Umano, postumano: la filosofia ogni giorno. Intervista a Leonardo Caffo

Con Leonardo ci siamo incontrati per la prima volta nel 2016 a un evento organizzato all’interno di Pordenonelegge e da allora abbiamo cercato di mantenere i contatti. Ci piace parlare con lui, è di una dinamicità ispiratrice e siamo sicuri che sentiremo tutti parlare ancora a lungo di lui. Proprio in questi giorni è uscito il suo ultimo libro, Vegan. Un manifesto filosofico (pubblicato da Einaudi) attraverso il quale punta l’attenzione sull’antispecismo e le dinamiche ambientali, temi di cui finalmente cominciamo a sentir parlare un po’ più spesso e che (personalmente me lo auguro) verranno trattati sempre più.

Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

 

Leonardo, nel panorama filosofico odierno ti sei imposto in modo particolare trattando i temi dell’antispecismo, ma sono tanti e vari in realtà i tuoi campi di interesse. Per esempio, al Politecnico di Torino insegni da diversi anni una materia che chiami “ontologia del progetto”. Che cosa significa e perché ha senso associare la filosofia alla progettazione architettonica?

La filosofia è a tutti gli effetti una forma di progetto: implica analisi di uno stato di cose, soluzioni e modifiche, controfattuali e promesse. Nel momento in cui come me ti sei occupato della nozione di “forma di vita”, delle sue possibili aperture all’animalità o alla vita vegetale, ma anche dell’evoluzione del concetto di “umanità” attraverso l’analisi di nozioni come azioni o linguaggio, diventa anche essenziale indagare pure la nozione di “spazio per la vita”: così il semplice progetto diventa progetto architettonico e dunque spaziale. Ovviamente ho poi iniziato a studiare design e architettura da dentro, e adesso posso rassicurare sul fatto che c’è più filosofia in Le Corbusier che in tanti sedicenti colleghi.

 

Quale impatto e riscontro hanno da parte dei tuoi studenti l’insegnamento della filosofia in un tempio della scienza e della tecnica come un Politecnico?

Ogni anno, a fine corso, i miei studenti compilano un formulario di valutazione del docente: tendenzialmente, ma non amo parlarne, è positivo. Più interessante invece che gli studenti degli anni passati che hanno già preso l’esame tornino a sentire le lezioni, e ancora più interessante che molti studenti di filosofia vengano al Politecnico per origliare dopo che da filosofia sono passato alla architettura. Credo che più che per me, e non lo dico solo per sterile umiltà, ci sia un interesse generale per questo nuovo modo di fare scienza che parte dalla consapevolezza umanistica. Il corso che insegno viene fuori dall’intuizione di Giovanni Durbiano, ordinario di progettazione nella mia università: direi che è stata un’intuizione felice e lo ringrazio per questo.

 

Il tuo libro La vita di ogni giorno del 2016 ha un sottotitolo molto interessante: Cinque lezioni di filosofia per imparare a stare al mondo. Che cosa significa allora per te “stare al mondo”? E ne bastano davvero solo cinque per riuscirci?

Che non bastino è ovvio: io, che le ho scritte, certo non so stare al mondo meglio di voi (detto di passaggio: stare al mondo non credo sia mai un comparativo). Conta più ragionare sul fatto che la filosofia, lungi dall’essere un sapere accademico come dimostra la sua storia, sia invece un’educazione alla “postura”: appunto alla forma più alta di “stare nel mondo”. Recentemente è uscito un capolavoro per Feltrinelli, Il tempo degli stregoni, dove le vite di Heidegger, Cassirer, Benjamin e Wittgenstein sono intrecciate proprio per ridare alla filosofia una dimensione che l’odierna burocrazia le ha tolto: non un’educazione a qualcosa, come non so la fisica che è educazione alla struttura del reale, ma un’educazione fine a se stessa. È come nel quadro di Magritte, Il lume filosofico, avete presente?

 

Come dicevamo, ti sei occupato e ti stai occupando molto di antispecismo nei tuoi studi ma soprattutto nella tua vita quotidiana hai scelto di agire in linea con i tuoi pensieri, attraverso una dieta che rifiuta carne e derivati animali, nonché impegnandoti in iniziative in difesa degli animali come Gallinae in fabula. Cosa ha fatto cambiare la tua vita verso questa direzione?

Oggi la mia onlus è passata ad alcuni studenti che avevano lavorato con me: sono molto bravi e gli auguro il meglio. Per me l’antispecismo è l’apparato morale del mio piccolo e umile sistema filosofico di contrasto attivo all’antropocentrismo: se hai compreso che la vita è un fascio equamente diffuso negli enti non puoi mai riportarli alla dimensione di non-ente che è implicata dalla sfruttamento e dalla morte (se non è necessario farlo, così evitiamo subito la critica sul non mangiar piante che è una critica idiota). Per il resto vale quanto vi ho già detto: un filosofo che non agisce in accordo alla sua filosofia è un professore di filosofia, non un filosofo.

 

Per Lévinas il volto è lo spazio di incontro tra l’Io e l’Altro. Molti degli animali di cui ci nutriamo sono mammiferi, hanno due occhi, orecchie, un naso e una bocca, hanno uno sguardo e una espressione. Perché allora è così difficile riconoscerli come quell’ “Altro” con cui si palesa e s’innesca una relazione, uno scambio che è principio dell’etica?

Sapete che Heidegger quando deve dire che l’animale è senza volto, non a caso, cita l’ape: così evita proprio tutta la correlazione di antropomorfismi ineluttabili che citavate. In realtà non riconosciamo come alterità inclusiva neanche quella dei migranti, e di infinite categorie dell’essere: per questo la filosofia è anche un modo per tornare a ridare al reale le sue corrette sfumature di senso. La sorte della vita animale è comune: non vedo nessuna ragione per sentirmi migliore di un maiale e anzi credo che la filosofia, penso al divenire animale di Deleuze su cui ho lavorato tanto, sia un lungo percorso per tornare a essere “la vita in quanto vita” di cui per esempio parla Felice Cimatti nel suo recente Cose uscito per Bollati Boringheri (uno dei libri più originali della filosofia italiana recente).

 

Il mondo odierno registra tristemente livelli di sfiducia, diffidenza, indifferenza e persino di odio di uomini nei confronti di altri uomini: gli ultimi, gli invisibili, i poveri, i migranti, i diversi. L’uomo, insomma, sembra aver cura dell’Altro solo se esso sia comunque riflesso quanto più possibile simile a se stesso. Se ancora non si riesce ad avere rispetto e cura dell’Altro come uomo, non è forse secondario e non impellente notare l’Altro come animale?

Non saprei, i filosofi spesso dell’etica e della politica hanno avuto una visione idiosincratica e di quasi disinteresse. Ripenso a Wittgenstein per esempio, all’idea che ciò che è mistico non possa essere tradotto in pensiero scientifico o normativo. Non so se sono in grado di dire come dovremmo procedere e per che gradi, d’altronde tutte le volte che mi hanno proposto qualcosa di politico sono scappato a gambe levate; certo che nulla toglia di dire che l’alterità, tutta l’alterità, andrebbe riconcettualizzata: non è che se penso agli animali non umani tolgo spazio a quelli umani, la congiunzione “uomo e animale” diceva Nietzsche non ha proprio senso di esistere (e dopo il darwinismo non c’era neanche bisogno di scomodare Nietzsche). Ma la filosofia non deve diventare un’opera di bene o di carità, il paradiso dei filosofi – come lo chiamava David Lewis – è anche quello di chi vive in mondi ancora inesplorati e inesistenti. È il nostro unico lusso, non voglio rinunciarci.

 

Più volte da parte degli animalisti la questione animale degli allevamenti è stata descritta come il più grande olocausto della storia, provocando severe e indignate reazioni da ogni angolo del mondo. Eppure, nello sterminio sistematico e giornaliero di mezzo miliardo di animali è difficile non riscontrare quella banalità del male di arendtiana memoria. Tu come vedi questa analogia?

Non so se ci sia completa aderenza in quella che è stata definita “analogia oscena”: certo ebrei o tutsi o qualsiasi altro popolo massacrato sono comunque all’interno di una storia molto diversa da quella del non-senso economico del massacro animale. Hitler non è paragonabile a una multinazionale di carne, non esageriamo. Bisogna anche smetterla di fare analogie: non è che se dico che uccidiamo animali come ebrei allora fornisco più dignità agli animali che poi è il motivo per cui tanti in realtà si sono fissati con questa storia. Li massacriamo e basta, e questo è già abbastanza triste per una specie che si crede moralmente evoluta. L’essere umano, su ampia scala, è ancora al livello evolutivo di un alga. Con rispetto per l’alga.

