Film selezionati per voi: maggio 2018!

Se la cinematografia è riconosciuta come la settima arte un motivo deve ben esserci! Ne conoscono sicuramente più di uno i nostri esperti in materia, che anche questo mese ci regalano un’ampia e variegata lista di titoli dai quali lasciarci tentare.

Buona visione a tutti!

FILM IN USCITA

chiave-di-sophia-isola-dei-cani-1L’isola dei cani – Wes Anderson
Il ritorno alla regia di uno degli autori più amati del cinema statunitense è un originalissimo omaggio animato alla cultura orientale e giapponese. Nove anni dopo lo strepitoso Fantastic Mr. Fox, Wes Anderson torna a cimentarsi con un altro film in stop-motion dove i protagonisti sono, ancora una volta, gli animali. Ambientato nel Giappone del 2037, L’isola dei cani è un originalissimo appello ad andare sempre oltre le diversità di genere, ad amare gli animali e a non smettere mai di ribellarci a ciò che ci sembra ingiusto. Un piccolo gioiellino visivo che riesce a intrattenere lo spettatore, offrendogli una serie di importanti spunti di riflessione. USCITA PREVISTA: 1 maggio 2018.

chiave-di-sophia-loro-dueLoro 2 – Paolo Sorrentino
Seconda e ultima parte del dittico cinematografico dedicato alla figura di Silvio Berlusconi, “Loro 2” promette un finale interamente dominato dalla controversa figura dell’ex premier italiano. Dopo una prima parte in cui Berlusconi è rimasto quasi sempre fuori campo, questo secondo film sembra destinato ad approfondire la figura del Cavaliere, preferendo sempre una visione onirica e introspettiva dei personaggi alla mera cronaca dei fatti. Un tripudio visivo e stilistico per raccontare una delle pagine più controverse della politica italiana di questo secolo. USCITA PREVISTA: 10 maggio 2018.

chiave-di-sophia-mektoub-my-love-canto-unoMektoub, My Love (Canto Uno) – Abdellatif Kechiche
Torna al cinema il regista del controverso La vita di Adele, con una rilettura estremamente fisica e carnale del romanzo “La blessure, la vraie” di François Bégaudeau. Presentato in concorso alla settantaquattresima Mostra del cinema di Venezia, questa prima parte di un’ideale trilogia cinematografica, racconta il ritorno, nella sua città natale, del giovane Amin, studente desideroso di vivere i piaceri e le passioni dell’adolescenza, senza rinunciare a inseguire i suoi sogni. Un viaggio coloratissimo e spregiudicato nella gioventù d’oggi. Un baccanale cinematografico che ha diviso in due la critica mondiale tra chi l’ha vissuto come un’esperienza visiva estremamente appagante e chi ne è invece rimasto altamente perplesso. Un titolo imperdibile per gli amanti del cinema d’autore. USCITA PREVISTA: 24 maggio 2018.

chiave-di-sophia-meraviglie-del-mare-minLe meraviglie del mare – Jean-Michel Cousteau

Un viaggio dalle Isole Fuji alle Bahamas: questa la straordinaria esperienza intrapresa dal regista Jean-Michel Cousteau con i figli Celine e Fabien e con la sua troupe. Le meraviglie del mare è un documentario che esplora oceani sconosciuti e indaga ciò che li minaccia, diretto da Cousteau e raccontato da Arnold Schwarzenegger, un omaggio al mare e un invito a salvaguardarlo. USCITA PREVISTA: 17 maggio 2018

chiave-di-sophia-manon-royal-opera-houseRoyal Opera House: Manon

Dal racconto di Kenenth MacMilan sul tragico amore tra Manon e Des Grieux un capolavoro del balletto moderno. La settecentesca Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut è un pilastro del Royal Ballet: la prima si svolse il 7 marzo 1974 interpretata da Antoinette Sibley e Anthony Dowell. Appassionati pas de deux, che ricordano l’intensità del Romeo e Giulietta, e spettacolari scene corali, che creano ritratti vividi e complessi delle società di Parigi e di New Orleans, caratterizzano una delle più coinvolgenti danze drammatiche. USCITA PREVISTA: 3 maggio 2018

 

UN FILM SUL PASSATO

In occasione del cinquantenario degli avvenimenti del “Maggio ’68”

chiave-di-sophia-qualcosa-nell-ariaQualcosa nell’aria (Après mai) – Olivier Assayas

Parigi, primi anni Settanta. Gilles è un liceale che vive la contraddizione tra l’impegno politico nei collettivi studenteschi e la volontà di intraprendere un percorso individuale. Lasciato da Laure, Gilles va in Italia con alcuni amici e con la nuova fidanzata Christine, fuggendo così alle indagini sul ferimento di un vigilante. Iscritto all’Accademia di Belle Arti, in lui si fa strada l’idea di dedicarsi al cinema. Premio per la migliore sceneggiatura nel 2012 alla 69° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Something in the air – titolo inglese – racconta le contraddizioni di Assayas e il suo percorso di uomo e di cineasta in una pellicola intrisa di malinconia e della vivacità culturale degli anni Settanta.

 

UN FILM PER RAGAZZI

chiave-di-sophia-dumaDuma – Carroll Ballard

L’amicizia per i nostri bambini e ragazzi è un’esperienza speciale, imprescindibile per la loro crescita emotiva ed affettiva. In questo film l’amico di Xan, il ragazzo protagonista, è un amico d’eccezione: è simpatico, peloso e viaggia a quattro zampe..è un cucciolo di ghepardo! Se siete amanti degli animali e se vi piace l’avventura, non perdete l’occasione di rispolverare questo film del 2005, visione ideale per un party di compleanno tra amici o per un pomeriggio in famiglia!

