La vera meraviglia del viaggio? Lo spaesamento

Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar  

(A. Machado)

L’inquietudine del viaggio accompagna lo spirito umano da sempre, esprime un desiderio e una necessità spesso difficili da reprimere. È un pensiero che si radica in punta dei piedi dentro la nostra testa e piano piano prende forza, la bella stagione, la brezza estiva, le serate in giardino, di certo aiutano.

Viaggiare – anche la vacanza più scontata-  è sempre un atto di volontà che implica un’azione complessa, un processo nel quale le tappe sono ben definite: bisogna scegliere dove andare, quando partire, come e, sarebbe buona abitudine, anche chiedersi perché.

Lo scrittore Alain de Botton con il suo libro Arte di viaggiare[1] promuove il viaggio a vera e propria terapia: l’atto di partire ci predispone a un percorso di sviluppo interiore e di riflessione, comportandosi come cura per le nostre ferite e mancanze. Il pellegrinaggio religioso diventa quindi solo un’accezione particolare, circoscrivibile ad un canone specifico, di un significato spirituale molto più ampio che appartiene naturalmente al viaggio.

Le vacanze ci offrono così un’ottima possibilità di intraprendere la nostra ricerca personale, per cui il fine ultimo del partire sarebbe trovare delle risposte e conoscere meglio noi stessi, un pensiero d’altronde carico di aspettative, con il conseguente rischio di restare delusi, di tornare insicuri perché le risposte non arrivano o, ancora peggio, di vivere il nostro viaggio con l’ansia di perderci qualcosa.

Qualche tempo fa ho avuto modo di vedere una delle brevi lezioni video sul viaggio, della School of Life di De Botton, nel quale con mia grande sorpresa lo scrittore portava all’estremo le sue riflessioni consigliando addirittura di non partire: il rischio è infatti sempre quello di portarsi dietro un ospite piuttosto sgradito, se stessi. Ed è inutile fare la valigia se prima non si trova una certa serenità tra le mura di casa.

Questa svolta alquanto nichilista non mi ha di certo entusiasmata, eppure devo dire che ho capito l’errore: non si deve caricare il viaggio di aspettative per trovare qualcosa, ma al contrario dobbiamo cogliere in esso l’occasione di perderci, di dimenticarci in qualche modo di noi stessi.

Lo spaesamento è la vera meraviglia del viaggio.

Ma questa non è certamente una novità, l’idea di spaesamento nasce con il ben noto exotisme vagheggiato dagli intellettuali del XIX secolo, non solo una questione estetica, ma una metodologia d’indagine, una percezione del diverso, il cui potere stava nell’allenare lo sguardo alla differenza, nella capacità di rovesciare l’io nell’altro.

Se facciamo attenzione a tutto l’universo comunicativo e d’informazione che ci circonda possiamo notare come l’exotisme non ci abbia abbandonato, sebbene abbia perso una certa ingenuità delle origini per cadere spesso nello stereotipo. Se il viaggio oggi è diventata una pratica massificata, che si allontana dai processi dell’esperienza inserendosi nel circuito consumistico – come tristemente teorizzato dall’antropologo Lévi-Strauss[2] – è però ancora possibile recuperare la sua valenza strategica nel rielaborare nuove forme dell’identità personale: “il viaggio diventa così il piano ideale per un rinnovamento poetico che opera attraverso lo spaesamento[3].

Come si dice, l’importante non è il fine ma il percorso che si affronta per raggiungerlo, così nel viaggiare si deve imparare a raccogliere durante il cammino, si tratta quindi di sviluppare due abilità essenziali: percezione e traduzione, che appartengono a due livelli di esperienza differenti ma complementari.

Il viaggio va in primo luogo vissuto, cogliendo lo spaesamento che comporta e non soffocandolo. In secondo luogo deve essere rielaborato, traducendo in espressione ciò che ci ha lasciato, attraverso la narrazione, la pittura o la fotografia, ecc.

Se quest’ultimo è terreno dell’arte, e lascia ad ognuno la libertà di trovare il linguaggio più consono alla propria sensibilità, nella prima parte del percorso, per allenarsi ad uno sguardo estetico e ad una ricezione attiva, ci viene in aiuto la filosofia.

E il buon viaggiare ci stimola a diffondere uno spirito critico etico e sostenibile: “…questa estetica dello sguardo – che mira ad aprire l’occhio esterno per riattivare l’occhio interno […] indica al viaggiatore non soltanto di guardare i luoghi, ma di accorgersi che essi ci riguardano, perché dal loro destino, dalla sopravvivenza di ciò che in essi c’è di unico e singolare, dipende anche il nostro futuro”[4].

Claudia Carbonari

NOTE

[1] Alain De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002.
[2] Claude Lévi-Strauss 1960, Tristi Tropici, Il Saggiatore.
[3] Luigi Marfè 2012, Il racconto di viaggio e le estetiche del modernismo, p.10.
[4] Ivi, p. 16.

Filosofia: alla ricerca di un perché

«Perché?»

