecnica – io credo nella tecnica, sì, ma al servizio dell’uomo! – ha potuto supplire al fabbisogno umano. Oggi, però, abbiamo superato il limite: l’Earth overshoot day1 è continuamente anticipato, anno dopo anno. E poi c’è un problema di fondo che, chiaramente, riguarda anche la cucina: si è persa ogni consapevolezza dei gesti individuali; viviamo in un mondo globalizzato che, annientando l’idea di comunità, costringe l’individuo all’impotenza – l’impotenza di agire e di influire sulla realtà che lo circonda. Siamo monadi disarmate.
Oggi credo che la cucina gourmet stia diventando sempre più virtuosismo, una ricerca della perfezione che però non deve mai dimenticare di narrare qualcosa. Senza narrazione, il cibo vale metà, se non un decimo. Mi viene in mente Bottura, il mio chef preferito, un vero e proprio filosofo della cucina: è un artista capace di raccontare un concetto e una storia con un piatto; ogni suo piatto è un concentrato di storia, un viaggio, un racconto. Oggi, invece, la cucina del #foodporn mi sembra sempre più mera spettacolarizzazione, un appiattimento sull’immagine.

Per ricollegarmi alla domanda precedente, dico questo. Il vegetarianismo e il veganismo stanno avendo un boom incredibile a livello mondiale ed europeo ma ancora a lento sviluppo in Italia. L’anno prossimo apriranno a Milano il primo Veganz, ovvero la prima catena di supermercati con soli prodotti vegani, già ben piazzata nei paesi del Nord Europa e ancora in via di espansione negli altri paesi dell’Unione. Ebbene è evidente che ripensare la nostra dieta carnivora se non necessario è quantomeno richiesto da molte persone. La cucina ha anche il compito di soddisfare le richieste culturali quindi ti domando: come e con quali tempi secondo te si piegherà la cucina italiana a questa tendenza sempre più cruelty-free? Ci sarà un incontro o uno scontro?

Mi dà molto fastidio sentir dire che il vegetarianismo e il veganismo sono una moda. Non lo sono affatto: sono, anzi, un vero e proprio sistema filosofico. Il veganismo ha argomentazioni valide che, invece, vengono trattate perlopiù con approssimazione e scherno. Da un punto di vista oggettivo, queste argomentazioni hanno un valore etico-ambientale innegabile: da una parte, c’è infatti la questione della sofferenza animale – è giusto provocare sofferenza ad un animale a fini alimentari? Se sì, fino a che punto?; dall’altra, c’è invece la questione degli allevamenti intensivi che presentano un reale problema di sostenibilità, anche per il carnista più incallito.
D’altro canto, gli argomenti del veganismo mettono in luce, nella pratica di vita di chi mangia carne, uno specismo il più delle volte rude ed inconsapevole. Credo che il vegetarianismo e il veganismo siano il futuro, nel senso che nel giro di 20/30 anni tutti – carnisti inclusi – avremo assunto una maggiore sensibilità verso queste tematiche, non nel senso che tutti smetteremo di mangiare carne.
Adesso personalmente mi ritrovo in una posizione intermedia che potremmo definire riduzionista: se è vero che siamo in troppi a mangiare troppa carne, allora mangiarne tutti di meno potrebbe rivelarsi una soluzione efficace per migliorare sia la condizione umana, sia quella animale.
I miei amici sanno quanto mi stia a cuore la questione. Da tanto ho in cantiere un libro – il titolo provvisorio è Apologia di un carnista – nel quale vorrei esporre in maniera sistematica la mia posizione a riguardo, ma non ti nascondo che ho un gran timore delle reazioni dei fondamentalisti vegani ed animalisti. Per loro la questione è già chiusa, da sempre: o con loro o contro di loro. Non c’è alcuna riflessione da fare: uccidere o far soffrire un animale è sempre un atto sbagliato, e chi mangia carne è un assassino. Io invece non credo che macellare un animale e mangiare carne siano degli atti sbagliati in sé: dobbiamo rivedere piuttosto il nostro modo di farlo. Penso ai nostri nonni, che avevano un rapporto sacrale con l’animale, o a quelle popolazioni che non potrebbero eliminare dalla loro dieta il consumo di carne.
Ecco, in quanto filosofo mi sento responsabile, ovvero chiamato a rispondere di questa ed molte altre questioni. Ma finché il livello del dibattito si fermerà allo scontro tra fondamentalisti carnisti e fondamentalisti vegani, finché, cioè, ognuno degli “schieramenti” vedrà nell’altro semplicemente un nemico da eliminare e non un interlocutore con il quale dialogare, allora difficilmente ci sarà spazio per il dialogo e la comprensione, men che mai per la filosofia.
Dobbiamo sfuggire a qualunque falsa dicotomia: i fondamentalismi – anche quelli alimentari e culinari – sono sempre sbagliati. Ci vuole invece un aspetto liberale – non liberista, bada bene – in tutte le questioni. Liberale, cioè rispettoso della libertà altrui e sempre aperto al dialogo.

