Una parola per voi: focolare. Dicembre 2018

La parola per voi scelta per questo mese di dicembre è “focolare”. Lo stato d’animo attorno al quale ruoteranno i libri, le opere d’arte, i film e le canzoni selezionati per voi, è tratto da una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti intitolata “Natale”.


Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Ungaretti scrisse questa poesia durante il periodo natalizio del 1916, mentre trascorreva la sua licenza di guerra presso un suo caro amico a Napoli. Sorvolando lo stato d’animo malinconico del poeta, che non ha né voglia né forza di festeggiare il Natale col sorriso sulle labbra dopo aver vissuto le atrocità della guerra, approfondiremo le ultime due strofe, in particolare la parola “focolare” che chiude la poesia: «Qui/non si sente/altro/che il caldo buono/Sto/con le quattro/capriole/di fumo/del focolare». Questo, per molti di noi, è il vero significato del Natale, ciò che dà un senso a questa festività in origine pagana, diventata poi la “regina” delle festività cristiane. Per quanto la vita possa risultare amara, in quella che riconosciamo come “casa” (che sia la nostra, quella della nostra famiglia d’origine, quella d’un parente o d’un amico) percepiamo un “calore buono”, benevolo, rassicurante, capace di lenire le nostre ferite e fornirci una tregua. Ci troviamo attorno a un focolare (anche metaforico) che emana un fumo allegro, speziato, profumato di gioie, amore e affetto, un fumo che il poeta descrive con quelle parole, “quattro capriole”, per indicarci che purtroppo, come la vita, come ogni felicità, è qualcosa di effimero, destinato a passare. Ma adesso quel calore pregno di buoni sentimenti e speranze è qui, lo possiamo tenere stretto a noi, interiorizzarlo nella nostra anima, farci cullare da esso, in questo nuovo Natale alle porte.

Ecco la nostra selezione, in linea con la parola del mese:

 

UN LIBRO

paula-chiave-di-sophiaPaula  Isabel Allende

L’ambientazione è diversa dal classico quadretto familiare i cui membri siedono dinanzi ad un camino ascoltando le storie dei vecchi. L’ospedale in cui Paula viene ricoverata per una grave malattia è il capezzale dove la madre Isabel si reca creando magicamente un focolare intimo, fatto di storie di dolore, esilaranti e di speranza. Un fuoco narrativo a cui Isabel dà origine per distrarre la morte, per allontanarla un poco dal profondo stato di coma in cui versa Paula. Un fuoco evocatore della sua intera famiglia affinché circondi Paula e l’aiuti a non perdersi lungo il confine della vita.

UN LIBRO JUNIOR

il caso del dolce di natale chiave di sophiaIl caso del dolce di natale (e altre storie) – Agatha Christie

Prendete un investigatore. Aggiungete un Natale in campagna. Metteteci un principe e un rubino rubato. Glassate con un gioco all’omicidio, e servite fumante. Cosa convincerà Poirot a lasciare il solitario, ma comodo, caminetto (a gas!) di casa, per indagare anche a Natale? Riuscirà a risolvere il caso, e soprattutto: capirà qual è il vero spirito del Natale? Una raccolta di sei imprevedibili racconti, frutto di una penna geniale che, dietro la semplicità stilistica, nasconde cura dei dettagli e volontà di stupire: una miscela perfetta di suspence e linearità. Adatto dai 12 anni in su.

UN FILM

il-cacciatore-chiave-di-sophiaIl cacciatore  Michael Cimino

Il Cacciatore è considerato uno dei capolavori del genere cinematografico di guerra, seppur ne parli poco. Come Ungaretti si trova di fronte a contrasto emotivo, rappresentato dalla condizione abietta dei ricordi di guerra in contemporanea all’arrivo del Natale, così nel film i protagonisti appena rientrati dal Vietnam si presentano deboli e speranzosi di poter ritrovare un loro proprio equilibrio. Focolare non è solo casa e famiglia, ma anche comunità. Una comunità che deve essere in grado di favorire la ricerca del proprio posto nel mondo. Purtroppo, non tutti i protagonisti del film riescono a trovare il loro, tant’è vero che alcuni perderanno se stessi. Per Ungaretti la soluzione furono le quattro capriole di fumo; in questo film invece è l’amicizia.

