L’importanza dell’elemento culturale per la comunicazione medica

Lo scopo della medicina è quello di prevenire ed eliminare il dolore (malattia) che assale ogni soggetto umano. Per tal ragione siamo soliti definire la medicina come la scienza che assume quale proprio fine il debellare le malattie, costruendo così un rapporto che si basa sulla relazione: medicina (soggetto) – cura (mezzo) – guarigione della malattia (fine)¹. Tale descrizione, seppur molto persuasiva, non riesce a restituire in maniera completa la complessità dell’agire medico, poiché come scrive il noto storico della medicina Giorgio Cosmancini: «si sente spesso affermare, da molti fra gli addetti ai lavori –ricercatori, clinici, docenti universitari–, che la medicina è una scienza […]. Così non è. La medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori. È, in altri termini, una tecnica – nel senso ippocratico di téchne – dotata di un suo proprio sapere, conoscitivo e valutativo, e che differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l’uomo. La téchne iatriké, l’originaria ars curandi, la perenne arte della cura, è una tecnica, un’arte, un mestiere – il mestiere del medico – che ha una sua propria tradizione, una sua propria vocazione, una sua propria cultura. In seno a tale cultura, la tecnica è il mezzo, ma l’anthropos, l’uomo, è il fine ultimo, o primo»².

In altri termini, seguendo la definizione di Cosmancini, la medicina è una disciplina che, abbinando e accorpando molti saperi specialistici, assume come proprio fine l’uomo e tenta di costruire una serie di situazioni tecnico-terapeutiche che possano riportare i soggetti a superare il dolore provocato dalla crisi patologica al fine di ristabilire il loro equilibrio vitale. Avendo come fine l’uomo e dovendo intervenire costantemente su di esso, è di estrema facilità cogliere come sia assolutamente indispensabile lavorare anche sul contesto e sulle forme culturali che donano senso allo stesso modo di esperire e di dare identità all’intendersi quali uomini. Non a caso Giovanni Berlinguer, scrive: «le malattie umane non sono un fenomeno puramente biologico. Esse variano non solo tra individuo e individuo, ma secondo le epoche, le zone del mondo, le classi sociali. Esse sono probabilmente uno degli specchi più fedeli e più difficilmente ineliminabili del modo con cui l’uomo entra in rapporto con la natura, attraverso il lavoro, la tecnica e la cultura, cioè attraverso rapporti sociali determinati e acquisizioni scientifiche storicamente progredienti»³.

Tale modalità di attribuire significato alle malattie viene magistralmente riassunta dal grandissimo filosofo Michel Foucault il quale, all’interno di un articolo scritto nel 1966 dal titolo “Message ou Bruit?”⁴, sostiene che gli organi umani non producano dei messaggi oggettivi e naturali che la medicina ascolta, ma gli stessi producono dei rumori che la medicina interpreta in relazione a dei criteri culturali che le donano senso ed esistenza. Questo pensiero, che potrebbe sembrare di estrema difficoltà interpretativa, si spiega in maniera molto agevole facendo riferimento a tutte le novità scientifiche che continuamente rivoluzionano gli schemi culturali di tutti noi e della medicina stessa. Pensiamo, ad esempio, agli smartphone ai tablet ecc., che oggi costituiscono una delle fonti principali attraverso le quali ci informiamo e doniamo senso alle nostre espressioni quotidiane. Questi apparecchi oggi vengono comunemente utilizzati sia dai pazienti che dai medici in diverse modalità e con scopi differenti per monitorare o ricevere informazioni sulla salute. Generalmente controlliamo costantemente, attraverso alcune app e alcuni device collegabili allo smartphone, il battito cardiaco o il numero di passi giornaliero, ma tale situazione non è sempre esistita né si presta ad essere oggettivata una volta per tutte; anzi, deve essere costantemente interpretata da medici, i quali devono restituire a tale dato un valore che si parametra in relazione ad una serie di componenti che sono proprie del singolo soggetto e della cultura nella quale lo stesso cresce e dona forma alla propria vita. Questo banalissimo esempio mostra come il lavoro del medico, avendo come proprio fulcro il bene per l’uomo, non può sottrarsi ad una analisi costante della realtà contemporanea che porta con sé una serie di strumenti, di innovazioni o più generalmente di codici culturali che sono imprescindibili all’interno delle modalità di creazione del senso dell’esperienza umana che necessita l’ausilio della pratica medica. Ne segue che le parole del filosofo francese Georges Canguilhem assumano sempre più significato: «quale che sia l’interesse di uno studio delle malattie che tenga conto della loro varietà, della loro storia, del loro esito, tutto ciò non deve eclissare ad ogni modo l’interesse per quei tentativi di comprensione del ruolo e del senso della malattia nell’esperienza umana»⁵.

Risulta dunque chiaro che le diverse forme di comunicazione della salute, sia nella sua forma pubblicitaria che nella relazione diretta tra medico e paziente, devono in ogni caso tenere bene presente l’elemento culturale che dona senso alle singole vite dei soggetti, e che si devono plasmare ad esso, senza avere la presunzione di trovare dei sistemi linguistici universali che possano far passare gli stessi concetti a tutti in maniera univoca. Questo si avvera perché la salute è un problema oggettivo che deve essere trattato e comunicato in maniera soggettiva e che racchiude dentro di sé la pienezza dei riferimenti culturali che contribuiscono ad attribuire un significato all’esistenza di tutti noi.

