Carne “etica”, ovvero uccidere o non uccidere

“Cosa scegliereste tra un pezzo di carne per cui è stato necessario abbattere un vitello e lo stesso identico alimento, ma più economico, prodotto senza emettere gas serra e senza macellare alcun animale?”.

Questa domanda è stata posta al popolo cinese in merito alla sicurezza alimentare e alla tutela ambientale, questioni che sono diventate fondamentali dopo gli scandali in Oriente degli ultimi dieci anni, così come la sicurezza e la salute dei cittadini stessi.

Il futuro della carne tuttavia potrà realmente essere solo quello legato ad una artificiale? Questa scelta porterà i consumatori a preferire “carne etica” prodotta in laboratorio? Diverse aziende nel mondo stanno infatti scegliendo di sperimentare questo tipo di carne in piccole quantità, utilizzando cellule prelevate dagli animali e che poi maturano e si riproducono. Una scelta che fa discutere perché sono diverse le ragioni etiche che spingono verso questa tecnologia, dal trattamento degli animali all’emissione di gas serra; argomenti che si aggiungono poi al risparmio economico e ai costi competitivi.

A questo proposito la CEO dell’azienda (tra i leader del settore) Memphis Meats, Uma Valenti, afferma che «questo sarà il futuro», perché la carne prodotta in laboratorio sconvolgerà completamente la nostra vita; questo a suo parere conseguirà al fatto che nel prossimo futuro diventerà impensabile allevare animali e ucciderli per mangiarli, evitando dunque oltre gli allevamenti intensivi anche lo sfruttamento del territorio che ne consegue.

Non sappiamo dunque se questo sia il futuro ma è certo che già oggi stiamo iniziando sempre più a modificare le nostre abitudini alimentari.

Dal punto di vista etico questo passo sembra colpire l’uomo nella sua integrità, in quanto cerca di superare la condizione in cui si trova a causa del fatto che i paradigmi culturali ai quali è stato distrattamente legato sembrano essere falliti. Basta pensare alla trasformazione dell’uomo come forza della natura contro la natura stessa, in quanto la vita sulla terra è sempre di più legata al destino dell’uomo; un antropocentrismo che molto spesso non ci permette di conoscere ciò che abbiamo di fronte.

Per questo motivo diventa fondamentale darsi degli strumenti di lettura diversi, rivedendo posizioni religiose, filosofiche e giuridiche, se si vuole agire come se fosse possibile fermare, agire come se ci fosse la possibilità di uscire dalle contraddizioni.

Se noi stessi non iniziamo a comprendere il dolore che ci circonda, non arriveremo a comprendere nemmeno noi stessi all’interno della complessità del reale. In questi casi diventa fondamentale rifondare i nostri valori e concetti come quello di persona ma anche di equilibrio e di benessere, perché molto spesso i centri decisionali non stanno nelle politiche, ma altrove.

A voi la soluzione.

 

Martina Basciano

 

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Curare il nostro territorio: intervista a Giacomo De Luca di Savno Servizi

Perché praticare la raccolta differenziata è così importante?
La questione dell’inquinamento e del riscaldamento globale è solo una parte della risposta. Il vero motivo riguarda infatti il territorio: consideriamolo alla scala che vogliamo, ma ce ne dobbiamo prendere cura, con tutti i mezzi che sono in nostro potere.
Questo è quello che ci racconta Giacomo De Luca, presidente di Savno Servizi, azienda che gestisce il servizio integrato dei rifiuti solidi urbani per 44 comuni della Provincia di Treviso e che si occupa del servizio di raccolta delle principali frazioni merceologiche dei rifiuti, del loro trattamento e/o smaltimento. Un’attività sicuramente importante nel mondo d’oggi e che rende il nostro impatto sul pianeta e sul territorio un po’ meno gravoso e che, soprattutto, ci fa sentire orgogliosi del nostro ruolo di cittadini.

 

Negli ultimi due secoli l’uomo ha corso verso il progresso considerando solo molto marginalmente l’impatto della sua evoluzione nei confronti dell’ecosistema in cui egli stesso viveva e vive. Secondo lei in che modo progresso e cura ambientale possono andare di pari passo?

Progresso e cura ambientale devono andare di pari passo perché sono complementari. Il progresso è ora e deve continuare; se però, dopo aver preso in considerazione l’idea di progresso, si trascura l’ambiente, si rischia di tornare indietro anziché andare avanti. Perché se non c’è la cura dell’ambiente cosa progrediamo a fare? Tutto deve essere in funzione dell’ambiente, perché senza cura ambientale non si va avanti. La dimensione umana è chiamata in prima linea, è uno dei tasselli principali, altrimenti non c’è progresso.

mezzi_3La cosiddetta mentalità dello scarto, della quale il saggista americano Alvin Toffler parlava già all’inizio degli anni Settanta, si è profondamente radicata nella nostra società ed è la modalità di consumo alla quale da allora siamo abituati e con la quale siamo cresciuti. Nel momento di necessità ecologica che oggi stiamo vivendo più che mai, sono state sviluppate tecniche con cui anche tali scarti possono diventare una risorsa. Con quali modalità Savno si inserisce in questo modello?

Savno si inserisce ai primi posti di questo modello, tant’è vero che l’azienda è stata premiata dall’Università  di Roma e dall’ARPAV perché è stata in grado di chiudere il cerchio del rifiuto organico. Ciò significa che raccogliamo il rifiuto organico delle famiglie, lo portiamo nel laboratorio del centro di raccolta. Da questa lavorazione ricaviamo energia, calore, e soprattutto il biogas per far funzionare i nostri camion. I camion che vanno a fare la raccolta funzionano a biogas, combustibile naturale prodotto appunto dai rifiuti che andiamo a raccogliere: questa è la grande novità. Va detto però che da parte delle persone c’è un’attenzione particolare verso la raccolta differenziata. I nostri risultati derivano dall’educazione di gran parte dei cittadini, sebbene non di tutti purtroppo, perché senza il loro apporto non saremmo riusciti a fare nulla. Però c’è ancora molta strada da fare; quel che va capito è che il bene che deriva dalla raccolta differenziata è di gran lunga superiore ai suoi costi di gestione. Per fortuna i mezzi di comunicazione hanno preso atto di questa situazione e ne stanno parlando sempre di più. Io spero che continuino per spronare l’attenzione della gente verso una buona raccolta.

A quali nuovi progetti vi state dedicando/quali nuove strategie siete in procinto di attuare in termini di ecologia?

Il nostro sforzo più evidente è quello di riuscire ad eliminare del tutto le discariche. A mio avviso queste sono state uno degli errori più grossi del nostro passato, viste le conseguenze deleterie che provocano all’ambiente. Dovremmo cambiare mentalità ed imporre per legge l’eliminazione delle discariche, perché è chiaro che con la discarica non si hanno costi di smaltimento, ma i costi appaiono dopo! 

Voi puntate molto del nostro futuro nell’educazione dei bambini all’interno delle scuole. Come si approcciano i bambini alle tematiche ambientali? Pensate siano capaci di ampliare anche le vedute degli adulti?

Io devo dire che sono i bambini ad insegnare ai più grandi, soprattutto a casa, perché sono in grado di coinvolgere gli adulti, di correggerli, e di destare la loro attenzione, magari sgridandoli quando hanno comportamenti non idonei. In particolare i bambini hanno capito il riutilizzo degli oggetti, forse grazie anche alla loro ampia creatività. I progetti scolastici si muovono proprio in questa direzione, dunque riteniamo che il nostro finanziamento di queste attività sia un vero investimento per il futuro. Nello specifico durante questi laboratori i bambini imparano il concetto di riciclo, per essere poi chiamati a creare un nuovo oggetto partendo da uno scarto.

raccolta-differenziata_savno-servizi_la-chiave-di-sophia-01Il territorio veneto e nello specifico quello della provincia di Treviso è da anni premiato come territorio in cui viene riciclata la più alta percentuale di rifiuti urbani; ciò naturalmente fa onore anche alla vostra azienda. Secondo lei, com’è possibile che esista ancora una tale disparità all’interno del territorio italiano e con quale modalità lo Stato e i media – a cui ha già accennato in precedenza – potrebbero intervenire maggiormente?

Lo Stato e gli Enti Locali dovrebbero imporsi, adottare delle buone pratiche e imporle. La provincia di Treviso è ai primi posti non solo in termini di raccolta differenziata e porta a porta, ma anche per quanto riguarda il costo della raccolta. I nostri costi di gestione sono infatti tra i più bassi in Italia. Anni fa si pensava che il costo della raccolta porta a porta rendesse la questione inaccessibile. Ebbene, questa teoria è stata smentita dalla pratica. Mi sembra che alcuni non vogliano sforzarsi di capire quanto il porta a porta sia invece accessibile e praticabile. L’aspetto economico non è un limite, si tratta soltanto di migliorarsi e di darsi da fare.

