La forma della paura: in margine a It di Stephen King

Come ha scritto Kierkegaard, paura e angoscia non sono sinonimi. L’angoscia è l’irrequietezza di essere difronte all’ignoto, la paura invece è un’emozione precisa, terribile nel suo essere nitida. Detto altrimenti: mentre è raro sapere cosa ci angoscia, la paura ha sempre un contenuto specifico. E la paura atterrisce, cioè getta al suolo, ci inchioda a terra. Non solo metaforicamente, visto che in latino paura (da păvŏr) e pavimento (da păvīmentum) condividono la stessa etimologia, essendo entrambi legati al verbo păvīre che significa battere il terreno e quindi, per estensione, essere sbattuti a terra.

Una paura così intesa è al centro del più celebre romanzo di Stephen King, It, fonte di terrori per l’immaginario collettivo.

La trama del romanzo è nota: il piccolo Georgie muore a seguito dell’incontro con un clown assassino che lo aggredisce mentre gioca con la barchetta di carta costruitagli dal fratello Bill. Quest’ultimo raccoglie un gruppetto di sei coetanei, uniti da un legame quasi magico. Insieme sfidano l’indifferenza dei cittadini di Derry nei confronti dei terribili eventi che accadono, indolente maschera pubblica di ciò che si nasconde sottoterra, nel sepolto inconscio della città: It, mostro dai mille volti, capace di assumere la forma di ciò che più spaventa chi ha davanti.

A dispetto del pronome generico, It è tutto fuorché indefinito: è “il male in sé per me”, il male assoluto fattosi spavento cucito su misura per me. E le nostre paure sono il nostro punto debole perché ci svelano, parlano di noi. La forma in cui It si manifesta a ciascuno dei protagonisti del romanzo ne tratteggia il carattere. Dimmi cosa ti spaventa e ti dirò chi sei. Così le giornate dei sette ragazzi si popolano inizialmente di lupi mannari, mostri, fantasmi, mummie. Un intero arsenale da film dell’orrore che li svela e li sconvolge, certo, ma non li terrorizza davvero: quelle infatti sono solo le forme che la paura assume per loro in superficie, per le strade di Derry, quando scappare difronte ad esse appare una valida alternativa.

Ben diverso è quando i ragazzi affrontano il vero volto di It, senza più dissimulazioni, e realizzano che la paura (come i sogni e i clown) cela sempre il proprio reale aspetto dietro immagini e allusioni. Alle soglie della tana di It, trovano una porta con inciso un ideogramma in cui ciascuno vede qualcosa di diverso, personalissimo e segretamente terrificante. D’improvviso le loro paure calano la maschera infantile: niente più mostri. Esse di colpo si fanno adulte, concrete.

Bill, divorato dal senso di colpa, vede l’odiata barchetta di carta costruita per Georgie, causa indiretta della sua morte. Stan, sempre a caccia di uccelli rari, è lacerato dalla sua ambizione a un ideale sempre così distante dalla realtà, e gli appare una fenice, l’unico uccello che non potrà mai scovare perché forse neppure esiste. Richie vede un paio di occhi dietro a spesse lenti, quegli stessi occhiali che anche a lui sfigurano i lineamenti e scivolano sempre sul naso, perenne monito del suo sentirsi inadeguato. Mike, ragazzo di colore, scorge un vecchio razzista incappucciato e la paura (più reale di qualsiasi mostro) di doversi guardare le spalle per via del colore della sua pelle. Beverly, spesso oggetto di violenza da parte di un padre che dice di amarla, vede un pugno chiuso. L’ipocondriaco Eddie vede un lebbroso, paralizzato com’è dalla paura di morire per qualche grave malattia. Ben, vittima prediletta dei bulli per la sua obesità, vede un mucchietto di carte di merendine, allegoria assai poco sottile di quel cibo a cui compulsivamente non sa rinunciare e che fa di lui il sovrappeso fuoriclasse dei perdenti.

Quella che maturano i protagonisti davanti a quella porta è una svolta. Si fa un enorme passo in avanti conoscitivo quando si accetta che ciò che ci atterrisce non è il mostro che ci sbrana da fuori, ma quello che ci divora da dentro e a cui piace nascondersi e indossare maschere per rendere più arduo il nostro sforzo di identificarlo ed esorcizzarlo. Per questo è essenziale imparare a dare un nome alla paura; ma deve essere quello corretto: inutile continuare a chiamare lupo mannaro ciò che in realtà si chiama frustrazione o rimorso o timore di non farcela.

Tuttavia, in un originale contributo al compito che la filosofia si è assunta ab origine, ossia liberare dalla paura, King ci offre un’inedita via d’uscita: tutte le creature devono obbedire alle leggi della forma che abitano. E la paura non fa eccezione: ogni forma che essa assume la imbriglia e la depotenzia vincolandola a obbedire alle regole che quella forma implica. I vampiri si dileguano alle prime luci dell’alba, i licantropi non resistono ai proiettili d’argento; l’insicurezza è annientata da irremovibili decisioni, il timore rispetto al domani si vince progettandolo. Insomma, ogni forma può diventare un punto di leva: quando contringiamo la paura a mostrare uno specifico volto stiamo in realtà già ponendo le basi del suo ribaltamento. Perché saperla de-finire significa anche riuscirla a con-finare all’interno di limiti invalicabili, e ci fornisce gli strumenti per porre fine al suo potere paralizzante.