Francesco Codato

NOTE:
1. Cfr. F. Codato, Il diritto di essere tristi. Per una filosofia della depressione, Alboversorio, Milano 2015, pp. 13-18;
2. G. Cosmancini, Il mestiere del medico, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. XI;
3. G. Berlinguer, Storia e politica della salute, Franco Angeli, Milano 1991, p. 33;
4. Articolo contenuto in: M. Foucault, Dits et écrits V. 1, Gallimard, Paris 2001;
5. G. Canguilhem, Le malattie, in Scritti sulla medicina 1955-1989, Einaudi, Torino 2007, p. 20.

Estetica Silvestre

Non deviare dalla natura ed il formarci sulle sue leggi e sui suoi esempi, è sapienza

(Seneca)

Secondo l’ultimo rapporto sullo stato delle foreste in Europa (State of Europe’s Forest 2015) il bosco avanza e si riprende i suoi spazi, in Italia quello attuale è infatti il periodo più selvoso della storia nell’ultimo migliaio di anni. Un fenomeno che invita a riflettere sul rapporto tra uomo e mondo naturale, da sempre complesso e conflittuale, che si è evoluto sino ad oggi secondo un doppio registro: da un lato intere regioni sconvolte dal disboscamento e dall’altro l’erosione di pascoli e campi un tempo coltivati ad opera di un bosco che si espande inesorabile.

Il tema del “ritorno alla terra” come risposta ai mutamenti ambientali è al centro di molteplici riflessioni e si manifesta in un’ambiguità di fondo e che da sempre caratterizza l’esperienza umana rispetto al mondo naturale: da una parte il timore dell’oscura vicinanza della foresta e dall’altra il fascino della seduzione del selvatico.

Questa dualità caratterizza già a partire dal Quattrocento la cultura occidentale e di fronte ad un ritrovato interesse per una filosofia “green” è diventata argomento centrale di discussione degli ultimi anni, a partire dalle questioni ambientaliste sul fronte politico internazionale, fino a riflessioni di natura estetica rispetto al valore contemporaneo del paesaggio, ma anche per i significati simbolici che rispetto alla nostra civiltà il selvatico acquisisce. Si pensi per esempio al ritorno della moda delle barbe incolte, un’espressione di costume che ha fatto la sua comparsa dopo la crisi del 2008 per diffondersi oggi come vezzo feticista, ma che si pone in continuità con l’ideale dell’uomo romantico e la sua crisi sistemica dei valori culturali, da cui l’idea di selva come rifugio dell’anima e di libertà che nasce dal confronto tra uomo e natura, perché, come diceva Shelling la natura è vita che dorme, cioè energia in potenza.

La Fondazione Benetton, che da sempre propone un percorso di ricerca incentrato sul paesaggio – un dibattito che ha visto in edizioni recenti trattare i temi Curare la terra (2014) e Paesaggio e conflitto (2015) – ha avviato quest’anno, con il seminario Sul ritorno del bosco, una riflessione critica su un processo di mutamento in atto che coinvolge tutti i paesaggi che ci appartengono, denso di contraddizioni e conflitti, ma anche di segnali di riconciliazione. L’espansione delle foreste interessa sia i paesaggi pastorali e agricoli, caratterizzati oggi da un equilibrio instabile, che la città contemporanea, il disordine delle periferie urbane e la progettazione del verde pubblico. In un tale contesto è interessante analizzare una possibile prospettiva estetica su queste tematiche e chiedersi se l’acquisizione di una maggiore consapevolezza nel “saper vedere” la natura possa essere un fattore funzionale allo sviluppo di una cultura della sostenibilità.

Il sentimento della natura viene promosso da Rosseau nella seconda metà del Settecento contrapponendosi al diffuso spirito matematico-logico dei secoli XVII e XVIII. Troverà poi ampio sviluppo con i romantici, avviando un processo dialettico di contrapposizione tra natura come meccanismo e natura come spazio di contemplazione e di liberazione dello spirito umano, che prosegue tutt’ora. Se l’uomo non ha ormai la possibilità di tornare ad uno stato naturale puro, egli può comunque cercare di comprendere la natura e in parte di prevederla, instaurando con essa un dialogo. Ed è appunto la visione il primo strumento con cui l’uomo entra in relazione con il mondo naturale, lo sguardo estetico è alla base dei sentimenti contemplativi ed emulativi che caratterizzano questa relazione. La natura diventa spettacolo che l’uomo interiorizza e rielabora dando vita all’idea di paesaggio, un concetto che esiste indipendentemente da essa e ne diventa termine di mediazione.

Contrapposto a questo primo tipo di approccio al mondo selvatico, in cui la relazione avviene attraverso un’immagine creata, è invece quello utilitaristico, in cui il bosco diventa oggetto di sfruttamento produttivo, funzionale alla tecnica.

In entrambi i casi però il selvatico, come termine di relazione con l’uomo, assume una connotazione passiva limitandosi a puro oggetto del discorso.