 

Alvise Wollner, Rossella Farnese, Federica Bonisiol

 

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I social network: quando l’amicizia è solo in potenza

Nell’ultima decina d’anni abbiamo assistito, e continuiamo a farlo, alla proliferazione incontrollata dei cosiddetti “social network”, tra cui i più famosi Facebook, Twitter, Instagram, YouTube e WhatsApp. Nonostante tali piattaforme sociali si differenzino notevolmente tra loro per modalità e contenuto, tutte si basano su un principio comune: la condivisione. Ma cosa si intende con questo termine nel mondo globalizzato del XXI secolo?

Social network significa, letteralmente, rete sociale. Connessioni tra persone, dunque, esattamente come nell’Atene del IV secolo a.C. L’estensione e la natura delle relazioni di oggi e di allora, però, non potrebbero essere più diverse. O, per lo meno, c’è un enorme scarto tra i rapporti virtuali attuali e quelli esaminati da Aristotele nel suo studio sulla philia, nei libri VIII e IX dell’Etica Nicomachea. Quali sono i fattori che rendono l’esperienza sociale tanto dissimile nelle due situazioni, oltre, ovviamente, ai differenti contesti storici e culturali?

Primo fra tutti, la mancanza della presenza fisica. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, esprime la necessità che il rapporto di philia, per esistere, debba essere in atto: “in effetti la lontananza non impedisce in assoluto l’amicizia, ma ne impedisce l’attuazione. Se però la lontananza si prolunga nel tempo si ritiene che produca anche l’oblio dell’amicizia”. Oggi la maggior parte dei contatti che si instaurano fra le persone è di tipo virtuale, e ciò non può non avere dei risvolti anche sulla concezione stessa di philia odierna. Parlo di philia in quanto ritengo più utile per questa analisi riprendere l’estensione raggiunta da Aristotele nella sua trattazione: essa include, oltre all’amicizia tra virtuosi (quello stretto legame tra due individui che si apprezzano per il carattere –definita anche da noi oggi come l’unica vera amicizia-) anche quelle basate sul piacere e sull’utile.

Ma se non si può parlare di amicizia nel senso stretto del termine, è possibile per lo meno intendere il modo di relazionarsi nei social network come una forma di philia?

Per cercare di capirlo, si può iniziare interrogandosi su che cosa spinge un utente Facebook a ‘chiedere l’amicizia’ a un altro individuo, pur non conoscendolo affatto o non adeguatamente. Spesso, il fine di tali connessioni non risiede nella dimensione fisica, bensì rimane in quella offerta da computer, tablet e cellulari, rendendo il piano virtuale logicamente indipendente da quello reale.

La risposta potrebbe essere, più che aristotelica, platonica. Come tra mondo eidetico e sensibile, la loro relazione è asimmetrica nel senso che il secondo è logicamente dipendente dal primo ma non il contrario, anche la relazione tra mondo virtuale e fisico ricalca, in un certo senso, questa tipologia di rapporto, seppure all’inverso.

Le immagini, infatti, si identificano qui in ciò che gli utenti vogliono dimostrare di sé, ma, mentre le eikones platoniche rappresentano il grado più basso del sensibile, quelle virtuali tendono ad assumere una sostanza ideale. Il profilo Facebook, infatti, così come quello Instagram, contiene un insieme di foto, pensieri, citazioni etc il cui scopo è quello di fornire un’immagine di sé il più ideale possibile. Di certo non si esaltano i difetti, le contraddizioni, gli impulsi che già nella vita reale si tende a sopprimere e a non rendere pubblici. Quando si “pubblica”, appunto, un post su Facebook, così come una foto su Instagram, lo scopo è quello di “condividere” con i propri “amici”, un pezzo positivo del proprio “diario” o, su Instagram e Snapchat, della propria “storia”.

È chiaro dunque che la maggior parte dei rapporti di philia nei social network possiedono un valore prettamente strumentale. Il “mi piace” su Facebook, infatti, rimanda immediatamente alla philia basata sul piacere. Il piacere, in questo caso, non è però tanto quello che un utente prova nell’accostarsi a qualcosa che un altro ha “condiviso”, bensì quello di sentire apprezzata l’immagine che ha voluto dare di sé. Molti ragazzi oggi si sentono del tutto completi e soddisfatti quando raggiungono il livello di “mi piace” auspicato, se non fosse che in seguito l’asticella della soddisfazione si alza sempre più, in un circolo vizioso che porta a non sentirsi mai appagati.

Le relazioni con gli altri sui social, dunque, sono principalmente basate sull’utile, e hanno come scopo il piacere. Sta a noi decidere se considerarle degne di rientrare nella dimensione della philia.

A mio parere, non è possibile parlare di philia in atto. Al massimo, si può auspicare che tali rapporti rappresentino forme di philia in potenza: dovremmo riuscire a gestire in modo migliore la preziosa possibilità che abbiamo, oggi, di poterci connettere con il resto della popolazione umana, affinché i rapporti che si instaurano sui social network non siano finalizzati a una pura brama narcisistica ma allo scopo di sviluppare vere relazioni di amicizia in atto, in cui l’altro è visto sempre come fine e mai solo come mezzo.

 

Petra Codato

Nata nel 1998, ho sempre vissuto al Lido di Venezia. Uno dei miei più antichi ricordi: uscire dalla via di casa per la prima volta ed essere sommersa dalla vastità luminosa del mondo.
Il resto sono solo piccoli passi aggiunti a quel primo cammino: tanti viaggi, liceo classico Marco Polo, molti racconti, qualche soddisfazione nei concorsi di scrittura. E, fra tutto, la corsa verso la Filosofia, che, tra ostacoli e conquiste, mi ha portata all’Ateneo di Ca’ Foscari.
L’orizzonte fuori della mia via è oggi ancora più ampio, e io continuo a camminare.

