Filosofia del camminare (a piedi nudi). Intervista ad Andrea Bianchi

Con la sua filosofia della camminata a piedi nudi nella natura, Andrea Bianchi è diventato oggi il punto di riferimento del barefoot hiking in Italia e infatti conduce workshop di camminata scalza un po’ ovunque, dalle Dolomiti alla Via Francigena. Nel 2017 ha dato vita alla prima scuola italiana di barefoot hiking, Il silenzio dei passi, con cui propone il cammino a piedi nudi come una pratica di benessere psicofisico accessibile a tutti, per riconnettersi alle energie della Terra ma anche per imparare a diventare interiormente leggeri e silenziosi. Studia e pratica lo yoga da più di vent’anni, e quando indossa le scarpe è ingegnere e consulente di comunicazione, giornalista, fondatore ed editore del magazine online MountainBlog, uno dei più seguiti siti web sul mondo della montagna e degli sportoutdoor.
Lo abbiamo incontrato in occasione del TEDx della città di Mestre lo scorso 28 settembre e abbiamo proprio dovuto chiedergli di condividere con noi alcune riflessioni sulla natura, sul senso profondo del camminare, sul rapporto con il corpo e sulla filosofia. È una persona estremamente energica ed entusiasta, di una purezza e profondità rara, per cui la nostra è stata davvero una bella chiacchierata.
Buona lettura!

 

Nella storia del pensiero sono molti gli esempi di pensatori che furono legati al camminare: Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, dal greco peripatein (passeggiare), proprio per questo. I sofisti invece si spostavano a piedi di città in città per insegnare la retorica. Socrate amava camminare e dialogare e gli stoici discutevano di filosofia passeggiando sotto la Stoa, i portici di Atene. Per poi arrivare a Rosseau, Nietzsche, Proust… Da allora camminare è diventato un atto rivoluzionario, quasi eversivo. Quale legame esiste per te tra pensiero e l’atto del camminare?

Per me il cammino – e in particolare il cammino consapevole a piedi nudi, su terreno naturale – è innanzitutto un atto che favorisce l’affievolirsi del flusso caotico e incalzante di quella successione di pensieri e di voci mentali che, nel quotidiano, definiamo “pensare”, ma che in realtà non è che una sequenza di reazioni meccaniche agli stimoli delle forze e delle varie influenze esterne.
Entrando, un passo scalzo dopo l’altro, nella presenza della percezione, entro in un flusso di tutt’altra qualità, in cui il mio intero essere diventa l’atto del camminare, pienamente integrato con il sentiero che percorro, il suo terreno, l’ambiente di cui esso stesso è parte.
In questo stato d’essere, posso dire di “non pensare”, di essere solo cammino, respiro, passi, vento, freddo o calore, silenzio. È allora che si apre nella mente quello spazio in cui tutto è possibile, in cui l’ascolto del mio essere viene facile e spontaneo: in quello spazio nascono idee, forme, parole. In quello spazio posso realmente decidere di prendere una direzione – nella mente come lungo il sentiero che sto percorrendo – e di seguirla per vedere dove conduce. Il pensiero, in tal senso, si fa fisico – corporeo – ed immateriale allo stesso tempo.

 

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Il camminare frequentemente viene associato alla libertà, libertà nella scoperta del proprio corpo e del contatto con la natura, libertà nello scoprire se stessi e il proprio essere. Nel tuo libro Il silenzio dei passi (Ediciclo) scrivi che «camminare allora diventa un atto sempre più essenziale, dal quale uno ad uno si toglie ogni gesto, ogni spinta, ogni pensiero superfluo, purificando il movimento fino a renderlo inconsistente eppure elastico, definito eppure impercettibile allo stesso tempo». Perché ritieni che il camminare, e nello specifico il camminare a piedi scalzi, aiuti l’uomo nella scoperta di questa dimensione interiore che gli è propria?