Un esempio recente che illustra tale rapporto passivo tra progresso e natura, portandolo all’estremo di un dialogo inesistente, è il film Ex Machina in cui il “tempio” della technè, ovvero il laboratorio di creazione di intelligenze artificiali -luogo di svolgimento dell’intera vicenda- è completamente circondato dal bosco. Tra i due spazi la relazione è solo visiva: le grandi vetrate dell’abitazione lasciano vedere la foresta all’esterno senza però renderla partecipe degli eventi e mantenendo ad un livello puramente estetico la sua presenza.

Si può considerare inoltre un ulteriore livello di interazione con il mondo naturale, ovvero quello in cui l’uomo tende alla fusione completa con la selva, in un rapporto in cui ne diventa termine passivo. Ma questo tipo di relazione non può che portare alla morte dell’individuo, che inerme viene inghiottito dal bosco, spezzato dalla rigidità delle leggi naturali, e quindi rappresenta una soluzione solo sul piano ideale.

Portando avanti il discorso fatto precedentemente sulla capacità umana di “vedere” la natura, si possono abbozzare interessanti questioni: se esiste un livello estetico di ridefinizione del paesaggio secondo valori antropici, si può pensare quindi ad un’educazione dello sguardo verso il territorio? Esistono poi dei parametri che riescano a definirne i valori autentici? Certo è che la consapevolezza di una coscienza estetica genera nell’uomo la capacità di percepire il mondo naturale più in profondità e quindi di rispettarne e promuoverne i valori, trasformando una ricezione di tipo contemplativo o consumistico, in partecipazione attiva, che permetta di trovare le giuste soluzioni alla sempre più urgente questione ambientale.

Claudia Carbonari

Sviluppo sostenibile per i paesi del Terzo Mondo

Le cronache di ogni giorno, le migrazioni bibliche che ci investono attraverso il Mediterraneo, non solo di persone che fuggono dalla guerra, ma anche, in larga misura, per ragioni economiche, ci pongono in modo pressante il problema di definire un processo di “sviluppo sostenibile” per il Terzo Mondo e soprattutto quali siano i modi migliori per interpretare tale espressione e quali i più diretti per raggiungere gli scopi che esso si prefigge.

Il primo obiettivo da raggiungere è quello di migliorare le condizioni di coloro che sono emarginati economicamente, risultato che si può conseguire attraverso un approccio diretto ai mezzi di sussistenza e alla soddisfazione dei bisogni primari, che deve consistere nella basilare idea che si debbano creare possibilità di occupazione.

Ma quali sono le reali possibilità di intervenire nei Paesi del Terzo Mondo per aiutarli “a casa loro”?

Non è pensabile di programmare interventi di industrializzazione su larga scala, al massimo si può pensare di favorire la nascita di piccole aziende per esempio alimentari e di lavoratori autonomi nel settore meccanico e dell’artigianato. Questi settori potrebbero svilupparsi con un minimo di sostegno ufficiale e assistenza economica dato che queste attività impiegano più abitanti nelle città del Terzo Mondo del “moderno” settore “industriale” e pertanto vale la pena di considerarli attentamente come fonti di mezzi di sussistenza.

Tuttavia le cooperative e le piccole aziende potranno prosperare con difficoltà se mancheranno opportunità di formazione professionale adeguata e di sostegno istituzionale.

Ciò di cui c’è bisogno è la ristrutturazione dei processi di produzione di reddito e una gestione che consenta di diversificare i mezzi di sostentamento per coloro che generalmente dipendono in modo precario dall’agricoltura.

Però perché tali iniziative abbiano possibilità di successo è necessario creare collaborazione e coordinamento con le istituzioni dei Paesi in cui intervenire su piccola scala.

E’ comunque necessario uno studio attento dei sistemi di soddisfazione dei bisogni primari senza base di mercato e/o monetaria, quali sono diffusi nelle società orientate alla sussistenza, il che potrebbe darci la chiave per intervenire nel modo migliore in termini concreti e meno impattanti per quelle comunità.

Ad esempio varie popolazioni agro-pastorali, benché abbiano un accesso limitato a moderni strumenti di miglioramento economico, riescono bene a soddisfare i loro bisogni. Esse ci riescono attraverso un attento adattamento all’ambiente in cui vivono combinando opportunità limitate di coltivazione e allevamento, queste popolazioni sono in grado di mantenere se stesse e i loro animali all’interno di un fragile ecosistema.

Infatti il secondo obiettivo da perseguire è quello di prevenire il degrado ambientale.

Lo sviluppo economico non deve comportare il peggioramento relativo alla qualità dell’ambiente e delle funzioni ecologiche. In base ai meccanismi istituzionali del sistema economico il “mercato” coglie solo indirettamente e parzialmente il degrado ambientale attraverso l’impatto sulla produttività, sulla salute umana, sui costi di sfruttamento delle risorse, ecc., e le risposte che ne conseguono non sempre sono adeguate.

E’ quindi necessario intervenire con mezzi innovativi per scongiurare che un ulteriore sviluppo economico su larga scala non faccia altro che accelerare il degrado ambientale, purtroppo già in atto in quei Paesi, con conseguenze disastrose anche a livello planetario.

In generale esistono quattro principali approcci diretti alla prevenzione e al controllo dei danni ambientali:

  • analisi costi-benefici
  • valutazione delle risorse
  • politica macro-economica
  • ricerca applicata alla sostenibilità.