 

Ritengo ormai sufficientemente evidente che il nostro pianeta sia entrato in una fase di declino difficile da ignorare, dovuta a mio avviso al sempre costante pensarci al centro e sempre superiori di qualsiasi altra forma di vita su questa terra. Esiste secondo te una sorta di “cura” per questo dominante antropocentrismo? Come possiamo davvero pensarci in un’ottica “ecocentrica”?

Ecocentrica non saprei, a me qualsiasi “centrismo” in filosofia mi puzza male. Come sapete io, più timidamente, in Fragile umanità ho difeso l’idea che l’evoluzione ci condurrà verso il postumano contemporaneo: una specie che sopravvivere alla tragedia proprio facendone risorsa in una specie di back-to-the-past molto elaborato. Nessuno pensa a se stesso come parte del pianeta, la società contemporanea disabitua a sentirsi nella natura delle cose. Recentemente è uscito il libro di una sciamano per nottetempo, La caduta dal cielo, che spiega molta più filosofia di quella che potreste trovare in un manuale occidentale: se semplicemente tutto ciò che abbiamo pensato fino a questo momento fosse sbagliato? Questa è la vera questione posta dalla filosofia anti-antropocentrica. È la questione che mette in crisi tutte le altre.

 

Il tuo ultimo libro, Vegan. Un manifesto filosofico, è uscito proprio in questi giorni. Vuoi provare a spiegarcelo in due parole?

Vegan per me è il termine con cui si descrive non una dieta ma una filosofia della sottrazione piuttosto che una della aggiunta: in gergo tecnico vedo nel depotenziamento della realtà quantitativamente un suo aumento qualitativo (è più metafisica che etica). Essere vegani, che poi certo significa anche esserlo in modo alimentare o morale, significa alleggerire il nostro peso di viventi. Per me, così ci capiamo, essere vegani significa prendere la lezione americana di Calvino sulla leggerezza e applicarla ogni giorno: non si diventa migliori, o più puri, si diventa più in pace con se stessi e con gli altri (tutti gli altri).

 

Concludiamo come di consueto con la domanda più sciocca e difficile al tempo stesso che si possa fare a un filosofo: che cos’è per te filosofia?

Mi piace la definizione che davano Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia, ovvero “produzione di concetti”. Ma per me è più una produzione di alternative, come ho scritto ne La vita di ogni giorno: alternative reali, che cambiano la vita, non alternative disciplinari. Queste alternative poi possono riguardare l’estetica o la logica, ma sono sempre “immagini” di realtà alternative agli stati di cose attuali. Sono stato bocciato tante volte da chi decide se uno è un filosofo oppure no, dunque chissà se possa davvero definirmi filosofo; e anche se nel mio caso, chissà, forse hanno fatto bene …. penso che se gli stessi mediocri sconosciuti non avessero bocciato al loro tempo anche Wittgenstein o Nietzsche, Benjamin o Hume, oggi non avremmo neanche la storia della filosofia. Di fatto è filosofia, e vale solo per la filosofia, ciò che non può essere capito nel proprio tempo proprio perché è dal e per il proprio tempo che viene prodotta.

 

Grazie, Leonardo. Continua così.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit: C. Esposito, da www.leonardocaffo.org]

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L’animalità umana: dal linguaggio al corpo

Che cosa significa vivere una vita animale? Questo breve articolo cerca di indagare le condizioni di possibilità dell’animalità umana, ossia una vita umana in contatto diretto con la sua esistenza animale. Per iniziare possiamo affermare che una vita animale non è una vita linguistica. Gli animali non umani hanno un’esistenza corporea, un’adattabilità comportamentale riferita all’ambiente circostante e una vita mentale che si appoggia a entità percettive della sua struttura.

Ciò che separa l’uomo dall’animale, seguendo una lunga tradizione filosofica, è il tipo di rapporto con il mondo. Il rapporto che l’essere umano ha con il mondo è di tipo linguistico, ossia la propria esperienza del mondo, così come il rapporto con gli oggetti del mondo, è filtrata dal linguaggio. Cercare di comprendere cosa significa vivere una vita animale significa cercare di capire che cosa significa vivere senza linguaggio (al di qua del linguaggio).

Uscire dal linguaggio significa cercare di spezzare quel rimando infinito di segni per avere un contatto immediato con la cosa designata. Un mondo animale è un mondo a contatto diretto con se stesso. L’animale è quell’ente che è a contatto con il mondo, e, nello stesso senso, il mondo è a contatto con tale esistenza. Allora l’animalità umana è qualche cosa che trascende il linguaggio, qualche cosa che sfugge ai nostri schemi concettuali, alle nostre categorie. L’animalità è tutto ciò che non è possibile ingabbiare all’interno del linguaggio. Questa è la ragione per cui l’animalità non è esclusiva degli animali, ma è parte anche della vita vegetale; essa non distingue tra vivente e non vivente poiché l’animalità è uno stare al mondo come un corpo privo di linguaggio naturale, un corpo a contatto con l’esistenza. Una pietra sta esattamente dove deve stare, una pianta vive la sua vita in modo immanente, e gli animali non umani vivono in un qui e ora totalizzante. E la vita umana?

La vita umana vive sempre in un eccesso di sé, al di là di sé; una persona può fare qualche cosa mentre pensa alle vacanze che l’aspettano, può scegliere una strada rimpiangendone sempre una mancata, vedere in una libreria un libro mancante quando esso semplicemente non è presente. Tutto questo vivere al di là è causato dalle possibilità che apre il linguaggio, alla possibilità trascendente del poter parlare di ciò che non c’è o non c’è ancora, di ciò che c’è stato o ci sarà, di tutto quello che non è reale. L’essere umano è ovunque e sempre, e questo non gli permette di avere un contatto diretto con il reale. Questa è la ragione per cui solo l’essere umano può vedere l’animalità: «[…] l’animalità la può vedere, e desiderare o temere, soltanto un essere umano. È un paradosso che sta al cuore dell’animalità: solo il vivente meno animale che ci sia, Homo sapiens, è in grado di pensare, desiderare, temere, invidiare l’animalità. Perché l’animalità di una sardina, di una foglia, di una crepa in un muro semplicemente “accade”, quella umana va invece costruita lentamente; ci vuole molto tempo perché un corpo umano possa sperimentare l’animalità»1.

Secondo l’interpretazione di Felice Cimatti, la fotografia (così come il cinema) è ciò che riuscirebbe a catturare l’animalità, ovvero quell’evento straordinario che sfugge a ogni categoria, a ogni tentativo di definire una volta per tutte qualche cosa. Allora l’animalità può essere un gioco di ombre e luci inatteso, una crepa sul muro che spezza ogni posizione statica di soggetti che attendono di essere ripresi. Abbiamo un doppio movimento, noi che vediamo l’animalità e il mondo che guarda noi poiché, quando vediamo qualcosa al di qua del linguaggio, siamo immersi nel mondo, ci facciamo vedere dal mondo come un oggetto; siamo oggetti dell’animalità.

Un’interpretazione ancora più affascinante è quella della pratica dello zazen, “lo stare seduti”. Essa è una disciplina della pazienza, tale per cui è necessario fare solo ciò che si sta facendo, ovvero lo “stare seduti”. Il corpo in questo modo, concentrato per molto tempo sulla posizione del suo stato, può dimenticare il padrone del suo corpo, quell’“io” linguistico che incessantemente si intrufola tra il corpo animale che siamo e il mondo, ed evitare di lasciarsi trascinare dalla corrente dei pensieri – non bloccandoli ma rendendoli suoni all’interno di un corpo.

L’animalità è una forma di esperienza ineffabile, ma tale ineffabilità significa solo che non è esprimibile a parole, non che essa sia incomunicabile. Proprio per questo l’esempio della meditazione e le tradizioni che spaziano dallo yoga allo zen, dimostrano che questo tipo di esperienza è trasmissibile. In tal senso, l’animalità è certamente ovunque, ma ciò che è più interessante è: cosa rimane dell’animalità in noi, cosa si sottrae al concetto (linguistico) che abbiamo di noi stessi? Rimane il corpo, e nulla più. Già Foucault nelle sue ultime lezioni asserì che il reale principio di coerenza tra l’essere umano e la verità deve passare per il comportamento, in una sorta di coerenza corporea. È un movimento di pensiero del corpo e del mondo che afferma positivamente l’animalità umana.

La filosofia dell’animalità, il vivere animale, che riprende questi due grandi temi – da una parte il rapporto tra la cosa e il linguaggio e dall’altra il corpo e la verità –, sviluppa in sé uno sguardo nuovo sul mondo che riflette la ricerca di una vita che sia totalmente altra, «una vita la cui alterità deve produrre il cambiamento del mondo»2.

