L’arte della divisione: Erdogan, Santa Sofia e il sogno ottomano

Ha fatto il giro del mondo la notizia che la celebre Basilica di Santa Sofia di Istanbul, divenuta moschea nel 1453 in seguito alla presa di Costantinopoli da parte dei Turchi e trasformata poi in museo nel 1935, sia stata nuovamente trasformata in luogo di culto islamico mediante un decreto del presidente Erdogan. L’abile mossa politica del presidente turco non brilla certo per diplomazia, dividendo anzi l’opinione pubblica in due e rischiando, una volta di più, di aprire ulteriori ostilità all’interno di un paese socialmente fragile e complesso come la Turchia.

Ma, soffermandosi sulla questione più strettamente legata al grandioso monumento bizantino, quello che più emerge chiaro da questa vicenda, seguita poi dalla conversione in moschee di altre antiche chiese musealizzate oltre a Santa Sofia, è la forza politica e religiosa che l’immagine architettonica e artistica di simili monumenti ancora riveste nel mondo attuale. In un mio articolo di qualche tempo fa avevo parlato proprio dell’architettura come immagine del potere (potete leggerlo qui), ed ecco che ora, in modo così palese, questo binomio torna a galla, in una formula che non è quella della costruzione architettonica innalzata ex novo, atta a celebrare un regime o un committente nel presente, ma è invece quella di un monumento millenario, simbolo della storia di un paese, che viene utilizzato come immagine altisonante di dati ideali politici e religiosi, in questo caso quelli abbracciati dall’attuale governo turco. 

Questo appropriarsi di immagini e monumenti simbolo di una cultura del passato da parte di una nuova cultura dominante, sostituitasi alla preesistente, non è certo una novità, ma anzi una pratica diffusa nella storia. Se pensiamo al Pantheon, che è stato risparmiato dai cristiani per essere convertito in chiesa, o al Partenone, che divenne chiesa e in seguito moschea, risulta ben chiaro che la cultura dominante tende sempre ad assimilare un monumento simbolo di un’altra cultura per sottolineare il proprio potere, per marcare il proprio status privilegiato e per giustificare le proprie ideologie, soprattutto quelle religiose, adattando edifici immortali all’elevazione a verità dei principi teorici su cui essa è fondata.

Alla luce di ciò, risulta abbastanza facile comprendere quello che sta accadendo oggi in Turchia. La conversione di Santa Sofia e di altre chiese bizantine in moschee non è un semplice vezzo del presidente turco, e nemmeno una mossa elettorale per assicurarsi le simpatie della popolazione di fede islamica. Dietro a questa azione c’è la volontà profonda e consapevole di ripristinare la grandezza dell’antico impero ottomano, creando un regime di stampo autoritario e di religione islamica che punti all’egemonia sul Mediterraneo orientale (cosa che sta suscitando preoccupazione in alcuni paesi europei). 

È inutile dire che una simile linea è destinata a creare profonde divisioni interne al paese, storicamente diviso tra musulmani e cristiani e da lungo tempo retto da governi in posizione più o meno neutrale. Erdogan ha scelto la linea dura, quella che dà alla Turchia un volto ben definito, tuttavia non condiviso da una grossa fetta di popolazione, non certo pronta ad accettare l’ideologia radicale di chi, in nome della grandezza del popolo turco, ancora nega il genocidio degli Armeni. 

Ecco dunque che emerge chiaro come l’immagine artistica e architettonica venga sfruttata come simbolo non universale di un popolo, divenendo dunque strumento di propaganda politica, mentre la religione diventa pretesto per giustificare mosse politiche non democratiche. L’arte porta in sé una forza comunicativa tale che, come già secoli fa, ancor oggi i leader politici pongono particolare attenzione al suo utilizzo, alla sua conservazione e ai valori che essa, secondo il loro punto di vista, dovrebbe veicolare alla nazione e al mondo intero.

 

Luca Sperandio

 

[Photo Credits Pixabay]

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Atiq Rahimi: le parole non ascoltate sono lacrime

«Le parole non ascoltate sono lacrime»1.

Così termina l’evento tratto dal romanzo Terra e Cenere del Festival Dedica, che si concentra sullo scrittore e cineasta afghano Atiq Rahimi, tenutosi lunedì 12 marzo a Pordenone e di cui voglio narrarvi in questo promemoria filosofico.