Un approccio di questo tipo alla soluzione sia dei problemi del Terzo Mondo che dell’ambiente può essere incentivato dalla partecipazione ampia e ponderata dell’opinione pubblica.

Una attenzione diretta a creare mezzi di sussistenza, attraverso la promozione e la costituzione di attività integrate su piccola scala, richiede l’attiva collaborazione dei potenziali beneficiari, mentre per lo sfruttamento dell’ambiente l’opinione pubblica occidentale può agire sui propri rappresentanti politici e ristrutturare gli interventi economici per tali finalità.

L’interpretazione di sviluppo sostenibile richiede quindi di orientarsi non verso un massiccio sviluppo, ma ad alternative meno dannose nei loro effetti secondari per tutte le popolazioni interessate e più efficaci nel migliorare le condizioni di vita dei più emarginati.

Poiché un approccio utilitaristico del tipo appena indicato esige che, se c’è possibilità di scelta, venga seguito il corso di azione che considera maggiormente gli interessi di tutte le persone coinvolte, si dovrebbero, “eticamente” parlando, intraprendere queste alternative.

Quindi possiamo concludere che lo “sviluppo sostenibile” non è una panacea, ma che neppure, necessariamente, è una aporia. Pertanto lo sviluppo sostenibile, considerato come ricerca di opportunità di sussistenza entro i mezzi offerti dall’ambiente naturale, è un concetto veramente fondamentale nella ricerca di un approccio coordinato e integrato ai problemi sia del Terzo Mondo che dell’Ambiente.

Matteo Montagner

Se la primavera non tornasse… Intervista a Luigi Emmolo

L’acqua alta non è più solo un problema di Venezia, né di tutti i pendolari che la frequentano con gli stivali sempre a portata di mano. L’innalzamento del livello dell’acqua sta diventando una realtà che riguarda il mondo intero, o, se non vi piace osservare ciò che succede a troppi chilometri di distanza, riguarderà quasi tutta la pianura padana. Probabilmente tutti abbiamo sentito parlare della situazione problematica del clima, dello scioglimento dei ghiacciai, ma nessuno di noi ha mai sentito come personale questo problema, né l’ha mai tastato con mano.

Per capire qual è la situazione in cui si trova effettivamente il nostro territorio, abbiamo parlato con Luigi Emmolo, professore di Biologia e Chimica e autore del romanzo “Se la primavera non tornasse…”.

  • Luigi, parlaci in breve del tuo racconto, di cosa tratta?

Si tratta di un libro di sensibilizzazione sulle problematiche ambientali e sociali che caratterizzano i nostri tempi. Racconta la storia d’amore e d’avventura di un’ape e una farfalla che nascono nella Foresta Amazonica e che, scoperta una triste verità, decidono di affrontare l’oceano per raggiungere la Terra degli umani e parlare all’uomo per cercare di convincerlo a cambiare il suo stile di vita così impattante sull’ambiente e sulla sua stessa salute. È il racconto di un viaggio, di un sogno, di una commovente e indimenticabile storia d’amore che ha per protagonisti Noan e Flò, un’ape e una farfalla che decidono di affrontare l’oceano con l’intento di parlare agli umani, informarli delle conseguenze che potrebbero derivare dagli abusi nei confronti della Natura.

  • Come è nata la tua opera? Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Ho scritto questo libro per lo stesso motivo per cui ho deciso di fare l’insegnante, rinunciando tra l’altro alla possibilità di realizzare un sogno che coltivo sin da ragazzino: il sogno di diventare ricercatore. Il motivo è questo bisogno, questa necessità che sento di parlare a chiunque della natura, delle sue bellezze e dei rischi che essa corre a causa dei nostri comportamenti incuranti che sempre più stiamo portando avanti in un’ottica inconsapevolmente autodistruttiva. Notava Nicolas Georgescu-Rogen, padre fondatore della bioeconomia: “Mai, in tutta la sua storia, l’umanità si è trovata in una situazione più difficile. Parliamo di questa o quella specie in pericolo, ma evidentemente non ci si rende conto che forse quella in maggior pericolo è proprio la razza umana.”  Ecco, questo pensiero riassume perfettamente la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo racconto: svegliare le coscienze umane, rendere la gente consapevole dei rischi che corriamo e del ruolo che ognuno di noi gioca, nel bene e nel male, rispetto a quanto sta accadendo a livello sociale e ambientale.

  • In che modo cerchi di svegliare le coscienze umane?

Mi dedico attivamente a campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai giovani, al fine di educare le persone a un corretto stile di vita e al rispetto dell’ambiente: punti di partenza per condurre una vita sana e felice. Con questo racconto, per quanto triste e realistico sia, cerco soprattutto di dare un segnale di speranza. Vorrei, infatti, che il mio messaggio arrivasse il più lontano possibile, che cambiasse il cuore della gente, per generare consapevolezze e cambiamenti capaci di migliorare il mondo.

  • “Se la primavera non tornasse…” è una favola che racchiude in ogni sua parte un livello simbolico-metaforico, raccontacene qualcuno!

51Fmxz2wxCL._SX355_BO1,204,203,200_Flò, la farfalla, simboleggia la “Natura”; bella, elegante nelle sue forme e colori, ma anche e soprattutto fragile, proprio come i delicati equilibri che tengono in vita il Pianeta.