 

Nicola Zengiaro

Nicola Zengiaro (Vicenza, 1992) si è laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Torino sotto la direzione di Maurizio Ferraris. Si è specializzato, lavorando con il professor Oscar Horta, nel Master in Filosofia dell’Università di Santiago di Compostela e attualmente è dottore di ricerca nella stessa. È vicepresidente della ONLUS Gallinae in Fabula, ricercatore nel Laboratorio galego di ecocritica e nel Centro Studi Filosofia Postumanista, inoltre fa parte della redazione di Animal Studies. Rivista italiana di antispecismo. Ha pubblicato articoli accademici in riviste scientifiche italiane e spagnole come LazarusVegueta, Animal StudiesHybrisVeganzetta; ha recensito il libro Filosofia dell’animalità per la Edinburgh University Press e ha tradotto il dialogo tra Stefano Boeri, Amos Gitai e Adrian Paci per la Bompiani.

NOTE
1. F. Cimatti, Sguardi animali, Mimesis, Milano 2018, p. 45.
2. M. Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri II. Corso al Collège de France (1984), Feltrinelli, Milano 2011, p. 322.

[Credit: Jake Melara via Unsplash]

Film selezionati per voi: maggio 2018!

Se la cinematografia è riconosciuta come la settima arte un motivo deve ben esserci! Ne conoscono sicuramente più di uno i nostri esperti in materia, che anche questo mese ci regalano un’ampia e variegata lista di titoli dai quali lasciarci tentare.

Buona visione a tutti!

FILM IN USCITA

chiave-di-sophia-isola-dei-cani-1L’isola dei cani – Wes Anderson
Il ritorno alla regia di uno degli autori più amati del cinema statunitense è un originalissimo omaggio animato alla cultura orientale e giapponese. Nove anni dopo lo strepitoso Fantastic Mr. Fox, Wes Anderson torna a cimentarsi con un altro film in stop-motion dove i protagonisti sono, ancora una volta, gli animali. Ambientato nel Giappone del 2037, L’isola dei cani è un originalissimo appello ad andare sempre oltre le diversità di genere, ad amare gli animali e a non smettere mai di ribellarci a ciò che ci sembra ingiusto. Un piccolo gioiellino visivo che riesce a intrattenere lo spettatore, offrendogli una serie di importanti spunti di riflessione. USCITA PREVISTA: 1 maggio 2018.

chiave-di-sophia-loro-dueLoro 2 – Paolo Sorrentino
Seconda e ultima parte del dittico cinematografico dedicato alla figura di Silvio Berlusconi, “Loro 2” promette un finale interamente dominato dalla controversa figura dell’ex premier italiano. Dopo una prima parte in cui Berlusconi è rimasto quasi sempre fuori campo, questo secondo film sembra destinato ad approfondire la figura del Cavaliere, preferendo sempre una visione onirica e introspettiva dei personaggi alla mera cronaca dei fatti. Un tripudio visivo e stilistico per raccontare una delle pagine più controverse della politica italiana di questo secolo. USCITA PREVISTA: 10 maggio 2018.

chiave-di-sophia-mektoub-my-love-canto-unoMektoub, My Love (Canto Uno) – Abdellatif Kechiche
Torna al cinema il regista del controverso La vita di Adele, con una rilettura estremamente fisica e carnale del romanzo “La blessure, la vraie” di François Bégaudeau. Presentato in concorso alla settantaquattresima Mostra del cinema di Venezia, questa prima parte di un’ideale trilogia cinematografica, racconta il ritorno, nella sua città natale, del giovane Amin, studente desideroso di vivere i piaceri e le passioni dell’adolescenza, senza rinunciare a inseguire i suoi sogni. Un viaggio coloratissimo e spregiudicato nella gioventù d’oggi. Un baccanale cinematografico che ha diviso in due la critica mondiale tra chi l’ha vissuto come un’esperienza visiva estremamente appagante e chi ne è invece rimasto altamente perplesso. Un titolo imperdibile per gli amanti del cinema d’autore. USCITA PREVISTA: 24 maggio 2018.

chiave-di-sophia-meraviglie-del-mare-minLe meraviglie del mare – Jean-Michel Cousteau

Un viaggio dalle Isole Fuji alle Bahamas: questa la straordinaria esperienza intrapresa dal regista Jean-Michel Cousteau con i figli Celine e Fabien e con la sua troupe. Le meraviglie del mare è un documentario che esplora oceani sconosciuti e indaga ciò che li minaccia, diretto da Cousteau e raccontato da Arnold Schwarzenegger, un omaggio al mare e un invito a salvaguardarlo. USCITA PREVISTA: 17 maggio 2018

chiave-di-sophia-manon-royal-opera-houseRoyal Opera House: Manon

Dal racconto di Kenenth MacMilan sul tragico amore tra Manon e Des Grieux un capolavoro del balletto moderno. La settecentesca Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut è un pilastro del Royal Ballet: la prima si svolse il 7 marzo 1974 interpretata da Antoinette Sibley e Anthony Dowell. Appassionati pas de deux, che ricordano l’intensità del Romeo e Giulietta, e spettacolari scene corali, che creano ritratti vividi e complessi delle società di Parigi e di New Orleans, caratterizzano una delle più coinvolgenti danze drammatiche. USCITA PREVISTA: 3 maggio 2018

 

UN FILM SUL PASSATO

In occasione del cinquantenario degli avvenimenti del “Maggio ’68”

chiave-di-sophia-qualcosa-nell-ariaQualcosa nell’aria (Après mai) – Olivier Assayas

Parigi, primi anni Settanta. Gilles è un liceale che vive la contraddizione tra l’impegno politico nei collettivi studenteschi e la volontà di intraprendere un percorso individuale. Lasciato da Laure, Gilles va in Italia con alcuni amici e con la nuova fidanzata Christine, fuggendo così alle indagini sul ferimento di un vigilante. Iscritto all’Accademia di Belle Arti, in lui si fa strada l’idea di dedicarsi al cinema. Premio per la migliore sceneggiatura nel 2012 alla 69° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Something in the air – titolo inglese – racconta le contraddizioni di Assayas e il suo percorso di uomo e di cineasta in una pellicola intrisa di malinconia e della vivacità culturale degli anni Settanta.

 

UN FILM PER RAGAZZI

chiave-di-sophia-dumaDuma – Carroll Ballard

L’amicizia per i nostri bambini e ragazzi è un’esperienza speciale, imprescindibile per la loro crescita emotiva ed affettiva. In questo film l’amico di Xan, il ragazzo protagonista, è un amico d’eccezione: è simpatico, peloso e viaggia a quattro zampe..è un cucciolo di ghepardo! Se siete amanti degli animali e se vi piace l’avventura, non perdete l’occasione di rispolverare questo film del 2005, visione ideale per un party di compleanno tra amici o per un pomeriggio in famiglia!

 

Alvise Wollner, Rossella Farnese, Federica Bonisiol

 

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La filosofia polimorfa alla prova della città

Una filosofia polimorfa tiene conto dei piani diversi su cui si articola il reale. Non è quindi antropocentrica né concettuale, ma applicata, e considera la realtà come un campo su cui agiscono forze diverse non sempre gerarchicamente organizzabili. Un campo può essere una determinata porzione di spazio e di tempo mentre le forze, per esempio, diversi apparati percettivi e vite mentali. La città è un campo di applicazione sui generis del caso appena citato.

L’esercizio è quello di considerare la città come un organismo vivente, che include la natura. La città vive e le esistenze che ospita possono osservarla in modo radicalmente diverso. Secondo Anna Maria Ortese «nelle voci di molti uccelli, forse anche dei più lieti risuona a volte questa nota accorata, quest’alta e tiepida malinconia a cui non sembra esservi spiegazione»1. Quanto segue è un tentativo di spiegare questa intuizione geniale.
La malinconia degli animali, e di tutti coloro che non rispettano il canone di “normalità” imposto da una maldestra ontologia sociale, deriva da quello che possiamo definire “antropocentrismo del progetto”. In tutte le fasi della progettazione, infatti, non si tiene conto dell’impatto della costruzione di mondo sui micro-mondi. La città è un insieme di Umwelten, di mondi-ambienti, che tentano di organizzarsi armonicamente. L’armonia è un’arma a doppio taglio perché, come la globalizzazione, se mal gestita può sfociare in arroganza: un punto di vista, come quello dell’architetto o del politico, governerà loro malgrado anche i coni visivi delle forme di vita che si abiteranno uno spazio progettato da altri.

La sfida di Milano Animal City è dunque questa: tentare di progettare in modo tale che lo sguardo dell’altro diventi parte integrante del progetto stesso. Ciò costituirebbe un esercizio di depotenziamento della posizione antropocentrica: «bussare a tutte le porte, raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci gli scritti in ogni corteccia d’albero o in ogni dura pietra quando, non pure, nelle risuonanti e sempre uguali narrazioni del mare»2.