Pensi che le cucine “fusion” siano una risorsa o credi minino all’autenticità della cucina, in particolare quella italiana? Che ne pensi ad esempio dei sempre più alla moda ristoranti fusion come italiano‑thailandese o italiano-giapponese?

Credo che l’autentica cucina fusion funzioni molto bene nel singolo piatto. La “fusione” va bene finché si conoscono e si distinguono gli elementi che vengono combinati. Ristoranti come quelli di cui mi dicevi sono invece matrimoni di convenienza: non è vera cucina fusion, che invece è molto buona e significa contaminazione delle tradizioni; semplicemente, si offre al cliente un ventaglio di cucine diverse, per soddisfare il suo gusto momentaneo, il suo capriccio del giorno. Inoltre, come dicevo prima, il kebab, il cibo cinese, il sushi che mangi qui in Italia, non sono il vero kebab turco, il vero cibo cinese che troveresti in Cina, il sushi autentico che mangeresti in Giappone. C’è sempre una mediazione, una traduzione, una sorta di filtro per rendersi “comprensibili” all’estero. E poi c’è un elemento chimico‑fisico insuperabile: per fare un esempio scherzoso ma non troppo, senza l’acqua e l’aria di Napoli un pizzaiolo napoletano non potrebbe mai fare quella stessa pizza, a Parigi come a New York.
In queste considerazioni non sono kantiano, non credo nell’uomo universale uguale ad ogni latitudine e dotato della stessa Vernunft in ogni luogo: la vita non potrà mai essere la stessa a Reykjavík come a Roma o a Detroit. Seguo Camus, invece, il quale dice: «Si trovano nel mondo tante ingiustizie, ma ce n’è una di cui non si parla mai, ed è quella del clima. Di questa ingiustizia sono stato a lungo, senza saperlo, uno dei profittatori». I filosofi non hanno mai tenuto conto di fattori come quello climatico: lo stesso non può che valere per il cibo. Per quanto globalizzato, il mercato non potrà mai esportare dei prodotti e delle esperienze culinarie legate indissolubilmente ad un certo territorio di appartenenza.

C’è una sola cucina italiana o ce ne sono molte? Quando parliamo di cucina italiana all’estero siamo sempre costretti a confrontarti con lo stereotipo della pizza, la pasta e il gelato. Noi sappiamo che in realtà c’è molto altro, ebbene: come fare per comunicarlo? È giusto voler mantenere le differenze regionali anche all’estero o questo comporterebbe un prezzo troppo alto?

La regionalità della cucina italiana è una peculiarità che, appunto, si può vivere davvero solo qui: ed è una cosa bellissima, che credo vada salvaguardata. Piuttosto che esportare i nostri prodotti all’estero, dovremmo puntare tutto sui nostri percorsi eno-gastronomici, invitando i turisti a mangiare e bere in loco ciò che invece non potrebbero mai provare a casa loro, per il discorso che facevo prima. Altrimenti il rischio è che quello che a noi appare come uno stereotipo ridicolo – da cui giustamente vogliamo liberarci – all’estero venga considerato la vera cucina italiana. Penso ad esempio all’Alfredo Sauce, agli Spaghetti with Meatballs, alle Tagliatelle Bolognese, e così via.