Noan, l’ape, è invece il simbolo della “Speranza”; le api ricoprono infatti un ruolo importantissimo nella biosfera: esse impollinano i fiori consentendone la riproduzione e la diffusione sulla terraferma, garantendo così, a tutti gli animali del Pianeta, il cibo e l’ossigeno di cui hanno bisogno per vivere. Anche i luoghi descritti sono densi di significato: la Foresta Amazzonica simboleggia infatti il mondo puro e incontaminato, incantevole, com’era una volta.

  • La situazione del nostro pianeta è così grave?

Ci rimane meno del 20% delle Foreste, l’80% delle riserve ittiche viene oggi sfruttato al limite o oltre la massima capacità di rigenerazione, entro il 2025 il 50% della popolazione mondiale potrebbe sperimentare delle gravi carenze idriche, e infatti è già stato lanciato l’allarme per una migrazione planetaria che potrebbe interessare dai 250 milioni a 1 miliardo di individui, produciamo più di 4 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, la temperatura del Pianeta è in aumento e potrebbe salire di 4-5 gradi nei prossimi decenni, la produttività dei terreni sta diminuendo per tutta una serie di concause e la barriera corallina sta scomparendo ad una velocità spaventosa.

  • Nel libro affronti tantissimi problemi ambientali e sociali, però ce n’è uno che riguarda ancor più da vicino le zone della provincia di Treviso, ricche di vigneti e di coltivazioni

Sì, è il delicato ed attualissimo problema dei pesticidi: sostanze utilizzate in agricoltura per combattere i parassiti delle piante ma che hanno degli effetti gravissimi anche sull’uomo. È stato infatti dimostrato essere sostanze cancerogene, mutagene, teratogene, reprotossiche e neurotossiche. Dobbiamo quindi cercare di ridurre l’esposizione a queste sostanze, tutelando soprattutto le persone più vulnerabili, quali sono ad esempio le donne in gravidanza, in allattamento e i bambini.

  • Possiamo definire questo racconto una sorta di attacco al sistema capitalistico-consumistico; un sistema che ha portato alla distruzione degli equilibri naturali ma anche di quei valori che danno un senso all’esistenza: il valore della famiglia, dell’amicizia, dell’alterità, della libertà, della sana alimentazione e quindi della salute. Dico bene?

Sì. È un attacco a un sistema che è riuscito a trasformare la società in una mega-macchina il cui unico fine è quello di produrre. In un sistema del genere l’uomo è quindi visto come un semplice ingranaggio al servizio di chi, dotato di capitale da investire, può accrescere il proprio profitto a scapito della salute e della felicità della gente comune. Un sistema del genere deve essere quindi abbandonato al più presto, anche perché non può che portare alla distruzione del Pianeta. Non è possibili infatti accrescere i consumi all’infinito in un sistema dalle dimensioni finite qual è la Terra!

  • La filosofia può aiutare le persone a contrastare il sistema capitalistico, i cui effetti stanno rovinando il pianeta?

Sicuramente, perché può indurre ogni singola persona alla riflessione sulla vita. Risalendo alle cause degli eventi che ci circondano, possiamo comprendere da dove sia partita la deriva ambientale che stiamo vivendo. Con il mio libro infatti vorrei stimolare ogni persona a capire che la concatenazione degli episodi dannosi del pianeta include anche una responsabilità personale. Sensibilizzando ragazzi e bambini si può costruire una base per una società che viva in simbiosi con il proprio territorio, rispettandolo e capendo di cosa ha bisogno.

  • Ma esiste secondo te un’alternativa a questo sistema, alla società della crescita?

Certo! È il suo esatto opposto: un sistema che insegue l’ideologia della decrescita. Una società in grado di vivere all’insegna della frugalità, in cui ognuno si autoproduce quante più cose possibile, una società basata sul dono, sullo scambio di beni, che consuma soprattutto prodotti locali, che mette al primo posto la sana alimentazione, l’istruzione, la salute, l’amore e la libertà.

  • Il tuo libro è uscito da poco ma sta avendo grande risonanza: molte scuole lo stanno utilizzando per la realizzazione di progetti di sensibilizzazione, ha ricevuto importanti sponsorizzazioni e si è classificato al primo posto nella fase web del prestigioso Concorso Nazionale “Casa Sanremo writers 2016”. Qual è, secondo te, il motivo di tale successo?

Credo siano due i punti di forza di questo libro. Il primo è rappresentato dal tema affrontato. Un tema delicatissimo, attuale e che spinge ogni giorno milioni di cittadini, consapevoli dei gravissimi rischi che stiamo correndo, a cambiare il proprio stile di vita per renderlo più ecosostenibile. Per queste persone che credono e sperano in un mondo più salubre e giusto, il mio libro rappresenta un ottimo strumento per veicolare ad amici e parenti i valori in cui tanto credono, per questo lo stanno comprando e ne stanno favorendo la diffusione.

L’altro punto di forza è rappresentato dallo stile narrativo adottato, il quale mi ha permesso di affrontare questi temi così importanti senza però stancare il lettore, anzi, emozionandolo attraverso la dolcezza degli scenari descritti, dei personaggi, e le storie d’amore e d’amicizia che avrà la possibilità di vivere attraverso la lettura.

  • Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensi della filosofia?

La filosofia è una disciplina completa, che si può occupare di aspetti molto diversi tra loro, tutti affrontati con un metodo rigoroso di riflessione, argomentazione, ragionamento. Se potesse diventare un campo di indagine fruibile a tutti, non rimanendo isolata a una materia di studio, potremmo avere risultati stravolgenti nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità di ognuno di noi. Riflettendo sul senso delle cose, sulla loro naturalità, staremmo sicuramente più attenti a preservare il pianeta in cui viviamo, l’ambiente che ci dà il necessario per vivere e che ha bisogno del nostro aiuto.

Giacomo Dall’Ava

[immagini concesse da Luigi Emmolo]

L’ambiente ‘Classe’ (E quello che vi sta dentro)

«Ognuno sempre e dappertutto, più o meno coscientemente, impersona una parte… È in questi ruoli che ci conosciamo gli uni gli altri; è in questi ruoli che conosciamo noi stessi»

R. E. Park, Race and Culture

CORNICE2-02

«Che cosa ci fai qua?»

Chiedono incuriosite le maestre a G.

Sono intente a terminare la loro riunione di classe, tutte accerchiate intorno alla cattedra.

G. è appena entrata nella sua II^ B.

Si è scordata sotto il banco il quaderno per svolgere i compiti dell’indomani e la mamma l’ha accompagnata a scuola per recuperarlo.

Sono le 17.00 del pomeriggio e G. non dovrebbe essere lì. La mattina si, ma il tardo pomeriggio no. Effettivamente in quella seconda elementare manca qualcosa di essenziale; le sedie sono vuote e i pavimenti perfettamente puliti. I banchi, allineati e in ordine, non sono ricoperti d’astucci, colori o trucioli di matite e per la stanza c’è un silenzio inusuale.

C’è qualcosa di strano. La classe continua a presentare un tono magico, nonostante la sua funzione mattutina d’apprendimento sia entrata in pausa.

L’aula scolastica, a quell’ora di tardo pomeriggio, senza i bambini, senza la campanella, senza l’ora di matematica e la ricreazione perde la sua normale rappresentazione e G., senza la cartella sulle spalle, mette da parte il suo ruolo d’alunna.

CORNICE2-02

L’idea dell’ambiente “classe” ruota attorno a una serie di simboli che si ripetono ovunque, in qualsiasi scuola, in qualunque città. Riconoscerli aiuta a capire come funzionano le dinamiche scolastiche, le identità che si creano e le rappresentazioni che si inscenano.

La classe non è un “contenitore” assoluto o vuoto, ma presenta precisi confini spaziali. La porta che separa la classe dalle altre, così come il sipario in un teatro, è il simbolo dell’entrata e dell’uscita, del dentro e del fuori, del palcoscenico e del dietro le quinte. Ogni singola componente all’interno di un’aula rappresenta un elemento di un copione; ha la sua storia, la sua funzione, il suo fine.  I muri abbelliti di cartelloni delle tabelline e di lettere, le finestre, la cattedra, i banchi con le sedie: tutto ciò è indispensabile a creare l’ambientazione opportuna.

La campanella suona.

I bambini corrono dentro la porta della propria classe. C’è chi entra per primo, in silenzio, sistemando con ordine le cose sul proprio banco, c’è chi arriva rincorrendosi con qualcun altro e c’è chi viene già svogliato lanciando per terra lo zaino. C’è sempre il ritardatario, l’ultimo ad arrivare, ed ecco che infine il richiamo all’ordine della maestra dà il via allo spettacolo dell’educazione.

Si vengono a creare fin da subito una serie di interazioni che danno libera espressione al Sé di ogni bambino, composto da risa, offese, battute e spirito di narrazione:

«Sai, alla festa di compleanno di mamma…»;

«Guarda, il dente che ho perso ieri…»;

«Maestra, lui mi ha nascosto il colore arancione…».

Molto spesso si celano anche ghigni, sguardi silenziosi, gesti e posizioni del corpo che sanno dire molto di più delle parole. Tutti questi ingredienti mescolati e combinati fra di loro creano dinamiche di classe particolarmente complesse.

Ognuno di noi, inserito in un particolare contesto, personifica un ruolo e anche i bambini, in classe, finiscono per avene uno. Il ruolo, se voluto e sentito limpidamente, può divenire pretesto per esprimere la propria identità al fine di un diretto contatto con le proprie emozioni. Se imposto da qualcun altro si trasformerà però in un fardello da trascinarsi dietro, un compito, un lavoro da portare a termine. Il bambino più introverso, etichettato dagli altri come “il timido”, deve far sì che tutto quello che farà combacerà con l’immagine attribuitogli. Lo stesso vale per “Il maleducato”, “il rompiscatole” “il piagnone”, etc.

Ma la fissazione di ruolo è sbagliata.

I bambini, specialmente, sono in fase di cambiamento continuo e devono sperimentare diversi modi d’essere prima di arrivare a capire chi siano davvero, con l’obiettivo di crearsi una sana e solida identità personale.

Quand’è che a parlare è Lorenzo o il personaggio di Lorenzo? Quand’è che i bambini dicono davvero quello che pensano senza limiti all’immaginazione? Quando, invece, ripetono solo quello che maestri, compagni e l’istituzione “scuola” vogliono sentirsi dire?