UNA CANZONE

chiave-di-sophia-tiromancinoImmagini che lasciano il segno  Tiromancino

Se la parola “focolare” rimanda all’insieme di relazioni ed affetti che compongono quella che riconosciamo come “casa” (ovunque essa sia e in qualsiasi forma essa si proponga), questa canzone del 2014 può fare da sottofondo a un momento di scambio e condivisione tra genitori e figli. Scritta e interpretata da Federico Zampaglione, la canzone è una dedica alla figlia Linda, diventata “la ragione che lo muove, l’essenza della sua esistenza, la sua motivazione”. Una canzone dalla sonorità sempre fresca, che propone agli ascoltatori una piacevole presa di coscienza da parte del cantante riguardo l’importanza che la figlia ha per la sua vita.

UN’OPERA D’ARTE

lecture de la bible chiave di sophia focolareLa lecture de la Bible – Jean-Baptiste Greuze (1755)

Il concetto di focolare viene sempre associato a situazioni e ambienti che riuniscono un gruppo intimo di persone in un contesto di calore materiale o figurato. Esso viene così a identificarsi come momento di condivisione e di unione, spesso inteso in ambito familiare. Quello che viene raffigurato nel dipinto dell’artista francese Greuze è proprio uno di questi momenti, vale a dire quello in cui il padre di famiglia, circondato da moglie e figli al completo, siede a un tavolo per leggere un passo della Bibbia. La scena, di efficace realismo, si svolge all’interno di una casa scarsamente arredata, dove la crudezza dei muri freddi sembra farla da padrona. Tuttavia il forte senso di calore, abilmente trasmesso dal pittore mediante l’uso di tonalità calde, emerge dallo stretto legame affettivo esistente tra i familiari: un legame sacro quanto le parole pronunciate dal pater familias chino sopra la sua Bibbia, verso il quale i volti attenti dei figli manifestano un senso di profondo rispetto.

 

Appuntamento al prossimo mese, con la prossima parola!

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, David Casagrande, Simone Pederzolli, Federica Bonisiol, Luca Sperandio

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Il subconscio trae in inganno, i sensi cadono in fallo, la mente corre

Sono giorni che sento il tuo profumo, lo stesso che ti nebulizzavi sui vestiti e sulle lenzuola prima di andare a dormire… e oggi è così penetrante, tanto da farmi scorgere tra le mille vie della mente il maglione lilla e bianco. E’ come se la nostra città, il nostro mondo, fossero annebbiati… quasi la rabbia superficiale che nutro per tutto ciò che è accaduto fosse diventata patina spessa, che si insinua tra me e te.

È difficile riuscire a comprendere ciò che sento per te, in superficie la rabbia opacizza ogni cosa, nel profondo, cercando di andare oltre a quei sentimenti alimentati dall’impulso; ti auguro il meglio, perché meriti la felicità, ma la felicità vera, la più alta che sia concepibile, la felicità che inebria ogni atomo del proprio sé, l’unica in grado di farti realizzare che ogni sacrificio ne valeva la pena.

Solo che un figlio può divenire sacrificio? Ognuno di noi usa scusanti, perché entrambe sappiamo che per molto tempo hai ingannato gli altri, e soprattutto te stessa. Hai vissuto in un mondo che mai comprenderò, di cui, forse, mai vorrò nemmeno spiegazione, perché talvolta la conoscenza delle ragioni reali che sottostanno ad azioni e decisioni incomprensibili, destabilizza molto più che l’ignoranza che ha condotto a quello strano e paradossale susseguirsi di eventi, quello che ci ha condotte ad un oggi che mai io avrei potuto immaginare.

Divenire sconosciute.

E tu per me non eri solo mia madre, tu eri la mia migliore amica, il mio sorriso sulle labbra, la mia coccola della sera, il mio buongiorno… il mio canto in macchina, la mia risata, la mia complice in un mondo così ostile…

E si, mi manchi. Mi manca ogni cosa di quei nostri vent’anni, mi manca la nostra silenziosa colazione, il tuo allungare la mano sul tavolo per trovare la mia; mi mancano quei nomi sciocchi, i nostri segreti; mi manca appoggiarmi a te e prenderti in giro; mi manca la mia mamma

Mi manca la donna che per 20 anni ho avuto accanto, che da un po’ di tempo non trovo più, mi manca la donna che tu tanto hai rinnegato; mi manca ciò che eravamo noi, ciò che tu non hai più voluto…

Per quanto, forse dovuto alla giovane età, forse solo dettato dalla volontà di conservare un po’ di quel tempo in cui le mie lacrime ricadevano sul tuo animo e tu le asciugavi, portandole lontano dal mio cuore, vorrei continuare a piangere, sperando di rivederti un giorno tornare da me, io ti ho lasciata andare…

“Se ami qualcuno, rendilo libero”.