L’autore nato a Kabul appare con un cappello in testa, un sorriso sereno, nonostante il passato. Fuggito nel 1984 dall’Afghanistan, invasa dalle truppe sovietiche, viene accolto in Francia come rifugiato: vive l’esperienza di “migrante”, resta per sempre ferito nell’anima dei ricordi della guerra.  Racconta nelle sue opere la cruda verità, senza sconti e giri di parole, il dolore, la disperazione, il caos e il sangue di tutte quelle storie di chi ha vissuto in territorio di guerriglia e dove la morte è all’ordine del giorno.
Ma partiamo dall’inizio, facciamo un passo indietro. Le luci si offuscano, non siamo più all’inizio di uno spettacolo ma all’interno del romanzo di Atiq Rahimi attraverso la voce di Fausto Russo Alesi.

Si sente rintoccare un orologio, il suono fastidioso riempie la sala e si ripete ancora e ancora, resta solo quello oltre alla terra e alla cenere.

«A mio padre e a tutti gli altri padri che hanno pianto durante la guerra».

A fermare i rintocchi un colpo, un forte suono irrompe e tutto si tinge di rosso.

La voce narrante dell’attore richiama l’attenzione della fame di un bambino, Yassin è il suo nome, si ripete spesso, quasi a ripetizione viene urlato.

Senza denti da latte vuole mangiare una mela ma non ce la fa, non ha denti buoni.

«O i denti o il pane, questo è il libero arbitrio».

Suo nonno Dastghir allora lo aiuta, per aiutare anche se stesso e placare quel vuoto e quella fame che soli sono rimasti, come la cenere a terra, mentre aspettano. Stanno aspettando un camion che da lì a poco dovrebbe passare per arrivare alla miniera di carbone dove lavora il padre del bambino, Morad.

Il vecchio deve assolutamente salire su quel mezzo e raggiungere il figlio per condividere con lui la terribile notizia della morte della madre, di sua moglie e del fratello.

All’avanguardia nessuno ha pietà di quel nonno e di suo nipote, anche se il bambino piange e urla. Non c’è parola che lui però possa comprendere davvero. Il mondo di Yassin è diventato senza rumore e per lui il suono ha abbandonato l’uomo e il mondo. Il piccolo è stato vittima del bombardamento nel suo villaggio, che lo ha reso sordo.

«La bomba era troppo forte e ha zittito tutti».

L’unica umanità rimasta la ritrovano incarnata nel negoziante lì vicino alla sbarra dell’avanguardia. Offre dell’acqua e delle giuggiole al bambino che per un momento pare calmarsi. Il vecchio allora può trovare conforto dalle poche parole che scambia con quell’uomo gentile.

«È da tempo che una parola nella tua lingua o in una lingua straniera ha dato calore al tuo cuore. È il dolore che si scioglie, lascialo correre».

È arrivato il momento, è arrivato intanto il camion, Dastghir può raggiungere Morad nella miniera di carbone. Ma è davvero un posto dove portare un bambino, il padre non si dispererà a vedere in quelle condizioni disgraziate suo figlio? Allora il nonno lascia quel nipote in custodia al negoziante e sale sul mezzo che si allontana lentamente e lascia nella nebbia tutto dietro di sé.

Morad, racconta il vecchio, è un uomo fiero e orgoglioso, che prende seriamente e vendica anche i piccoli sgarbi. Dopo un insulto alla madre, era stato capace di uccidere un uomo con una pala e per questo era stato in carcere per un anno e poi aveva deciso di allontanarsi dal villaggio e lavorare in miniera.

Il vecchio padre sa che gli arrecherà un dolore lancinante, ma si sente in dovere di comunicargli la sciagura. Arriva al posto, ma ad accoglierlo è il capo reparto che lo avvisa che suo figlio è in turno.

Il capo reparto dice che il figlio sa già tutto. Dastghir è sconvolto: perché Morad non è tornato a vendicare la morte dei cari, perché non è tornato a pregare sui corpi lacerati dal bombardamento sovietico?

Lo ha impedito il capo reparto, gli viene confermato.