Bambini totalmente assorbiti dal ruolo che gli è stato attribuito finiscono per diventare quella cosa, convincendosi di essere davvero così.  Tenderanno a soffocare il proprio vero io, compiacendo l’idea che gli altri hanno.

E in tutto ciò l’insegnante? Quest’ultimo ha un compito molto importante. Deve far sì che i bambini giochino con i vari ruoli senza saturarsi con uno in particolare. L’occhio dell’insegnante è vigile e attento. Lo sguardo, come la luce di un faro, si sofferma continuamente e ripetutamente da un bambino all’altro, senza mai dimenticarsi di tutto ciò che vi sta attorno.

Il bambino deve sentirsi libero di saggiare i propri limiti affinché a emergere e vincere sia l’originalità, non la convenzionalità.

Giorgia Aldrighetti

[Filosofiacoibambini]

La Terra, casa mia

Alla base di ogni conflitto c’è una incomprensione, e questo vale anche per il rapporto tra onnivori e vegani. Dal momento che sono vegetariana da poco conosco perfettamente entrambe le campane e dunque so che essere onnivori non è affatto sbagliato, ciò che è sbagliato è essere onnivori senza sentirsi a posto con se stessi: in quel caso, ci vuole solo un po’ d’impegno e coraggio, ma poi ci si sente più leggeri. O almeno, per me è stato così.

Non è detto che sia facile. Per me, è stato un clic. Ero al banco della pescheria ed aspettavo pazientemente il mio turno. Davanti a me c’erano almeno cinque persone e per tutto il tempo che le ascoltavo ordinare osservavo quegli occhi vitrei e senza vita in bella esposizione alla totale noncuranza, la mia compresa. Era quasi il mio turno, il signore davanti a me evidentemente aveva organizzato una cena a base di pesce perché se n’era preso in gran quantità per antipasto primo secondo e anche dessert. Finché non è arrivato il momento dell’astice. L’indifferenza totale con cui l’impiegata s’è messa il guanto lungo di plastica, ha tuffato la mano nell’acquario, arraffato la prima creatura che le è capitata a tiro, gettandola poi nella bilancia e chiedendo “Vanno bene 400 grammi?”, mi ha dato la nausea. Ancora di più mentre il mio sguardo non riusciva a staccarsi dal povero astice che si muoveva ancora con lentezza mentre stava sulla bilancia e il cliente decideva se per lui era o non era abbastanza grasso. A quanto pare lo era, perché se l’è portato via. Io invece, quasi come una bambina impaurita, sono fuggita e mi sono andata a sedere in un angolo tra gli scaffali dei cracker, perché sentivo la testa girarmi come una trottola. E’ stato quello il click, quello il momento in cui ho capito che per me tutto ciò è assolutamente assurdo. Non era certo la prima volta che andavo al bancone del pesce, ma il click è arrivato in quel momento. Per uno scherzo del destino, uno di quelli che mi fa pensare di essere veramente nel mio personale Truman Show, era il 14 febbraio: non avendo un uomo con cui celebrare la ricorrenza, mi è sembrato giusto festeggiare con l’ambiente.

Perché, in realtà, si tratta proprio di questo: dell’ambiente. Come ho detto, posso capire gli onnivori: la carne è buona, il pesce forse di più, sono nutrienti, e può essere che uno non avverta dentro di sé un buon motivo per rinunciarvi: è possibile, succede, e va bene così. Non esiste il “giusto”, non esiste lo “sbagliato”. Per me invece deriva tutto da quella mia fastidiosa impressione che siamo noi esseri umani gli alieni di cui tutti vanno in cerca. Lo so che in realtà siamo frutto di un processo evolutivo, ma a volte mi sembra proprio che, soprattutto da un paio di secoli a questa parte, il nostro impatto sul pianeta sia stato pari ad una pioggia di meteoriti. Grazie a noi e al nostro esagerato ma elitario benessere, a Napoli a gennaio ci sono 16°; grazie a noi, un’isola al largo della Norvegia che si chiama Bjørnøya, letteralmente “isola degli orsi”, non vede più l’ombra di un orso polare da anni; grazie a noi i volti delle Cariatidi di marmo che hanno sorretto una loggia dell’Acropoli di Atene e conservatisi meravigliosamente per 2500 anni, solo negli ultimi 90 (dunque 1/28 della loro vita) sono stati divorati dalle piogge acide; grazie a noi, la foresta amazzonica… Beh, la lista è lunga, ed è pure nota! Ma noi proprio non ascoltiamo! Come con la pioggia: “piove, cosa posso farci io?”. In effetti, viviamo in uno stato del progresso tale per cui inquiniamo tutti quanti tutti i giorni, è inevitabile: quello che invece si può evitare, però, va evitato. Perciò, ben vengano gli accordi di Parigi: è qualcosa vicino al niente, ma è vero che senza sarebbe stato ancora peggio; il fatto però è che non dobbiamo necessariamente stare ad aspettare i comodi dei quadri mondiali: lo so che sembra difficile e assurdo, ma davvero possiamo fare la differenza. Io, sì, proprio io! Essere vegetariani, fare la raccolta differenziata, evitare gli sprechi di cibo (gli All you can it purtroppo offrono spettacoli raccapriccianti, ma da parte dei clienti!), scollegare il caricatore quando il cellulare è al 100% di batteria, prendere i mezzi pubblici tutte le volte che è possibile, riempire le bottiglie alle “case dell’acqua” invece di comprare giorno dopo giorno bottiglie di plastica, chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti, usare pile ricaricabili, spegnere la luce quando si lascia una stanza… e chissà quante cose che ancora non so! So bene che non sarò mai perfetta, ma mi consola il pensiero di impegnarmi come posso. Non sempre ci riesco (con il rubinetto quando mi lavo i denti è una vera lotta), ma almeno ci provo. Del resto la Terra è casa mia; sono felice di vedere il sole, adoro i fiori, mi piacciono molto i delfini (anche se dicono che in realtà sono cattivelli), amo i gatti, mi affascinano il deserto e il paesaggio delle isole tropicali. Detesto pensare che ogni cosa bella che esiste è a rischio, e vorrei fare finalmente la mia parte, assumermi le mie responsabilità. E quando sento che Milano ha sforato abbondantemente i livelli di PM10 per il 93° giorno dell’anno (93 giorni = circa 3 mesi, 3 mesi = ¼ dell’anno, un quarto dell’anno!) e mi scoraggio e penso “Tanto che mi affanno a fare, sono solo gocce nell’oceano!”… a quel punto mi ricordo che del resto l’oceano è fatto proprio di gocce, e che tutto sommato, certamente e sicuramente, è meglio essere una goccia che contribuire alla siccità.