Sei libera… e non perché io mi sono arrogata il diritto di concederti tale cosa, non potrei mai, ma perché, in cuor mio, ho compreso come ciò che mi hai dato, l’amore che hai emanato ad ogni battito per 20 anni, mi basti per il resto di ciò che sarà.

Non so come sarà quest’anno, la festa della mamma, lo devo confessare. Forse camminerò senza meta, persa tra la folla in modo che la nostalgia non si nutra di tutto l’animo; forse tornerò nei nostri posti, forse sarò pronta a sorridere, consapevole che ogni accadimento ha un suo perché, consapevole che il nostro non essere più noi ha un perché.

So che leggerai, so che vorrai dirmi qualcosa, forse per sentirti un po’ meglio, forse per dirmi che tu non te ne sei andata, ma noi lo sappiamo, mamma, che non è così. Non sto parlando alla genitrice che oggi sei, ma alla mamma che ieri eri.

Sto parlando all’unica persona in grado di capirmi, di riuscire a camminare tra le fila del mio gomito emotivo. Parlo a te – e sai, devo ringraziarti molto più per gli ultimi anni, perché se fossi rimasta, forse la sera, cullata dal tuo amore, avrei chiuso gli occhi al posto di combattere per i miei desideri. Ti ringrazio, per essere stata, in ogni caso, indicazione della via.

Questi anni mi hanno insegnato molto: mi hanno insegnato a conoscermi, a valutare i miei limiti, la forza derivante dalla determinazione, il grado di tolleranza del dolore… E lo devo unicamente a te, all’effetto domino che hai scatenato con un respiro, con un soffio che è stato in grado di abbattere ogni mia difesa, rivelando, però, un percorso molto più vero e valido rispetto a quello che stavamo percorrendo insieme.

Quanto è strana la vita vero? Credevo che a legarci fosse un filo di diamante, indistruttibile: oggi ho compreso che era solo nylon.

Quindi auguri, alla mia mamma, se mai da qualche parte uno spiraglio di lei è rimasto… E auguri a te, che mi hai dato la forza di affrontare il dolore, di non aver paura se alle mie spalle non c’è nessuno pronto a prendermi in caso di caduta. Auguri a te che mi hai insegnato che non importa da dove si arriva, importa dove si va e come si percorre la strada, e anche se il mio sarà parzialmente un pellegrinaggio in solitaria, ad un certo punto della via so che davanti a me ci sarà un qualcuno, un qualcuno che difenderò sempre, che proteggerò e afferrerò nelle cadute… e forse, anche se è un bel forse, mi avvicinerò alla conoscenza di tutti i perché ti hanno spinta lontana da me.

Nicole della Pietà

[Immagine tratta da Google Immagini]

Lettera ad un uomo che mi ha cresciuto.

“Il tempo è labile…il confine tra ieri e oggi è così sottile…un filo, pronto a spezzarsi alla prima brezza di vento del Nord..e si ricade indietro, incoscienti del momento che si vive…di dove si è…se è la realtà o solamente ricordi troppo vividi per essere riposti nel proprio spazio di quello scaffale immenso chiamato memoria…

Sto correndo verso il cordless…quell’azzurro fastidioso è davanti ai miei occhi, mentre lascio il telefono e la prima lacrima marchia il mio viso indelebilmente.

Prendo la mano di mia sorella, ci sediamo accanto al tuo letto e ci stringiamo la mano, fino a lasciar i segni delle unghie l’una sulla mano dell’altra, consapevoli che è realtà, è successo, sei morto.

Ripercorro la vita insieme, tu con la settimana enigmistica, tu che la mollica del pane la riducevi in piccole palline per gli uccellini…le tue polo e i tuoi pantaloncini…il tuo guardarci quando il pomeriggio correvamo in bici per tutto il cortile…

Dopo la tua scomparsa, ho ritrovato per mesi le barrette di cioccolato che, di nascosto da mamma e papà, mi regalavi…però, è strano sai, non le ho mangiate…

Ho talmente tante storie da raccontare di te, di quanto eri rompiscatole, amorevolmente rompiscatole..

Ma come si può raccontare la straordinaria anima di un uomo in poche righe? Come si può descrivere il tuo essere padre per noi, in uno spazio così ridotto?

Ho deciso di non raccontare ieri, ma oggi…oggi, dopo 10 anni, non avrei immaginato potessi mancarmi più di ieri.

Dopo dieci anni, vorrei averti qui, per riuscire a renderti fiero di me, per dimostrarti che quell’amore non è andato sprecato, che tutto quello che i tuoi immensi occhi mi hanno insegnato, giorno dopo giorno, è rimasto con me…perché tu sei il buono che mi porto dentro.

