Lettera alla sig.na Regine Olsen: anche i filosofi hanno un’anima

[Poche volte, nella vita, capitano fortune come questa. Questa lettera, da me trovata (chiusa in un cassetto di uno scrittoio, comprato per puro diletto in Nørregade, in quel di København) e tradotta dall’originale danese, è la minuta della famosa, e tragica, “Lettera del 1849” a Regine, da Kierkegaard spedita, ma alla quale non ricevette mai risposta.]

Allo stimatissimo signor X:
la lettera acclusa è mia per la Vs. compagna di vita.
Decidete Voi se consegnargliela o meno.
Io non cerco, in modo alcuno, di potarVela via: intendo solo narrarle ciò che fummo, perché lei si senta libera di ricordare il bene, e il male, di quello che fu la nostra storia.
Ho l’onore di professarmi Vostro devotissimo
S.A.K.

 
Mia Regine,

il cuore, è come una casa subacquea ove vi sono molte stanze: giù nel fondo, poi, vi sono camere piccole, ma accoglienti, dove si può stare tranquillamente seduti, mentre fuori il mare tempestoso; in alcune di esse possiamo udire in lontananza il rumore del mondo (non angosciosamente assordante, ma sempre più fievole e quieto… sai perché? Perché gli abitanti di queste stanze sono coloro che s’amano).
Ma da lungo tempo oramai, cara amica, non abiti più queste segrete magioni: io e te siamo separati, lontani nello spazio infinito del tempo, nella piccola circoscrizione dello spazio: non è poi così immensa Copenaghen!

Ti scrivo ora, perché finalmente voglio che ti sia chiaro perché la nostra storia è finita.
Da quando ti conobbi, ho sempre cercato di vivere artisticamente: volli farmi simile a te, cercando di ritrovare una sensibilità prontissima a cogliere ogni cosa fosse interessante nella tua vita: avevi il dono, cara amica, di saper presentare come arte (non la chiamerò poesia, perché tu con le parole non eri brava come con i suoni e con le immagini: eri erotica in ogni tuo gesto, come solo una ragazza della tua età può essere) qualsiasi cosa tu vivessi: era questo che mi aveva fatto innamorare di te, era questo che mi allontanava terribilmente da te.
La tua arte, amica mia era il ‘di più’ che solo tu potevi donarmi, perché tutta la tua esistenza (bisogna dirlo!) era impostata sul godimento artistico: e un po’ di quel piacere eri riuscita a passarlo a me… il punto è che io non potevo vivere così in eterno, perché io non sono così, e pur di piacere a te, violentavo me stesso. Dolce tortura, ma pur sempre tortura!
Da quando ti ho conosciuta, ho cercato per settimane, ovunque, la tua figura: sapevo che, attorno a te, girava un uomo di grande valore, e io di lui avevo paura perché egli ti era vicino, come uno spettro in una città morta: cosa avesse lui più di me, l’arguzia, l’aspetto… io non l’ho mai capito. Eppure, piccola Regine, ho avuto la fortuna di conquistarti, perché l’amore che io potevo offrirti (e lo sai) era perfetto e totale; il suo, era solo desiderio (anche tu lo desideravi? Immagino di sì, perché è difficile convivere col desiderio!) mentre la mia, era devozione.

Forse tu non eri pronta a cotanto sentimento? La storia parlerà per noi.

Regine… non ti chiamo ‘mia’ perché non lo sei mai stata (e io ho pagato duramente la felicità che l’idea di possederti mi dava un tempo)… e tuttavia, come posso non dire ‘mia’, dato che tu fosti per me ‘mia’ seduttrice, ‘mia’ assassina, origine della ‘mia’ sventura, ‘mia’ tomba… già. Ti chiamo ‘mia’, e parlando di me, mi chiamo ‘tuo’; tuo tormento vorrei essere, ricordarti con la mia oscura presenza, quello che fummo assieme come in un eterno incubo di morte… ma perché perseguitarti, quando – se mai in vita fui felice, fu quando tu m’ingannavi?
Ma davvero poi il tuo corpo poteva così manifestamente mentire? E la tua mente, il luccichio dei tuoi occhi, erano davvero falsi come io ora credo?