Sappiamo che in Italia non esiste alcuna educazione alimentare o gastronomica a nessun livello scolastico, se togliamo gli istituti di formazione alberghiera e alcuni progetti embrionali a livello universitario. Pensi che sia giusto voler educare i bambini e i giovani ad un consumo critico e ad una conoscenza approfondita?

Ci sono paesi del Nord Europa che, per supplire a questa mancanza, hanno attivato corsi di educazione alimentare nelle scuole. Noi in Italia, invece, non ne abbiamo ancora bisogno perché riusciamo ancora a mantenere una dimensione collettiva, conviviale del pasto, che invece all’estero non c’è più – o forse non c’è mai stata. È, di nuovo, la nostra dimensione familiare e domestica che ci condiziona e ci aiuta sin da bambini: le nostre mamme e le nostre nonne sono cuoche insuperabili, sono le nostre prime maestre in cucina. E poi a tavola noi italiani parliamo soprattutto di cibo: la cucina è parte integrante della nostra cultura, al di là di tutti gli stereotipi. Estremizzando, in Italia la cucina è cultura.
Purtroppo, però, il nostro stile di vita “capitalista” sempre più veloce e precario è diverso da quello dei nostri genitori: rischiamo di perdere questa idea culturale della cucina. Sono dell’avviso che, nelle scuole, come si è giustamente fatto con la musica, si possa e si debba inserire un’ora di “educazione alimentare”, per aiutare le nuove generazioni a conoscere tutto quello che c’è dietro un prodotto/piatto e per riflettere seriamente su alcuni temi politici e sociali su cui c’è poca informazione – coltivazione, allevamento, distribuzione, etc. Quello degli OGM è un caso esemplare a mio avviso: se studiassimo davvero cosa sono, capiremmo che, in una certa misura, gli OGM possono essere una risorsa inestimabile per l’umanità, piuttosto che un’arma nelle mani di pochi lobbisti, come molti fondamentalisti amano ripetere ultimamente.

Se il cibo, come è emerso da questa intervista con Giovanni Gaetani, non è soltanto materialità con cui saziamo un bisogno fisico, ma anche un viatico verso la dimensione del simbolico, è urgente che la filosofia ricominci a fare i conti anche con le questioni legate alla produzione del cibo e al suo significato: dinamiche e conseguenze economiche, sociali, culturali e, in ultima istanza, etiche. O vogliamo veramente accontentarci di pensare e analizzare tutto, meno ciò che ci tiene in vita?

Emanuele Lepore

NOTE:
1. L’Earth overshoot day è la data in cui l’umanità esaurisce il suo budget ecologico per un anno. Questo significa che, da quel giorno fino al 31 dicembre, stiamo vivendo oltre il limite. Dopo questa data manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.

Un feto di maiale con il pancreas umano. Una chimera per risolvere il problema della mancanza di organi per trapianti

Permettere lo sviluppo di organi umani nei maiali per poi utilizzarli nei trapianti. Non è pura immaginazione fantascientifica, ma è ciò che sta cercando di realizzare un team di ricercatori dell’Università della California. Gli scienziati avrebbero iniettato cellule staminali umane in un embrione di maiale per creare una chimera. L’embrione, in parte umano e in parte suino, verrà fatto sviluppare nel grembo di una scrofa per 28 giorni, successivamente la gravidanza verrà interrotta e si procederà all’analisi dei tessuti candidati a diventare un organo trapiantabile.
Un traguardo che ad oggi sembra meno remoto anche grazie allo sviluppo di nuove tecnologie di ingegneria genetica cariche di grandi potenziali, ma forse anche di enormi rischi.

La tecnica utilizzata si chiama Crispr ed è l’ultima frontiera dell’ingegneria genetica.
Fondamentalmente si tratta di un sistema di modificazione del genoma, o “editing genetico”, vere e proprie microforbici molecolari che permettono di tagliare l’elica del Dna nel punto desiderato e sostituirne un tratto, eliminando geni o alterandone la capacità di espressione.  In questo caso, per produrre l’embrione chimera gli scienziati sono intervenuti direttamente sul Dna degli embrioni di suino, immediatamente dopo la fecondazione, creando una sorta di “vuoto genetico” per impedire la crescita naturale del pancreas nel feto di maiale. Il passaggio successivo è iniettare nell’embrione cellule staminali umane pluripotenti indotte (iPS), in grado di dare origine a tutti i tessuti del corpo. L’aspettativa è che queste cellule, sfruttando il vuoto genetico creato nel feto di suino, permettano lo sviluppo di un organo, in questo caso il pancreas, composto esclusivamente di cellule umane, che possa essere successivamente utilizzato per un trapianto.
I maiali sono considerarti “l’incubatore biologico” ideale per far crescere organi umani.