Per mesi, anni, dopo la tua morte, ho aspettato che tu tornassi, che aprissi la porta di casa, ti ho sognato e pianto così tanto da logorarmi dentro, da non poter credere di riuscire a sopravvivere senza di te.

Per quanto cerchi di negarlo a me stessa, ti vedo. Apro la porta e sei ancora seduto al tuo posto, con le gambe accavallate, ti volti e mi chiedi se tutto è andato bene oggi.

La parte più dura dell’andarmene è stata la consapevolezza che non ti avrei più visto…e ho paura sai? Di non riuscire più a ricordare le tue mani, quel sorriso che se chiudo gli occhi brilla nella mente, quel tuo accavallare le gambe a letto…le notti passate abbracciata a te…il tuo ultimo sguardo..il tuo odore…e allora corro e spezzo il filo, corro da te, per vivere ancora noi…

Marzo non è la primavera, marzo è il buco nero che ti ha portato via.

Sono stata per molti versi sfortunata, ma se rifletto un istante in più, mi rendo conto che nulla importa, io ho avuto te come padre per i primi 14 anni della mia vita, tutto il resto scivola via, incapace di intattare il ricordo di te.

Quando la notte ho paura, guardo la tua foto sul mio comodino.

Mi interrogo su quanto l’amore possa far male…quanto distaccarsi permanentemente da chi ami possa essere in grado di sgretolare l’animo a tal punto da non poterlo ricomporre.

Nel corso del tempo, ho compreso che ci sono diversi modi di soffrire…perché si è vittime di abusi, perché l’indipendenza ha un prezzo molto diverso da quello stabilito dall’economia, perché la forza costa caro, anche se nessuno lo dirà mai…

La sofferenza più grande, tuttavia, é quella a cui non si può porre rimedio…che bisogna inevitabilmente accettare.

Tutto ha un tempo e un modo…io allo step dell’accettazione devo ancora arrivare, vagante nei meandri della mente che custodiscono te…

È questo è l’unico modo che ho trovato consono per sopravviverti ogni giorno.

Sembra strano, perché ancora ora, dopo 10 anni, inconsciamente mi ritrovo davanti alla camera d’ospedale in cui eri ricoverato, prima di ricordarmi che non ci sei più.

Al cimitero non riesco a realizzare che l’uomo che mi ha cresciuta non sia più con me.

Uno dei motivi per cui le persone ci mancano è perché abbiamo dei rimpianti…beh, tu sei l’unica parte della mia vita, del mio IO, che non porta con sè rimpianti o rimorsi.

Mi hai insegnato ad amare davvero, vivendo qui ed ora, assaporando ogni attimo che ci viene regalato, senza riserve, senza paure.

Le lacrime continueranno a scorrere, non lo posso negare, ma il più delle volte il ricordo di te dà vita al sorriso più puro che mai potrò avere…il sorriso con il quale mi hai lasciata, il sorriso con il quale mi alzo la mattina, un sorriso che mi fa amare la vita, malgrado le difficoltà…quel sorriso che mi ha fatto amare te ieri, che mi fa amare te oggi, che mi farà amare te per il resto della mia vita.”

Al miglior uomo, padre e nonno che potessi avere, all’unico amore che mi fa sentire al sicuro in ogni istante, all’unico uomo al quale apparterò per sempre, nel quale mi riconoscerò, il quale sarà il mio porto sicuro, malgrado gli occhi non lo possano più scorgere tra la folla.

Lui sarà accanto a me, passo dopo passo.

Nicole Della Pietà 

 

Quando con l’amore l’indifferenza sfuma

A volte, trovo davvero bizzarro il modo in cui perfino la parola “amore” sia arrivata ad essere utilizzata in ogni tipo di contesto, senza dare troppo peso al valore e al significato che potrebbe avere in ognuno di questi.

Ormai, perfino l’amore è diventato oggetto di scambio, merce come qualsiasi altra merce, con la sola differenza che però, in amore si dovrebbe parlare più spesso di esseri umani, piuttosto che di cose.

Secondo Aristotele, siamo “animali sociali”, tuttavia credo che ognuno dovrebbe comprendere l’importanza di diventare, per poi essere, “animale amante”, dove questo participio ha la funzione di riprodurre mentalmente l’immagine di una capacità, di una potenzialità intrinseca alla natura umana, costituita da energia di carica positiva.

Il primo giorno dell’anno, sono rimasta piacevolmente commossa dalle parole usate da Papa Francesco: in questa giornata mondiale della Pace, egli invita tutti a combattere contro ogni tipo di schiavitù al fine di riuscire a diventare tutti fratelli. Un messaggio pieno d’amore, le cui parole hanno colpito il mio cuore.