L’antropocentrismo è l’oggetto più indecostruibile della filosofia. E forse si potrebbe domandare: tentare di uscirvi non è antropocentrico a sua volta? No: almeno più di quanto una doppia negazione non sia un’affermazione. L’antropocentrismo è nei suoi effetti morali, metafisici e scientifici devastanti. Un primo modo di superarlo è esercitarsi nell’attività di progetto dal punto di vista dell’altro.

L’antropocentrismo descrive una forma di vita: un’umanità chiusa nei quattro errori di Nietzsche descritti ne La gaia scienza: 1) vedersi sempre e solo incompiutamente; 2) attribuirsi qualità immaginarie; 3) sentirsi in una falsa condizione gerarchica rispetto alla natura e agli animali; 4) inventare sempre nuove tavole di valori considerandole per qualche tempo eterne e incondizionate. Cosa segue? La fine dell’umanità come concetto e non come oggetto. Quel volto umano tracciato sulla sabbia che sta per essere investita da un’onda, come raccontava Foucault. Caduta una narrazione ne occorre un’altra “postumana”, antagonista a quella superomistica proposta dallo stesso Nietzsche. Il postumano è un’umanità “aperta”. L’umano è in continuità ontologica con la natura e non ha una posizione speciale nel mondo. Tende a ibridarsi e modificarsi con i suoi stessi prodotti tecnologici, modificando i suoi predicati e la sua essenza, divenendo un’opera aperta (come la definiva Umberto Eco) contrapposta all’opera chiusa dell’umanesimo.

Qui rientra Milano Animal City. Un esperimento in cui si fa esercizio di questo “dopo” usando l’urbanistica. In questa intercapedine si apre un nuovo spazio per quella filosofia dell’architettura che è l’idea secondo cui per progettare nuove forme di vita (filosofia) si debbano concepire diverse strutture per la vita (urbanistica). È un progetto più metafisico che etico. Per troppo tempo si è creduto (si pensi ad Adolf Loos che non annoverava gli architetti tra gli esseri umani) che il progetto fosse un atto divino: una creazione di mondo a cui poi altri si sarebbero dovuti adeguare. Oggi i tempi sono invece maturi per comprendere che progettare significa creare vita comune: la domanda è come vedrei il mondo se non fossi chi sono?

Ecco dunque che la progettazione della città diventa un atto corale: visioni molteplici che tentano di ricongiungersi entro la parola “intersoggettività”. Dobbiamo prepararci a una nuova epoca: quel postumanesimo già in atto in cui nuove forme di vita vivono insieme in una ritrovata alleanza.

 

Leonardo Caffo

 

NOTE
1. A. M. Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi, Milano 2016, p. 16
2. Ivi, p. 17

 

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Possibilità empirica e possibilità logica

– Che cosa… è… questa? – Domandò l’unicorno alla fine.
– È una bambina! – Rispose Caifa […].
– Ho sempre pensato che fossero mostri delle favole! – Disse l’unicorno […].
– Sapete – irruppe Alice – anche io ho sempre pensato che gli unicorni fossero mostri delle favole! Non ne avevo mai visto uno vivo, prima d’ora!
– Bene, ora che ci siamo visti a vicenda – disse l’unicorno – se tu crederai che io esisto, io crederò che tu esisti. D’accordo?1

Così Alice accetta di credere nella possibilità dell’esistenza di una creatura con la quale, prima di cadere al di là dello specchio, non avrebbe mai immaginato di poter interagire.

Questo Gennaio il progetto didattico La valigia del Filosofo è approdato per la prima volta in una Scuola Primaria di Secondo Grado, con il laboratorio di filosofia e narrazione Le meraviglie che Alice trovò. E proprio al tema della possibilità, introdotto dal racconto dell’accordo tra Alice e l’unicorno e della loro reciproca perplessità iniziale, è stato dedicato ampio spazio nell’ultimo incontro. Pur immersi nell’atmosfera surreale del paesaggio-scacchiera in cui prendono vita le avventure di Alice, i ragazzi della 1A rimangono con i piedi per terra. La loro risposta negativa alla domanda, apparentemente scontata “è possibile ascoltare la voce di un unicorno?” fornisce lo spunto per renderne esplicito il presupposto teorico e per iniziare a comprendere alcuni meccanismi del pensiero che restano inalterati nel passaggio dal mondo reale a mondi raggiungibili soltanto con la fantasia.

Rimanere con i piedi per terra significa considerare il concetto di possibilità come possibilità empirica. In questo caso, per tracciare la linea di confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è, dobbiamo tenere presente che le cose, nel mondo in cui viviamo, stanno in un certo modo. Per quanto ne sappiamo, nel nostro universo gli unicorni non esistono e sarebbe un errore ovvio affermare la possibilità di ascoltarne la voce. I ragazzi si sono mostrati più propensi a trovare esempi di possibilità e necessità empirica sull’esistenza, ma il dibattito ha compreso anche alcuni casi riguardanti fatti ed eventi: “è necessario respirare”, “è impossibile che un corpo entri in acqua senza bagnarsi”, oppure “è impossibile che un uomo cada dal sesto piano e non si faccia niente” sono state alcune delle loro frasi. “E se cade su tappeti morbidissimi?” è la pronta osservazione. Se ci limitiamo a considerare la nostra esperienza e le leggi di natura, il discorso si sposta inevitabilmente sulle condizioni fisiche di partenza della possibilità di un fatto o di un evento. La discussione diventa molto concreta e si trasforma in una lunga catena di “sì, ma se…?”, in cui ciò che conta è riuscire a esprimere le condizioni iniziali di possibilità in modo preciso.

A fare in modo che la riflessione torni ad essere un po’ più da filosofi che da fisici è il riferimento alla storia di Alice. Seguire il suo cammino ci ha fatto volare oltre i confini di ciò che riteniamo possibile nel nostro universo. Abbiamo creduto a fiori parlanti e assistito agli effetti di un fungo in grado di rimpicciolire o ingrandire chi lo assaggia. C’era un gatto su un albero che a poco a poco è svanito! Se, a partire dalle avventure di Alice, ma anche dei protagonisti di tantissime storie per bambini, osserviamo in che modo la fantasia ci permetta di ampliare i confini della possibilità empirica, emerge una questione importante: quanto l’immaginazione si può svincolare dalla nostra esperienza concreta? Perché, per esempio, gli animali fantastici della mitologia, come la chimera, sono la composizione bizzarra di parti di animali realmente esistenti?

Nel giocare a costruire mondi fantastici possiamo inventare regole che li caratterizzino in modo necessario, costitutivo, e che limitino il campo della possibilità, come la nostra esperienza limita il campo di ciò che, nel nostro mondo, accettiamo come possibile o come necessario. “È necessario che, per avanzare di una casella, Alice attraversi un ruscello, prima di diventare Regina” è una frase che rimane vera in ogni situazione in cui Alice si trova al di là dello specchio. E chissà quante altre regole ha scelto Lewis Carroll per dare coerenza al suo racconto.

Se poi decidiamo di escludere qualsiasi tipo di legge nel dare vita a uno scenario fantastico, ai massimi livelli di astrazione restano le leggi che definiscono la possibilità logica. Se a è una proposizione dichiarativa qualsiasi, il significato della proposizione “è possibile a” equivale a quello di “non è necessario non a”; viceversa, affermare “è necessario che a”, equivale ad asserire “non è possibile non a”. Il concetto di possibilità logica, così definito, è più ampio di quello di possibilità empirica. E la sua natura astratta fa sì che rimanga valido anche quando, con la fantasia, ci allontaniamo tanto dai meccanismi del nostro universo. Così i ragazzi vengono introdotti, nella prima parte dell’incontro di laboratorio, alle tematiche della possibilità empirica e della possibilità logica.

 

La valigia del filosofo

NOTE
1. L. Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, in D’Amico, M. (a cura di), Il mondo di Alice, BUR, Milano, 2006, pp. 177-178 (trad. lievemente modificata).

 

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La storia segreta delle puledre trace

Tante sono le congetture che facciamo sull’origine di un’opera che ci appare grandiosa: cosa l’avrà ispirata, cosa avrà provato il suo autore, quanto tempo ci avrà impiegato nel concepirla, come avrà iniziato.

In buona parte, che si tratti di un’opera artistica, filosofica, letteraria, scientifica, la sua origine ultima ci rimane sconosciuta ma la ricerca al riguardo può portare a delle curiosità e a delle ipotesi su cui è sì bello fantasticare ma che allo stesso tempo ci possono dire qualcosa di importantissimo sul significato del fare, dello scrivere, del creare e che trascendono il solo piano della fantasia.

Iniziando con la lirica antica, in numerose poesie troviamo riferimenti simili a quelli che ad esempio ci tramanda il poeta Anacreonte nei suoi versi forse più celebri: «Tu puledra di Tracia che adocchi di traverso e mi sfuggi crudele e mi credi incapace, impara che saprei ficcarti bene in bocca il morso e con le briglie girarti sulla pista: ora va’ per i prati, gioca e balza in disparte, non hai il buon cavaliere che ti sappia montare»1. Pensiamo anche ai passionali versi che Archiloco dedicò alla sua lontana amante o a una qualsiasi delle fanciulle che malinconicamente Saffo dovette osservar crescere e andar via o alla schiava misteriosa che rise all’inciampo di Talete e che ha ispirato tanta letteratura.