Giorgia Favero

Quale etica per l’ambiente?

Nell’attuale contesto nel quale molti scienziati ritengono che in base al trend attuale sia in atto un mutamento globale e incontrollato delle condizioni ambientali, con conseguenze così gravi da mettere in pericolo la vita sulla terra, può essere utile esaminare i fondamenti filosofici e/o teologici dell’etica ambientale per comprendere su quali basi poter sviluppare una efficace politica per l’ambiente.

Questa minaccia incombente può essere in grado di provocare un radicale ripensamento dei fondamenti stessi della cultura mondiale e delle linee di sviluppo della società moderna.

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Rapporto Uomo-Natura: un difficile equilibrio

Il visibile e crescente degrado del nostro pianeta, la progressiva distruzione degli ecosistemi, quali ad esempio le foreste pluviali, la desertificazione, i cambiamenti climatici, l’uccisione indiscriminata e ingiustificata di animali (balene, elefanti, tigri, ecc.) ci impone una preoccupata riflessione sulle problematiche ambientali.

Su tali problematiche si possono sviluppare dei ragionamenti sulla base di due aspetti:

  • un’analisi tecnico-scientifica delle conseguenze, spesso devastanti, provocate dall’attività umana e delle possibili soluzioni tecniche e gestionali;
  • un approfondimento della portata dei principi etici e delle conseguenti elaborazioni culturali in rapporto con le politiche ambientali.

La problematica ambientale, nel corso degli ultimi anni, ha assunto un ruolo sempre più preminente sul modo di pensare, di percepire, e di giudicare le priorità sociali da parte della popolazione.

Nelle società democratiche questo approccio sta infatti condizionando inevitabilmente l’opinione dominante in base alla quale poi operano i decisori politici e la dirigenza dell’industria.

L’etica ambientale, con una sostanziale azione politica in campo economico, fa essenzialmente perno sul concetto di “sviluppo sostenibile”. Tale approccio che, apparentemente, è ormai universalmente riconosciuto, si differenzia però nell’azione politica in due interpretazioni dell’espressione non facilmente conciliabili.

Infatti per gli ambientalisti l’espressione deve essere interpretata in chiave di far sempre e comunque prevalere il “sostenibile”, mentre per i governanti e per l’industria, come anche fatti recenti in Italia hanno dimostrato, viene più considerato lo “”sviluppo” e quindi la difesa degli interessi economici.

È sempre più vitale che l’uomo e i pubblici poteri che egli contribuisce a determinare ed orientare, accedano, in modo sempre più convinto, al valore etico della tutela ambientale e della condivisione e compartecipazione responsabile delle risorse naturali.

L’umanità deve pensarsi non in termini di intenso e sistematico sfruttamento delle risorse, ma piuttosto di presenza armoniosa che garantisca, a tutto l’ecosistema, non una sopravvivenza rischiosa, ma un equilibrio attento agli interessi vitali di tutte le creature del pianeta.

Su questa prospettiva pesano in particolare gli interrogativi relativi alla possibilità che lo sviluppo dei Paesi emergenti sia conciliabile con la compatibilità ambientale e che i Paesi sviluppati riducano effettivamente l’impatto ambientale complessivo dei loro sistemi economici.

In questo contesto dobbiamo trovare risposte alle domande etiche nelle politiche ambientali.

Abbiamo bisogno di una “nuova” etica, o è sufficiente obbedire alle etiche tradizionali? Quali sono i fondamenti più appropriati per una nuova etica ambientale? Qual è il processo con cui possiamo ottenere politiche ambientali eque e un nuovo “contratto sociale globale” tra Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati?

Matteo Montagner

[Immagini tratte da Google Immagini]