 

Filippo Rinaldo

Filippo Rinaldo, 31enne padovano, laureato in Scienze Filosofiche all’Università di Padova, da cinque anni insegna Filosofia e Storia in un liceo della città di Antenore. Tiene anche corsi di Filosofia per adulti e di Scrittura argomentativa. Appassionato di cultura pop, legge Kant con lo stesso trasporto con cui segue “Black Mirror” o “American Gods” (e viceversa). Scrive per diletto, per chiarire prima di tutto a sé stesso il senso nascosto di ciò che legge, vede e sperimenta.

[Photo credit unsplash.com]

 

Dal sogno all’angoscia di volare: Icaro, il convento, Horikoshi

Quando Icaro, per vanità, si avvicinò al sole, cadde inesorabilmente. Eterno è l’ingegno di Dedalo che, per vincere l’ira di Minosse e fuggire dal labirinto da lui stesso progettato – e dove era stato confinato – pensò bene di dotare sé e il figlio Icaro di un paio di ali. Ma Icaro, sordo alle raccomandazioni paterne, per quella tensione propriamente umana di voler afferrare l’inafferrabile, si allontana, protende una mano verso il sole e cade. Smisurata appare la tensione dello spirito, soprattutto quando il desiderio è quello di staccare i piedi dalla terra. Proverbiale è la vanitas di un Icaro che rappresenta l’intero genere umano. Dagli albori della civiltà alzarsi in volo è una tensione propria dell’essere umano, quasi che la terra non sia sufficiente. 

Credo che la volontà dell’uomo corra spesso sopra i limiti e costituisca le fondamenta che strutturano i desideri. Il che mi conduce alle volontà che fanno capolino nella vicenda dell’”uccellaccio” che occupa buona parte della narrazione del Memoriale del convento di José Saramago. Man mano che le pietre della cattedrale di Mafra vengono poste, si fa corpo il sogno del gesuita Bartolomeu Lourenço de Gusmão di costruire un aerostato. Da solo l’aerostato non è nulla, se non un insieme di parti meccaniche, un assemblaggio di materiali. È fuor di dubbio che i sogni, per esser tali, devono assumere forma materica. È il soldato Balthasar, detto Sette-Soli, errabondo con un uncino al posto di una mano, a venir scelto da padre Bartolomeu per la costruzione materica dell’oggetto: per anni batte ferri e lima le travi dell’”uccellaccio”. Ma è Blimunda SetteLune, veggente dalla sconfinata dolcezza, capace, quando è a digiuno, di guardare attraverso la materia e di rubare la volontà dei moribondi, a conferire lo spirito alla materia. Sono le volontà che sostengono la materia e il tentativo dell’uomo di spiccare il volo. Qui volare è un miscuglio di sapere tecnico e sapere alchemico, di scienza, magia ed eresia: l’”uccellaccio”, così viene nominata la macchina, vola quando le volontà degli esseri umani, rubate da Blimunda e collocate all’interno di sfere, sono illuminate dal sole. 

È fuor di dubbio che la macchina rappresenti sia la possibilità di librarsi in cielo – non a caso viene definita continuamente “uccellaccio” – sia la caduta nel vuoto. L’essere umano dimostra in maniera palpabile come il desiderio di volare confluisca nel più ampio tentativo di sublimazione e di superamento dei conflitti, cosa di cui Baltasar è un ottimo esempio. Nutriamo il profondo bisogno di un sogno da condividere e costruire giorno per giorno, per dar senso a una vita tutta terrena, per rendere un’esistenza grave un po’ più leggera. Ovvero, portare avanti un progetto che colori la contingenza e dia ad essa una direzione. Di fatto, a nulla serve guardare al di fuori dell’immanenza, in attesa del responso divino. Al contempo, un’impresa di questo tipo è destabilizzante e potenzialmente capace di rivolgersi contro l’essere umano. Balthasar Sette-Soli si sentirà smarrito una volta che la macchina volante sarà ultimata, non sopporterà che essa marcisca sotto una montagna di rovi e, dopo averla fatta volare ancora una volta, accidentalmente, finirà bruciato sul rogo in luogo di Padre Bartolomeu Lourenço. 

L’incapacità di realizzare il volo è così diventata angoscia. Qui la mente corre allo Jirō Horikoshi di Miyazaki, che fin da piccolo sognò di fare il progettista e costruire un aereo dalle meravigliose fattezze fisiche ed ingegneristiche. E da qui la profonda delusione di vedere il suo aereo “Zero” asservito alla guerra. D’altronde, l’uomo da sempre non fa che usare la tecnologia per scopi bellici, facendo divenire oggetti di grande magnificenza, frutto della fantasia dell’uomo, armi di distruzione. Conferendo quindi loro una proprietà che non gli appartiene. 