In tutti questi casi l’oggetto amoroso o quanto meno poetico resta senza alcuna descrizione e senza nome, rimane a noi eternamente sconosciuto. Immaginiamo una di quelle figure femminili, bella e piena di energia tanto da essere assimilata da Anacreonte all’animale (frequentissimi nella letteratura greca i parallelismi tra donne e animali imponenti, che uniscono nello stesso significato potenza e bellezza), aggirarsi nei pressi della città sotto lo sguardo del poeta, che ne è ispirato e che attraverso l’evento e attraverso lei sigilla nel papiro parole semplici ma millenarie ed essenziali riguardo le cose amorose. L’energia sprigionata da quell’antico fugace incrocio di sguardi è destinato a riverberarsi nelle opere e nei tempi successivi, come specchio del vero testimoniato una volta per tutte.

Quando, secoli dopo, Nietzsche prenderà Archiloco come sommo esempio di uomo dionisiaco e la sua opera come espressione massima di quella «melodia primordiale»2 che è il fondo abissale che soggiace all’essere e a ogni sua manifestazione, intenderà indicare l’opera umana come riflesso di un’origine insondabile e oscura ma che si esprime nell’artista. La sua opera non è che il risultato di un movimento inconscio di natura anche diversissima rispetto al tipo di creazione che offrirà l’artista.

Anche in epoche ben più vicine a noi abbiamo esempi in cui creazione e tribolazioni personali si incrociano: fra i tanti, il rapporto tra Martin Heidegger e Hannah Arendt3.

Heidegger è noto per essere stato un pensatore appartato, attentissimo e concentrato. Le sue opere si rivolgono criticamente ai fondamenti della cultura occidentale in ogni suo aspetto. E nonostante si sia già ampiamente scritto sul come abbia percorso la strada del pensiero, contro chi e che cosa, non si può rimanere stupiti nello scoprire che quel minuzioso ed estenuante lavoro che culminerà nella stesura di Essere e tempo aveva trovato energia e ispirazione profonda nel rapporto con la Arendt, cioè in qualcosa di lontanissimo rispetto al contenuto e ai motivi dell’opera. Anche in questo caso la fonte creativa per un’opera conosciuta come quella del pensatore tedesco, si deve rintracciare dove non lo si avrebbe pensato. Immaginiamo Heidegger, che solo e concentrato nella baita di montagna, trova le forze nel pensiero della sua relazione, di quegli incontri segreti, di quel qualcosa di misterioso e incalcolabile che brillava negli occhi della sua Hannah, che sfociava in un flusso creativo di genere diversissimo ma ugualmente potente in intensità.

Certo, ogni opera assume poi un proprio senso e un proprio posto nel suo contesto. Ciò che non riguarda il suo contenuto viene gradualmente perduto. Ma in certi casi, la ricerca e il pensiero su quelle cose restituiscono il terreno proprio in cui esse sono nate e pur non fornendo informazioni utili a livello strettamente scientifico, comunque allargano l’orizzonte entro cui naturalmente si trovano. E in questo senso si guadagnano una qualche considerazione: è forse un caso il fatto che ad essere giunti fino a noi siano proprio quei frammenti amorosi anacreontei? E che proprio da lui sia partita una delle maggiori tradizioni poetiche? Non siamo più consapevoli della potenza di Essere e tempo alla luce del modo in cui il suo autore intendeva e viveva le relazioni?

Come per l’universo, composto in grandissima parte di materia ed energia oscura, l’energia oscura che circonda ciò che ci sta sotto gli occhi e da cui proviene è parte di ciò che è da indagare e conoscere. Si potrebbe mai tracciare una sorta di storia di ciò che segretamente ha reso possibile ciò che oggi conosciamo nelle sue presunte origini note?

Se comunque quest’idea non porterà mai dei frutti, traiamone almeno ispirazione immaginando quella enorme schiera di personaggi e situazioni che nell’ombra dei tempi danno il vero significato alle nostre piccole e grandi opere.

 

Luca Mauceri

NOTE:
1. Lirici greci dell’età arcaica, Bur, Milano, 1994, p. 247.
2. F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano, 1977, p. 46.
3. Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt: una biografia, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Hanno diritti gli animali? Contraddizioni tra etica e diritto

Il festival Pensare il presente prosegue e per un momento sposta l’attenzione dalle tematiche di vita squisitamente umane al mondo degli animali; questo interesse verso il mondo “altro” rispetto all’uomo ritornerà anche nell’evento Uomo e ambiente di sabato 25 marzo.

La serata Diritti animali di mercoledì 15 marzo ha visto come ospiti Luigi Tarca, professore ordinario di filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Sara De Vido, docente di diritto internazionale presso il medesimo ateneo, e Monica Gazzola, avvocato ed autore del libro Per gli animali è sempre Treblinka edito da Mimesis (2016). La conferenza è stata sul finale arricchita dall’intervento del noto filosofo Peter Singer, in videoconferenza dall’Australia.

Il dialogo tra la filosofia ed il diritto è stato particolarmente importante ed efficace poiché ha sollevato fin da subito una grande contraddizione: la riconosciuta sofferenza animale contestualmente però ad un suo continuo sfruttamento da parte dell’uomo per i propri scopi utilitaristici. Per esempio, ciò fa sì che la direttiva europea 2010/63/UE, che riconosce agli animali la «capacità di provare ed esprimere dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato», ugualmente consenta la vivisezione, limitandosi piuttosto a circoscriverla in modo più deciso solo per quanto riguarda le scimmie antropomorfe. In altre parole, si concentra sulla tutela di ciò che, pur inumano, è il più vicino possibile all’umano.

Lo sguardo dell’uomo nei confronti dell’animale è sempre retroflesso: il fatto che anche l’uomo sia un animale non viene mai veramente preso in considerazione a livello coscienziale. Per molto tempo la filosofia occidentale ha accantonato la questione animale in quanto non considera gli animali facenti parte della comunità morale: l’uomo è creatore dell’etica e del sistema dei valori, dunque tutto ciò che non è umano ne è escluso.
A questa teoria antropocentrica del valore, il filosofo americano Tom Regan ha sostituito una teoria antropogenica del valore: pur partendo dal medesimo presupposto per cui l’uomo è genesi dell’etica, si sostiene che proprio in quanto tale egli è in grado di estendere la considerazione morale anche ad altri soggetti. Non ci si chiede più dunque se gli animali abbiano una morale: si applica ad essi il principio etico per cui se un essere è senziente ed è dunque in grado di provare sofferenza (come l’uomo), esso ha il diritto di non provare tale sofferenza (come l’uomo). Anche Peter Singer sposa e ribadisce questo concetto: «L’esclusione degli animali dalla sfera morale non è giustificabile razionalmente, è frutto di puro e semplice pregiudizio specista».

Ecco infatti che talvolta si sente parlare di “uccisione” o di “sofferenza inumana” degli animali. Inumana. Il nostro sentire è dunque un metro di giudizio che si applica anche agli animali: qualcosa che noi uomini non potremmo mai sopportare, anche il suo solo pensiero, nemmeno gli animali possono. Animali mutilati, scuoiati, sventrati, sottoposti a tracheotomie, trapanazioni craniche, iniezioni di sostanze tossiche, e nel frattempo vigili: tutto questo è inumano, e dunque anche “inanimale”.

Ci sono già delle alternative alla sperimentazione animale nel campo della medicina, ma prima di arrivare con la tecnologia ad una soluzione definitiva in tal senso bisogna arrivarci con l’anima. È un cammino che inizia dalla base, ovvero l’alimentazione: non esiste una vera e propria necessità biologica di mangiare carne e quasi un miliardo di persone su questa Terra ce lo dimostrano ogni giorno. Bisogna solo rivalutare l’idea assodata da secoli di tradizioni che gli animali non vivono per l’uomo: hanno una vita propria e il loro scopo di vita è vivere.

Suona davvero così strano che lo scopo di un essere vivente (e per di più senziente) sia semplicemente vivere?