Il cambiamento climatico sembra un fenomeno così devastante ed inevitabile che forse probabilmente il singolo cittadino non sente minimamente di poter fare la differenza. Quali parole vi sembrano le più efficaci per convincere le persone che anche il singolo può fare la differenza?

Oggi i cittadini sono abbastanza consapevoli di tutte le questioni sopra enunciate, ed orgogliosi di aver contribuito a raggiungere un risultato incredibile. La raccolta differenziata ha sicuramente minore rilevanza rispetto ai grandi sconvolgimenti ambientali, ma anch’essa ha il suo peso. È la modalità attraverso la quale ciascuno di noi può contribuire alla conservazione dell’ambiente che ci circonda. Dobbiamo capire che il territorio ha bisogno di essere curato.

Veniamo ora a qualche consiglio pratico: che cosa sbagliamo più spesso nelle nostre abitudini rispetto al riciclo dei rifiuti?

Bisogna stare attenti innanzitutto ai rifiuti che buttiamo nel secco, sebbene questo venga poi trattato e selezionato prima di essere smaltito negli impianti di macerazione. Inoltre sarebbe necessaria qualche piccola attenzione in più, come quella di sciacquare i contenitori di alluminio prima di gettarli nel bidone.

Noi de La chiave di Sophia pensiamo che la filosofia riguardi molto da vicino la nostra vita quotidiana. Qual è la vostra concezione di filosofia?

La filosofia è la disciplina che ci ha aiutato a pensare e che ci dà idee per il futuro. La nostra filosofia è quella di capire qual è la richiesta non solo del cittadino, non solo del portafoglio, ma anche e soprattutto del territorio.

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www.savnoservizi.it

 

Elena Casagrande e Giorgia Favero

Tracce di natura e ambiente nella VII Rassegna di Arte Contemporanea di Treviso

La trevigiana Rassegna di Arte Contemporanea si è conclusa questa domenica ma fortunatamente ho avuto modo di visitarla ad un passo dalla chiusura, approfittando di una visita guidata con lo stesso curatore, Daniel Buso.

Quest’anno siamo giunti alla settima edizione: rincuora ed entusiasma il fatto che anche la piccola Treviso offra annualmente ai suoi abitanti e visitatori un tuffo nelle ricerche e nella creatività dei nostri giorni. Ca’ dei Carraresi, grazie all’organizzazione progettuale di Artika Eventi, ha raccolto ed accolto per una settimana (dal 17 al 25 giugno) le opere di ottantotto artisti, prevalentemente italiani, che attraverso diverse tecniche e modalità e secondo le più personali ed intime sensibilità interpretano con l’arte la visione e le tematiche dell’oggi. Molte sono infatti le questioni che emergono durante la visita, che si snoda in un percorso di sedici sale pensate per accogliere opere che riflettono, seppur in modi diversi, su tematiche comuni: dai migranti agli enigmi, dalle vedute urbane al packaging.

La mia sensibilità ed interesse hanno fatto emergere però un aspetto che non è stato scelto di riunire in un’unica sala – cosa che ho apprezzato perché penso che questa riflessione possa costituire un fil rouge che unisce diversi autori senza bisogno di essere esplicitato, come se fosse una loro caratteristica propria ed intrinseca riscontrabile più o meno apertamente nelle loro produzioni artistiche. Parlo delle tracce di una sensibilità nei confronti dell’ambiente naturale e dell’ambiente Terra più in generale. Alcune opere sono più esplicite di altre, altre si soffermano su un livello apparentemente superficiale di rappresentazione dell’ambiente naturale, come la laguna quasi eterea di Sabrina Grossi, ma la riflessione si svolge su più fronti.

Rino dal Pos ritrae un volto su una tela sulla cui superficie compone materiali creati dall’uomo ed impropriamente dispersi nella natura, per esempio gli ormai inutili oggetti di plastica gettati negli oceani; in quanto biologo il suo trarre dal mare materiali che non gli appartengono e riportarli proprio in un ritratto l’ho trovato un atto velato di denuncia di un atteggiamento che ormai ci è proprio come esseri umani, tristemente disattenti ed incuranti nei confronti di ciò che vive attorno a noi. Diversi altri artisti in effetti utilizzano nelle loro opere dei materiali di scarto: è il caso per esempio delle composizioni di Lili Mascio, in cui questi materiali si fondono in un vorticoso fluire per veicolare sensazioni di bellezza e leggerezza.

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Rino dal Pos, 2015

La riflessione attenta sull’ambiente però si riscontra anche attraverso l’umano costruire ed una lettura che viene fatta di esso. Ne riscontro una traccia nelle opere di Gemma Zoppitelli che attraverso una tecnica di foto trasferimento riporta le fotografie dei porti di Palermo e Genova su assi o scarti di legno trovati proprio in quei luoghi: il loro recupero e il riportarli ad una nuova vita, che è tuttavia profondamente legata alla precedente, li rende idoli di memoria, simboli apparentemente nostalgici di un mondo in continua corsa e progresso. Così come la monumentale archeologia industriale di Walter Marin, relitto abbandonato di un passato che sembra schiacciato dalla smania del nuovo.

L’azione incurante dell’uomo è anche violentemente denunciata, in particolare attraverso l’opera scultorea di Ralph Hall, simbolo oltretutto di questa rassegna: Rabbits. È ben esplicito il significato di quel tubo al neon, violentemente acceso e quasi fastidioso, che trafigge una coppia di conigli dall’aspetto del tutto adorabile, con le lunghe orecchie dall’aria apparentemente morbida e persino delle gorgiere secentesche che avvolgono i loro colli, una bellezza estetica che ne rappresenta l’innocenza. La denuncia è infatti proprio di quell’azione violenta e noncurante dell’uomo perpetrata su creature innocenti ma anche “vicine” (quasi addomesticate) all’uomo.

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Chiara Lorenzetto, 2016

Ci sono infine opere che sottolineano il completo fluire delle cose della natura, all’interno del quale l’uomo convive con tutto ciò che vive, e il suo essere si trova in piena connessione con la natura. Il Pensiero fluttuante di Monica Sarandrea per esempio è nato da un sasso gettato nello stagno: i colori, i movimenti ed i disegni della natura si ricollegano anche attraverso l’arte nel nostro vivere più profondo e che (anch’esso) ci è proprio, dal limite fluido della tangibilità dell’acqua alla fuggevolezza del pensiero. È di fatto nella dimensione spirituale che si apre il dialogo. Da questo punto di vista, concluderei con le opere che più di tutte sono riuscite a raggiungermi: quelle di Chiara Lorenzetto. Attraverso la tecnica del frottage l’artista riporta il disegno ciclico e sinuoso di un tronco tagliato: con la matita su di una carta molto leggera racchiude l’anima dei tronchi di tiglio di un viale in cui, a seguito di un programma di abbattimento, tali alberi sono stati tagliati. La forma che viene riportata sul supporto ricorda molto da vicino le impronte digitali di una mano umana, manifestando in modo delicato ma palese l’assoluta comunanza tra uomo e albero, e dunque l’appartenenza dell’uomo ad  un contesto di connessioni naturali in cui non può esistere, a livello profondo, una vera gerarchia. Ogni singolo albero, in questa lunga serie di tele di cui sono due quelle scelte per questa esposizione, ha una sua individualità ed è portatore di una sua storia di vita e cultura, così come ogni essere umano è un individuo unico ed irripetibile, ed in quanto tale degno di vivere la propria vita.

 

Giorgia Favero

Riferimenti più approfonditi alla mostra qui.

Pensiero, immagine, sostanza: intervista all’architetto Cino Zucchi

Settembre era appena cominciato e sugli schermi di computer e televisori continuavano a scorrere le immagini del sisma che aveva dolorosamente colpito Amatrice, Accumuli e Pescara del Tronto. Avevo molti pensieri e molte cose da chiedere che mi frullavano in testa: come una manna dal cielo, il Festival della Mente di Sarzana mi ha dato la possibilità di avere anche delle risposte. Abbiamo infatti incontrato Cino Zucchi, architetto milanese dello studio Cino Zucchi Architetti, il quale tra i progetti più importanti annovera la ristrutturazione e ampliamento del Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, gli edifici residenziali dell’area Ex-Junghans a Venezia, progetti d’architettura del paesaggio, disegno urbano ed allestimenti in Italia e all’estero. Zucchi è inoltre Professore Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana presso il Politecnico di Milano, scrive e collabora con molte riviste d’architettura e non solo; dopo numerose collaborazioni con l’istituzione nel corso degli anni, nel 2014 ha curato il Padiglione Italia per la Biennale di Venezia.

 

 

Lei è un architetto che opera dalla scala urbana all’oggetto di design. Qual è lo spazio di progettazione che ritiene più stimolante? In che modo il progetto di uno spazio urbano e quello di una lampada si somigliano?