Allora non resta più niente da dire e il padre torna sui suoi passi, lasciando al figlio solo una piccola scatola che lui stesso gli aveva fatto in dono per ricordarlo.
Resta solo cenere, la morte non ti chiede di chi sei madre o di sei figlio, resta solo terra e cenere.

Dastghir mangia la sola terra rimasta e la scena termina.

Le luci si riaccendono e non siamo più in Afghanistan tra il sangue e le bombe, ma nella nostra piccola realtà, che per quanto movimentata è serena nel suo svolgersi nella routine di tutti giorni, dove si dà per scontata la bellezza e la gentilezza. Siamo liberi di scegliere, siamo liberi di camminare all’aria aperta, liberi di vivere, senza l’agguato della morte di una crudele guerra, e neanche ce ne aggiorgiamo. Solo per noi lo spettacolo è finito.

Grazie, al prossimo promemoria filosofico

 

Azzurra Gianotto

 

NOTE:
1. Questa e tutte le successive citazioni sono stratte da A. Rahimi, Terra e Cenere, Einaudi, Torino 2002

[Immagine di copertina di Monica Galentino su unsplash.com]

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“Se ti distrai, rischi grosso”. Intervista ad un incursore

Intervista tratta dalla tesi di laurea “Il tempo nella sofferenza” di Valeria Genova [acquistabile qui o su Amazon]

Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo […]. 1

Questa frase proviene dalla lettera che il caporalmaggiore Matteo Miotto aveva inviato, due mesi prima di morire, dall’Afghanistan, al Gazzettino, per descrivere l’esperienza della Brigata Julia cui apparteneva; qui si intuisce subito che il presente è lo stato temporale in cui si svolge l’intera missione di questi soldati. Non ci pensi è la frase che ho più sentito pronunciare anche durante l’intervista con il Maggiore M., un incursore dell’Aeronautica Militare che ha svolto più volte missioni all’estero, in Afghanistan e in Iraq. Dalle sue parole ci arriva il messaggio forte di uomini che svolgono il loro dovere per la Patria e riescono comunque ad avere il tempo da dedicare alle famiglie; un tempo scandito dall’attesa del ritorno, dall’ansia per quello che si è lasciato in Italia e dalla speranza di compiere il loro dovere nel migliore dei modi.

Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo…2

– M., cosa succede quando qualcuno dall’alto vi dice ‘tra un mese devi partire’?

Ci prepariamo. Il nostro motto è ‘addestrati duro combatti facile’: si cerca di ricreare in territorio Nazionale le condizioni della realtà Internazionale, cosa, oggi come oggi, difficile da realizzare, perché alcune simulazioni non sono simili alla realtà che poi troveremo nelle zone ‘calde’.
Vedi, quando arrivi in teatro operativo dovresti essere già pronto, ma soprattutto devi riuscire a non perdere l’obiettivo ed essere sicuro di quello che fai: ecco perché occorre arrivare con il massimo addestramento, ma non capita spesso e questo è dovuto ai tempi di recupero, tra una missione e un’altra, che sono sempre troppo brevi, lasciando così le persone spaesate poiché non riescono a trovare un equilibrio nel tempo da dedicare a tutte le cose, lavoro e famiglia.

– Ecco, hai introdotto tu stesso il concetto di ‘tempo’: come riuscite a gestirlo?

La gestione tempo per noi è divisa: vi è l’attesa di partire, quindi sai che devi partire e cominci a sintonizzare tutti i tempi della vita quotidiana, per cercare di non lasciare nulla in sospeso, cioè devi ottemperare gli impegni per il lavoro e lasciare una condizione di tranquillità emotiva alla tua famiglia e di conseguenza a te stesso. È proprio nella fase di pre- deployment, infatti, che la gestione del tempo è complessa: per esempio, se non hai pagato una bolletta in tempo e sai che chi rimane potrebbe non essere in grado di farlo, parti con una preoccupazione che si può ripercuotere poi in teatro operativo.

– Quali sensazioni avete in questa fase di pre-deployment, periodo in cui tutto si sottomette all’attesa della partenza?