Giorgia Favero

Articolo scritto in occasione dell’incontro Diritti animali svoltosi mercoledì 15 marzo ed organizzato dal festival di filosofia Pensare il presente, a Treviso dal 7 al 30 marzo 2017.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Intervista a Giovanni Gaetani: tra cucina e filosofia

È un torrido giorno d’estate, uno di quelli in cui rifugiarsi in biblioteca è una tattica di sopravvivenza, oltre che un dovere. Alzo gli occhi dal testo che sto studiando e vedo un volto noto: Giovanni Gaetani, giovane studioso di filosofia e appassionato di cucina. Da un lungo e piacevole incontro, nasce questa intervista: dalla filosofia alla tradizione gastronomica italiana; dalle nuove tendenze culinarie alla richiesta – sempre più importante – di cibo che non abbia a che vedere con la crudeltà che sembra dover accompagnare necessariamente macellazione e  sfruttamento degli animali.
Gli argomenti trattati sono diversi e, per certi versi, scottanti: le riflessioni del nostro ospite, d’altro canto, non mancano di essere giustamente provocatorie, senza mezzi termini.
Non c’è da dire altro se non “buona lettura”.

Albert Camus scrisse «nel mezzo dell’inverno, imparavo che c’era in me un’invincibile estate». Puntiamo socraticamente al cuore della questione: chi è Giovanni Gaetani? La filosofia e la cucina t’hanno permesso di trovare la tua invincibile estate?

È un periodo strano, questo, “di nuvole e sole”, come direbbe De Andrè, quindi posso dirti solo che sto ancora cercando la mia personalissima “invincibile estate”. Ad ogni modo, per rispondere alla prima domanda, posso dirti che sono nato nel 1988 a Gaeta, dove ho vissuto fino ai 18 anni, età in cui mi sono trasferito a Roma per studiare filosofia, la mia vera passione: ricordo che, ancor prima di iniziare a studiarla, avevo preso in prestito Così parlo Zarathustra dalla biblioteca del liceo, perché qualcuno mi aveva detto che era un autore di destra e volevo capire se fosse vero – ma a 15 anni cosa avrei mai potuto capire? Poi negli anni ho letto lo Zarathustra più e più volte, e più a fondo: ora Nietzsche è senza dubbio uno dei miei autori di riferimento…
La passione per la cucina, invece, è nata proprio durante il primo anno di università: vivendo da fuori-sede dovevo scegliere se a) morire di fame; b) campare di pizza, kebab e surgelati o c) iniziare a darmi da fare ai fornelli. L’amore per la cucina per me è nato proprio in questo contesto, ed è così che continuo a viverlo: ho studiato filosofia, voglio continuare a farlo – la cucina è e resta solo una bellissima passione!

Sappiamo che ci sono fondazioni italiane di un certo rilievo che nel corso degli anni hanno avuto sempre maggior influenza nel panorama culturale. Spicca fra queste quella di SlowFood il cui presidente, Carlo Petrini, ci dice: «Recuperare il giusto valore del cibo è il nostro compito e lo dobbiamo fare come persone che davanti ad esso recuperano la loro identità. Occorre, però, ricordare che esso coinvolge la sociologia, l’antropologia, la genetica, la biologia, e altro ancora fino alla cucina stessa. È il terreno su cui l’olismo e la multidisciplinarietà che non è ancora passata si devono conformare. Bisogna, quindi, assumere la visione olistica del cibo in quanto argomento che può diventare anche un impegno politico». Dunque alla luce di quanto affermato da Petrini, qual è la tua posizione?

Credo che nella società attuale ci siano due idee di cucina ben distinte: una fatta di lustrini e spettacolo, che ha un vero e proprio indotto economico e che spesso distorce il senso originario dell’esperienza culinaria (il #foodporn, per usare un noto hashtag di Instagram); un’altra idea che invece resta più vicina all’esperienza culinaria originaria, ovvero quel luogo d’incontro tra i mille volti dell’umanità, quella cucina familiare che non ha nulla da invidiare alla cucina dei grandi chef. Troppo spesso dimentichiamo cosa (e chi) c’è dietro il piatto che mangiamo, così come dimentichiamo che ci sono persone – da questa e dall’altra parte del mondo – che vivono sotto la soglia di povertà e che, a differenza nostra, non possono permettersi neppure un pasto al giorno, a causa dei nostri eccessi; persone che, magari, hanno raccolto per due soldi i pomodori che abbiamo nel piatto, o le arance che beviamo nella nostra spremuta. Nel cibo come altrove, ci vorrebbe meno spettacolo e più conoscenza.

Altri luoghi di arte culinaria propagandistica, lasciami passare il termine, sono posti come Eataly. Questi sono luoghi in cui senz’altro si preserva l’enorme patrimonio culturale gastronomico che appartiene alla nostra nazione ma la domanda nasce spontanea: se da una parte bisogna importare i veri vini italiani, i veri formaggi regionali e in generale la vera cucina italiana come può essere questo in accordo con la sua salvaguardia? Come si fa a dire “esportiamo in tutto il mondo il vino italiano” e al contempo “viva il chilometro zero”? Cosa ne pensi?

Eataly, che pure è un’idea ottima, credo possa funzionare molto bene per esportare il brand della cucina italiana all’estero. La cucina italiana vissuta in Italia, però, è un’altra cosa: è quella veramente slow, locale, domestica, familiare. È una cucina a chilometro zero che, però, non mira allo stesso profitto. D’altro canto, ogni esportazione è in realtà sempre una contaminazione – è inutile nasconderselo. In cucina non sono platonico, non credo in essenze culinarie rigide o nelle ricette come esperienze ipostatizzate: ciascuno è libero di sperimentare quel che vuole, senza però credere che la sua maniera sia l’unica giusta. Ecco, sono liberale in tutto, anche in cucina!

È evidente che siamo in un momento storico delicato e di transizione ma una cosa è certa: l’uomo continuerà a dover mangiare. Dunque non sta cambiando il cosa ma il come. E allora la mia domanda è: Come cambierà la cultura del cibo nei prossimi anni e soprattutto qual è la direzione che secondo te lo sviluppo alimentare e gastronomico deve prendere? 

Negli ultimi 150 anni la popolazione mondiale è aumentata in maniera esponenziale, passando da un miliardo e mezzo nel 1900 ai 7 miliardi e mezzo nel 2016: si tratta di una crescita demografica mai vista prima nella storia dell’umanità. Fino ad ora la tecnica – io credo nella tecnica, sì, ma al servizio dell’uomo! – ha potuto supplire al fabbisogno umano. Oggi, però, abbiamo superato il limite: l’Earth overshoot day1 è continuamente anticipato, anno dopo anno. E poi c’è un problema di fondo che, chiaramente, riguarda anche la cucina: si è persa ogni consapevolezza dei gesti individuali; viviamo in un mondo globalizzato che, annientando l’idea di comunità, costringe l’individuo all’impotenza – l’impotenza di agire e di influire sulla realtà che lo circonda. Siamo monadi disarmate.
Oggi credo che la cucina gourmet stia diventando sempre più virtuosismo, una ricerca della perfezione che però non deve mai dimenticare di narrare qualcosa. Senza narrazione, il cibo vale metà, se non un decimo. Mi viene in mente Bottura, il mio chef preferito, un vero e proprio filosofo della cucina: è un artista capace di raccontare un concetto e una storia con un piatto; ogni suo piatto è un concentrato di storia, un viaggio, un racconto. Oggi, invece, la cucina del #foodporn mi sembra sempre più mera spettacolarizzazione, un appiattimento sull’immagine.

Per ricollegarmi alla domanda precedente, dico questo. Il vegetarianismo e il veganismo stanno avendo un boom incredibile a livello mondiale ed europeo ma ancora a lento sviluppo in Italia. L’anno prossimo apriranno a Milano il primo Veganz, ovvero la prima catena di supermercati con soli prodotti vegani, già ben piazzata nei paesi del Nord Europa e ancora in via di espansione negli altri paesi dell’Unione. Ebbene è evidente che ripensare la nostra dieta carnivora se non necessario è quantomeno richiesto da molte persone. La cucina ha anche il compito di soddisfare le richieste culturali quindi ti domando: come e con quali tempi secondo te si piegherà la cucina italiana a questa tendenza sempre più cruelty-free? Ci sarà un incontro o uno scontro?