C’è questo famoso slogan (anche un po’ abusato) “dal cucchiaio alla città” che sanciva una specie di università del metodo progettuale, cioè il moderno nasce come qualcosa che pensa di avere uno strumento forte, che è la progettazione capace di qualsiasi cosa. Il fatto è che il nostro modo di fare, la nostra competenza e la nostra disciplina interagiscono in maniera complessa con molti altri soggetti: l’architettura e la città non sono fatte solo dagli architetti, noi siamo la parte emersa dell’iceberg; sono invece un sistema sociale ed anche economico, nonché un confronto continuo con i valori a generare la città. Certamente il momento in cui un programma diventa forma è un momento strano, c’è un qualcosa un po’ di magico, di alchemico potremmo dire, perché nonostante tutte le procedure inventate non c’è mai un meccanismo completamente stabilito per passare dal programma alla forma  – che poi è quello che rimane dell’elemento artistico dell’architettura. Un mio idolo che si chiama Paul Valery, che in realtà nasce come poeta ma poi è finito a fare il pensatore, dice in un suo saggio che l’artista è colui che trasforma l’arbitrio in necessità e dunque che un’opera d’arte finita deve sì avere un carattere di congruenza, ma nasce dall’arbitrio, dalle scelte. Questo è molto interessante: possiamo far qualcosa che non è totalmente proceduralizzato – un’invenzione – ma che alla fine ha la struttura e la rispondenza che noi ci aspettiamo dal mondo fisico, che è quello che distingue design ed architettura dall’arte. In questo senso è  vero che io disegno lampade e città, ma non mi sento tanto dentro quell’universalità del metodo; piuttosto mi sento coinvolto in una serie di pratiche – vorrei dire anche culturali, perché considero anche la tecnica parte di una cultura – dove uno continuamento inventa, mette a punto e rifà, si sviluppano delle catene tali per cui come c’è una epidemiologia delle idee – Dan Sperber parlava del carattere virale del pensiero – anche le forme sono soggette a delle sorte di epidemie. C’è un bellissimo libro di Henri Focillon che s’intitola La vita delle forme e che parla di come le forme si possano svuotare di un senso e riempire di un altro; parla anche di un certo non-carattere di necessità tra forma e contenuti: faccio l’esempio di Hagia Sophia di Istanbul, che oggi infondo è per noi l’immagine della moschea, nasce come chiesa; avviene dunque una migrazione delle forme e dei simboli che continuano ad inseguirsi. Per cui io credo che noi generiamo delle forme e queste forme continuamente interagiscono con una cultura.

In questo senso c’è una distinzione interessante che fa Levi-Strauss ne Il pensiero selvaggio tra ingénieur e bricoleur,  sostenendo che l’ingegnere è colui che ha metodo e non forma, ha una procedura forte dell’idea, come se non avesse pregiudizi formali, per cui la forma viene alla fine come esito di un sistema di pensiero forte; il bricoleur è invece colui che ha una scatola di oggetti, come fosse Robinson Crusoe che si trova su una spiaggia a dover costruire una capanna, per cui ricombina forme ereditate secondo combinazioni nuove – dunque il senso è un riassemblaggio. Noi siamo un po’ ingegneri e un po’ bricoleur, abbiamo ereditato dal moderno questo senso un po’ scientifico della procedura, ma in realtà non siamo completamente deproceduralisti: per esempio maneggiamo anche delle forme che hanno una storia e le riassembliamo secondo significati nuovi.

 

Viviamo in un’epoca in cui abbiamo accesso a tutto dal palmo di una mano: le informazioni sono praticamente infinite ed in questo groviglio di possibilità sembra ci siano ancora poche cose in grado di stupirci. Anche per questo in ogni ambito della vita pare ci si voti al sensazionalismo: creare qualcosa di sempre più grande, sempre più spettacolare. L’architettura in questo non fa eccezione. Come si coniuga questa ricerca ossessiva allo stupore con l’idea “primigenia” che fa dell’architetto il disegnatore non tanto dell’involucro quanto dello spazio in cui si riversa la vita delle persone?

Sempre Paul Valery diceva che alcune persone danno eccitanti invece che nutrienti, sollevando il problema del sensazionalismo dell’arte moderna che è connaturato, questo “annual different”, questa ossessione per il nuovo – l’arte contemporanea è diventata più che una cosa per esperti. Detto questo, la sostanza dell’architettura, essendo  costosa e pesante, spesso permane ben oltre l’obsolescenza della propria immagine; diciamo cioè che l’immagine di un edificio si consuma in qualche anno, mentre l’edificio può durare qualche decennio. Questo è un problema interessante, quello della lunga durata – io ho fatto una lezione una volta, si chiamava “La teoria della doccia del camping”, che è molto ermetico come nome ma voleva dire che quando noi troviamo la doccia del camping troppo fredda o troppo calda e giriamo il rubinetto, l’acqua non diventa subito calda o fredda, ma ci mette un po’ a mutare: allora l’output è ritardato rispetto all’input. Potremmo dire che oggi, se io produco un’architettura su un programma, ora che la costruisco il programma è già cambiato, cioè l’architettura ha una sua gestazione lenta e non può essere totalmente in tempo reale: molti edifici nascono in una maniera che sono già obsoleti quando sono fatti. Mi è capitato proprio tecnicamente, usando le tecnologie, ad esempio comunicative ed informatiche, ma anche di riscaldamento: dopo tre/quattro anni sono già cambiate. Questa inerzia e lentezza dell’architettura è sostanziale ma interagisce con un mondo sempre più virtuale.

Io penso che non c’è una verità e che si trovano sempre delle convivenze, per esempio potremmo dire che uno può vivere molto bene con un Macintosh nella villa del Palladio. Paul Valery dice più o meno che “Quello che chiedo alla tecnologia moderna è di vivere con più agio una vita non-moderna”; per esempio, mentre nell’utopia degli anni ’50 ipotizzavano la casa dei Jetson del futuro, che aveva queste forme che la facevano sembrare un’astronave, in alcuni film di Win Wenders si vede il Macintosh vicino ad un ambiente “classico”. Io penso che l’età del futuro sia babelica, cioè le metropoli sono fatte di tante cose, è come una totale simultaneità tra passato e futuro, non c’è solo futuro, perciò probabilmente il mondo del futuro non assomiglierà ai film della fantascienza anni ’50 ma somiglierà forse più a Blade Runner in questo senso.

 

Tutti conosciamo la massima “Non giudicare un libro dalla copertina”, minimizzando forse troppo l’importanza della qualità estetica. Qual è e quanto è importante per una architettura il ruolo della sua facciata?

L’architettura moderna nasce come reazione agli stili; in tedesco esiste un termine intraducibile che è qualcosa tra “pulito”, “igienico”, ma anche con un carattere morale, il quale va a descrivere quest’architettura bianca, algida. In questo senso il modernismo aveva negato il concetto di facciata – la facciata era qualcosa degli accademici, come dire che se imposto un problema correttamente, allora la facciata vien da sé. Io credo però che la facciata non vada vista in termini esteriori, ma anche come sfondo allo spazio pubblico: di un edificio esiste infatti una dimensione individuale e più esistenziale che è quella della stanza, ma c’è anche quella della città pubblica, che è appunto la facciata. Essa serve dunque come interfaccia – certamente climatica o ambientale tra la protezione interna e il plein air – ma anche tra dimensione individuale e collettiva. È come il vestito, che scherma alcune parti di noi e nel momento in cui le scherma ha anche un valore autonomo e comunicativo: così possiamo vedere la facciata, come schermo di mille individualità e il rapporto con una città che deve permanere oltre gli abitanti delle case. Se uno si dipingesse il suo pezzo di facciata, un cyberpunk alla sua maniera e la vecchietta anche, non ci sarebbe la città. Nessuno chiede a place Vendôme di essere personalizzata secondo i desideri degli abitanti: place Vendôme funziona perché uniforme. In questo senso oggi possiamo tornare a vedere il tema della facciata come qualcosa in senso più ambientale che formale, cioè c’è anche qualcosa di meteorologico – infondo i quadri di Monet della cattedrale di Rouen fanno vedere che l’architettura bianca legge il corso del sole. Noi infondo amiamo la città, andiamo a fare turismo, non è solo un oggetto funzionale, è qualcosa che amiamo anche per questo suo carattere reattivo. Io sono un bravo facciatista, ma in senso non formalista: forse riesco a ridare alle facciate questo carattere vibrante che (forse) nel moderno abbiamo un po’ perso.

Corte Verde di Corso Como, Porta Nuova - Milano, 2006-2013

Corte Verde di Corso Como, Porta Nuova – Milano, 2006-2013

Molti ragazzi del nostro gruppo, tra i quali io stessa, ci siamo formati a Venezia e ancora la viviamo; eppure persino a noi, spesso, la città pare essersi cristallizzata in un passato sempre più lontano, ed è soprattutto la sua architettura ed i suoi spazi a darci quest’impressione. Ignazio Gardella, con il suo progetto della casa alle Zattere, è uno di quegli architetti ad aver affrontato (con più successo di altri) il problema della modernità in questa storicissima cornice, fortemente legata alla sua identità architettonica. Arrivando ai giorni nostri, quali difficoltà ha incontrato nella proposizione del suo progetto alla Giudecca? E come ci si confronta oggi con questa tradizione così radicata?