Questa concezione del tempo così particolare ti crea uno stato emotivo di ansia, ma poi, una volta partito, paradossalmente ti tranquillizzi. Ansia perché stai andando in un territorio difficile, stai lasciando la tua famiglia per dei mesi, e stranamente non vedi l’ora di partire, forse per limitare la sofferenza tua e dei parenti…proprio per questo quando sto partendo sono in attesa, in ‘muta attesa’ 3, un tempo infinito e indeterminato che scaturisce dalla mia voglia di andarmene il prima possibile. Ecco perché non appena metto i piedi sull’aereo che mi porterà in missione mi tranquillizzo: ormai ci sono, me ne sto andando e non resta che impegnarsi a sopravvivere.

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– Come si vive l’esperienza nei teatri operativi?

Ogni turno che ho fatto è stato di non più di quattro mesi e mezzo e in quel periodo ero completamente concentrato solo nella mia attività e, paradossalmente, nonostante il rischio avevo tutto il tempo per riuscire a gestire al meglio l’operazione non avendo gli input continui della società che sono tantissimi, dagli obblighi legali a quelli morali: è proprio questo il vantaggio e, se vogliamo, il paradosso, perché chi pensa che una volta in teatro operativo non abbiamo più il tempo di fare nulla o non c’è la libertà di pensare alle cose proprie, sbaglia; infatti, è vero che prima di un’operazione la fase di pianificazione è lunga e l’operazione reale dura solo una frazione del tempo totale, ma è proprio questo che ci permette di gestire bene il nostro tempo in ogni sua fase e ci rende tranquilli. Quindi, quando arrivi al target devi solo mettere insieme i tasselli che hai studiato perfettamente prima. Inoltre, essendo ripartiti in team di dodici operatori l’addestramento intenso, fatto in Patria, ti consente di sapere esattamente cosa farà ogni operatore: questi, infatti, deve fare una cosa specifica nelle modalità previste dalla pianificazione.

La gestione tempi, dunque, in teatro operativo, consiste nel pianificare alla perfezione ogni cosa, stando sicuri che tutti abbiano capito quello che devono fare.

– Quando uscite dalla base e andate in missione, come avvertite il tempo? Cosa provate?

Quando andiamo in missione e stiamo fuori una settimana la pianificazione deve essere non solo finalizzata all’esecuzione dell’obiettivo, ma anche completa di tutta la parte logistica, cioè sai che sei con dodici persone e magari tre mezzi e per una settimana devi essere autonomo per cibo, acqua, tenda ecc.; è tutto tempo avvertito come attesa, dell’arrivo del rifornimento, dell’ok per spostarsi da un posto ad un altro, del completamento della missione: anche in questo caso noi viviamo ‘appesi’, il tempo non dipende solo da noi, ma si blocca e aspetta che qualcosa accada. In queste situazioni lo stato d’animo possiamo dire si trovi in una bassa frequenza, cioè tutti i ritmi si abbassano e paradossalmente -ripeto sempre paradossalmente perché alle persone che non svolgono questo lavoro può apparire strano quello che dico!- quando sei costretto ad attendere qualcosa ti rilassi: non so se è una forma di autodifesa ma trovi il tempo di riflettere, cominci a pensare, la tua mente vaga, nei ricordi, nella nostalgia di quello che hai lasciato ma soprattutto pensi a quello che ti fa stare meglio, quando rientrerai -ok sto facendo questa esperienza, ma ha un termine, magari non bene definito, ma in linea di massima devono passare 4-5 mesi, e alla fine tornerò.-. Ognuno, in questo modo, si crea uno spazio mentale e passa, dunque, il tempo cercando di pensare a quello che è stato e a quello che sarà: oscilliamo dal passato al futuro, vediamo il primo come appiglio per trovare il sorriso anche nelle difficoltà più estreme e il secondo come ancora di salvezza dall’angoscia che in alcuni momenti si può provare. Passato-futuro ti danno la forza giusta e la tranquillità emotiva per proseguire al meglio la missione. Chi, invece, ha fretta di tornare a casa e pensa esclusivamente ai giorni che mancano, non è ben predisposto per espletare questo compito; chi si trova in difficoltà, infatti, non parte proprio perché in una situazione del genere in cui si sta una settimana intera senza contatti telefonici con la famiglia, lo stato emotivo non è idoneo a sopportare un’eventuale operazione delicata

in cui si deve pensare solo a quello.
Certo che nel futuro riponiamo, però, anche tanti interrogativi, perché noi tutti sappiamo che dopo 4-5 mesi di lontananza troveremo cambiati i nostri affetti, le persone a cui vogliamo bene, è fisiologico.