 

NOTE
1. Etica Nicomachea, 1157 b 10

Sfumature di amicizia: uno sguardo all’Etica Nicomachea di Aristotele

Chi non desidera, su questa terra, avere degli amici? Essi sono i nostri “alleati” nella grande avventura della vita, e stare in loro compagnia ci consente di trovare la forza di “andare avanti” nonostante i numerosi problemi che sempre ci assillano. Ma le amicizie sono proprio tutte uguali? O, detto altrimenti: esiste un solo tipo di amicizia o ci sono molti modi diversi di essere “amici”?

Per trovare risposta a queste domande possiamo provare a rivolgerci a un testo molto antico (è stato composto addirittura nel IV sec. a.C., quindi più di duemila e trecento anni fa!), ma che è senza alcun dubbio perfettamente capace di essere ancora attuale, ricco com’è di osservazioni estremamente interessanti e profonde: stiamo parlando dell’Etica Nicomachea di Aristotele. Tale scritto è diviso in dieci “libri” (termine con il quale nell’antichità si indicava ciò che noi oggi chiameremmo in realtà “capitoli”), e i “libri” che vanno dall’VIII al IX sono per l’appunto dedicati alla trattazione dell’argomento di cui in questa occasione intendiamo occuparci: le diverse sfumature dell’amicizia.

Aristotele incomincia la sua indagine sull’amicizia ricordando che essa «è un aspetto estremamente necessario della nostra vita, dato che nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni». Non va infatti dimenticato che l’uomo, dopotutto, è pur sempre un essere sociale. Dopo aver tratteggiato alcuni vantaggi dell’amicizia, Aristotele afferma che le radici di tale tipo di rapporto affettivo si trovano in natura, e infatti sono osservabili in tutte le specie animali viventi. Ma anche l’uomo è un animale, e infatti, nel proprio profondo «ciascun essere umano sente vicino a sé, e quindi amico, ogni [altro] essere umano». La volontà di allacciare un rapporto positivo con le persone che di volta in volta incontriamo fa quindi parte del nostro “DNA”, anche se è vero che purtroppo non sempre tale desiderio viene corrisposto e riesce quindi a realizzarsi pienamente. Solo «quando la benevolenza è contraccambiata, diviene amicizia».

Aristotele arriva poi a porsi l’interrogativo che più ci interessa: «vi è una sola specie d’amicizia o più d’una»? Secondo il “maestro di coloro che sanno” (così Aristotele è chiamato da Dante) vi sono ben tre tipi di amicizia, la cui differenza reciproca è principalmente determinata dal motivo per il quale si diventa amici di un’altra persona.

In primo luogo, dice Aristotele, si può diventare amici di qualcuno al solo scopo di ricavarne qualcosa di utile per noi stessi, ossia al fine di averne un proprio tornaconto personale. In questo caso, osserva il filosofo greco, non siamo in presenza di un rapporto di amicizia vero e proprio, perché ciò a cui veramente “puntiamo” non è tanto la persona della quale stiamo diventando amici, ma ciò che riteniamo di poter ottenere “sfruttandola”.

Poniamo ad esempio che un certo ragazzo che conosco, Marco, abbia una bellissima motocicletta che io con i miei pochi risparmi non potrei mai permettermi di comprare. In tal caso, potrei decidere di diventare amico di Marco per cercare poi in un secondo tempo di convincerlo a prestarmi ogni tanto la sua “due ruote”. Marco a sua volta potrebbe decidere di diventare mio amico e di darmi in prestito la moto per qualche ora al mese se in cambio convincessi i miei genitori a dargli la possibilità di usare la loro casa al mare per un paio di settimane durante l’estate.

Anche se io e Marco ci consideriamo amici a tutti gli effetti e spendiamo del tempo insieme, resta il fatto che ciò che veramente vogliamo non è il bene dell’altro, ma avere in prestito la motocicletta o la casa al mare. Si pensi inoltre a che cosa accadrebbe se Marco per un qualunque motivo si rifiutasse di prestarmi la moto: evidentemente, presto o tardi io cesserei di frequentarlo, perché il mio interesse per lui era subordinato e finalizzato all’uso della sua motocicletta. Lo stesso farebbe Marco nei miei confronti se i miei genitori gli negassero la possibilità di usare la casa al mare. «Quelli che sono amici per [amore del proprio] utile sciolgono l’amicizia insieme al venir meno dell’utile: non erano amici l’uno dell’altro, ma del profitto», ossia di ciò che potevano ricavare dal loro legame, ammonisce Aristotele.

Si noti che il bene che io voglio raggiungere attraverso Marco non deve essere per forza un “oggetto” come la motocicletta, ma può anche essere qualcosa di più “immateriale”, come il piacere o il mio personale benessere. Siamo al secondo gradino dell’amicizia, che però esprime ancora un legame non perfettamente autentico e duraturo. Ci troviamo in questo secondo caso se ad esempio l’unico motivo che mi ha portato a diventare amico di Marco è il fatto che mi è simpatico, racconta bene le barzellette e mi fa ridere. Anche questo legame d’amicizia è alla fin fine effimero, perché il giorno che Marco cesserà di farmi divertire con le sue battute smetterò anche di vederlo, diradando sempre più le mie occasioni d’incontro con lui.

