5 gennaio 2016 Emanuele Lepore

Riconquistati a te stesso

Un flusso ininterrotto di informazioni, di impulsi e risposte, di mete raggiunte, afferrate per un instante e spostate un po’ più in là; una pioggia di stringhe, di volontà programmate per l’insaziabilità: questo parremmo, forse, a chiunque voglia guardarci, essendosi astratto dalla nostra massa. E ci sarebbero tutti gli indizi per confermare l’impressione, tutti gli indizi per diagnosticare la frenetica assurdità che connota la vita che gran parte dell’umanità vive: taluni per scelta, talaltri per non averne compiuta alcuna.

Probabilmente, per lo stesso principio, queste parole parranno l’ennesimo discorso sulla corruzione morale del nostro tempo, sull’oscurità dei nostri giorni, una serie di inautentiche lamentazioni.
Se, invece, un senso c’è, emergerà da sé non appena ci si ponga una questione elementare: perché viviamo schiavi d’un tempo sfuggente che non è mai abbastanza?

Siamo soliti dire- più o meno consapevolmente- di non aver tempo, siamo soliti lamentarci del “tempo che manca”. Siamo certi, in fondo, che sia il tempo a venir meno?
Siamo certi, in fondo, che non siamo noi a venir meno a noi stessi?

Seguendo il filosofo di lingua latina Seneca, proviamo almeno ad abbozzare un sentiero lungo il quale cercare una risposta.

<< Persuaditi che le cose stanno così come ti scrivo: alcune ore ci vengono strappate vie, alcune altre ci vengono sottratte subdolamente, altre ancora scorrono via. Tuttavia, la perdita più ignominiosa è quella che si verifica per negligenza.>>[1]

Le ore che ci vengono strappate a forza, quelle che ci vengono sottratte con l’inganno, quelle che scorrono via, possono esser perdute solo ad una condizione: che noi stessi, prima, siamo smarriti.
Alla fine del passo sopra riportato, infatti, si dice che la perdita più grave, più ignominiosa è quella che accade per negligenza, per ignoranza; ebbene: negligenza di cosa? Cos’è ciò che ignoriamo? Non solo il tempo, di cui abbiamo certamente intuizione ma non una specifica conoscenza; ma anche – e soprattutto- noi stessi.
È la nostra anima a vivere peregrina lo smarrimento, il furto, a scadere nell’inautentico[2]: perduti noi stessi, la consistenza dei nostri giorni scivola via liquefatta.

All’inizio del I libro delle Epistole a Lucilio, è lo stesso Seneca che, ammonendo Lucilio riguardo allo spreco del tempo e della vita, lo esorta immediatamente a guadagnare una vera conoscenza di sé.

<< Fa’ così, mio caro Lucilio, riconquistati a te stesso.>>[3]

L’invito di Seneca ( assai prossimo al celebre “ conosci te stesso”) vuol dire che non è possibile alcuna conoscenza del tempo, senza una solida conoscenza di sé; che non è possibile neppure alcuna vera pratica del tempo, senza un’onesta pratica di sé.

Ecco, dunque, cosa abbiamo primariamente abbiamo perduto: noi stessi.
Ecco perché, a chiunque prendesse la giusta distanza dalla furiosa fretta della nostra quotidianità, parremmo indaffarati a far nulla, proiettati verso un senso di cui viviamo la mancanza; segnati da una mancanza che tentiamo di colmare col sovrabbondare di stimoli.
Più autentico, profittevole e onesto sarebbe fermarci un istante e chiederci non tanto dove stiamo andando; quanto, piuttosto, dove siamo finiti.

 Emanuele Lepore

 NOTE

[1]SENECA, L.A., Epist.a Lucilio, I: << Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tame est iactura quae per neglegentiam fit.>> La traduzione dei pochi stralci di testo proposti è mia; il passo qui citato può essere ritrovato al seguente link : http://www.poesialatina.it/_ns/Greek/tt2/Seneca/Lucil001.html ; Tra le edizioni più diffuse, è possibile consultare Lucio Anneo Seneca, Opere morali, Bur, radici, 2007.

[2]Il rischio che l’intersoggettività favorisca lo scadimento nell’inautenticità, tipicamente heideggeriano, è avvertito dallo stesso Seneca lungo tutto l’arco della sua opera: più volte avverte di non seguire la massa, luogo in cui gli uomini restano vicendevolmente contagiati dal vizio. Si legga, a tal proposito, la settima delle Epistole a Lucilio.

[3]SENECA, L.A., Epist.a Lucilio, I:<< Ita fac, mi Lucilii, vindica te tibi.>>.

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