Ricito nuovamente Paul Valery, questa volta sul tema tradizione: «Si dimenticava che una tradizione esiste unicamente per essere inconscia e che non sopporta di essere interrotta. Una continuità impercettibile è la sua essenza. Riprendere, rinnovare una tradizione è espressione falsa»; quando noi non siamo più in questa continuità possiamo rinnovare una tradizione, ma in quel momento il nostro atto è giudicato come un atto nuovo, cioè non può essere più visto in termini continuistici. Ora, io mi sono trovato ad operare nella città più difficile del mondo, Venezia, perché ho vinto un concorso; ho fatto una casa spero contemporanea che però si confrontava con un bene collettivo dove non mi sentivo neanche in dovere di fare un oggetto puramente singolo, e ho toccato tutta quella delicatezza tra la continuità con l’ambiente, che è più grande di noi, e invece il tema del nuovo. Il mio cliente in realtà voleva fare un falso storico – io non ho fatto un falso storico, però ho fatto una architettura che, chiudendo un po’ gli occhi, per ragioni cromatiche o di scala va abbastanza insieme, ma per il resto vedi che è fatta oggi: cioè potremmo dire che ha una specie di doppia lettura, due livelli di sofisticazione. Io ancora una volta credo che la modernità di seconda generazione può avere strade più sofisticate: se è stato necessario nel 1910 o 1920 sancire un grado zero, poiché in un certo senso la modernità è nata da un taglio col passato come ha fatto Mondrian nell’arte, oggi non abbiamo più bisogno di questo; è come se una nuova modernità potesse includere anche frammenti – come nella prima sinfonia di Mahler c’è dentro, come un’eco, “Fra Martino Campanaro” – per cui oggi siamo nella condizione per cui senza fare della nostalgia possiamo trasfigurare pezzi, considerare un po’ l’antichità come contemporanea a noi.

 

Il viaggio è una forma di esperienza che ci arricchisce sotto molteplici punti di vista. Poiché il suo lavoro nonché i suoi studi l’hanno portata in molte realtà del mondo, quale viaggio o città l’hanno maggiormente colpito dal punto di vista dell’architettura?

Dal punto di vista archeologico, Palmira e Petra sono l’architettura di pietra nel suo farsi quasi naturale, però sono pezzi d’archeologia, sono rovine. New York e Venezia sono secondo me meravigliose, nella mia testa sono simili perché sono città costruite da commercianti, sono sogni collettivi costruiti da persone pratiche; quello che a me meraviglia sempre è proprio come una civiltà commerciale riesca collettivamente a creare un sogno, che neanche il più audace degli scenografi di Blade Runner potrebbe fare. A me son sempre piaciute le città che sono sempre cresciute su se stesse, per cui città che hanno un carattere unitario fatto come in mille pezzi, una realtà che è molto più articolata di quella che è.

E poi naturalmente ciascuno di noi è come un collezionatore di souvenir mentali, un architetto fotografa mentalmente tante piccole scene. Le ultime città che vedi poi sono sempre quelle che ami di più. Io trovo il formaggio uno degli elementi più alti dell’uomo perché dal latte tiri fuori mille tipi di formaggio: così dalla pietra l’uomo tira fuori mille architetture meravigliose.

Edifici residenziali area ex-Junghans, Giudecca - Venezia, 1997-2002

Edifici residenziali area ex-Junghans, Giudecca – Venezia, 1997-2002

L’architettura è una delle discipline coinvolta in prima linea quando si tratta di terremoto; considerando la portata dell’evento, essa pone e risponde a quesiti che vanno ben al di là dei criteri antisismici. Per quanto riguarda la ricostruzione dei centri storici, può essere considerata culturalmente pericolosa qualora avvenga sotto il motto, che spesso si sente, “dov’era e com’era”?

C’è un dibattito in corso in questo momento. Io avevo una certa pruderie nel parteciparvi, anche per un certo elemento traumatico della cosa, mi sembra sempre poi che gli architetti abbiano anche interessi professionali talvolta. Dirò comunque che dal punto di vista umano sono colpito da questo dramma, evidentemente, invece dal punto di vista di questa lunga durata di cui si parla da parecchio, proverei a metterla così: ci sono dei casi anche storici dove si è abbandonata la città vecchia e si è costruita una città tutta nuova, con un effetto anche di “deportazione”; casi di successo come Noto e casi di insuccesso come Gibellina. La Polonia dopo la guerra è stato il posto emblematico del “dov’era com’era”. L’elemento affettivo di ricostituire un panorama è molto importante anche in senso sociale della comunità, per cui io non sono per niente contro il “com’era dov’era”, perché lo trovo un’opzione possibile. Il problema secondo me è un altro, che le città italiane di media grandezza già vivevano una parziale crisi tra il loro spazio e la maniera di funzionare – voglio dire che quelle che gli inglesi chiamano hill towns del centro Italia erano un po’ spopolate, c’era il negozio che non andava tanto bene, erano piene di paraboliche, le macchine non sapevano dove parcheggiare… si viveva la città diffusa senza forma e la città antica era un po’ un elemento tradizionale per gli abitanti ma anche un posto da turista, cioè non era una realtà sociale così vitale. Quello che voglio dire è che spesso noi abbiamo degli oggetti vecchi – una vecchia televisione, un pianoforte… li abbiamo lì e li usiamo; nel momento in cui si rompesse il vecchio pianoforte o la televisione, in quel momento è un trauma, un lutto, ma ti poni il problema se sostituirla. Se il “com’era dov’era” funziona per una società mi va bene, ma non deve diventare l’idea del ripristino. In ogni caso è un atto nuovo, per cui lo faccio se voglio veramente farlo e se ne ho bisogno; ma al contempo non sono un moralista al riguardo, non penso che bisogna trasformare Amatrice in una new town, però l’occasione del trauma deve far riflettere su come agire, perché in ogni caso il “com’era dov’era” sarebbe un’effige, per cui anche tecnicamente quelle case sono crollate perché fatte in muratura e dunque dovrebbero essere fatte diversamente, così come gli impianti sarebbero diversi e così via. Per cui ritengo che devo avere in qualche modo un progetto nuovo che è anche sociale, dove posso usare l’antico ma ho in mente cosa voglio fare e non solo un elemento puramente sentimentale, anche perché non ho forse le finanze per farlo; rischio anche di fare un ambiente uguale a prima ma nei dieci anni di lavori la gente nel frattempo è già andata fuori, quindi il posto non lo sentirebbero comunque più come proprio. Per cui io andrei caso per caso: non ho un’idea generale, cercherei di capire qual è la strategia specifica che è meglio per quella comunità in quella situazione e anche con degli elementi più tecnici.

 

Noi crediamo nell’interdisciplinarietà della filosofia; lei cosa ne pensa della filosofia? In che modo ritiene che entri in contatto con l’architettura?

Mi rendo conto dai miei studenti cinesi che l’architettura europea è più che una pura tecnica, cioè stranamente per tante ragioni c’è sempre stato un elemento colto, in questo senso filosofico, dell’architettura europea, pertanto non è assimilabile completamente ad una pura disciplina performativo-tecnica, mentre in altri posti magari lo è, oppure non ha l’importanza culturale che ha avuto in una città europea. Detto ciò, oggi secondo me il fare filosofia si contamina, ha un confine meno definito, è meno una disciplina unitaria, per esempio la filosofia della scienza coincide talvolta con la fisica. Così l’architettura continuamente si contamina col paesaggio, con la public art. La divisione in arte e pensiero ottocentesca non esiste più. Secondo Paul Valery l’uomo moderno per sua natura ha una compresenza, non può più essere un uomo di una sola fisica, di una sola religione, di un sol pensiero: la contemporaneità di queste cose, e anche le idee, perdono carattere di essenze e diventano strumenti nella modernità. Ora, Wittgenstein invece nella prefazione alle Ricerche filosofiche dice una cosa molto bella, ovvero che in un’epoca classica lo sforzo individuale diventa come una grande onda e fa un’opera di civiltà; oggi invece è come se ognuno seguisse fini individuali, non vediamo più un’onda che lega gli istinti individuali ad una grande mossa collettiva, ma nonostante questo spettacolo disordinato è una realtà contemporanea, il valore non è più tanto nella distanza percorsa ma nello sforzo fatto per raggiungerla. Voglio dire che un elemento di solitudine intellettuale, di non essere dentro un grande sistema, c’è in tutte le arti e le discipline, per cui anche il concetto di interdisciplinarietà non ha più tanto un tema sistematico ma più una sorta di dialogo continuo; in questo senso mi sento affratellato ai filosofi per una serie di domande. Io sono un fanatico del De rerum natura e talvolta parlo del clinamen lucreziano (preso da Epicuro), questo tema di “deviazione” e “inizio del mondo”; cioè quello che mi interessa è il pensiero non più sistematico ma generato da una devianza: tutti i miei bei progetti nascono da un atomo che si perde un po’ via, perciò in un certo senso sono molto epicureo nei miei progetti.