Ecco perché, secondo Aristotele, questi primi due tipi di amicizia (che potremmo anche definire “amicizie per interesse”) non sono destinate a durare: se a interessarci non è la persona che il nostro amico è nel suo complesso, ma è soltanto qualcosa che questa persona è, o ha, o può farci ottenere, non appena quella persona cesserà di avere, o di essere, o di poterci far ottenere quel certo qualcosa, l’amicizia inevitabilmente si scioglierà. Un segno, questo, che in fin dei conti il nostro non era un legame vero e profondo.

Salendo di un gradino ancora, troviamo infine il rapporto amichevole che si forma tra persone che praticano una stessa virtù. In questo caso, l’amicizia contribuisce al perfezionamento morale di entrambi i “contraenti”, e quindi non è semplicemente finalizzata all’ottenimento immediato di qualcosa di utile o di piacevole, né è “sbilanciata” in favore di uno solo dei due poli della coppia. Gli amici appartenenti a questa terza tipologia si spronano infatti a vicenda a fare sempre del proprio meglio in un certo campo (o anche in molti), e quindi traggono entrambi un positivo profitto “spirituale” dallo stare assieme. Inoltre, a differenza dei primi due esemplari di amici, gli amici di quest’ultimo tipo «desiderano allo stesso modo l’uno il bene dell’altro, e sono buoni di per sé». Ognuno dei due è poi utile all’altro nel perseguimento di un obiettivo comune: la realizzazione del “Bene” (ma, volendo rimanere all’interno del vocabolario aristotelico, dovremmo forse piuttosto parlare del raggiungimento del “giusto mezzo” o di un “perfetto equilibrio”) nel proprio modo di pensare, di agire, di comportarsi.

Dato poi che, a differenza delle passioni e degli interessi momentanei, «la virtù è cosa stabile» (quantomeno una volta che la si sia acquisita), ne si può concludere che «tale amicizia permane salda», almeno finché entrambi gli amici continuano a perseguire una comune virtù e quindi la via del Bene. «L’af­fet­to e l’amicizia che si trovano in tali persone sono al massimo grado, e i migliori», annota Aristotele. «Bello è fare il bene senza mirare al contraccambio», egli continua, ed è proprio questo che accade nel terzo tipo di amicizia. Certo, rileva il filosofo, «è ragionevole che tali amicizie siano rare: uomini di tal sorta non sono frequenti, e in più tale amicizia ha bisogno di tempo e di consuetudine». La rarità di tale tipo di legame si spiega anche con il fatto che «tutti, o quasi, desiderano compiere belle azioni, ma poi, [alla prova dei fatti,] scelgono ciò che è loro utile [o piacevole]».

Come si può vedere, i tre modelli di amicizia che Aristotele ci propone non sono “equivalenti”: il secondo modello relazionale ha maggior valore del primo, e il terzo tipo di amicizia è molto più prezioso dei primi due. L’implicito consiglio che questo antico filosofo greco ci vuole fornire è allora di evitare di limitarci soltanto a desiderare di aumentare il numero dei nostri amici, e di puntare piuttosto a incrementare la qualità della relazione che intendiamo sviluppare con loro. È infatti facile mettere in piedi una gran quantità di amicizie scadenti, ma esse non sono poi effettivamente in grado di cambiare in meglio la nostra vita e quella del­l’a­mi­co e di “lasciare il segno” nella nostra anima.

«Il desiderio d’amicizia», e dunque di riconoscimento intersoggettivo, – puntualizza Aristotele – «è rapido a nascere, [ma] la [vera] amicizia no». Essa richiede tempo, risorse, pazienza, comprensione, ascolto e tanta volontà di impegnarsi per davvero nel perseguimento delle virtù e nella comune ricerca delle “cose belle” della vita. D’al­tron­de, come dice Spinoza al termine della sua Etica, «tutte le cose più splendide sono tanto difficili [da ottenere], quanto rare», ma – aggiungiamo noi seguendo Aristotele – sono forse anche le uniche per cui valga veramente la pena di lottare.

 

Gianluca Venturini

 

NOTE:
A questo link de Il Post potrete leggere il testo in greco e la traduzione in italiano del brano tratto dall’Etica Nicomachea scelto come seconda prova di greco per i licei classici per la maturità 2018.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Umiltà e successo vanno d’accordo? Marc Levy ve lo dimostrerà!

Tra i moltissimi ospiti dell’edizione 2016 del festival Pordenonelegge, c’era Marc Levy, l’autore francese più venduto al mondo. L’incontro con i lettori, in occasione della presentazione dell’ultimo romanzo tradotto in italiano, Lei & Lui, ha avuto un’ottima partecipazione; il pubblico, come si potrebbe immaginare, comprendeva per la sua quasi totalità donne e ragazze, soltanto qua e là si intravedeva il volto di qualche uomo, probabilmente nel ruolo di accompagnatore di moglie o compagna.

Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che la sobria e composta location del Convento di San Francesco ha rispecchiato in maniera esemplare l’immagine che Marc Levy ha saputo dare di sé, tanto durante l’incontro, quanto dimostrandoci la sua disponibilità a rispondere ad alcune nostre domande. Marc Levy è un autentico autore di best seller: tutti i suoi romanzi riscuotono un così grande successo che il mediatore dell’incontro, Filippo La Porta, lo “accusa” di conoscere la ricetta del successo editoriale! I romanzi di Levy sono etichettabili come delle commedie sentimentali, tra le pagine delle quali spiccano i temi dell’amore, dell’amicizia, della vita, dell’ottimismo. Con quello che La Porta ha definito “Levy’s touch”, uno stile leggero e appassionato, Levy è in grado di raggiungere per lo più il lettore comune, il lettore che cerca un attimo di diletto, il lettore spensierato, ma non per questo meno serio.