Mi dà molto fastidio sentir dire che il vegetarianismo e il veganismo sono una moda. Non lo sono affatto: sono, anzi, un vero e proprio sistema filosofico. Il veganismo ha argomentazioni valide che, invece, vengono trattate perlopiù con approssimazione e scherno. Da un punto di vista oggettivo, queste argomentazioni hanno un valore etico-ambientale innegabile: da una parte, c’è infatti la questione della sofferenza animale – è giusto provocare sofferenza ad un animale a fini alimentari? Se sì, fino a che punto?; dall’altra, c’è invece la questione degli allevamenti intensivi che presentano un reale problema di sostenibilità, anche per il carnista più incallito.
D’altro canto, gli argomenti del veganismo mettono in luce, nella pratica di vita di chi mangia carne, uno specismo il più delle volte rude ed inconsapevole. Credo che il vegetarianismo e il veganismo siano il futuro, nel senso che nel giro di 20/30 anni tutti – carnisti inclusi – avremo assunto una maggiore sensibilità verso queste tematiche, non nel senso che tutti smetteremo di mangiare carne.
Adesso personalmente mi ritrovo in una posizione intermedia che potremmo definire riduzionista: se è vero che siamo in troppi a mangiare troppa carne, allora mangiarne tutti di meno potrebbe rivelarsi una soluzione efficace per migliorare sia la condizione umana, sia quella animale.
I miei amici sanno quanto mi stia a cuore la questione. Da tanto ho in cantiere un libro – il titolo provvisorio è Apologia di un carnista – nel quale vorrei esporre in maniera sistematica la mia posizione a riguardo, ma non ti nascondo che ho un gran timore delle reazioni dei fondamentalisti vegani ed animalisti. Per loro la questione è già chiusa, da sempre: o con loro o contro di loro. Non c’è alcuna riflessione da fare: uccidere o far soffrire un animale è sempre un atto sbagliato, e chi mangia carne è un assassino. Io invece non credo che macellare un animale e mangiare carne siano degli atti sbagliati in sé: dobbiamo rivedere piuttosto il nostro modo di farlo. Penso ai nostri nonni, che avevano un rapporto sacrale con l’animale, o a quelle popolazioni che non potrebbero eliminare dalla loro dieta il consumo di carne.
Ecco, in quanto filosofo mi sento responsabile, ovvero chiamato a rispondere di questa ed molte altre questioni. Ma finché il livello del dibattito si fermerà allo scontro tra fondamentalisti carnisti e fondamentalisti vegani, finché, cioè, ognuno degli “schieramenti” vedrà nell’altro semplicemente un nemico da eliminare e non un interlocutore con il quale dialogare, allora difficilmente ci sarà spazio per il dialogo e la comprensione, men che mai per la filosofia.
Dobbiamo sfuggire a qualunque falsa dicotomia: i fondamentalismi – anche quelli alimentari e culinari – sono sempre sbagliati. Ci vuole invece un aspetto liberale – non liberista, bada bene – in tutte le questioni. Liberale, cioè rispettoso della libertà altrui e sempre aperto al dialogo.

Pensi che le cucine “fusion” siano una risorsa o credi minino all’autenticità della cucina, in particolare quella italiana? Che ne pensi ad esempio dei sempre più alla moda ristoranti fusion come italiano‑thailandese o italiano-giapponese?

Credo che l’autentica cucina fusion funzioni molto bene nel singolo piatto. La “fusione” va bene finché si conoscono e si distinguono gli elementi che vengono combinati. Ristoranti come quelli di cui mi dicevi sono invece matrimoni di convenienza: non è vera cucina fusion, che invece è molto buona e significa contaminazione delle tradizioni; semplicemente, si offre al cliente un ventaglio di cucine diverse, per soddisfare il suo gusto momentaneo, il suo capriccio del giorno. Inoltre, come dicevo prima, il kebab, il cibo cinese, il sushi che mangi qui in Italia, non sono il vero kebab turco, il vero cibo cinese che troveresti in Cina, il sushi autentico che mangeresti in Giappone. C’è sempre una mediazione, una traduzione, una sorta di filtro per rendersi “comprensibili” all’estero. E poi c’è un elemento chimico‑fisico insuperabile: per fare un esempio scherzoso ma non troppo, senza l’acqua e l’aria di Napoli un pizzaiolo napoletano non potrebbe mai fare quella stessa pizza, a Parigi come a New York.
In queste considerazioni non sono kantiano, non credo nell’uomo universale uguale ad ogni latitudine e dotato della stessa Vernunft in ogni luogo: la vita non potrà mai essere la stessa a Reykjavík come a Roma o a Detroit. Seguo Camus, invece, il quale dice: «Si trovano nel mondo tante ingiustizie, ma ce n’è una di cui non si parla mai, ed è quella del clima. Di questa ingiustizia sono stato a lungo, senza saperlo, uno dei profittatori». I filosofi non hanno mai tenuto conto di fattori come quello climatico: lo stesso non può che valere per il cibo. Per quanto globalizzato, il mercato non potrà mai esportare dei prodotti e delle esperienze culinarie legate indissolubilmente ad un certo territorio di appartenenza.

C’è una sola cucina italiana o ce ne sono molte? Quando parliamo di cucina italiana all’estero siamo sempre costretti a confrontarti con lo stereotipo della pizza, la pasta e il gelato. Noi sappiamo che in realtà c’è molto altro, ebbene: come fare per comunicarlo? È giusto voler mantenere le differenze regionali anche all’estero o questo comporterebbe un prezzo troppo alto?

La regionalità della cucina italiana è una peculiarità che, appunto, si può vivere davvero solo qui: ed è una cosa bellissima, che credo vada salvaguardata. Piuttosto che esportare i nostri prodotti all’estero, dovremmo puntare tutto sui nostri percorsi eno-gastronomici, invitando i turisti a mangiare e bere in loco ciò che invece non potrebbero mai provare a casa loro, per il discorso che facevo prima. Altrimenti il rischio è che quello che a noi appare come uno stereotipo ridicolo – da cui giustamente vogliamo liberarci – all’estero venga considerato la vera cucina italiana. Penso ad esempio all’Alfredo Sauce, agli Spaghetti with Meatballs, alle Tagliatelle Bolognese, e così via.

Sappiamo che in Italia non esiste alcuna educazione alimentare o gastronomica a nessun livello scolastico, se togliamo gli istituti di formazione alberghiera e alcuni progetti embrionali a livello universitario. Pensi che sia giusto voler educare i bambini e i giovani ad un consumo critico e ad una conoscenza approfondita?

Ci sono paesi del Nord Europa che, per supplire a questa mancanza, hanno attivato corsi di educazione alimentare nelle scuole. Noi in Italia, invece, non ne abbiamo ancora bisogno perché riusciamo ancora a mantenere una dimensione collettiva, conviviale del pasto, che invece all’estero non c’è più – o forse non c’è mai stata. È, di nuovo, la nostra dimensione familiare e domestica che ci condiziona e ci aiuta sin da bambini: le nostre mamme e le nostre nonne sono cuoche insuperabili, sono le nostre prime maestre in cucina. E poi a tavola noi italiani parliamo soprattutto di cibo: la cucina è parte integrante della nostra cultura, al di là di tutti gli stereotipi. Estremizzando, in Italia la cucina è cultura.
Purtroppo, però, il nostro stile di vita “capitalista” sempre più veloce e precario è diverso da quello dei nostri genitori: rischiamo di perdere questa idea culturale della cucina. Sono dell’avviso che, nelle scuole, come si è giustamente fatto con la musica, si possa e si debba inserire un’ora di “educazione alimentare”, per aiutare le nuove generazioni a conoscere tutto quello che c’è dietro un prodotto/piatto e per riflettere seriamente su alcuni temi politici e sociali su cui c’è poca informazione – coltivazione, allevamento, distribuzione, etc. Quello degli OGM è un caso esemplare a mio avviso: se studiassimo davvero cosa sono, capiremmo che, in una certa misura, gli OGM possono essere una risorsa inestimabile per l’umanità, piuttosto che un’arma nelle mani di pochi lobbisti, come molti fondamentalisti amano ripetere ultimamente.

Se il cibo, come è emerso da questa intervista con Giovanni Gaetani, non è soltanto materialità con cui saziamo un bisogno fisico, ma anche un viatico verso la dimensione del simbolico, è urgente che la filosofia ricominci a fare i conti anche con le questioni legate alla produzione del cibo e al suo significato: dinamiche e conseguenze economiche, sociali, culturali e, in ultima istanza, etiche. O vogliamo veramente accontentarci di pensare e analizzare tutto, meno ciò che ci tiene in vita?

Emanuele Lepore

NOTE:
1. L’Earth overshoot day è la data in cui l’umanità esaurisce il suo budget ecologico per un anno. Questo significa che, da quel giorno fino al 31 dicembre, stiamo vivendo oltre il limite. Dopo questa data manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.

Un feto di maiale con il pancreas umano. Una chimera per risolvere il problema della mancanza di organi per trapianti

Permettere lo sviluppo di organi umani nei maiali per poi utilizzarli nei trapianti. Non è pura immaginazione fantascientifica, ma è ciò che sta cercando di realizzare un team di ricercatori dell’Università della California. Gli scienziati avrebbero iniettato cellule staminali umane in un embrione di maiale per creare una chimera. L’embrione, in parte umano e in parte suino, verrà fatto sviluppare nel grembo di una scrofa per 28 giorni, successivamente la gravidanza verrà interrotta e si procederà all’analisi dei tessuti candidati a diventare un organo trapiantabile.
Un traguardo che ad oggi sembra meno remoto anche grazie allo sviluppo di nuove tecnologie di ingegneria genetica cariche di grandi potenziali, ma forse anche di enormi rischi.