 

Giorgia Favero

 

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Etica delle origini fetali: scienza e complessità

C’era una volta una cellula-uovo che, dopo essere stata raggiunta da un’altra cellula, chiamata seme maschile, dava con essa vita a una prolifica unione. Di questo risultato c’erano ben poche notizie, se non il fatto che cresceva progressivamente di dimensioni e ad un certo punto iniziava a calciare, ma per saperne qualcosa di più, bisognava attendere che nascesse. Una volta. Oggi invece, c’è molto meno mistero perché la storia si è arricchita di dettagli, grazie allo sguardo della scienza. Oltre al fatto che possiamo curiosare fin dalle prime settimane cosa fa quell’esserino misterioso in grembo, mediante l’utilizzo dell’ecografia prenatale, possiamo anche conoscerne la morfologia, lo stato di salute e il sesso. Non solo, grazie ad altre tecniche, molto più sofisticate, siamo in grado di far incontrare ovulo e spermatozoo, opportunamente prelevati dai loro proprietari, in un vetrino di laboratorio, in modo da ovviare ad eventuali ostacoli presenti, in alcuni casi, nella procreazione naturale. Il nuovo esserino viene poi quanto prima alloggiato nell’utero materno, quello della sua mamma o, eventualmente, una donna diversa (si pensi al caso della fecondazione eterologa da donazione di ovuli o nella surroga di maternità). Prima dell’impianto però, sarà stato possibile sottrargli una cellula per dare un’occhiata al DNA e verificare alcune informazioni. Il patrimonio genetico del feto può anche, in caso di fecondazione in utero e non in vitro, essere sondato tramite un prelievo nel grembo (villocentesi e amniocentesi).

Il DNA è quella combinazione irripetibile di basi azotate a partire dalla quale erigiamo la torre della nostra unicità, da un punto di vista biologico. In realtà, il DNA è solo l’inizio della nostra storia, infatti, i nostri geni interagiranno in modo unico con l’ambiente in cui cresciamo, dando nome a quel fenomeno noto come epigenetica, la quale ha un approccio meno riduzionistico della genetica. Questo dialogo tra geni e ambiente porta a risultati imprevedibili e inizia fin dal concepimento. Feto e gestante instaurano un colloquio lungo nove mesi, fatto di scambi di nutrimento, ossigeno, ormoni, addirittura frammenti di DNA che rimarranno all’altro per sempre. L’interazione con l’ambiente è cruciale fin dalle prime cellule e di questo è la scienza a darci strabilianti notizie, con un numero sempre crescente di ricerche. Stiamo scoprendo che l’ambiente prenatale è così importante da condizionare il feto anche una volta nato e per tutto l’arco della sua vita. Molti fattori, se subiti dalla donna gravida, possono ripercuotersi sul nascituro: infezioni, malnutrizione, inquinamento, disturbi post-traumatici da stress. Questi elementi possono comportare all’individuo, nell’arco della sua vita, problemi di salute, ma anche disturbi cognitivi, di apprendimento e difficoltà sociali.

Che cosa potremmo fare di questi risultati scientifici dal punto di vista etico? Innanzitutto, potremmo riflettere sul fatto che, oltre a rivelarci i potenti (e a volte inquietanti) risvolti applicativi della tecnica, la scienza sta, su alcuni fronti, fornendo dei presupposti per contrastare quel riduzionismo di cui è stata storicamente promotrice. Grazie alla visione dell’epigenetica entrano in gioco il ruolo dell’ambiente e dell’esperienza e, soprattutto, si apre uno spazio per la riflessione etica sul da farsi, soprattutto in termini di prevenzione. Nel caso delle questioni di “inizio vita”, se da un lato stiamo in allerta sui rischi correlati alla dimensione oggettuale e manipolatoria che la scienza attribuisce alla vita che esordisce in laboratorio, sul piano dell’epigenetica, è sempre la scienza che ci informa di un “state attenti”, perché già dall’esperienza fetale è possibile condizionare il futuro dell’individuo.

La complessità, di cui etica e bioetica sono preziose custodi, entra in gioco continuamente e fin dal primo istante di vita embrionale. Grazie allo sguardo specialistico e riduzionistico della scienza possiamo scrutare nel microcosmo della biologia, scoprendo elementi prima sconosciuti. Le origini fetali della nostra peculiare esistenza ne sono un caso. L’approccio alla complessità richiede che, preso atto dei singoli risultati, si esca dal riduzionismo e vengano fatti dialogare diversi aspetti, senza per forza estrapolare dei meccanismi minimi che semplificherebbero sminuendo la realtà di partenza. Il merito dell’approccio scientifico è quello di spaziare nei livelli della vita biologica, esplorando i meccanismi più profondi grazie a strumenti sempre più sofisticati, ma ciò non basta.

Ogni disciplina di studio si avvale di validi sistemi di analisi, il problema è che l’iper-specializzazione produce molti saperi che poi faticano a interconnettersi in un meta-sistema. Abbiamo bisogno di un approccio che aiuti a pensare la complessità della realtà facendolo con la consapevolezza che la tensione verso la conoscenza non si esaurisce mai, anzi, insegue i risultati di diverse discipline, non solo scientifiche, e tenta instancabilmente di connetterle per costruire una rotta per l’umanità. La presa d’atto che tutto inizia in un momento veramente remoto di ogni singola esistenza, getta inevitabilmente una nuova luce su questo progetto.

Pamela Boldrin

Pamela Boldrin è dipendente presso ulss6 euganea e docente a contratto presso l’università di Padova. La sua formazione unisce interesse per la scienza medica, da un lato e per la filosofia, dall’altro. Sì è laureata prima in tecniche di neurofisiopatologia a Padova e poi in filosofia a Venezia.  Grazie alla bioetica fa dialogare i due rispettivi ambiti: scienza ed etica. È impegnata particolarmente nell’approfondimento di questioni bioetiche nell’ambito dell’”inizio vita”, del “fine vita” e delle neuroscienze cognitive. Scrive anche sulla rivista on line “scienza in rete”.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Per il futuro del pianeta: intervista a Rossella Muroni, Presidente Legambiente

<p>ROSSELLA MURONI</p>

I festival a cui abbiamo partecipato questo autunno sono stati per noi una fonte inesauribile di informazioni, visioni del mondo, conoscenza ed anche incontri. Dopo un dibattito molto interessante sul nostro pianeta-ambiente ed il nostro rapporto con esso, offerto dal festival della rivista Internazionale a Ferrara lo scorso ottobre, ho avuto modo di chiacchierare personalmente con uno degli ospiti: Rossella Muroni, classe 1974, sociologa, Presidente Nazionale di Legambiente, associazione ambientalista senza fini di lucro fondata nel 1980.
Per me è stato particolarmente emozionante poter dialogare con lei e condividere le reciproche prospettive sulle tematiche ambientali, parlare di quell’amore (perché non potrei definirlo diversamente) che condividiamo per la natura e per l’ambiente in senso lato, che comprende ogni essere vivente inclusi anche gli animali e naturalmente anche l’uomo, con le tematiche sociali ad esso annesse.

Ecco dunque un estratto della nostra conversazione.

Da quasi un anno lei ricopre la carica di Presidente Nazionale di Legambiente, ma è da ben vent’anni che lavora all’interno dell’Ente, cominciando come volontaria. Dopo tutto questo tempo, qual è l’idea dietro la parola “ambiente”?

L’ambiente è un tema vasto da una parte, ma che riguarda moltissimo anche la dimensione individuale; è infatti il luogo in cui noi necessariamente dobbiamo essere in equilibrio, soprattutto perché è un luogo che non ci appartiene, dove noi siamo degli ospiti: da qui l’idea di rispettare con pari dignità lo spazio che ci ospita. Parafrasando un famoso detto ambientalista, noi questo ambiente ce lo abbiamo in prestito dai nostri figli e dobbiamo assolutamente restituirglielo addirittura migliore di come l’abbiamo trovato, dunque c’è questa concezione a 360 gradi che si coniuga con un’idea di protagonismo individuale nella difesa dell’ambiente.

Quali sono i principali frangenti in cui Legambiente ad oggi si sta impegnando?

Sicuramente noi abbiamo una tradizione molto forte per quanto riguarda la qualità della vita in città, ma anche la qualità del mare. Abbiamo sempre contraddistinto la Legambiente per un contributo scientifico: abbiamo infatti un fortissimo comitato scientifico, facciamo analisi, dossier e studi proprio perché pensiamo che la scienza possa essere il fattore dirimente su cui fare ambientalismo, poiché riteniamo che la risposta scientifica sia una risposta edulcorata dalle opinioni – o almeno teoricamente dovrebbe essere così – e che quindi guidare l’opinione ambientalista tramite la scienza possa essere un fattore utile alla crescita e al cambiamento delle cose che ci circondano. Contemporaneamente però la Legambiente ha sempre voluto essere anche una forza molto popolare, per cui l’ambientalismo non è solo per pochi, per una élite: si punta invece ad un ambientalismo che possa coinvolgere tutti. L’altro nostro elemento molto forte è questo volontariato ambientale per cui ognuno può rimboccarsi le maniche, andare a pulire una piazza, una strada o una città, perché questo di fatto ci rende cittadini responsabili.