Ecco cosa disse durante l’Angelus, qualche giorno fa:

“Io leggo lì: “La pace è sempre possibile”. Sempre è possibile la pace! Dobbiamo cercarla… E di là leggo: “Preghiera alla radice della pace”. La preghiera è proprio la radice della pace. La pace è sempre possibile e la nostra preghiera è alla radice della pace. La preghiera fa germogliare la pace. Oggi Giornata Mondiale della Pace, “Non più schiavi, ma fratelli”: ecco il Messaggio di questa Giornata.”

Soltanto un paio di giorni prima, aveva scritto, in un suo tweet: “Oggi si soffre per indigenza, ma anche per mancanza di amore”.

Pace ed amore vanno di pari passo, tanto che non è possibile amare in assenza di una certa predisposizione al bene e alla pace e vice versa.

Pertanto, secondo Tommaso d’Aquino , la pace non è solo frutto della giustizia la quale ha il compito di rimuovere ogni tipo di ostacolo (come è possibile leggere anche dal terzo articolo della Costituzione italiana, secondo la quale “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana”), ma essa è frutto dell’amore: «La pace, così come la gioia, è effetto dell’amore», scrisse San Tommaso.

A volte, temo proprio che sia la mancanza d’amore la più distruttiva patologia dei nostri giorni. Dalle forme più lievi, a quelle più laceranti e distruttive, ognuno di no ha, a modo suo, sofferto per una qualche mancanza d’amore. Le guerre ne sono l’esempio più devastante, malgrado troppo spesso ci limitiamo a leggerle tra le righe di un quotidiano o lo schermo di un televisore, senza sentirci direttamente partecipi, ma solo pubblico distante.

Penso tuttavia che sia possibile vivere questa nostra vulnerabilità, questo nostro bisogno d’amore, nei semplici gesti della quotidianità, in una parola non ascoltata, in uno sguardo non ricambiato, in una mano non accarezzata, nelle grida provenienti dal piano di sopra, in una lacrima che scende delicata dalla guancia rosea di un bambino.

A volte addirittura si cade nell’indifferenza, come se i sentimenti non esistessero, come se nasconderli fosse più facile.

A volte, anzi, di continuo, mi accorgo anche io di peccare di indifferenza. Quando sono presa dai mille viaggi in metropolitana, con la borsa che mi scende dalla spalla, la spesa dall’altra e l’ombrello inzuppato d’acqua, con le goccioline che mi bagnano le scarpe e inizio così a lamentarmi, perché niente sembra andare per il verso giusto. Mi accordo che pecchiamo di indifferenza quando vedo che in quella sorta di lungo corridoio, siamo tutti così distanti, così presi dalle nostre vite frenetiche, dai nostri piani per l’università o per il lavoro, le consegne, e altri su e giù in metropolitana, atri cambi, una mela al volo, un panino di fretta tra una lezione e l’altra, e la pioggia fitta fitta e pungente, che rende tutto più pesante e insopportabile.

Eppure, al contempo, siamo tutti fisicamente estremamente vicini.

Mille vite si sfiorano, senza mai toccarsi.

Di tanto in tanto, però, c’è qualcosa che cambia e che attira la mia attenzione.

Proprio prima di tornare in Italia, in uno dei miei ultimi tragitti in metro, due anziani signori, presumo marito e moglie, si tenevano la mano. Non era una stretta qualsiasi, ne percepivo la forza e il calore. Lui le bisbigliava continuamente qualcosa all’orecchio e all’improvviso, per prevenire gli urti e le cadute per una brusca frenata, lui ha stretto a sé la sua compagna. E sono diventati una cosa sola.

Nella loro semplicità, sono stati gesti bellissimi, di una delicatezza e tenerezza incredibile.

E sono state quelle carezze e quell’affetto a farmi capire che, in fondo, di amore ce n’è. E l’indifferenza sparisce.

Basterebbe fermarsi e vederlo.

Sara Roggi 

[immagini tratte da Google Immagini]

 

La bellezza della gioia

 

Che cos’è l’affetto se non un moto che ci permette di lavorare su noi stessi e sugli altri? Cosa ne rimarrebbe della vita se non fossimo avvolti ed attraversati dai moti affettivi? Le nostre azioni sono interamente generate da quel “qualcosa” dentro di noi che ci spinge a comportarci in un modo piuttosto che in un altro, a manifestare i nostri sentimenti o meno a chi ci circonda. Read more