Marc Levy è l’autore dei grandi numeri, certo, ma non manca di ricordare quanto lavoro ci sia dietro ad un libro. Impegno, ricerca, osservazione, capacità di dare spazio alla propria creatività, e soprattutto, umiltà. A sua detta è necessario rimanere con i piedi per terra, guardare a ciò che si fa, e non a se stessi, dedicarsi al proprio lavoro con spontaneità ed autenticità, e non con la volontà di pianificare il successo; è soltanto in questo modo, infatti, che la scrittura si manterrà terreno di libertà”.

Ma ora facciamo spazio alla nostra piccola intervista per voi lettori.

Durante l’incontro ha sottolineato più volte l’importanza dell’umiltà. Per cominciare vorrei chiederle: il fatto di avere svolto altre professioni in passato l’ha aiutata a conservare quest’importante qualità?

Indubbiamente il fatto di poter incontrare persone di orizzonti diversi permette di arricchirsi e di sviluppare la capacità di relativizzare. D’altronde anche il più grande attore del mondo risulta impotente di fronte all’infermiera che lo cura quando è ammalato. Quando si ha la fortuna di entrare a contatto con persone che svolgono mestieri ammirabili, si è a nostra volta più umili.

Scrivere è mai stato un sogno per lei?

Certo. È sempre stato un sogno, fin da quando ero bambino, ma non pensavo fosse realizzabile. Ho scritto il mio primo manoscritto all’età di 17 anni; non era affatto ben riuscito così lo gettai. Ma anche a quell’età continuavo ad avere il sogno di diventare scrittore, perché già la lettura per me era un sogno.

Come trova le idee per i suoi romanzi?

Non ho mai saputo rispondere a questa domanda. Le idee vengono dalle cose della vita, osservando le varie situazioni che abbiamo di fronte. È il miracolo di questo mestiere! Come viene un’idea? A volte dalla lettura di un articolo, a volte dal fatto che si è stati testimoni di una situazione, a volte semplicemente osservando qualcuno. Credo che il mestiere di scrittore richieda di sapere osservare ed ascoltare attentamente.

La nostra associazione e la nostra rivista trattano di filosofia. Quello che ha appena detto mi ha fatto pensare agli elementi che letteratura e filosofia possono avere in comune, per esempio lo spirito d’osservazione. C’è qualche traccia di filosofia nel suo lavoro?

Credo che dirselo da soli sia abbastanza pretenzioso. Credo che la filosofia, nel suo splendore, sia fonte di domande più che di risposte. Quindi sarebbe terribilmente pretenzioso affermare «ciò che scrivo è filosofia». Piuttosto, potrei dire che è il lettore colui che può trovare nelle mie frasi un elemento filosofico.

La lettura può aiutarci a riflettere sulla quotidianità?

Sì, ma non solo la lettura. Anche il cinema, per esempio, grazie ai suoi personaggi, con quali ci si può identificare. Un’importante funzione della letteratura o del cinema è quella di donare voglia d’essere. Quando ero adolescente e mi ponevo delle domande riguardo la mia identità, traevo voglia di vivere, voglia di adottare alcuni loro valori, di seguire la loro strada, da alcuni personaggi cinematografici.

Federica Bonisiol

Qui per l’intervista in lingua originale.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Apocalisse dell’amore: David Casagrande intervista se stesso

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Anzitutto mi faccia dire che trovo presuntuoso che lei abbia accettato questo incontro.

Lei voleva intervistarmi, io ho acconsentito: dov’è la presunzione? Trovo piuttosto singolare che uno chieda un favore a qualcuno, sperando che costui glielo rifiuti.

Senta, vorrei essere breve, e m’impegnerò per riuscirci: detesto ogni secondo che passo con lei.

La capisco. Starmi vicino non è facile: ho un carattere terribile. Anch’io, se fossi un’altra persona e mi conoscessi, mi detesterei. Ma partiamo, dunque!

Partiamo dall’articolo sulla meraviglia. Lei sostiene che la gratitudine che proviamo innanzi alla meraviglia si chiama “amore”. Però non spiega minimamente cosa sia l’amore: potrebbe descriverci questo sentimento?

Scrive il Tao-te-ching: «Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao». Tao significa sentiero: io ritengo che l’Amore-vero sia esattamente questo: il punto d’arrivo (e quello di partenza) d’una strada su cui dirigere i nostri passi. Noi uomini possiamo percorrere varie direzioni, evidentemente, ma solo la strada dell’Amore è giusta.
Il problema è che, esattamente come l’eterno-Tao della tradizione cinese, anche l’Amore-Vero lo possiamo dire in mille modi, ma non riusciremo mai a coglierlo, perché l’amore-che-può-essere-detto non è l’Amore-Vero.

Come risolvere questa scollatura tra Amore-vero e amore quotidiano?

Cercando di cogliere, per approssimazione, l’Amore-vero nelle varie tipologie di amori-umani e, una volta individuato, declinarlo nella pratica.

Sia più chiaro.