Negli ultimi mesi dell’anno numerosi Stati mondiali hanno siglato gli accordi internazionali stilati a Parigi nel dicembre 2015, ratificati ad inizio settembre anche dai due colossi dell’inquinamento, Stati Uniti e Cina. Nel frattempo però l’Earth Overshoot Day è stato anticipato ancora di qualche giorno rispetto all’anno precedente, attestandosi sull’8 agosto. Lei ritiene possibile un’inversione di tendenza?

Io credo assolutamente che l’inversione di tendenza ci possa essere, sicuramente dobbiamo smettere di accelerare le dinamiche riguardanti i mutamenti climatici. Il fatto di muoversi in un contesto di accordi internazionali credo sia l’unica chance che abbiamo, perché se stiamo alla volontà dei singoli governi noi questa battaglia la perdiamo; muoversi in una dimensione di rete internazionale guidata addirittura dagli Stati Uniti d’America e dalla Cina ci può invece aiutare a combattere questa battaglia. L’Italia ancora non ha ratificato gli accordi di Parigi, quindi arriviamo con colpevole ritardo; proprio ieri l’Unione Europea ha deciso di ratificarli come Unione Europea1, ci sarebbe molto piaciuto che l’Italia lo ratificasse per prima perché pensiamo che sia importante svolgere (almeno da questo punto di vista) un ruolo di leadership territoriale2. Gli accordi internazionali sono dunque fondamentali, ma è anche necessario che ogni Paese faccia la sua propria parte, altrimenti non possono funzionare.

Quali potrebbero essere i tre principali provvedimenti a livello internazionale su cui puntare per giungere a tale inversione di tendenza?

Sicuramente lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dunque abbandonare lo sviluppo dei fossili; una gestione attenta dei rifiuti che si fondi sul principio dell’economia circolare, dunque rifiuti che non vengono ri-immessi nell’ambiente ma vengono invece riutilizzati oppure riciclati, quindi la circolarità delle produzioni affinché la produzione dei rifiuti diminuisca; e poi sicuramente promuovere l’idea di muoversi in maniera diversa, nonché offrire concretamente una mobilità più sostenibile, poiché essa è uno dei bisogni storici atavici della popolazione umana e quindi dev’essere assolutamente risolta in maniera sostenibile.

Papa Francesco, nella sua più recente enciclica legata alle tematiche ambientali e sociali (Laudato si’, 2015), sostiene la necessità di rispondere alla «grande sfida culturale, spirituale ed educativa» che il nostro stesso comportamento nei confronti dell’ecosistema ci ha condotti ad affrontare. Quale ritiene possa essere dunque il peso di una “rivoluzione dal basso”, dunque che coinvolga l’azione del singolo, rispetto agli accordi internazionali come quelli di cui abbiamo parlato prima?

E’ un peso fondamentale, anche perché dimostra che c’è una desiderabilità sociale delle ricette ambientaliste, cioè il fatto che le persone siano disponibili a cambiare i propri stili di vita e i propri consumi dimostra il fatto che le ricette che noi proponiamo non sono ricette punitive ma riguardano il futuro del mondo e come noi intendiamo costruirlo, quindi è assolutamente dirimente. Per altro il fatto che le persone consumino in maniera diversa ci aiuta a orientare il mercato, perché è la domanda che fa l’offerta, e quindi se tutti iniziano a domandare qualità ambientale prima o poi l’offerta di qualità ambientale aumenterà.

E quindi quali potrebbero essere a suo parere le tre abitudini o i principali accorgimenti da adottare per diventare cittadini più ecologicamente attenti e responsabili?

Si può mangiare in maniera più sana e più sostenibile, ci si può muovere in maniera più sana e più sostenibile – in definitiva, farsi un bell’esame di coscienza su quello che mangiamo e su come ci muoviamo – e poi si può consumare molto di meno i prodotti, sprecare di meno, che siano essi i prodotti stessi o i materiali, e quindi per esempio quando si va al supermercato scegliere cose con meno imballaggi. Quando mi sento dire che il biologico costa troppo, suggerisco sempre di comprare dei prodotti che abbiano meno imballaggi, perché quello è davvero un modo per contribuire. Naturalmente poi è importante fare la raccolta differenziata, scegliere di riutilizzare delle cose, magari invece di buttarle in discarica portarle ad un mercatino dell’usato, e quindi farle riutilizzare da qualcun altro… Sono delle cose banalissime, ma che secondo me sono alla portata della vita di ciascuno, cioè non esiste “non ho tempo”, queste cose si possono benissimo fare, e per quanto piccole danno un grande contributo, anche perché appunto dimostrano l’attitudine al cambiamento che le persone possono avere.

C’è e c’è sempre stata molta filosofia nell’uomo che osserva il mondo (anche naturale) attorno a sé. Lei crede che la filosofia possa effettivamente aprire delle soluzioni alle problematiche ambientali?

La filosofia può aiutare tantissimo, perché secondo me può accompagnare un’analisi dei processi in corso, anche per combattere questo scetticismo, questo fatalismo, che è il più grande nemico del cambiamento. Invece dal punto di vista anche filosofico e della speculazione filosofica, è importante approfondire il ruolo del singolo, l’importanza del suo ruolo, e la capacità di cambiamento e rivoluzionaria che ciascuno ha nella pratica pacifica e nello scegliere; io credo che questo potrebbe essere un grande contributo che la filosofia possa offrire per dare dignità a questo tipo di pensiero e a farne capire la grandezza; in questo caso si tratta di trasformare delle pratiche in pensiero condiviso, approfondire e fare analisi rispetto a quanto questo procedere abbia una sua storicità da una parte, e dall’altra possa davvero dare un contributo fondamentale al progresso dell’umanità. Questa è una battaglia che ha bisogno di tutte le scienze, non è vero che ha bisogno solo delle scienze matematiche e dell’ingegneria – sì, sicuramente c’è bisogno di questo, però anche le scienze della mente hanno un ruolo fondamentale; io penso alla sociologia, oppure alla psicologia, perché noi spesso sottovalutiamo quanto le persone soffrano in un ambiente inquinato, quanto un privato cittadino influenzi in negativo la serenità delle persone. Davvero c’è bisogno di ogni scienza per dimostrare che la sostenibilità è una ricetta valida per l’umanità.

 

Sta diventando sempre più difficile che il singolo possa scegliere: la situazione ambientale è così preoccupante che essere più ecologicamente responsabili finirà col divenire una legge per tutti. Fintantoché si può ancora scegliere i comportamenti da adottare, il mio consiglio è di provarci: sapere di limitare il male inflitto dalla mano umana sul mondo, anche se in piccola, piccolissima parte, ci restituisce una libertà ed una sensazione di benessere davvero inaspettate. Riporto una frase che non smetto mai di condividere, perché penso che racchiuda tutto, davvero tutto:

«Sii quel cambiamento che vuoi veder accadere nel mondo», Mahatma Gandhi.

Giorgia Favero

NOTE:
1. Il Parlamento di Strasburgo ha definitivamente approvato (con maggioranza schiacciante) la ratifica della COP21 il 4 ottobre 2016.
2. Il 22 aprile 2016 presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha firmato, insieme a molti altri rappresentanti dei Paesi del mondo, gli accordi internazionali di Parigi. Ai sensi del diritto internazionale, però, la firma non implica direttamente la ratifica: essa rappresenta una conferma, da parte degli Stati partecipanti l’accordo, del testo da ratificare. In questo caso la si può anche considerare un vincolo a procedere, tramite il Parlamento italiano (e così per ogni Stato in base alla propria Costituzione), alla ratifica, ed obbliga lo Stato a non porre in essere attività contrarie al trattato. La Camera ha effettivamente ratificato i trattati il 19 ottobre 2016, mentre il 27 dello stesso mese c’è stata l’approvazione in Senato: in forte ritardo, dunque, ma con voto quasi unanime.

Intervista rilasciataci dalla Presidente Muroni il 2 ottobre 2016 durante il festival di Internazionale a Ferrara.

Speciale eventi La Chiave di Sophia: rassegna Ri-Pensare l’ambiente

Con Marzo e l’arrivo della primavera riparte la stagione degli eventi targati La Chiave di Sophia: per questo 2017 grandissime novità e numerosissime collaborazioni che vedranno come protagonisti personalità di spicco del panorama culturale, sociale e artistico nazionale.

Desiderosi di lasciarci alle spalle il freddo dell’inverno e di goderci le prime giornate di tepore primaverile, si fa strada anche l’interesse per una cultura fresca e dinamica che ci riporta a riscoprire il bello della partecipazione culturale e sociale, i luoghi storici delle nostre città e il patrimonio letterario del nostro Paese. Marzo si tinge di Filosofia con una calendario ricco di appuntamenti: conferenze, incontri e sopratutto l’uscita della nostra rivista cartacea che fa il suo ingresso nel mercato editoriale italiano a partire dalla metà di Marzo.