Ora non è più possibile obliare il grande quesito e lasciarlo in disparte, in un cantuccio polveroso della mente. Esso si presenta in maniera prepotente e chiede una risposta. 
Ci meritiamo di volare?

 

Sonia Cominassi

 

[immagine di proprietà dell’autrice]

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“L’avventura del giglio selvatico”: la favola nera di Kierkegaard

Søren Kierkegaard ha scritto fiabe capaci di sondare le contraddizioni della vita. Fiabe severe, inesorabili e indagatrici. Tra queste c’è L’avventura del giglio selvatico, che il filosofo danese non ha mai dato alle stampe. È stato Gianni Garrera a rintracciarla per poi tradurla in una pubblicazione di Quodlibet nel 2018.

Poche pagine e ben lontane dalla narrazione di regni lontani, principi e principesse, lustrini e corone, fate e calderoni. «Andersen può raccontare la fiaba delle scarpette della felicità, ma io sono in grado di raccontare la fiaba della scarpa che stringe, che fa male»1, confida Kierkegaard nei suoi Diari. D’altra parte l’età dell’innocenza è abitata anche da fantasmi e ombre, cui ogni bambino dà vita in base alla sua percezione e sensibilità.

L’avventura del giglio selvatico è la storia dell’incontro mortale tra un fiore e un uccello. Delicato, lieve e dubbioso il primo, annoiato tentatore e – forse inconsapevolmente – malevolo il secondo. Un incontro tra terra e aria, uno scontro nel dubbio tra il sacrificio di essere nient’altro di ciò che si è e l’aspirazione a una libertà apparente.

A comparire per primo sulla scena è un giglio selvatico, che abita una zolla di terra vicino a un piccolo corso d’acqua. Fiorisce felice, amato dalle ortiche e dalle altre piante. D’improvviso gli vola vicino un uccellino che comincia a parlargli. Gli consiglia di cambiare compagnia: quella di cui si circonda non è alla sua altezza. Gli parla di campi dove fioriscono gigli reali: «Quanto più ascoltava l’uccello tanto più si angosciava», scrive Kierkegaard. L’uccellino gli racconta di prati più fertili dove fiorire diversamente. Il fiore ascolta, riflette e dubita come a domandarsi: “che sia quello il mio posto? Forse davvero dovrei radicarmi altrove…”

L’uccellino convince il fiore a seguirlo in volo. Così, una mattina, il piccolo volatile con il becco sradica il giglio e se lo mette sotto l’ala. Durante la traversata verso la terra promessa, però, il giglio si secca e muore.

È una favola sull’angoscia. Sull’angoscia che nasce anche come desiderio dello sconosciuto. Un ignoto che attrae e, allo stesso tempo, impaurisce. Kierkegaard sembra qui allertare i piccoli lettori sulla possibilità di incontrare qualcuno che voglia insinuarsi nella naturale insoddisfazione che a volte può incombere. Quasi a suggerire: nel mondo ci sono gigli che pensano che l’esistenza piena significhi anelare a qualcosa in più. Appoggiarsi a qualcuno per migrare in luoghi ideali e “altri”. Spesso, però, la realtà è ben diversa.

Ad angosciare il giglio è, infatti, anche la possibilità di smarrire se stesso. La possibilità di perdere la consapevolezza del proprio splendere.

«Domandati e continua a domandare finché troverai la risposta. […] Solo la verità che edifica è verità per te»2.

Questo racconto, come altri del filosofo danese, sembra una parabola, un brano evangelico. Nella sua scrittura radicale, altera e decisa, si rivela quello che Kierkegaard considera “favola”. Una storia pensosa e amara, quasi rude. Resa simile a un esperimento spirituale, che spinge il lettore a interrogarsi, a meditare sulla possibilità di scegliere tra estremi.

Diventare quello che si è, cioè essere, è un fiorire. A volte, però, non si diventa ciò che si è. Semplicemente, sembra suggerire Kierkegaard, si diventa casualmente casuali, seguendo il vento dell’irrequietezza. Del dubbio. E dell’angoscia nell’esistenza.

Ed esistere significa scegliere. Ma la scelta si realizza tra termini spesso contraddittori, a volte inconciliabili. Per il filosofo, ciò che dà valore al singolo non è la forza delle sue convinzioni, l’ampiezza del suo ego, o il luccicare dei trofei strappati ma la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

«Responsabilità significa sapere che ciascuno dei miei atti mi costruisce, mi definisce, mi inventa. Scegliendo quello che voglio fare mi trasformo a poco a poco. Tutte le mie decisioni lasciano impronte in me stesso prima ancora di lasciarle nel mondo che mi circonda. Ovvio che una volta che ho impiegato la mia libertà per darmi un volto non posso lamentarmi o spaventarmi per quello che vedo nello specchio quando mi guardo3».

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. S. Kierkegaard, Ultimatum, in Aut-Aut, 1843 (trad. it. a cura di Alessandro Cortese, Adelphi, Milano 1989).

2. S. Kierkegaard, L’avventura del giglio selvatico, tr. it. a cura di Gianni Garrera, Quodlibet, 2018 pp. 39 e seg.
3. F. Savater, Etica per un figlio, 1991 (tr. it. a cura di Francesca Saltarelli e Cristiana Paternò, Laterza, Roma-Bari, 2007).