Regine mia, non c’è proprio nessuna speranza, davvero nessuna? Il tuo amore non si ridesterà mai più? Io lo so che, nonostante tutto e tutti, tu mi hai amato, benché non sappia dire donde mi venga questa certezza.
Sono pronto ad aspettare a lungo; aspetterò, aspetterò fino a che non sarai sazia degli altri uomini, e quando il tuo amore per me risorgerà dalla tomba: allora, e solo allora, riuscirò ad amarti come sempre, e ti renderò grazie come un tempo, Regine, quando, poggiato al tuo seno, ascoltavo il dolce e regolare moto del tuo respiro, e ti ringraziavo per esser con me.
Non potrai essere così crudele e spietata verso di me in eterno, mia Regine: giungerà il giorno del tuo perdono o del tuo ravvedimento… non ricordo neppure chi dei due distrusse la nostra storia.
No Regine, chi abbia lasciato chi ora non conta.

Sei stata crudele con me, al pari di come io lo fu con te, è vero.
In realtà, tu non lo sai, io ho taciuto il mio dolore e le poche cattiverie dette su di te non hanno che la consistenza dell’aria: solo Dio sa cosa ho sofferto (e voglia il Signore che nemmeno ora io te le racconti)! Mia Regine io ti devo molto… e ora che non sei più mia, ti offro una seconda volta ciò che posso e oso e conviene che ti offra: me stesso.
Sì, ti dono questo cuore che già in passato fu tuo, e lo faccio per iscritto, per non stupirti e non sconvolgerti. Forse la mia personalità ha fatto su di te un’impressione troppo forte, in passato: ciò non deve accadere una seconda volta, e se tu dovessi accettare la mia mano tesa, dovrebbe essere per vero amore, non per impressione.
Mia Regine, prima di dirmi di no!, ti prego, rifletti seriamente (per amore di Dio nei cieli) se puoi, o meno, parlarne con me con serenità, e in tal caso se preferisci farlo per lettera o direttamente a voce. Se invece tu, dopo accurata riflessione, decidessi comunque di non darmi più alcuna risposta, se la tua risposta al mio amore fosse ‘no’, ricorda almeno – per amor del cielo – che per te, e solo per te, ho fatto, e rifarei mill’altre volte, questo passo.

In ogni caso resto,
quale sono stato dall’inizio fino a questo momento,
sinceramente il tuo devotissimo
S.A.K.

David Casagrande

[Immagine tratta da Google Immagini]

Storia di una vera amicizia

 

Ognuno ha un amico in ogni fase della sua vita, ma poche persone hanno lo stesso amico in tutte le fasi della loro vita.Anonimo

Succede rare volte che una persona entri nella tua vita e non ne esca più. Nonostante i tuoi problemi, le tue mancanze, i tuoi difetti. Nonostante il cambiamento a cui siamo destinati.

Nonostante la vita.

Succede rare volte nella vita che una persona ti prenda esattamente per quello che sei -per tutto quello che sei- e non se ne lamenti, non ti accusi, non te lo faccia pesare.

Succede rare volte e quando la incontri non lo capisci subito.

Non capisci subito che quella persona lì non se ne andrà mai. E che puoi essere così come sei perché in ogni caso quella persona saprà leggere oltre le mille maschere che porti. Non lo capisci subito, semplicemente impari a conoscerla, un giorno alla volta.

Era successo questo a Sara e Zoe. Si erano conosciute in prima superiore, all’inizio della loro adolescenza. Sara era espansiva e solare, un uragano di vita. Aveva una massa di capelli ricci e biondi, gli occhi azzurri e un corpo che somigliava già a quello di una donna. Zoe, invece, era introversa e riservata, guardava il mondo di sottecchi e lo dipingeva sul suo blocco notes. Era esile e longilinea, coi capelli lunghi e neri. Ognuna aveva qualcosa che all’altra mancava. Non avrebbero potuto essere più diverse ma, allo stesso tempo, non avrebbero potuto attrarsi di più.