Kierkegaard insegna che l’uomo è tripartito in corpo, anima e spirito, ponendo questi tre aspetti in grado crescente di perfezione. Perfezione che, però, si raggiunge solo nella sintesi: lo spirito è, appunto, sintesi tra corpo e anima: ricomprendendo i due estremi nell’eterno che li ha posti, è perfezione. Ora, a ciascuno di questi tre lati dell’umano, corrisponde una diversa tipologia d’amore.
All’elemento corporeo corrisponde l’amore fisico, la prossimità corporale. All’elemento pneumatico dell’uomo corrisponde il rispetto, l’amicizia. All’elemento spirituale corrisponde la compassione.
Delle tre, la tipologia di amore-umano che più si avvicina all’Amore-vero, è la compassione, ed è tale perché ricomprende in sé passione e rispetto, e li infinitizza.
Quando agisco con compassione, seguo la via dell’Amore-vero, pur mantenendomi nell’ambito dell’amore-umano: questo perché la compassione, essendo universale, eternizza tanto la passione quanto il rispetto.
In questo senso, così si spiega il mio articolo del mese scorso: quando mi-meraviglio io amo, perché nelle cose che provocano stupore, avverto la gratuità dell’altro-da-me; attraverso di essa, sento in me compartecipazione alla vita-del-mondo, mi inserisco sulla strada giusta – anche se poi spetta a me seguirla fino in fondo: non basta stupirsi di qualcosa per dire: sono giunto all’Amore; la strada è molto più impervia. In ogni modo, più ci stupiamo, più avvertiamo com-passione, e più l’avvertiamo, più avviciniamo l’Amore.

Ma i fondamenti dell’uomo non sono lo scontro, la lotta, il desiderio di predominanza?

Queste sono le radici dell’homo-sapiens, cioè d’una razza di scimmie, non dell’essere-umano, cioè di quella creatura che ha studiato filosofia e astronomia. Ed è questa, in verità, la cosa che più mi spaventa di questo mondo: vedo molti homines-sapientes, ma pochi esseri-umani.

La sua teoria dell’Amore-Vero, che si manifesta in compassione, prevede anche una sorta di nobilitazione del sesso?

Non esattamente. L’amore fisico non è atto-sessuale, è piuttosto bisogno-di-contatto: ciò significa che la compassione non necessita del coito, ma della prossimità fisica con l’oggetto amato.
Tuttavia è evidente che l’atto sessuale, filosoficamente, è illuminante su come l’Amore-Vero necessiti parimenti di rispetto e contatto: quando infatti mi accosto alla persona che penso d’amare e toccandola, baciandola, penetrandola, capisco che (oltre a desiderarla) rispetto ogni sua caratteristica (anche i suoi difetti), allora giungo a capire la com-passione (passione-insieme).
Se invece non ne rispetto le particolarità, cercando in lei solo precisi canoni estetici, allora non ho più a che fare con un singolo, ma con un corpo: di conseguenza, non sto “facendo-l’-amore”, mi sto “accoppiando”.

Lei mi sta dicendo che quando amiamo il partner, l’amiamo con la stessa forza con cui dovremmo amare, generalmente, il mondo…

Le sto dicendo l’opposto! Sul mondo – su ogni ente del mondo – dobbiamo aspergere la stessa compassione che riverseremmo sulla persona che vogliamo al nostro fianco.
Tutto ciò, naturalmente, sperando di intrattenere relazioni veramente d’amore … eviterò, per signorilità, di parlare qui di altri tipi di rapporti, basati s’uno squallido do ut des: ignobile mercato delle vacche ove i favori sessuali sono scambiati con oggettistica varia. Queste “relazioni” somigliano all’Amore-Vero (e alla compassione) esattamente come lo sterco somiglia alla Sachertorte.

Come facciamo a capire che l’amore che proviamo per una persona è compassione, e ci può guidare all’Amore-Vero? Come possiamo essere certi della purezza del sentimento?

Occorre ripartire da sé stessi: vede, non esiste un solo modo di innamorarsi, non esiste un solo tipo di amore, perciò dobbiamo imparare ad ascoltare le nostre emozioni. Se, quando guardiamo una persona, proviamo solo desiderio o solo rispetto, e non riusciamo a sintetizzare le due cose, evidentemente non l’amiamo.

Quali sono dunque i sintomi dell’innamoramento?

Non esiste un’eziologia: io guardo i singoli sperando di cogliere l’Universalità, non il minimo comun denominatore, quello è compito dello scienziato (con l’evidenza che la scienza non spiega il mistero, e il senso, della totalità umana); al massimo potrei raccontare quello che è successo a me, ma non credo che v’interesserebbe. Di certo una cosa è chiara: l’Amore-Vero non chiede d’essere ricambiato: lo dimostra la vita-del-mondo, che non necessariamente ama i singoli, mentre esistono singoli che amano la vita-del-mondo.

Certo, è bello pensare che lei abbia ragione: mi spaventa sapere che lei, però, sbaglia. Il mondo è odio, terrore.

Quella dell’Amore è la-strada, non l’unica-strada. Ognuno si determina a seconda delle scelte che compie: nulla obbliga l’uomo a prendere una particolare direzione, se non vuole. Ed è evidente che chi sceglie l’Amore, oggigiorno, è in minoranza.

(continua, purtroppo…)