[Photo credit JR Korpa  via Unsplash]

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Siamo sempre gli stessi o cambiamo essenza nel tempo?

Alla ricerca di un filo rosso nella nostra mutevole esistenza

Rimane sempre il dubbio se quelli che eravamo anni fa, siamo sempre noi o se si tratta di una persona diversa, con un’essenza differente. Certo all’anagrafe abbiamo un profilo e uno soltanto, pure sui social, forse; ma viene da chiedersi se siamo sempre gli stessi o siamo cambiati così tanto da pensare che in fondo quella foto in cui quasi non ci riconosciamo, nasconda nell’ombra l’essenza di una persona che non c’è più.

Per la velocità di cambiamento in cui siamo immersi tra scoperte, progresso, tecnologia, ci risulta difficile pensare di non essere in costante evoluzione su un piano che coinvolge comportamenti, intenzioni, pensieri e non strettamente modifiche fisiche e biologiche. E per far incontrare la filosofia con le discipline scientifiche, possiamo prendere ispirazione da Kierkegaard, dalle sue riflessioni sugli stadi evolutivi, che sono fasi non continue né in ordine cronologico, ma pur sempre alternate durante la vita dell’esistenza umana.

Stadio estetico: si manifesta quando un uomo vive cercando di rendere unico il singolo attimo che sta vivendo. È legato al presente, al qui e ora, al piacere immediato senza “se” e senza “ma”. Ma ben presto sopraggiunge la noia per non riuscire a migliorare costantemente l’intensità del piacere.

Stadio etico: l’uomo etico sceglie prima ciò che vuole diventare ed essere, per poi crearsi il percorso per raggiungere un obiettivo. La sua vita diventa costruzione, progetto, dovere. Qui non si rischia tanto la noia, perché il progetto è sempre in divenire, quanto invece la mancanza di piacere, di godimento, di soddisfazione. Il senso della vita etica è sempre spostato in avanti, come un miraggio che si sposta man mano che si procede.

Stadio religioso: il culmine del percorso individuale. In questa fase l’uomo si avvicina a Dio e vive la propria esistenza tramite una relazione personale con l’assoluto. L’essere umano si trova a dare spiegazioni e significati in base al rapporto che crea con Dio.

Caliamo la riflessione di Kierkegaard nella nostra vita: sembrano tre fasi della vita di ogni uomo: la ricerca del piacere immediato del bambino, la progettualità e la costruzione di qualcosa di proprio nella fase adulta, e la ricerca di un significato che trascenda la nostra esistenza su questa terra dell’anziano. Ma anche passando dal macroscopico al microscopico, se prendiamo una stessa giornata di vita quotidiana troveremo tracce di azioni in cui stiamo “solo” cercando il piacere nel “qui e ora”, altre in cui pianifichiamo e ci impegniamo a raggiungere la gallina di domani senza divorare l’uovo di oggi, e momenti in cui ci affidiamo a significati sublimi, con lo sguardo verso l’alto cercando di intravedere un senso differente.

Nell’arco della vita diventiamo insomma qualcosa che non eravamo, qualcosa di completamente diverso da come stavamo vivendo fino a qualche anno prima. Tuttavia già nelle sfaccettature delle nostre giornate possiamo tenere uniti i pezzi di una vita, quelli che c’erano e che vorremmo creare.
Anche da un punto di vista biologico il nostro organismo si rinnova ed è sottoposto a stravolgimenti: ogni sette anni le nostre cellule, tranne quelle del sistema nervoso, sono totalmente rinnovate, non sono più le stesse di un tempo, c’è stato un completo ricambio generazionale interno.

Il ciclo di cambiamenti dei sette anni si ritrova anche altre tradizioni, come quella pitagorica, che descrive la Natura con cicli settenari (la legge dell’Ottava). Anche il fondatore della Medicina Antroposofica, Rudolf Steiner, ha evidenziato delle fasi di vita dell’individuo che ogni sette anni vive una ricostituzione psicofisica e comportamentale.
Una considerazione simile viene fatta dal padre della medicina moderna, Ippocrate (460 – 377 a.C.), che diceva:

«Nell’esistenza umana sono presenti sette tempi che chiamiamo “età”: lattante, bambino, adolescente, giovane, adulto, uomo maturo, anziano. Al periodo (mutevole) della Luna, durante la prima infanzia (fino ai sette anni) subentra quello di Mercurio, in cui si acquisiscono le prime conoscenze (7-14 anni), quindi quello di Venere, che rivela la sua forza nelle emozioni passionali dell’adolescenza (14-21 anni); giunge poi lo zenit (solare) della vita, i tre settenni della piena forza vitale e dei desideri d’espansione (21-42 anni). Il regno del malvagio Marte genera un improvviso mutamento e conduce alle lotte, le amarezze e le disillusioni di cui è ricca l’età adulta (42-49 anni). Poi, sotto lo scettro di Giove, si presenta ancora una volta un picco della vita, la maturità propriamente detta, la quale, saggia e serena, contempla le gioie e le sofferenze dell’esistenza, sempre contribuendovi con gaiezza (49-56 anni). Arriva infine, sotto la stella di Saturno, lenta e lontana dalla terra, la grande età in cui le forze vitali si raffreddano e pian piano si fermano».