– In che senso dici che trovate i vostri famigliari cambiati una volta rientrati in Patria?

Devi pensare che quello che ci rende tranquilli, anche se abbiamo lasciato una famiglia a casa, è il fatto di svolgere missioni con altre persone in una piccola cellula di dodici persone: ciò ti fa rendere conto che vivi con un’altra famiglia il cui scopo non è crescere i figli ma ha il compito di portare la pelle a casa, quindi ognuno svolge il suo lavoro per raggiungere l’obiettivo e difendersi a vicenda. Questo ti rende tranquillo.
Mentre, l’unica mia preoccupazione è quella di non poter telefonare a casa per una settimana, ma non per il fatto di sentire quella persona, che comunque fa sempre bene, ma ho la preoccupazione che quella persona non sentendomi stia male: io vivo con le persone con cui lavoro anche in operazione, quindi c’è una continuità tra territorio Nazionale e l’estero, la mia vita si riempie e rimane sempre piena; la persona, invece, che lascio e che è abituata a starmi vicino e a condividere tutto con me poi all’improvviso mi vede partire per sei mesi, quando torno la trovo inevitabilmente cambiata e poi ci vuole del tempo per recuperare. Questo accade perché quella persona passa dalla routine, da un tempo quasi monotono, sempre uguale a se stesso, statico, ad una vita in cui la velocità del tempo viene raddoppiata perché deve pensare a compiere quegli obblighi che magari prima divideva con me. È quasi un trauma per la persona che resta perché, anche se abituata, anche se consapevole del mio lavoro, si ritrova improvvisamente sola. Infatti, credo che per noi che lavoriamo in territori operativi il tempo passi molto più velocemente rispetto alla persona che attende il nostro ritorno; perché noi sappiamo che oggi dobbiamo fare questo, domani quello ecc., le nostre giornate sono continuamente scandite dagli impegni ed ogni obiettivo raggiunto diminuisce la distanza dal ritorno. Mentre chi aspetta a casa non ha la minima percezione di quello che noi facciamo e abbiamo da fare, risulta pertanto difficile avere un punto di riferimento per contare i giorni che restano…certo c’è il calendario e il solito ‘conto alla rovescia’, ma è una cosa che sconsiglio perché rallenta in modo impressionante lo scorrere del tempo.

– Il pericolo, tu, l’hai mai incontrato? Come ci si sente davanti a ciò che minaccia la tua vita?

Ciò che è considerato pericolo per noi è diverso per voi.

Capita a volte che ci si trovi a passare per delle località in Afghanistan e magari dal tetto di una casa ti tirano due colpi: per voi è pericolo, per noi significa reagire tempestivamente. Per voi il tempo si blocca nell’istante dello scoccare del primo colpo, per noi il tempo non esiste, o meglio è frazionato in millesimi di millesimi di secondo con una precisione che pare impossibile: il millesimo prima che arrivi il colpo noi sappiamo già che sta per arrivare. Non è prevedere, è il sapere dettato dall’addestramento. Infatti noi, mentre andiamo in missione, non pensiamo ‘e se adesso esce un cecchino e ci spara? E se troviamo una mina e saltiamo in aria?’ perché sono eventualità che noi abbiamo già considerato prima di partire e cerchiamo, dunque, solo di raggirare. Giochiamo in anticipo. Il tempo per noi è previsto, è ‘conosciuto’.

– L’operazione più complessa è per voi, forse, quella in cui dovete andare a catturare qualcuno: il tempo in questo caso è sempre previsto o può anche succedere che l’imprevisto mandi all’aria tutto e subentrino così l’angoscia, il panico perché per un attimo non sapete come giostrarvi?

Quando dobbiamo fare operazioni più complesse, in cui dobbiamo andare a prendere un personaggio, la preoccupazione sta solo nel cercare di rispettare la tempistica prevista: sarò in grado di entrare simultaneamente ad altri operatori che entrano dalla parte opposta? La risposta per noi è scontata: sono addestrato per questo.