L’adolescenza, si sa, è l’età della “migliore amica”. Sono gli anni in cui si costruiscono quelle relazioni così intense ed esclusive. Gli anni in cui si fa tutto insieme. Gli anni in cui ci si imita, per acquisire quella sicurezza che ci manca. Gli anni in cui amicizia è stare insieme, senza uno scopo preciso, a parlare. Parlare di come si è e di come si vorrebbe essere; parlare delle strategie per farsi notare da un ragazzo e del perché è proprio lui a piacerci e non un altro; parlare per lamentarsi dei propri genitori, troppo severi, troppo invadenti, troppo distanti; parlare del proprio corpo che cambia o che, al contrario, stenta a cambiare. Si passano ore a parlare e a condividere segreti, ci si confida e ci si rassicura, ci si sente finalmente capite. L’amicizia in adolescenza è quel tipo di relazione che ci permette di cercare e capire chi siamo e che ci accompagna nella costruzione della nostra identità.

E Sara e Zoe non facevano eccezione. Sempre insieme, invincibili. Affrontavano il mondo, forti l’una della presenza dell’altra. Si raccontavano tutto, certe di essere capite.

E l’adolescenza era passata. Sara e Zoe erano cresciute e la loro amicizia aveva perso quel carattere di esclusività e “simbiosi”. Per dirla con le parole di Plutarco

Non ho bisogno di un amico che cambia quando cambio e che annuisce quando annuisco; la mia ombra lo fa molto meglio.

Le loro aspettative reciproche erano più realistiche e meno idealizzate. Il loro rapporto aveva lasciato spazio alle loro individualità e avevano imparato a conoscersi di nuovo, non per quello che una rispecchiava dell’altra ma per l’identità che ognuna aveva acquisito anche grazie all’altra. Avevano imparato ad apprezzare ogni loro sfumatura, per quanto scomoda. E a stimarsi. E ad avere fiducia l’una dell’altra, che per Zoe soprattutto non era cosa facile perché non era certo una che si buttava a capofitto nel voler bene a qualcuno o che si lasciava conoscere davvero. La loro amicizia non era più uno strumento per avere uno specchio di se stessa che confermasse le scelte l’una dell’altra, ma era diventato uno scambio, un confronto. Ognuna con le proprie vite. Avevano imparato che anche quando erano in due parti del mondo diverse c’erano lo stesso l’una per l’altra. Avevano imparato che la vera amicizia non consiste nell’essere inseparabili quanto piuttosto nel riuscire a separarsi senza che questo cambi qualcosa. Avevano scoperto che pur avendo fatto scelte diverse il loro rapporto non si era allentato, era solo cambiato. Avevano scoperto che essere amiche voleva dire non essere amiche “se…”, ma essere amiche “nonostante”.

Questo sono Sara e Zoe: una storia di vera amicizia. Un’amicizia che si sviluppa negli anni, intrecciando due destini, a dispetto della vita.

Non esistono moltissimi studi psicologici sull’amicizia e non è stato ancora affrontato il problema di come distinguerla dalle altre forme di amore. Quello che però confermano quelli esistenti è l’importanza dell’amicizia per il nostro benessere psicologico in tutto l’arco della nostra vita in termini di sostegno sociale e benessere emozionale e identitario. Nonostante durante il nostro ciclo di vita gli amici cambino e cambi anche il valore che attribuiamo all’amicizia stessa, ogni tanto succede che qualcuno ti prenda per mano e non ti lasci più, anche quando molli la presa: per me questa è la vera amicizia, quella che quando voli troppo in alto o quando stai sprofondando tiene la presa e ti fa rimanere te stesso, ti aiuta ad avere radici senza impedirti di volare.

Giordana De Anna

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