Ritornano echi delle fasi di Kierkegaard, ritornano i settenni delle cellule che si rinnovano, e ritornano le fasi in cui per ogni fascia di età ci spettano comportamenti e atteggiamenti specifici. Ma con tutte queste riflessioni alla mano, per non cadere in nessuna forma di angoscia o per non finire schiavi di una fascia di vita priva di continuità con la nostra piena esistenza, possiamo prendere ispirazione da tutte le altre, quelle vissute e quelle ancora da vivere, per mescolare ingredienti diversi e trovare il filo rosso che definisce chi siamo. Chi siamo in ogni momento, nel passato, presente e futuro, nonostante cellule diverse e nonostante il costante cambiamento in cui siamo immersi.

C’è sempre qualcosa che si conserva nel nocciolo dell’essenza, qualcosa che ci accompagna e ci caratterizza in ogni fase di vita. La tua, qual è?

 

Giacomo Dall’Ava

 

[Photo credits: Vidar Nordli-Mathisen su Unsplash.com]

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Briciole d’esistenza: un colpo di sonda nella scelta

Lo immagino chino sul suo secretaire, al crepuscolo, con una lampada ad olio come unica fonte di luce, potenziata da una sorta di fuoco fatuo appena fuori dalla finestra della sua stanza, a Copenaghen. Kierkegaard sta scrivendo per noi, pensando però al proprio trascorso. Pensa alle ombre distruttrici e oscure di cui la possibilità della vita, anche la sua, si circonda.

«Penso alla mia prima giovinezza, quando, senza ben afferrare il significato della scelta nella vita, con infantile confidenza ascoltavo i discorsi dei più anziani; e l’istante della scelta era per me solenne e venerabile, benché nella scelta seguissi allora solo le istruzioni degli altri. Penso a quegli istanti nella mia vita futura, in cui mi trovai al bivio, in cui l’animo si maturò nell’ora della decisione»1.

Scegliere non è garanzia di successo per ciò che la possibilità prospetta: essa infatti può sempre dissolversi, evanescente come la nebbia tra i fossi o intorno alle colline, oppure non realizzarsi. E neppure la sua realizzazione è sicura e definitiva, perché nuove possibilità indecifrabili possono scorgersi all’orizzonte chimerico.

L’esistenza così galleggia in un oceano dalle profondità inesplorate: non è infatti riscontrabile una vita che possa farsi gioco del lungo viaggio, che attenderà ognuno di noi, né stato di benessere immune da rischio. Non esiste virtù o buona volontà che non sia soggetta alla possibilità della perdita, della mancanza o, seconda una lettura religiosa, del peccato.

L’immensità indeterminata delle future possibilità che vive in ogni sentiero di vita, anche in quello apparentemente più rettilineo, privo di pendenze, fa sì che quest’ultimo sia reso impervio dalle innumerevoli possibilità sfavorevoli che ci palesano la nostra impotenza, la nostra mortalità, il nostro limen. La possibilità ha così (anche) il potere di disintegrare ogni aspettativa e disattivare ogni capacità umana.

Sorge così l’angoscia, sentimento della possibilità: quel sentimento che si cela nell’incertezza e instabilità del futuro.

«[…] colui che, mediante l’angoscia, diventa colpevole è certo innocente; infatti non era lui, ma l’angoscia, una potenza estranea che lo prese; una potenza ch’egli non amava, ma di cui si angosciava […] eppure egli è colpevole, perché si lasciò cadere nell’angoscia ch’egli, pur temendola, amava»2.

Parallelamente si pone anche la disperazione, quella “malattia mortale” di cui Kierkegaard tratta nel libro omonimo. Ma se l’angoscia, da una parte, trova la sua più “comoda” collocazione soprattutto nei rapporti tra il singolo e il mondo, la disperazione, dall’altra, ci spaesa in tutta la sua imponenza, in quella specifica relazione che il singolo istituisce e tesse con se stesso, con l’io.

L’angoscia è determinata da quella coscienza e consapevolezza per cui tutto è possibile, e quindi è caratterizzata dall’ignoranza di ciò che accadrà. La disperazione, invece, è motivata dalla responsabile e lacerante constatazione che la possibilità dell’io si traduce necessariamente in un’impossibilità. Infatti l’io è posto di fronte ad un’alternativa, bivio della vita: o volere o non volere se stesso.

Se l’io sceglie di volere se stesso, sceglie cioè di realizzarsi fino in fondo nella sua più intima veste, viene necessariamente e brutalmente posto dinnanzi alla propria limitatezza e all’impossibilità di dare voce al proprio volere. Viceversa, se, dicendo «no!» alla propria esistenza e, rifiutando se stesso, cerca di essere altro da sé, si imbatte in un’impossibilità  forse ancora maggiore: il rifiuto nichilistico di se stesso. In ogni caso, l’io viene costretto, a forza, dinnanzi al fallimento, condannato ad una malattia mortale, cioè a “vivere la morte” di se stesso, la disgregazione e scissione di ogni sua molecola.