Principalmente proprio perché camminare a piedi nudi ci aiuta a togliere ciò che non è necessario: le scarpe innanzitutto, che prima di essere un “abito” materiale sono un abito mentale, un’”idea” – un “guscio concettuale” – senza la quale non riteniamo di poter percorrere la nostra strada. Invece (re)imparare a camminare scalzi ci fa (ri)scoprire la nostra essenza, che è proprio quella di un camminatore che si affida totalmente alla sua forza fisica e mentale, alla sua sensazione di equilibrio e alle sue percezioni, alla sua capacità di vedere il sentiero formarsi davanti a lui un passo dopo l’altro. Questa dimensione interiore ci appartiene fin dall’alba della nostra storia di specie umana: siamo nati camminatori e per milioni di anni non abbiamo mai smesso di camminare. Camminare è una delle nostre dimensioni biologiche e cognitive principali. Per camminare, e per conoscere attraverso il camminare, non abbiamo bisogno che di noi stessi; tutto il resto è superfluo.

 

Da ormai molti anni ti sei impegnato nello studio e ricerca della camminata a piedi nudi, sia dal punto di vista della meccanica della camminata e della sensorialità, sia dal punto di vista dell’esperienza interiore e di scoperta di se stessi. Nel tuo ultimo lavoro Con la Terra sotto i piedi (Mondadori) il cammino scalzo diventa veicolo per parlare di ecologia, del rapporto Uomo-Natura e di spiritualità. Perché è necessario e urgente recuperare un certo rapporto con la Natura?

Essenzialmente perché noi siamo Natura: nella Natura, per milioni di anni, ci siamo evoluti, ed ancora oggi – nonostante il fatto che grazie alla tecnologia riusciamo ad estendere oltre ogni immaginazione i nostri limiti – la nostra vita è parte di questa evoluzione. Siamo parte di un sistema di relazioni viventi che costituisce la biosfera del pianeta che ci ospita: la nostra vita è intimamente connessa a quella della Terra, e non possiamo permetterci di perdere la consapevolezza di questa connessione, pena la sopravvivenza della nostra specie, oltre che di quella di milioni di altre specie viventi!

 

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Essere a piedi nudi nella natura non significa solo aver tolto quella separazione che esiste tra il nostro corpo, coperto dalle scarpe, e il terreno che stiamo percorrendo, ma significa anche ritornare alle radici, ritornare ad un contatto e un dialogo con la natura sincero, intimo, nel quale possiamo vedere, sentire e conoscere in modo profondo. Nel tuo intervento al TEDx Mestre lo scorso 28 settembre hai messo al centro proprio questi aspetti, che diventano occasioni di risveglio per l’Uomo, perché è la natura il luogo da cui proveniamo e in cui abbiamo le nostre radici. Secondo te come può l’uomo allora risvegliarsi e recuperare quella capacità di vedere e conoscere che sta smarrendo?

Credo che il risveglio debba passare attraverso un recupero della nostra relazione empatica con la Natura: non è con la sola comprensione razionale dei fenomeni, che potremo risolvere i grandi problemi e le sfide del nostro tempo, ma con il recupero delle emozioni, perché – come ho detto infatti al TEDx – non potremo salvare nulla se prima non lo amiamo. Per fare un esempio concreto: se percorro a piedi nudi un sentiero nel bosco – aprendomi alle emozioni che derivano da questo contatto intimo con il terreno, con l’umido o il secco delle foglie, percependo sotto la pianta del piede l’avanzare delle stagioni – quel bosco diventerà anche un po’ parte del mio essere, ne percepirò l’interdipendenza che lega la mia esistenza alla sua, e non potrò rimanere indifferente nel vederlo bruciare.

 

Nei tuoi workshop ma anche nei tuoi libri “sfidi” (è il caso di dirlo) le persone a compiere con i piedi gesti che riusciamo a compiere in modo immediato con le mani. In questa nostra difficoltà meccanica ad eseguire semplici movimenti (come ad esempio sollevare solo l’alluce e tenere le altre dita ancorate a terra) ci rendiamo conto di quanto un cambio di prospettiva possa influire sulla nostra visione del mondo. Anche tu intravvedi una sorta di metafora nella nostra incapacità di utilizzare le dita dei piedi?