Certo che non tutto va sempre come previsto, ecco perché in queste situazioni c’è l’agitazione perché tutti hanno l’adrenalina al massimo per il fatto della sincronizzazione dei tempi e, come si sa, non tutti hanno gli stessi tempi di reazione, ma, ripeto, noi ci addestriamo per questo, ed è difficile che capiti di non sapere cosa fare, perché in noi è ormai radicato l’automatismo che è ciò che spesso ci salva la vita quando non c’è tempo per pensare e agire -RAID: reazioni automatiche immediate-.

– Ti è mai capitato di dover soccorrere, durante un agguato, dei colleghi feriti? In quest’occasione, il tempo come ti è parso, veloce o lento?

A volte capitano le situazioni in cui oltre a tutelare noi stessi abbiamo dovuto assistere persone già ferite: in questo caso ci si deve allontanare dal punto di contatto e, contemporaneamente, si devono mettere in salvo delle persone. Quello che dobbiamo

81 sempre ricordarci è che quando dobbiamo portare via un ferito, lui non potrà contribuire al fuoco: ma è strano, anche in questa fase tu non pensi, perché anche qui viene tutto prima: se tu sai ciò che devi fare perché l’hai pianificato ti sale il livello di adrenalina e puoi reagire e anche quando non pianifichi qualcosa che poi però si verifica, se sei addestrato non hai proprio il tempo di avere paura intesa come panico che ti blocca! Questo lavoro ci tempra al punto che anche la gestione della paura è una gestione di qualcosa che sì è più forte di te ma che se sai gestire vai alla grande: quando tu fai qualcosa e non provi un minimo di timore è il momento più giusto che ci rimetti la pelle, mentre se hai paura e la sai gestire hai l’adrenalina a mille che è ciò che ti permette di stare tranquillo perché sai di poterti regolare. Quindi, anche se sei accanto al compagno ferito non c’è paura perché in quel momento il tuo unico obiettivo è di portarlo in salvo. Certo, poi magari a mente fredda ci pensi: se ci fossi stato io chissà…ma è un pensiero ipotetico che subito ti abbandona perché la tua mente si può concentrare solo sull’adesso. Quindi risponderei né veloce né lento mi pare il tempo in queste situazioni: non ci penso!

– Allora proprio per il fatto che non ci pensi il tempo vola via, quindi pare velocissimo…

Forse sì, sarà come dici tu, ma una cosa te la posso dire: per noi soldati in missione oggi, esiste certamente un passato, fatto di ricordi, a cui pensiamo con nostalgia, esiste assolutamente un futuro, fatto di certezze e di dubbi, ma vi è solo il presente. Noi viviamo solo il presente. Solo in questo modo possiamo sopravvivere e riuscire a ricucire il nostro passato con l’avvenire. Il presente è quello che ci salva la pelle, perché in quel determinato giorno, a quella precisa ora noi dobbiamo agire in un certo modo e la nostra mente pensa esclusivamente a quel preciso istante.
Se ti distrai rischi grosso.

Come ho potuto notare dopo questa intervista, i tempi sono decisamente cambiati rispetto a quelli delle guerre mondiali: il soldato in trincea viveva giustamente la guerra con maggiore paura, perché spesso non c’erano gli addestramenti che ci sono invece oggi, e comunque la vita in trincea era decisamente più pericolosa. Le due guerre mondiali hanno causato più vittime tra i soldati rispetto alle missioni di oggi, e questo ha reso la concezione del tempo molto diversa: per i primi c’era l’attesa estenuante del ritorno, accompagnata dalla speranza quindi di sopravvivere, il futuro era allora incerto; oggi i nostri soldati vivono il presente senza tornare troppo al passato e senza pensare al futuro, per motivi di concentrazione da cui dipende la loro salvezza. I soldati di allora vivevano il presente con l’angoscia di quello che sarebbe potuto succedere e si proiettavano verso l’avvenire per poter dire ‘sono ancora vivo’ o si rifugiavano nel passato per sconfiggere la malinconia: il presente era solo un passaggio, ma talmente lento che

sembrava eterno e da cui ci si voleva allontanare il prima possibile.

Valeria Genova

1-2: Caporalmaggiore Matteo Miotto, lettera inviata dall’Afghanistan al Gazzettino, Giovedì 11 Novembre 2010

3: Cfr. Turoldo David Maria, In muta attesa, in Ultime poesie, Garzanti, Milano, 1999, p. 13

[Immagini tratte da Google Immagini]