«Vi sono circostanze in cui sarebbe ridicolo e quasi pazzesco voler porre un aut-aut; ma vi sono anche persone la cui anima è troppo dissoluta per cogliere il significato di questo dilemma, alla cui personalità  manca l’energia per poter dire con pathos: o questo, o quello. […] Queste parole […] su di me han l’effetto di una formula di scongiuro, e l’animo mio sprofonda nella serietà, restandone a volte quasi sconvolto»3.

Ed è proprio in questa consapevole e impegnativa serietà che si libra, immensa nelle sue potenzialità distruttrici e creative, la fonte della nostra più grande forza: la possibilità di scelta, nell’edificare se stessi, verso l’altro, nella consapevolezza della propria,umile e modesta, finitudine.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. S. Kierkegaard, Aut-Aut, a cura di R. Cantoni, Milano, Oscar  Saggi Mondadori, 1981, p. 33.
2. S. Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia, Milano, SE, 2007, pag. 44.
3. S. Kierkegaard,  Aut-Aut cit.,  p. 33.

[Credit Pablo García Saldaña]

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Si può sperimentare l’eternità dell’amore oltre la morte?

«Mettimi come sigillo sul tuo cuore […] perché forte come la morte è l’amore».

Cantico dei cantici 8, 6

Nel corso della nostra vita siamo posti di fronte all’invalicabile limite della morte, inteso come mistero per eccellenza. Dinanzi alla perdita di un proprio caro, di una persona amata, ci chiediamo che ne sarà di lui, di lei, ma soprattutto: che ne sarà del nostro amore per quella persona, una volta che si sarà congedata dal mondo? Che ne sarà di tutto quello che abbiamo vissuto insieme e che non potremo mai più rivivere? Sarà possibile continuare a sperimentare quell’amore cha ha caratterizzato il nostro rapporto con la persona morta?

Queste laceranti domande interpellano i filosofi sin dalle origini e tengono bordone nei duemilacinquecento anni di storia del pensiero. Un pensiero che si confronta con l’infinito desiderio d’infinito amore e si scontra con la finitudine dell’esistenza, limitata nel tempo e nello spazio. Ma è proprio l’amore la forza eterna che trascende la temporalità della nostra esistenza. È l’amore che è necessario coltivare nella nostra vita, perché solo esso lascia tracce di bellezza eterna e intramontabile nel nostro transito terrestre.

Scriveva Rilke: «Non vi lasciate ingannare dalla superficie; nelle profondità tutto diventa legge»1. Questo significa che l’amore può essere vissuto e sperimentato concretamente anche senza la presenza fisica dell’amato, nella propria profonda interiorità, poiché solo lì vi è l’eterna sorgente dell’amore; quell’amore che trascende anche la morte. Etty Hillesum testimonia quanto sin qui detto attraverso le parole che annota nel proprio Diario in seguito alla prematura morte dell’amato Julius Spier:

«Il mio cuore volerà sempre verso di te, da ogni luogo della terra, come un uccello e sempre ti troverà […] Sei diventato talmente parte del cielo che s’incurva sopra di me, che mi basta alzare gli occhi per esserti accanto. E se anche mi trovassi in una cella sotterranea, quel pezzo di cielo si stenderebbe dentro di me e il mio cuore volerebbe a lui come un uccello, ed è per questo che è tutto così semplice, sai, straordinariamente semplice e bello e ricco di significato»2.

Parole dense, profonde, consapevoli, di un’indicibile tenerezza e maturità interiore, psicologica e spirituale. Sì, perché solo un profondo percorso interiore può condurci ad esprimere con questa lucida e delicata dolcezza l’amore che trascende l’assenza della persona amata.

Un simile approdo si riscontra anche nelle parole e nell’esperienza di Viktor Frankl. Lo psichiatra viennese, nell’inferno del lager nazista, evoca l’immagine della moglie ventiquattrenne, anch’ella internata in un differente campo di sterminio e della quale ignora la sorte. Di fronte al limite invalicabile dell’assenza, della morte, si fa urgente una tendenza all’interiorizzazione. Il pensiero di Frankl va all’amore per la creatura amata, a prescindere dalla presenza fisica della stessa e dal sapere se sia o meno nel novero dei viventi. Scrive Frankl:

«Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. […] Parlo con  mia moglie. La sento rispondere, la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e […] per la prima volta nella mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato; sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi. […] l’uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella contemplazione interiore dell’essere amato»3.

L’amore non solo eccede la morte, ma eternizza la vita. Nell’interiorità abbiamo la possibilità di coltivare l’amore per le creature, sperimentando l’eternità indissolubile di questo legame. L’amore per una persona cara è la bellezza senza fine di un fiore i cui petali mai avvizziscono, perché eternamente coltivati, riparati e protetti nella propria intima interiorità, all’interno della quale tutto viene conservato assumendo i contorni ontologici dell’essere eterno.