Questa è la domanda più frequente che mi viene rivolta quando rendo qualcuno partecipe della scelta in merito al mio percorso di studi universitario. E devo ammettere che mi trovo sempre in difficoltà su che risposta dare. Non è una questione banale come può sembrare, perché ha a che fare con l’intimo del proprio Io. Forse la domanda è proprio la risposta.

Cerco di spiegarmi meglio.

Fin dalle sue origini la filosofia occidentale si è dedicata al definire, circoscrivere e determinare – con le possibili eccezioni di Epicuro e successivamente Spinoza. Volenti o nolenti, questa è la nostra storia, e ci abbiamo a che fare ogni giorno della nostra esistenza. Così recitava la Dea nel poema di Parmenide Sulla Natura in relazione alle uniche due vie di ricerca che si possono pensare: «[…] l’una che “è”, e che non è possibile che non sia […] l’altra che “non è” e che è necessario che non sia»1. Su queste poche e a prima vista semplici parole si è scritto, discusso e dibattuto per secoli fino ai giorni nostri (basti vedere l’analisi filosofica contemporanea di Emanuele Severino), senza che mai si sia trovata un’interpretazione che accordasse tutti i pareri. Il problema – che ha appunto a che fare con tutti noi ogni giorno – è quello di definire qualsiasi cosa in modo univoco, perdendo quindi inevitabilmente il suo collegamento con il Tutto. È sufficiente pensare a Socrate e al suo metodo interrogativo: egli rivolgeva la domanda: «Che cos’è?» in relazione a qualsiasi cosa, con una sua conseguente determinazione. Proviamo ad applicare questo metodo alla nostra indagine: «Che cos’è la Filosofia?» Ecco un’altra questione dibattuta all’inverosimile senza risultato. E dal mio punto di vista è proprio la mancanza di una risposta uniforme a “salvarci”. Abbiamo trovato qualcosa che non può appartenere a categorie determinate, che non può essere definito in modo univoco e che riesce a sfuggire a quel meccanismo di circoscrizione che scuole di pensiero orientali come il Taoismo criticherebbero in modo ferreo. Qui entra in gioco la nostra personalità, il nostro essere diversi dagli altri. Ma la differenza sta proprio in questo diverso: è un diverso che non delimita – se vissuto in una certa maniera – bensì amplifica il risultato dato da ogni particolare che contribuisce all’essere della Filosofia.

La Filosofia ha a che vedere con il pensiero, inteso sia come pensiero personale di ogni individuo sia come pensiero in quanto tale. Sempre Parmenide nel sopracitato poema affermava: «Lo stesso è pensare ed essere»2. Il pensiero condivide con l’Essere la caratteristica di rinviare all’orizzonte ontologico della presenza: non ha confini o restrizioni, è libero e proprio questa è la sua grande forza. Proprio in relazione al pensiero, forse il contributo essenziale che ha apportato la filosofia occidentale è quello della ragione. A mio modo di vedere il problema sta nel fatto che ormai – forse da sempre – la razionalità determini la nostra filosofia, perdendo quindi quel collegamento iniziale con sé e la totalità che dovrebbe animarla. Perché, anche solo chiedendoci cosa essa sia, abbiamo determinato – se non la risposta – almeno il “modo” di rispondere. Ecco cosa intendevo affermando che forse la risposta viene a concordare con la domanda. “Perché?” è una porta che si apre al trascendentale, un viaggio nella vita alla ricerca di un qualcosa che poi riconosciamo combinarsi ed appartenere alla ricerca stessa.

La filosofia ha anche – soprattutto oserei dire – a che vedere con la vita quotidiana. È triste osservare come essa sia stata rinchiusa nelle facoltà universitarie, vanificando il suo scopo fondamentale: sorreggere la vita dell’Uomo, come messo semplicemente ma efficacemente in luce dallo scrittore svizzero Alain De Botton, ripreso anche dal periodico Internazionale3.  La sua utilità è imprescindibile nel quotidiano, ma ci si accorge di ciò solamente interiorizzandola ed applicandola. Non è difficile, la maggior parte delle volte è sufficiente solamente porsi degli interrogativi, che possono evitarci i pericoli del senso comune e dei luoghi comuni. E molto spesso la domanda è proprio quel particolare “Perché?” di cui abbiamo parlato finora. “Perché?” è un uccello che spicca il volo nel cielo della possibilità, che non si lascia imprigionare nella gabbia dell’opinione di massa anche se sembra accogliente e sicura. “Perché?” è il coraggio di Ragionare con la R maiuscola: di riflettere su ciò che accade criticamente, senza farsi mettere le parole in bocca da qualcun altro. “Perché?” è la nostra vita, fatta di impervi valichi da scalare, misteriosi passi da scovare ed incontaminate valli da scoprire.

«Perché Filosofia?», quindi.

Ora posso rispondere: «Perché no?»

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. Parmenide, Sulla natura, B2
2. Ivi, B3
3. A. De Botton, Perché la filosofia ci aiuta a vivere meglio, “Internazionale”, 20 febbraio 2015.

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