David Casagrande

Meraviglia e gratitudine: favola di un’esistenza che merita d’esser vissuta

La vita non procede senza misteri; dal caleidoscopico mondo onirico della notte, alle salmodie dello spirito in cerca di sé, alle fantasiose geometrie della luce nel cielo, tutto ciò che è (il-)lontano-da-noi attrae, dona sale alle giornate, senso al progredire. Anche se, paradossalmente!, conosciamo le ragioni d’un sogno, un arcobaleno, d’una passione (ci sono ragioni sufficienti, fisiche e neurofisiologiche, per spiegare pressoché ogni cosa!), una parte di noi necessita quantomeno di fingere di non sapere, per non smettere di meravigliarsi, di commuoversi, cioè di esserci…
Riferendomi al concetto di mistero (che il dizionario definisce “tutto ciò che non si può intendere o spiegare chiaramente, e che appunto per questo, attrae o affascina”) non intendo parlare di fede, di Dio, d’interrogativi teologici: anche questi sono, evidentemente, misteri – forse lo sono nel senso più pieno e più proprio della parola – ma dei misteri che più davvero investono del sentimento del mistero, la meraviglia: quei piccoli quesiti della quotidianità per i quali 1) o abbiamo, ma fingiamo di non avere, risposta, o 2) non cerchiamo, scientemente, soluzione.
Se il sensum misterī è la meraviglia, in greco ϑαῦμα, chiediamoci: cos’è la meraviglia? Aristotele la definisce come l’origine del filosofare, in quanto – innanzi allo sbigottimento – gli uomini iniziano a provare il bisogno di spiegare l’inspiegato; Severino ritiene, invece, che il meravigliarsi sia in realtà l’angosciarsi primigenio che il vivente prova innanzi alla (presunta) apparizione di tutte le cose dall’abisso del Nulla.
Con tutto il rispetto per i due maestri, direi che hanno sbagliato entrambi: il meravigliarsi, originariamente, non coincide né con lo spaventarsi, né con l’interrogarsi: è anche questo, ma non è solo questo.
Quando siamo di fronte al  ϑαῦμα-καθαρός (meraviglia-pura) sentiamo inizialmente solo affascinamento, lo stesso che proveremmo baciando una persona tanto desiderata e finalmente raggiunta; evidentemente, un tal bacio meraviglia: non c’è alcun modo di capire se l’incontro delle labbra evolverà in relazione, né sappiamo se quel tocco si trasformerà in possesso, ma nell’istante dell’atto, non siamo né spaventati né dubbiosi. Siamo solo affascinati dalla purezza della sorpresa, e sentiamo il  bisogno di dire grazie – a chi abbiamo innanzi, a noi stessi, alla Divinità: non ci interessa.  E la meraviglia è appunto questo: bisogno di ringraziare.

Da qui innanzi, questo scrittarello vuole diventare un elenco di quotidiani misteri per i quali, nella nostra esistenza, anche senza volerlo, sentiamo il bisogno di dire un generico εὐχαριςτῶμεν: grazie.

  • Εὐχαριςτῶμεν per la vita, spazio di tempo tra i sospiri di due amanti e il nostro spirare: per la sua pienezza e la sua imprevedibilità.
  • Εὐχαριςτῶμεν per la gioia, voce indelebile dello spirito: per i suoi sussulti nell’incontro con l’altro, per i suoi lunghi mutismi.
  • Εὐχαριςτῶμεν per la tristezza, straziante poesia dell’invincibile attesa: per i suoi crampi lancinanti, le sue infinite sfumature.
  • Εὐχαριςτῶμεν per l’amicizia, forza universale di mistico connubio tra dilezione e scelta: per le vette che raggiunge, per le valli che percorre, per le stupidaggini che commette.
  • Εὐχαριςτῶμεν per la grandezza del cosmo, cuna immensa in cui s’adagiano i tempi dell’eternità: per ciò che contiene, per i suoi confini, per ciò che sta oltre.
  • Εὐχαριςτῶμεν per la bellezza dell’anima, sospiro immanente e dubbiosa stabilità: per ciò che fa provare, per i fiori che scaglia oltre le sbarre della carne, per le perle che semina tra i sassi.
  • Εὐχαριςτῶμεν per il silenzio dell’arte, creazione dell’atemporale grandezza dell’uomo: per un canto di Tasso, per un quadro di Rembrandt, per le colonne dei templi passati.
  • Εὐχαριςτῶμεν per l’abisso del Divino, altare marmoreo, specchio di perfezione: per il Nulla sconfitto, per il Dubbio sommo, per il pane tramutato, per i tutti che diventano uno.
  • Εὐχαριςτῶμεν per il dolore dell’esistenza, spina nella carne, ironia necessaria: per la sua invalicabile invincibilità, per la fragilità che esprime, per la totalità d’amore che modella.
  • Εὐχαριςτῶμεν per la morte, ignota immobile forma del puro silenzio: per la sua inevitabilità, per la sua memoria, per la sua finalità non necessaria.
  • Εὐχαριςτῶμεν per chi non ci comprende, fuoco nella notte, fulmine di energia inautentica: per la sua opinione, per le parole che uccidono e provocano resurrezione.
  • Εὐχαριςτῶμεν per la filosofia, arte perfetta, religione della verità, lode immutabile, gioia dell’uomo. Meraviglia continua, εὐχαριστεῖν

E non è finito di certo, questo elenco: a ciascuno il compito di correggerlo, allungarlo, modificarlo:  ognuno è libero di meravigliarsi per qualsiasi cosa, in questa vita: se infinita è la meraviglia, infinita è la grandezza dello spirito che l’accoglie.
Ma, in tutte queste meraviglie, una sola certezza io – personalmente, senza volerla imporre – sono sicuro di possedere: la gratitudine è amore, grandissimo amore. E l’amore mi ha spiegato ogni cosa; l’amore ha risolto tutto per me – per questo ammiro l’amore ovunque esso si trovi.
D’altronde, se l’amore tanto più è grande quanto più è semplice, e se la massima semplicità sta nel meravigliarsi, allora non è affatto strano che l’amore voglia essere accolto dai semplici, da coloro cioè che si meravigliano – coloro che non hanno parole. La gratitudine dimostra che l’amore vive tra noi – a un passo dal nulla – perché si posa vicinissimo ai nostri occhi stupefatti.