Ri-pensare l’ambiente, rassegna con cui si vuole proseguire con l’analisi della ricerca proposta internamente al dossier del #2 cartaceo della nostra rivista La chiave di Sophia, intitolato Uomo e ambiente: possibile connubio o inevitabile antitesi?. L’intento di questo ciclo di incontri è proprio quello di approfondire ulteriormente un tema vastissimo come quello dell’ambiente e del ruolo dell’uomo al suo interno, offrendo ai lettori ed al pubblico nuovi spunti di riflessione attraverso gli interventi delle personalità che hanno partecipato alla ricerca interna al dossier. La rassegna si articola in tre serate, ciascuna attorno ad un tema ben preciso: l’educazione alla sostenibilità per il primo, il problema dell’utilizzo della tecnica in modo ecosostenibile per il secondo, infine per il terzo il concetto di metamorfosi umana (nel senso di pensiero e coscienza) accanto a quella naturale. I protagonisti saranno i nostri partner che hanno collaborato alla ricerca e alla realizzazione di questo numero.

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CONEGLIANO (TV) | Verso una Green Society: nuovi orizzonti educativi all’ecosostenibilità

Sabato 18 marzo 2017 evento di lancio e di inaugurazione della nuova rivista La Chiave di Sophia, che fa il suo ingresso nel mercato editoriale italiano. Un evento molto importante per noi, che raccoglie e unisce il frutto del lavoro degli ultimi mesi e che segna l’inizio del ciclo di incontri Ri-pensare l’ambiente e che vede la collaborazione di importanti personalità di spicco del panorama italiano intorno al tema dedicato nel #2 della rivista cartacea.

Dalle ore 17.00 presso la straordinaria cornice storica e artistica della Sala dei Battuti, nel centro storico di Conegliano (TV), in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il Comune di Conegliano, Savno Servizi e il Rotary Club Conegliano, si svolgerà una conferenza che ha la finalità di sensibilizzare alla dinamiche ambientali in atto, dinamiche che ogni giorno richiedono riflessione, consapevolezza e la necessità di rivedere il nostro comportamento nei confronti dell’ambiente nel quale viviamo. La lettura di tali dinamiche in chiave filosofica viene promossa nel territorio di Conegliano con un incontro con il Presidente Giacomo De Luca di SAVNO Servizi e con il professore Luigi Emmolo.

La SAVNO infatti è un’azienda che opera nel campo del riciclo dei rifiuti, mentre il professor Emmolo è autore del libro per ragazzi Se la primavera non tornasse… che mira all’educazione all’ambiente e allo sviluppo sostenibile.

Con questo incontro si vuole promuovere la sensibilizzazione alle tematiche ambientali, facendo acquisire conoscenze traducibili in nuove capacità comportamentali più consapevoli e responsabili. La prima fonte per promuovere questo cambiamento rispetto alle abitudini del passato è l’educazione: partendo dai bambini, fino agli adulti, passando per tutte le fasce di età degli studenti, si può ispirare un mutamento in tutte le persone.

Grazie alle testimonianze e alla lettura di alcuni passi tratti dagli articoli della rivista, si intende sviluppare nel pubblico una coscienza ecosostenibile, attenta alle questioni che riguardano la gestione dei rifiuti e allo spreco delle risorse ambientali. Si punta inoltre ad aumentare la consapevolezza dell’importanza che il contatto con la natura riveste nello sviluppo dell’essere umano.

Ospiti

Giacomo De Luca: presidente Savno Servizi
Luigi Emmolo: professore
Elena Casagrande: project Manager La Chiave di Sophia

A conclusione brindisi per il lancio della rivista.

Evento completo: qui

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TREVISO | Etica e architettura dell’ambiente: quale possibile dialogo tra pensiero e tecnica?

In occasione del Festival Pensare il Presente, organizzato dalla SFI treivgiana, sabato 25 marzo 2017 dalle ore 17.30 presso l’Auditorium Liceo A. Canova a Treviso.
Secondo evento della rassegna Ri-pensare l’ambiente: un evento organizzato in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la rivista Officina.

L’ambiente in cui viviamo è filosoficamente interessante e costituisce, a ben vedere, una notevole sfida per il discorso filosofico: anzitutto, esso è il contesto in cui la vita umana si colloca. Soltanto un pensiero ingenuo può pensare al contesto come a qualcosa di neutrale, che non condizioni – ed è proprio la misura di questo condizionamento che va indagata – ciò che in esso è posto. Altrettanto ingenuo, cioè ancora acritico, dev’essere il pensiero che voglia ignorare l’impatto dei comportamenti di massa sull’ambiente. Cosa cambia, se cambia l’ambiente?
Se la filosofia si pronuncia a favore della sostenibilità ambientale, lo fa solo perché questo costituisce un trend? Cosa ha da dire la filosofia alle scienze ambientali e alla società contemporanea, a proposito del rapporto tra umanità e ambiente?

L’incontro intende offrire uno spunto di riflessione dal punto di vista etico intorno a questo scenario dove l’uomo è chiamato a ripensare e ridefinire i propri orizzonti di significato e il suo rapporto stretto con la natura e l’ambiente circostante nel ristabilire un nuovo equilibrio.

La filosofia entrerà in dialogo con l’architettura confrontandosi circa la necessità di ripensare anche l’ambiente architettonico e l’ambiente tecnico-strumentale nel quale ogni giorno viviamo; in che modo l’architettura e con essa le scienze tecniche intervengono nei confronti dell’ambiente? Verso quale paradigma e verso quale tendenze ci rivolgiamo? Può l’architettura non tener conto delle dinamiche ambientali sempre più fragili? Queste sono alcune delle domande alle quali cercheremo di offrire spunti di riflessione.

Sullo sfondo la lettura di alcuni passi della nostra rivista e della rivista Officina dedicata ai cambiamenti climatici.

Ospiti

Emanuele Lepore – La Chiave di Sophia
Francesco Codato – La Chiave di Sophia
Emilio Antoniol – Officina

Evento completo: qui

ripensare-lambiente_metamorfosi-naturali_evento_la-chiave-di-sophiaTREVISO | Metamorfosi naturali: l’uomo in relazione con l’arte, il prodotto e le politiche ambientali

Domenica 2 aprile 2017 dalle ore 17.00 nella straordinaria cornice di Palazzo dei Trecento a Treviso conferenza di grande rilievo che vedrà ospiti di spicco

Il cambiamento è connaturato in tutto ciò che vive, dunque alla natura ma anche agli animali e all’uomo. In altre parole possiamo dire che la metamorfosi è un avvenimento “naturale”, spontaneo. Nel suo relazionarsi con il mondo-ambiente, l’uomo ha sempre utilizzato i mezzi creati dal suo ingegno per trasformare il contesto stesso in cui è inserito, assumendo però in tempi più recenti, come sappiamo, un atteggiamento volto alla soddisfazione di tutti i propri bisogni a scapito del benessere ambientale. Non è sempre stato così e fortunatamente non è sempre così oggi: fenomeni artistici come quello dell’art in nature e politiche economico-aziendali volte al riciclo, ovvero che trasformano un prodotto di scarto in un altro di consumo, manifestano l’agire virtuoso dell’uomo che plasma l’ambiente e che, nella medesima azione, opera una metamorfosi di abitudini e di coscienza in se stesso. Ciò anche in virtù di un cambiamento di visione che ci porti fuori dall’individualismo e che ci riconnetta nella dimensione ambientale (che significa comunione con la natura e gli altri esseri viventi) della quale facciamo naturalmente parte.

Un evento realizzato in collaborazione con Legambiente, Arte Sella, Arbos e l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ospiti

Vittorio Cogliati Dezza – Segreteria nazionale Legambiente
Giacomo Bianchi – Presidente Associazione Arte Sella
Sergio Paolin – Presidente e titolare di Arbos
Modera: Giacomo Dall’Ava – La chiave di Sophia

Evento completo: qui

Elena Casagrande

Quando il paesaggio diventa espressione dell’io: i romanzi di Paola Drigo

L’ambiente in un romanzo, il “setting”, come viene definito nella letteratura inglese, assume un’importanza capitale nelle opere letterarie, tanto da divenire frequentemente parte integrante della storia, principio cardine nel quale si snodano le realtà, espressione dei sentimenti che caratterizzano i personaggi. Paesaggi freddi, interni ombrosi si accordano spesso con coscienze travagliate o riproducono le sensazioni interiori dei protagonisti.