Se l’esperimento avesse successo, dicono, si potrebbero creare tutti gli organi necessari, e così supplire alla loro scarsa disponibilità a fronte dell’ingente richiesta. Inoltre, si potrebbero prelevare cellule staminali di un paziente che ha bisogna di un trapianto, iniettarle in un embrione di maiale per creare l’organo di cui si necessita, che non solo sarebbe una perfetta copia genetica ma sarebbe anche più giovane e più in salute e così il paziente non avrebbe neanche più bisogno di assumere farmaci immunosoppressivi, non privi di effetti collaterali.

Ci sono diversi problemi etici intorno a questo progetto. Lo scorso anno la principale agenzia di ricerca medica degli Stati Uniti, il National Institutes of Health, aveva imposto una moratoria sulla raccolta di fondi per simili sperimentazioni imponendo quindi un’interruzione a tempo indeterminato relativamente il finanziamento di questo tipo di studi.
Da un lato ci si interroga sui rischi legati all’uso delle tecniche di “editing genetico” come la Crispr, dall’altro c’è la questione strettamente etico-morale.
Ad allarmare è soprattutto il rischio che le cellule umane una volta iniettate nell’embrione chimera possano comportarsi in maniera differente da quella presagita dai ricercatori e sfuggire al loro controllo.
Alcuni temono che il trapianto di organi umani creati nei suini comporti il rischio di infezione con virus animali, altri paventano la possibilità che le cellule staminali, migrando fino al cervello dell’animale, possano in qualche modo rendere i maiali più umani e altri, ancora, si preoccupano per gli animali, per la loro sofferenza. Un azzardo troppo grande e pericoloso in nome di un beneficio solo ipotizzabile?

L’unica certezza che abbiamo è che ad oggi le liste d’attesa per un trapianto d’organo sono lunghissime e che riusciamo a trapiantare solo un paziente su sei di quelli che ne avrebbero bisogno, anche questo è molto poco etico.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da Google Immagini]

La Terra, casa mia

Alla base di ogni conflitto c’è una incomprensione, e questo vale anche per il rapporto tra onnivori e vegani. Dal momento che sono vegetariana da poco conosco perfettamente entrambe le campane e dunque so che essere onnivori non è affatto sbagliato, ciò che è sbagliato è essere onnivori senza sentirsi a posto con se stessi: in quel caso, ci vuole solo un po’ d’impegno e coraggio, ma poi ci si sente più leggeri. O almeno, per me è stato così.

Non è detto che sia facile. Per me, è stato un clic. Ero al banco della pescheria ed aspettavo pazientemente il mio turno. Davanti a me c’erano almeno cinque persone e per tutto il tempo che le ascoltavo ordinare osservavo quegli occhi vitrei e senza vita in bella esposizione alla totale noncuranza, la mia compresa. Era quasi il mio turno, il signore davanti a me evidentemente aveva organizzato una cena a base di pesce perché se n’era preso in gran quantità per antipasto primo secondo e anche dessert. Finché non è arrivato il momento dell’astice. L’indifferenza totale con cui l’impiegata s’è messa il guanto lungo di plastica, ha tuffato la mano nell’acquario, arraffato la prima creatura che le è capitata a tiro, gettandola poi nella bilancia e chiedendo “Vanno bene 400 grammi?”, mi ha dato la nausea. Ancora di più mentre il mio sguardo non riusciva a staccarsi dal povero astice che si muoveva ancora con lentezza mentre stava sulla bilancia e il cliente decideva se per lui era o non era abbastanza grasso. A quanto pare lo era, perché se l’è portato via. Io invece, quasi come una bambina impaurita, sono fuggita e mi sono andata a sedere in un angolo tra gli scaffali dei cracker, perché sentivo la testa girarmi come una trottola. E’ stato quello il click, quello il momento in cui ho capito che per me tutto ciò è assolutamente assurdo. Non era certo la prima volta che andavo al bancone del pesce, ma il click è arrivato in quel momento. Per uno scherzo del destino, uno di quelli che mi fa pensare di essere veramente nel mio personale Truman Show, era il 14 febbraio: non avendo un uomo con cui celebrare la ricorrenza, mi è sembrato giusto festeggiare con l’ambiente.