È una metafora, sì, ma anche una piccola ma concreta dimostrazione di come il nostro attuale modo di vivere urbanizzato, separati dalla Natura e chiusi dentro i nostri gusci – le nostre case, i nostri uffici, le nostre auto, le nostre “scarpe mentali” – ci stia facendo perdere facoltà innate acquisite nel corso di milioni di anni di evoluzione. Dalle più recenti scoperte delle neuroscienze conosciamo oggi la plasticità del cervello, la sua capacità cioè di modificare la propria struttura a seguito di stimoli esterni e dello sviluppo dell’individuo. È grazie a questa capacità che possiamo crescere e svilupparci, ma vale anche il contrario: le dita di un piede che non sa più – o non ha mai saputo fin dai primi anni di vita dell’individuo – cosa significa essere libero di muoversi secondo il massimo del suo potenziale, si atrofizzano, perdono la loro funzionalità, fino a non rispondere più a semplici comandi neuro sensoriali. Ma le dita dei nostri piedi sono la punta di un iceberg: sotto la superficie di una vita che riteniamo di conoscere e poter controllare in ogni aspetto, si nasconde una perdita crescente di consapevolezza del “sistema Uomo” e della sua relazione con l’Universo.

 

Il camminare molto spesso è un elogio alla lentezza come dimensione dello spirito, il mettere un piede davanti all’altro per compiere un percorso non necessariamente include un “fine” specifico, perché la bellezza del camminare risiede nell’atto stesso e nel modo in cui corpo e anima dialogano in una dimensione del tutto diversa dal quotidiano a cui siamo abituati. Tu affermi che «un sentiero non è mai obbligato, lo si può percorrere non in un solo modo ma secondo tante vie diverse, linee persone che rispondono ad altrettanti modi di interpretarlo e farlo proprio». Come si può essere educati a questi esercizi dell’anima?

Questo genere di educazione – come del resto ogni educazione – non può che formarsi attraverso l’esperienza: per imparare a camminare scalzi su un sentiero di montagna – o di bosco, o di campagna – non c’è che da togliersi le scarpe e provare, un passo alla volta, all’inizio magari solo per pochi minuti, poi gradualmente più a lungo, con sempre maggiore consapevolezza dell’appoggio del piede, della sua meccanica, prima di poter infine apprezzare l’analogia del cammino con i percorsi della vita. Nessuno può sostituirsi a noi nella scoperta e nell’esercizio di queste facoltà, ma può essere utile camminare con qualcuno che è più avanti nella ricerca, che può darci consigli tecnici e soprattutto un esempio. La scuola di cammino a piedi nudi in Natura Il silenzio dei passi, che ho fondato nel 2017, nasce con questo intento: riavvicinare le persone alla Terra per riavvicinarle a se stesse.

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Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta e il motore di ogni nostra azione e anche di ogni professione, perché è riflessione e ricerca di senso. Nella tua persona e nella tua ricerca ritieni che la filosofia abbia un ruolo importante? Che cos’è per te la filosofia?

Come ho detto al TEDx, credo che la filosofia sia nata milioni di anni fa, quando i primi ominidi scesero dagli alberi, e conquistando la posizione eretta consentirono allo sguardo di spaziare verso l’orizzonte, ponendosi una méta, domandandosi cosa ci fosse oltre la linea del visibile, dando una direzione alla loro ricerca. Per me la filosofia è questo, è tentare di rispondere alle domande che infiniti orizzonti ci pongono, lasciarsi guidare da esse nella scoperta di noi stessi, accettando che dietro ogni orizzonte ne troveremo sempre un altro. Per questo, una delle dediche che lascio più spesso alle persone nei miei libri è che i loro orizzonti siano ricchi di significato!

 

Grazie Andrea per questa chiacchierata.

 

Elena Casagrande

[immagini concesse da Andrea Bianchi]

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