Pervenire a una simile, profonda consapevolezza, richiede un quotidiano e paziente esercizio interiore, che non può mai dirsi completo e raggiunto. Proprio per questo, di fronte all’enigma della morte, noi tutti ci troviamo al confine fra l’abisso del nulla, il nichilismo e l’eternità dell’essere che si fonda nell’amore che non ha mai fine. La nostra fragile umanità, al cospetto della fine, vive uno spaesamento tragico, perché non è né semplice né scontato riconoscere l’eternità dell’amore. Negli ultimi istanti della vita di una persona, particolarmente se cara, la vulnerabilità della nostra esistenza emerge nella sua angosciante pesantezza. Ma l’uomo che riflette sulla propria precaria condizione vive con umiltà e riconosce nella propria interiorità la traccia eterna dell’amore. La forza della fragilità che è principio e fondamento di ogni autentica relazione. Poiché, come scrive Rilke, l’amore è «qualcosa che lo elegge, e lo chiama a un’ampia distesa»4, l’uomo può imparare ad abitare la lacerante contraddizione della propria esistenza, segnata dalla morte, senza rimanere soffocato, aprendosi all’intramontabile orizzonte della bellezza interiore, nella quale l’amore ha la sua fragile ma eterna dimora.

Alessandro Tonon

NOTE:
1. R. M. RILKE, Lettere a un giovane poeta, tr. it di L. Traverso, Milano, Adelphi, 201321,  p. 33.
2. E. HILLESUM, Diario, tr. it. di C. Passanti e T. Montone, Milano, Adelphi, 2013, pp. 751-752.
3. V. E. FRANKL, Uno psicologo nei lager, tr. it di N. Schmitz Sipos, Milano, Edizioni Ares, 200113, p. 74.
4. R. M. RILKE, Lettere a un giovane poeta, op. cit., p. 49.

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Uscire di casa solo con noi stessi

Non vi è mai una sola volta in cui io riesca a varcare in modo deciso il portone di casa mia. Vi capita mai? Io proprio non ci riesco. Non è il mio forte la sicurezza, la decisione nel fare le cose. A chi mi sta leggendo devo anche confessare che persino queste parole di questo breve testo provengono dalla stessa fonte di insicurezza, dal mio fare lento e macchinoso, a tratti contemplativo, forse per guadagnare un po’ di tempo. Anche questo ennesimo punto conclude una frase e mi fa pensare a cosa scrivere, quasi come a tenermi a metà strada, proprio lì nell’uscio della mia abitazione. Ora voi vi chiederete come io possa aver pensato di catturare il vostro interesse con una partenza del genere e con un tale atteggiamento. Alle persone, in genere, non piace esser tenute così in sospeso, rimanere a galla tra le interminabili esitazioni dei propri interlocutori, si perde appunto l’interesse e l’attenzione per quello che magari voleva essere un argomento valido. È così che muoiono molte conversazioni, seppellite in un abisso di occasioni mai realizzate, mai sbocciate ed espresse, dunque perdute.

C’è da pensarci tanto, da riflettere sulle infinite “dynamis”, ossia possibilità, le stesse che perdiamo attimo dopo attimo, in uno scorrere inesorabile. Noi comunque abbiamo poco tempo, ci siamo lavati e vestiti per andare al lavoro o a scuola, o semplicemente per uscire con gli amici. Svago o no, siamo tutti ancora immobili su quell’uscio, facendo fluire e scivolar via tutti quegli istanti che sono pronti a diventare passato, sono pronti a perdersi e noi acconsentiamo a perderli a nostra volta. Che fare? Continuiamo a temporeggiare con la paura e l’ansia in corpo, mille preoccupazioni ed indecisioni che non ci fanno abbandonare il quartier generale , dove tutto è a nostra disposizione e nessuno può coglierci impreparati. Fosse per noi staremmo lì dentro per sempre, protetti e a nostro agio nella maniera più completa, accontentati dalle mura della nostra casa d’atarassia. Sarebbe bello, lo farebbero tutti, ci sarebbero milioni di prenotazioni per tale lusso. Saprete meglio di me, però, che tutto ciò è pura utopia, non vale neanche il pensiero, non dovrebbe nemmeno ritagliarsi quello spazio tra l’ansia e le preoccupazioni, poiché non risulta essere altro che l’astuta vendita di una mera illusione, forte del fatto d’esser più piacevole ed allettante del turbamento di cui siamo in realtà vittime.

Ma torniamo a pensare alla nostra situazione che intanto si è portata avanti, stiamo per chiudere la porta di casa ma il tempo è comunque passato, si sono precluse alcune delle strade che quella mattina da noi condivisa ci aveva offerto. Non siamo ancora sicuri, e preferiamo rinunciare ad altre possibilità per pensare a cosa ci dovrebbe servire una volta usciti. Se prima stavamo pensando in modo più esistenziale volgendo l’attenzione su noi stessi, ora siamo giunti al momento della materialità, da noi ritenuta essenziale. Proprio qui ci perdiamo in un bicchier d’acqua ed evidenziamo i nostri limiti. Stiamo perdendo l’autobus ormai, poiché sganciati dalla vita, che ci ha fatti schiavi attraverso la materia che è essa stessa a possedere noi. L’esistenziale che ci blocca in quel preciso momento, alla fine, ci riduce a questa condizione di pochezza nei confronti di noi stessi, andando a ritenere essenziali degli indumenti che essenziali non sono, facendoci credere di dover portare fin troppe cose appresso, facendoci credere di essere qualcosa in più. In tal maniera siamo più forniti, siamo sagome più imponenti, più preparati per affrontare il mondo pronto a colpirci. Pure convinzioni che a mio parere non sono così determinanti, almeno non in questa forma. Lo dico perché forse vi è un modo più semplice e meno travagliato per poter chiudere quella porta senza particolari pensieri, non credete? Certo che lo credete anche voi, cari lettori che poco avete da imparare da me e dalla mia insicurezza, davvero poco o nulla.