La tecnica utilizzata si chiama Crispr ed è l’ultima frontiera dell’ingegneria genetica.
Fondamentalmente si tratta di un sistema di modificazione del genoma, o “editing genetico”, vere e proprie microforbici molecolari che permettono di tagliare l’elica del Dna nel punto desiderato e sostituirne un tratto, eliminando geni o alterandone la capacità di espressione.  In questo caso, per produrre l’embrione chimera gli scienziati sono intervenuti direttamente sul Dna degli embrioni di suino, immediatamente dopo la fecondazione, creando una sorta di “vuoto genetico” per impedire la crescita naturale del pancreas nel feto di maiale. Il passaggio successivo è iniettare nell’embrione cellule staminali umane pluripotenti indotte (iPS), in grado di dare origine a tutti i tessuti del corpo. L’aspettativa è che queste cellule, sfruttando il vuoto genetico creato nel feto di suino, permettano lo sviluppo di un organo, in questo caso il pancreas, composto esclusivamente di cellule umane, che possa essere successivamente utilizzato per un trapianto.
I maiali sono considerarti “l’incubatore biologico” ideale per far crescere organi umani.

Se l’esperimento avesse successo, dicono, si potrebbero creare tutti gli organi necessari, e così supplire alla loro scarsa disponibilità a fronte dell’ingente richiesta. Inoltre, si potrebbero prelevare cellule staminali di un paziente che ha bisogna di un trapianto, iniettarle in un embrione di maiale per creare l’organo di cui si necessita, che non solo sarebbe una perfetta copia genetica ma sarebbe anche più giovane e più in salute e così il paziente non avrebbe neanche più bisogno di assumere farmaci immunosoppressivi, non privi di effetti collaterali.

Ci sono diversi problemi etici intorno a questo progetto. Lo scorso anno la principale agenzia di ricerca medica degli Stati Uniti, il National Institutes of Health, aveva imposto una moratoria sulla raccolta di fondi per simili sperimentazioni imponendo quindi un’interruzione a tempo indeterminato relativamente il finanziamento di questo tipo di studi.
Da un lato ci si interroga sui rischi legati all’uso delle tecniche di “editing genetico” come la Crispr, dall’altro c’è la questione strettamente etico-morale.
Ad allarmare è soprattutto il rischio che le cellule umane una volta iniettate nell’embrione chimera possano comportarsi in maniera differente da quella presagita dai ricercatori e sfuggire al loro controllo.
Alcuni temono che il trapianto di organi umani creati nei suini comporti il rischio di infezione con virus animali, altri paventano la possibilità che le cellule staminali, migrando fino al cervello dell’animale, possano in qualche modo rendere i maiali più umani e altri, ancora, si preoccupano per gli animali, per la loro sofferenza. Un azzardo troppo grande e pericoloso in nome di un beneficio solo ipotizzabile?

L’unica certezza che abbiamo è che ad oggi le liste d’attesa per un trapianto d’organo sono lunghissime e che riusciamo a trapiantare solo un paziente su sei di quelli che ne avrebbero bisogno, anche questo è molto poco etico.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da Google Immagini]

La Terra, casa mia

Alla base di ogni conflitto c’è una incomprensione, e questo vale anche per il rapporto tra onnivori e vegani. Dal momento che sono vegetariana da poco conosco perfettamente entrambe le campane e dunque so che essere onnivori non è affatto sbagliato, ciò che è sbagliato è essere onnivori senza sentirsi a posto con se stessi: in quel caso, ci vuole solo un po’ d’impegno e coraggio, ma poi ci si sente più leggeri. O almeno, per me è stato così.

Non è detto che sia facile. Per me, è stato un clic. Ero al banco della pescheria ed aspettavo pazientemente il mio turno. Davanti a me c’erano almeno cinque persone e per tutto il tempo che le ascoltavo ordinare osservavo quegli occhi vitrei e senza vita in bella esposizione alla totale noncuranza, la mia compresa. Era quasi il mio turno, il signore davanti a me evidentemente aveva organizzato una cena a base di pesce perché se n’era preso in gran quantità per antipasto primo secondo e anche dessert. Finché non è arrivato il momento dell’astice. L’indifferenza totale con cui l’impiegata s’è messa il guanto lungo di plastica, ha tuffato la mano nell’acquario, arraffato la prima creatura che le è capitata a tiro, gettandola poi nella bilancia e chiedendo “Vanno bene 400 grammi?”, mi ha dato la nausea. Ancora di più mentre il mio sguardo non riusciva a staccarsi dal povero astice che si muoveva ancora con lentezza mentre stava sulla bilancia e il cliente decideva se per lui era o non era abbastanza grasso. A quanto pare lo era, perché se l’è portato via. Io invece, quasi come una bambina impaurita, sono fuggita e mi sono andata a sedere in un angolo tra gli scaffali dei cracker, perché sentivo la testa girarmi come una trottola. E’ stato quello il click, quello il momento in cui ho capito che per me tutto ciò è assolutamente assurdo. Non era certo la prima volta che andavo al bancone del pesce, ma il click è arrivato in quel momento. Per uno scherzo del destino, uno di quelli che mi fa pensare di essere veramente nel mio personale Truman Show, era il 14 febbraio: non avendo un uomo con cui celebrare la ricorrenza, mi è sembrato giusto festeggiare con l’ambiente.

Perché, in realtà, si tratta proprio di questo: dell’ambiente. Come ho detto, posso capire gli onnivori: la carne è buona, il pesce forse di più, sono nutrienti, e può essere che uno non avverta dentro di sé un buon motivo per rinunciarvi: è possibile, succede, e va bene così. Non esiste il “giusto”, non esiste lo “sbagliato”. Per me invece deriva tutto da quella mia fastidiosa impressione che siamo noi esseri umani gli alieni di cui tutti vanno in cerca. Lo so che in realtà siamo frutto di un processo evolutivo, ma a volte mi sembra proprio che, soprattutto da un paio di secoli a questa parte, il nostro impatto sul pianeta sia stato pari ad una pioggia di meteoriti. Grazie a noi e al nostro esagerato ma elitario benessere, a Napoli a gennaio ci sono 16°; grazie a noi, un’isola al largo della Norvegia che si chiama Bjørnøya, letteralmente “isola degli orsi”, non vede più l’ombra di un orso polare da anni; grazie a noi i volti delle Cariatidi di marmo che hanno sorretto una loggia dell’Acropoli di Atene e conservatisi meravigliosamente per 2500 anni, solo negli ultimi 90 (dunque 1/28 della loro vita) sono stati divorati dalle piogge acide; grazie a noi, la foresta amazzonica… Beh, la lista è lunga, ed è pure nota! Ma noi proprio non ascoltiamo! Come con la pioggia: “piove, cosa posso farci io?”. In effetti, viviamo in uno stato del progresso tale per cui inquiniamo tutti quanti tutti i giorni, è inevitabile: quello che invece si può evitare, però, va evitato. Perciò, ben vengano gli accordi di Parigi: è qualcosa vicino al niente, ma è vero che senza sarebbe stato ancora peggio; il fatto però è che non dobbiamo necessariamente stare ad aspettare i comodi dei quadri mondiali: lo so che sembra difficile e assurdo, ma davvero possiamo fare la differenza. Io, sì, proprio io! Essere vegetariani, fare la raccolta differenziata, evitare gli sprechi di cibo (gli All you can it purtroppo offrono spettacoli raccapriccianti, ma da parte dei clienti!), scollegare il caricatore quando il cellulare è al 100% di batteria, prendere i mezzi pubblici tutte le volte che è possibile, riempire le bottiglie alle “case dell’acqua” invece di comprare giorno dopo giorno bottiglie di plastica, chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti, usare pile ricaricabili, spegnere la luce quando si lascia una stanza… e chissà quante cose che ancora non so! So bene che non sarò mai perfetta, ma mi consola il pensiero di impegnarmi come posso. Non sempre ci riesco (con il rubinetto quando mi lavo i denti è una vera lotta), ma almeno ci provo. Del resto la Terra è casa mia; sono felice di vedere il sole, adoro i fiori, mi piacciono molto i delfini (anche se dicono che in realtà sono cattivelli), amo i gatti, mi affascinano il deserto e il paesaggio delle isole tropicali. Detesto pensare che ogni cosa bella che esiste è a rischio, e vorrei fare finalmente la mia parte, assumermi le mie responsabilità. E quando sento che Milano ha sforato abbondantemente i livelli di PM10 per il 93° giorno dell’anno (93 giorni = circa 3 mesi, 3 mesi = ¼ dell’anno, un quarto dell’anno!) e mi scoraggio e penso “Tanto che mi affanno a fare, sono solo gocce nell’oceano!”… a quel punto mi ricordo che del resto l’oceano è fatto proprio di gocce, e che tutto sommato, certamente e sicuramente, è meglio essere una goccia che contribuire alla siccità.

Giorgia Favero