Perché, in realtà, si tratta proprio di questo: dell’ambiente. Come ho detto, posso capire gli onnivori: la carne è buona, il pesce forse di più, sono nutrienti, e può essere che uno non avverta dentro di sé un buon motivo per rinunciarvi: è possibile, succede, e va bene così. Non esiste il “giusto”, non esiste lo “sbagliato”. Per me invece deriva tutto da quella mia fastidiosa impressione che siamo noi esseri umani gli alieni di cui tutti vanno in cerca. Lo so che in realtà siamo frutto di un processo evolutivo, ma a volte mi sembra proprio che, soprattutto da un paio di secoli a questa parte, il nostro impatto sul pianeta sia stato pari ad una pioggia di meteoriti. Grazie a noi e al nostro esagerato ma elitario benessere, a Napoli a gennaio ci sono 16°; grazie a noi, un’isola al largo della Norvegia che si chiama Bjørnøya, letteralmente “isola degli orsi”, non vede più l’ombra di un orso polare da anni; grazie a noi i volti delle Cariatidi di marmo che hanno sorretto una loggia dell’Acropoli di Atene e conservatisi meravigliosamente per 2500 anni, solo negli ultimi 90 (dunque 1/28 della loro vita) sono stati divorati dalle piogge acide; grazie a noi, la foresta amazzonica… Beh, la lista è lunga, ed è pure nota! Ma noi proprio non ascoltiamo! Come con la pioggia: “piove, cosa posso farci io?”. In effetti, viviamo in uno stato del progresso tale per cui inquiniamo tutti quanti tutti i giorni, è inevitabile: quello che invece si può evitare, però, va evitato. Perciò, ben vengano gli accordi di Parigi: è qualcosa vicino al niente, ma è vero che senza sarebbe stato ancora peggio; il fatto però è che non dobbiamo necessariamente stare ad aspettare i comodi dei quadri mondiali: lo so che sembra difficile e assurdo, ma davvero possiamo fare la differenza. Io, sì, proprio io! Essere vegetariani, fare la raccolta differenziata, evitare gli sprechi di cibo (gli All you can it purtroppo offrono spettacoli raccapriccianti, ma da parte dei clienti!), scollegare il caricatore quando il cellulare è al 100% di batteria, prendere i mezzi pubblici tutte le volte che è possibile, riempire le bottiglie alle “case dell’acqua” invece di comprare giorno dopo giorno bottiglie di plastica, chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti, usare pile ricaricabili, spegnere la luce quando si lascia una stanza… e chissà quante cose che ancora non so! So bene che non sarò mai perfetta, ma mi consola il pensiero di impegnarmi come posso. Non sempre ci riesco (con il rubinetto quando mi lavo i denti è una vera lotta), ma almeno ci provo. Del resto la Terra è casa mia; sono felice di vedere il sole, adoro i fiori, mi piacciono molto i delfini (anche se dicono che in realtà sono cattivelli), amo i gatti, mi affascinano il deserto e il paesaggio delle isole tropicali. Detesto pensare che ogni cosa bella che esiste è a rischio, e vorrei fare finalmente la mia parte, assumermi le mie responsabilità. E quando sento che Milano ha sforato abbondantemente i livelli di PM10 per il 93° giorno dell’anno (93 giorni = circa 3 mesi, 3 mesi = ¼ dell’anno, un quarto dell’anno!) e mi scoraggio e penso “Tanto che mi affanno a fare, sono solo gocce nell’oceano!”… a quel punto mi ricordo che del resto l’oceano è fatto proprio di gocce, e che tutto sommato, certamente e sicuramente, è meglio essere una goccia che contribuire alla siccità.

Giorgia Favero