Forse per voi valeva solo la pena seguire questa mia contemplazione, questo mio aspetto malato che mi fa temporeggiare pure adesso, mettendo in luce il problema e dandone un possibile principio di cura. Anche la vostra lettura di queste mie parole può esser stata in un qualche modo catartica, o utile per una breve riflessione sul quotidiano, in altre parole potrebbe non essere stata soltanto una perdita di tempo, potrebbe non essere l’ennesima esitazione a vuoto, bensì la promessa da parte di tutti d’essere un po’ più sicuri davanti alla vita e di non aver paura di chiudere quelle porte dietro di noi, accettando di poter uscire con anche solo noi stessi.

Alvise Gasparini

 

Un Dostoevskij ancora attuale: la percezione del tempo

Il soggetto in questione vive un’esperienza tragica, il tempo è visto come un mostro che sta davanti alla porta della fine.
Tutto svanisce: parole come speranza, progetto, in generale la parola futuro non hanno più senso. Cosa può sperare un individuo che si trova nel braccio della morte sapendo che tra un mese, una settimana, due giorni morirà?

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Monsieur Lazhar

Philippe Falardeau ci regala un piccolo capolavoro, un film delicato, intenso; una riflessione su temi forti e drammatici. È un pezzo di vita quotidiana trasmesso sapientemente attraverso lo schermo.

La vicenda si snoda in una scuola elementare canadese, a Montréal, in un inverno gelido e nevoso.
Una mattina la maestra Martine si suicida, impiccandosi nell’aula in cui svolge le proprie lezioni; a scoprirla è purtroppo uno dei suoi alunni. Nel dramma e nello shock che colpiscono bambini ed insegnanti, la preside si trova costretta a trovare un sostituto, che ha il volto e il nome di Bashir Lazhar, un uomo di mezza età, algerino, dai modi pacati, elegante.

Bashir in realtà non è un insegnate e nemmeno un migrante venuto da una terra lontana in cerca di un lavoro e una vita migliore. È un richiedente asilo, fuggito dall’Algeria ancora sconvolta dalle vicende della guerra civile, dopo aver perso la moglie e i suoi due figli.

Nonostante i suoi iniziali modi severi, Bashir riesce a diventare un maestro stimato e a cui voler bene. L’iniziale diffidenza si tramuta poco alla volta in fiducia sincera, in affetto. L’uomo venuto da lontano, quasi da un altro mondo, diviene una tenera guida nel percorso di crescita e di elaborazione
del lutto che i suoi bambini stanno vivendo.

Bashir conosce il dolore, la perdita; ha vissuto sulla propria pelle il disfacimento della famiglia, della vita. Egli contiene il suo passato, con riservatezza e silenzio ma esso riaffiorerà involontariamente in classe, di fronte a quei bambini che egli stesso sta aiutando e sostenendo. La loro innocenza e sincerità li aiuteranno a lenire questo grave lutto con quella semplicità che i loro genitori, insegnanti e in generale gli adulti, hanno dimenticato da tempo.

Questo film affronta temi complessi, quali la morte, il senso di colpa e le emozioni che ne derivano, pesanti, angosciose. Ma ciò che traspare non è pesante o carico d’angoscia; la sua narrazione semplice, “asciutta”, quasi ovattata riporta una tranquillità per nulla banale, anzi voluta e qui estremamente efficace.

Il dolore della perdita, che colpisce tutti i protagonisti, è profondo, dignitoso, umile; viene raccontato con forza e con vitalità, la vitalità di chi sa che nonostante tutto, la vita deve proseguire.
Bashir incarna alla perfezione tutto ciò, è un uomo semplice, silenzioso, è la maschera di tanti uomini che hanno vissuto la guerra e la perdita della famiglia. Uomini che conoscono la vita e la morte.

È nella sua apparente diversità, nelle sue origini lontane che Bashir invece riesce a trasmettere un sentimento umano che non conosce barriere, che non ha cultura, religione, colore. È universale.

I colori, l’atmosfera fredda di Montréal, i visi dei tanti bambini, ci regalano un film commovente ma non pietistico, una storia tragica, dai toni maturi; una riflessione profonda che non vuole dare giudizi o insegnamenti, ma trasmettere una visione delicata, lucida, senza fronzoli, che arriva diretta allo spettatore con semplicità e grande forza. Una storia come altre ma tangibile, coinvolgente, che spiazza e fa riflettere, strappando più di qualche sorriso.

Lorenzo Gardellin

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