Un esempio tangibile di questo processo appare evidente se si considerano i romanzi di Paola Drigo, autrice veneta della prima metà del Novecento, nei quali si arriva a raffigurare spazi di una grandezza desolante, ambienti che si configurano come la proiezione interiore delle emozioni dei protagonisti. L’autrice afferma ad esempio il personaggio femminile di Fine D’anno descrivendo l’ambiente interno della villa di campagna nella quale vive:

«E, nella villa, le stufe accese solo in qualche stanza, con vaste zone gelide da attraversare; l’acqua del serbatoio gelata, − impossibile fare il bagno; − la scala così alta e fredda che per transitare da un piano all’altro Alberta doveva infagottarsi in scialli, mantelli e golfs, e per poco non si metteva in testa il passamontagna»1.

L’interno della villa appare gelido, pungente, così come gelida verrà descritta la protagonista, costretta a compiere l’oneroso ruolo di ricostituire le finanze della famiglia dopo la morte del marito. Il vuoto si accampa nella sua vita, la solitudine apre una voragine nell’anima che viene proiettata all’esterno in un ambiente che appare allora desolato, privo di attrattiva. Anche le strade, nelle quali la donna si trova a camminare, sono deserte, ravvivate in maniera troppo sporadica da qualche passante che non riesce ad attenuare quel senso di isolamento, di estrema rigidità che le caratterizza. Il tutto inserito in una stagione quale l’inverno che diventa più che altro espressione dell’inverno dell’anima, di un cuore irrigidito per la freddezza delle mansioni da compiere. Non c’è gioia nella vita della donna e il paesaggio esterno esprime questo senso di impotenza, di inerzia, che soltanto una figura profondamente malinconica è in grado di creare attraverso la propria soggettiva percezione.

Così in Maria Zef Paola Drigo mette in scena una ragazzina costretta a crescere troppo presto, privata della sua fanciullezza in maniera precoce, dovendo accudire la sorella dopo la morte della madre. Anche qui l’ambiente in cui Maria si trova catapultata diviene ben presto l’espressione del grande silenzio interiore che si apre nella vita della protagonista:

«La facciata dell’Ospedale le si stendeva dinnanzi bianca e regolare, colle grandi finestre senza tende. […] Mariutine percorreva ansiosamente collo sguardo una per una tutte quelle finestre, coll’ingenua speranza di veder affacciarsi, chissà?  la sua Rosute, o almeno di udirne la voce. Ma nessuno si affacciava, e non una voce usciva dall’edificio pur così pieno di gente, come se fosse completamente disabitato»2.

L’estrema solitudine di Mariutine si esprime in un luogo che viene percepito come solitario pur nel suo affollato esistere. L’ospedale appare deformato, si trasforma agli occhi della piccola in un grande contenitore di figure ostili, estranee, a lei nemiche. Gli occhi di Mariutine non riescono infatti a trovare un’ immagine confortante, non una persona amica che possa alleviare la sua malinconia. Ancora una volta, dunque, l’ambiente diventa proiezione di un sentimento, la realtà viene trasfigurata e resa tale perché vissuta da un personaggio.

In fondo le descrizioni proposte da Paola Drigo permettono di riflettere su un processo frequente, condiviso dagli uomini anche nella vita reale. Spesso un ambiente, specialmente un interno d’abitazione, lascia trapelare molto di chi lo ha arredato, traspira l’essenza di chi gli ha dato vita, il quale in un certo senso lascia “la propria scia, la propria impronta” in un luogo. Da un interno è possibile comprendere molto della personalità di chi ci vive: uno studio colmo di libri di viaggio fa pensare alla figura di un uomo dedito al lavoro e alla progettazione di mondi, un ambiente ricco di divani raffinati ad una figura che ama la comodità e così via. Analogamente anche i paesaggi esterni vengono percepiti, vissuti e talvolta “creati” dalla sensibilità di chi sta loro di fronte.

In definitiva la realtà d’ambiente e quella paesaggistica è intrisa di noi, delle nostre emozioni e sentimenti, tanto che in un certo senso siamo noi a “crearla”. L’arte così come la letteratura permette in fondo di concretizzare questa creazione, di dar vita reale a quel processo che ognuno realizza in sé e di cui spesso si rende partecipe: l’espressione di noi stessi in ambienti, la costituzione di paesaggi fatti di immagini, che lasciano trapelare essi stessi un’emozione, una suggestione.

Per dirla con Fernando Pessoa:

«È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo».

Anna Tieppo

NOTE:
[1] Paola Drigo, Fine D’Anno, a cura di Patrizia Zambon, Padova, Rocco Carabba, 2005 p. 102.
[2] Paola Drigo, Maria Zef, a cura di Paola Azzolini e Patrizia Zambon, Padova, Il Poligrafo, 2001, p. 118.

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Bioetica e ambiente. L’uomo, la natura e le calamità naturali

Terremoti, alluvioni, frane e valanghe, i disastri naturali negli ultimi tempi hanno pesantemente colpito il nostro Paese provocando vittime e danni. Possiamo definirli esclusivamente fenomeni naturali causa dell’imponderabilità della natura o eventi amplificati dall’attività umana se non addirittura imputabili alla mano dell’uomo? Forse la natura si sta ribellando allo sfruttamento geotermico del sottosuolo, alle trivellazioni sotterranee, all’inadeguato utilizzo del territorio, all’errata urbanizzazione, ai cambiamenti climatici causati da inquinamenti e surriscaldamento del Pianeta?

Come ottenere una riconciliazione tra la natura e l’uomo partendo proprio dall’uomo, e perché la bioetica può rendersi utile nella realizzazione di tale processo?

Nel 1971, l’oncologo americano Van Reasselaer Potter, attraverso la costruzione del neologismo bioetica1, rese esplicita la consapevolezza dell’avanzare e del radicarsi di un progresso scientifico-tecnologico che avrebbe portato con sé la possibilità e la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, ma anche il rischio di un disfacimento dell’uomo e della sua umanità. Potter mise in luce la sua preoccupazione per la sopravvivenza dell’intero ecosistema.

L’oncologo americano richiamava, quindi, alla necessità di una nuova disciplina che combinasse la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori umani, sanando la spaccatura tra due ambiti di sapere: il sapere scientifico e il sapere umanistico. La bioetica, così intesa, non avrebbe fatto riferimento solo alle problematiche biomediche, ma si sarebbe occupata di tutta la biosfera e quindi della vulnerabilità della natura in relazione all’intervento tecnico dell’uomo.

Nel corso della storia, nel rapporto con la natura, l’uomo ha assunto nei confronti della biosfera due atteggiamenti antitetici a seconda che predominasse in lui il rispetto per ciò che rendeva possibile la vita o, al contrario, il desiderio di esserne il padrone assoluto.

Le tradizioni di pensiero dominanti nella nostra cultura hanno promosso due opposti fondamentalismi individuabili nell’antropocentrismo e il biocentrismo. Il primo sostiene che compete all’uomo la preminenza all’interno del mondo naturale affermando, nelle sue correnti più radicali, il primato assoluto dell’uomo sulla natura; il secondo, all’inverso, rifiuta l’idea di una superiorità umana, per cui l’uomo è un semplice cittadino biotico i cui interessi si intersecano con quelli della biosfera.

È possibile identificare una terza via? L’uomo è l’unico essere degno di considerazione morale? Ne è l’unico destinatario? Come coniugare le preoccupazioni ecologiche con la cultura umanistica, la quale, dal canto suo, ipotizza la centralità dell’uomo? Come salvaguardare la natura senza penalizzare lo sviluppo dell’attività umana?

Credo che una terza via esista e che debba mantenersi in un’ottica antropocentrica: non si può prescindere dall’avere come punto di riferimento e come protagonista l’uomo se si vuole creare un’etica dell’ambiente in grado di proporre soluzioni operative. Il recupero dell’equilibrio tra uomo e natura non si ottiene mettendo sullo stesso piano l’essere umano e gli altri esseri viventi, ma piuttosto modificando il modo di pensare e agire dell’uomo nei confronti delle altre entità naturali. L’uomo deve farsi custode e rendersi responsabile di tutto il mondo naturale disciplinando, se necessario, la propria condotta. La natura è un bene da conservare e difendere per rispetto dell’essere umano stesso e in funzione della qualità e della sopravvivenza delle generazioni future, la tentazione di onnipotenza derivante dal vasto apparato di conoscenze tecnico-scientifiche deve essere assolutamente superata.

Riprendendo il pensiero del filosofo tedesco Hans Jonas: l’uomo deve considerare la natura come un bene da tutelare e da proteggere, e deve agire in modo che le conseguenze delle sue azioni siano compatibili con il mantenimento della vita umana sulla terra2.

La bioetica, come ambito di riflessione interdisciplinare, attraverso l’integrazione di differenti approcci: da quello biologico a quello economico, industriale, giuridico ed etico può offrire riflessioni significative che si trasformino in comportamenti attuabili al fine di assicurare le condizioni per uno sviluppo “sostenibile” delle attività umane che, nel contempo, permetta all’uomo di continuare a vivere nel suo mondo, ambiente non di distruzione e di morte, ma di vita.

Silvia Pennisi

NOTE
1. V.R. POTTER, Bioethics: Bridge to the future, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1971, p.1.
2. H. JONAS, Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990.

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