David Casagrande

Sotto il mantello dell’invisibilità

La vita spesso mi sembra incredibilmente densa di problemi e complicazioni – anzi, sicuramente lo è. Nel mio presente ci sono la ricerca affannosa di tema e relatore per la tesi, la prospettiva dei numerosi esami spalmati nelle ultime due sessioni, il continuo paterno reminder che suona in mille varianti del “Quando ti trovi un lavoro?”, ma anche il lavorio logorante della mia coscienza, che mi ricorda tutte le altre cose che vorrei fare ma che non faccio per pigrizia. Insieme a tutto questo misuro quotidianamente la frustrazione derivante dalla mia incessante percezione di totale inadeguatezza. Per intenderci, quella che di fronte a questi problemi ti spingerebbe piuttosto ad avvolgerti nel piumone ignorando la sveglia e a chiuderti in un bozzo isolato dal mondo.

Naturalmente da quel bozzo tocca sempre uscire, allora ecco che il piumone diventa pret-à-porter: un mantello dell’invisibilità. Nel meraviglioso mondo di Harry Potter questo viene usato in “missioni segrete” a servizio del bene, io invece ho cominciato a servirmene per scopi probabilmente meno nobili e sensati, ormai addirittura dalla fine delle medie, quando ero già troppo alta e troppo tonda per non essere notata e per questo cercavo in ogni modo di non esserlo. Non volevo che vedessero quello che vedevo io.

Da quel momento il mantello mi è rimasto incollato addosso per tutta l’adolescenza, cosa che comunque non mi ha impedito di farmi degli amici – insomma, non sono né sono stata un caso disperato, però è vero che ci sono persone i cui occhi sembrano vedere attraverso un velo di apparenze e di solitudine, persone che inspiegabilmente riescono a trovarti in quell’angolino in cui ti sei asserragliato. Lasciandomi il liceo alle spalle ho cercato di liberarmi anche del mantello, eppure spesso me lo ritrovo ancora inconsapevolmente adagiato sulla testa – che è anche il motivo per cui spesso esco di casa con i capelli davvero mal raccolti e tute da ginnastica sbrindellate, convinta che facendo una così rapida apparizione nella società nessuno possa realmente vedermi.

Invece un giorno, come diversi altri giorni, sono andata a fare il pieno alla macchina nella solita stazione di servizio vicino casa. Ci trovo quasi sempre un ragazzo (tra l’altro piuttosto carino), probabilmente di qualche anno più grande di me, che lavora lì insieme ad altri due signori. Nonostante ovviamente ci abbia sempre parlato, per lo meno a livello di saluti, ovvie richieste e ringraziamenti, non credevo mi vedessero davvero. Invece quel giorno il ragazzo mi guarda e dice “Ti sei tagliata i capelli!”.
SBAM.
Così, “Ti sei tagliata i capelli”. Nemmeno una domanda, era una sicura affermazione. E’ stato come se mi avesse strappato il mantello di dosso e mi fossi ritrovata nuda di fronte a lui.

Ci sono così tante, così tante persone che pascolano in questo mondo che uno davvero comincia a perdere coscienza del proprio significato di individuo; così tante persone che nascono e muoiono ogni giorno nell’anonimato che alle volte devi proprio sforzarti per credere di fare la differenza, d’essere seriamente speciale. Perciò uno non si aspetta di essere riconosciuto come individuo in mezzo ad una moltitudine del tutto indistinta (per esempio i clienti di una stazione di servizio). Eppure, a quanto pare, alcune volte può succedere – infatti quel giorno è successo: il mantello è volato via con un gesto talmente improvviso e violento da lasciarmi stordita per almeno un paio di secondi e solo poi è arrivata quella sensazione di… direi di calore, come qualcosa che lentamente si scioglie al sole. E’ come quando per una volta la compagna di corso non ti dice “Non ti ho vista ieri a lezione”, invece con aria quasi di rimprovero commenta “Ieri ti ho vista a lezione ma sei scappata via subito”. Oppure come quando qualcuno che ti è stato appena presentato, dopo svariati minuti riesce ancora a ricordarsi il tuo nome. Piccole cose, ma che ti ricordano che nonostante tutto (il timore, il senso d’inadeguatezza, la moltitudine di anime) sei ancora collegato a questo mondo, sei una tessera del puzzle incastrata al suo posto, concavo con convesso e dritto con dritto, ed anche se il puzzle ha più di sette miliardi di pezzi e a guardarlo non si riesce ad avere la percezione della mancanza di qualcosa, comunque quel buco ci sarebbe, esisterebbe.

Perché esistere, nonostante tutto, non può essere una cosa da poco. Sono sempre stata convinta che in un certo senso dobbiamo meritarci il nostro stare in vita su questa terra: essere gentili e disponibili con il prossimo, comportarsi secondo i dettami della società civile, magari fare qualcosa di concreto per arginare le ferite di questo mondo malato; ma la verità è che non facciamo cose buone 24 ore su 24, giorno dopo giorno: ecco perché è piacevole a volte essere riconosciuti e notati solo per il fatto che esistiamo, indipendentemente da quello che facciamo in quel momento, io e proprio io, io così come sono, io e basta. Ci sono delle volte in cui essere visti fa la differenza, semplicemente riscalda il cuore. Quel mantello infatti, nonostante spesso nasca come forma di protezione, silenziosamente può diventare una gabbia. Quei piccoli sciocchi momenti sono come l’apertura dello sportello: mi rendo conto che posso uscire, se lo voglio. Eppure, la consolazione di quel minimo riconoscimento vale più di mille parole, più di mille sogni: “So che esisti. Non per uno scopo, non per una qualche necessità, semplicemente: so che esisti. Dunque, cerca di ricordarti sempre che tu esisti”.

Giorgia Favero

[Immagine tratta da Google Immagini]